martedì 8 novembre 2016

Domenica XXXIII C

La Chiesa nelle preghiera liturgica della Domenica ci fa vivere nell’attesa del ritorno del Signore consapevoli che la storia deve fare il suo corso, che comporta drammi umani e calamità naturali

Nell’odierna pagina evangelica, san Luca ripropone alla nostra riflessione  la visione biblica di fede e di speranza della storia e riferisce le parole di Gesù, che invita i discepoli,
noi a non aver paura di difficoltà anche naturali, incomprensioni e persino di persecuzioni nell’orizzonte della misericordia cioè della certezza che nessun peccato è imperdonabile, nessun male irrimediabile fino  al compimento della vita e della storia: è la buona notizia, è il Vangelo. Drammatico invece è il rifiuto della misericordia come sul piano della prassi porre la libertà individuale a valore fondamentale al quale tutti gli altri dovrebbero sottostare. Così Dio rimane escluso  dalla vita pubblica con una drammatica frattura fra Vangelo e cultura. In questa cultura che predomina in Occidente e che vorrebbe porsi come universale e autosufficiente, generando un nuovo costume di vita, la fede in Lui diventa più difficile. Crescono forme di ribellione , un soccombere alla tentazione causando guerre e rivoluzioni. Chi vuole equivocare sul “castigo” che ne consegue già con eventi terrificanti  può accusare Dio e chi  annuncia il suo giudizio finale sul dramma di chi rifiuta la misericordia. Anche la croce è equivocata e il dolore può essere usato per bestemmiare e non per emendare.
I “castighi di Dio”, dal capitolo 3 di Genesi in poi, non consistono affatto in un atto punitivo di Dio: il castigo è la semplice conseguenza del peccato e il peccato lo commette l’uomo. Dio, che ci ha creati liberi con la possibilità di amare a sua immagine con il rischio in esseri finiti del no a Lui cioè il peccato, si è limitato ad avvertire, come a dire: “non stupitevene…” illustrando che con il rischio della libertà in esseri finiti ci sarà bisogno di emendare e purificare la scelta umana.La parola castigo deriva infatti da “castum agere” che significa purificare, rendere puro per vedere Dio, la verità che libera dalla schiavitù dell’ignoranza e rende capaci di amare, di fraternità. Quindi di essere felici. Non è colpa di Dio se poi nella parlata comune il termine “castigo” ha assunto il significato di punizione. Così come non è colpa di Dio se la parola vendetta ha assunto il significato di ritorsione rancorosa, in luogo di quello originario di ripristino della giustizia. Non è fuori luogo ricordare che dal peccato originale discendono conseguenze negative per la creazione e le creature, dato che Dio ha creato tutto per bontà e da Lui, che è Amore viene solo il bene.Il peccato è il prodotto della ribellione alla volontà di amore, al progetto di Dio iniziata da un angelo ribelle che ha insidiato i progenitori e, pur vinto da Cristo, insidia continuamente chi non si affida   a Lui, icona della bontà di Dio, sempre misericordioso, paterno e provvidente,   Le conseguenze delle ribellione di chi assolutizza la libertà individuale senza verità sono entrate e entrano nella creazione, nella storia. La Rivelazione offre il perché di quello che la scienza descrive. E il Signore con il Vangelo di oggi ci mette in guardia da ricorrenti messianismi, che di volta in volta annunciano come imminente la fine del mondo di fronte a catastrofi. In realtà, la storia deve fare il suo corso, che comporta anche drammi umani e calamità naturali. Con la fede e la ragione siamo consapevoli che la Terra, nel suo insieme, presenta equilibri e situazioni geodinamiche eterogene, fluide e in continua trasformazione come i terremoti, peraltro inserite in dinamismi più ampi e complessi. La fede non è in contrasto con la scienza e con le sue acquisizioni descrittive ben lungi dall’essere mai definitive. Così come nessun credente può ritenere che Dio distrugga intere città e ammazzi centinaia o migliaia di persone perché hanno peccato. Resta vero tuttavia che la creazione è ferita, soffre le doglie del parto quanto la natura umana a causa del peccato originale e di ogni peccato  e ha in sé la caducità che ne deriva e che la scienza descrive senza poter rispondere al perché rivelato dalla fede. Secondo la nostra fede, c’è una connessione tra il peccato originale e la caducità, le doglie,  la morte entrati nella Creazione. La preghiera acconsente a Dio di poter intervenire storicamente nel rispetto della nostra libertà per allontanare e vincere negatività, comprese le calamità, i terremoti, le guerre, le malattie, nonché quanto il peccato ostinato, culture immorali possano invece fomentare come conseguenze. Non c’è amore senza la disponibilità alla sofferenza. E qui nella celebrazione eucaristica che rende sacramentalmente attuale il sacrificio innocente della croce ci ricorda che non è credibile la proposta di un cristianesimo “solo misericordia senza giustizia” e “sola gioia, amore senza dolore”, “sola fede, senza opere, responsabilità”: il segno della croce implica infatti una giustizia fatta anche di dolore. La guarigione/riparazione, inevitabile, la vita non è una gita festosa… 

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