sabato 5 novembre 2016

Domenica XXXII C

L’anno liturgico che volge al termine ci parla della certezza di Gesù della risurrezione, anzi ne è la primizia per tutti noi, come l’Assunta
Dopo la fine di questa vita nel tempo e nello spazio giungeremo al compimento della vita veramente vita ricevuta fin dal Battesimo con la risurrezione del nostro corpo.
La prima lettura ci mostra come alcuni martiri, durante una persecuzione contro gli ebrei, hanno avuto una grande fede nella risurrezione. E il Vangelo ci parla dei sadducei che
presentano a Gesù un caso complicato, per mettere in dubbio la risurrezione, l’al di là del corpo; ma Gesù, con una risposta chiara e precisa, dimostra che essi hanno torto nel dubitare di essa. La seconda lettura non ha una relazione diretta con la risurrezione, ma rivela implicitamente un rapporto del vissuto cristiano con essa perché è come un’esplosione di luce, un’esplosione dell’amore che scioglie le catene del peccato e della morte. Essa ha inaugurato una nuova dimensione della vita e della realtà, dalla quale emerge un mondo nuovo, che penetra continuamente nel nostro mondo, lo trasforma e lo attira a sé.
Gli ebrei, prima dell’incarnazione di Gesù, non avevano ancora scoperto la fede nella risurrezione. Come tanti altri popoli – ad esempio, i greci che avevano sviluppato molto la ragione esaltando l’anima ma non il corpo – pensavano che gli uomini dopo la morte continuassero ad avere un’esistenza negli inferi (che gli ebrei chiamavano sheol), ma un’esistenza miserevole, un’esistenza da larve, non degna della natura umana, e ancor meno di Dio. La morte appariva loro come una rottura irreparabile. Tuttavia alcuni erano stati profeticamente ispirati che l’intimità con Dio durante la vita non potesse essere persa in modo definitivo. In alcuni salmi, viene espressa la speranza di una vita che continua con Dio. Il salmista afferma: “Non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, né lascerai che il tuo santo veda la corruzione” (Salmo 16,10). Invece dell’idea di andare nello Sheol, egli ha la speranza di essere preso con sé da Signore. Alcuni episodi straordinari, come l’ascensione di Elia anche con il suo corpo – il profeta non era morto, ma era stato rapito in cielo da Dio in modo miracoloso -, confortavano questa speranza di avere una vita veramente vita, in anima e copro con Dio, una vita piena, non una vita da larve o della sola anima.
Così nasceva la speranza della risurrezione. Gli ebrei erano sempre più convinti che, per avere una vita piena presso Dio, anche il loro corpo dovesse risuscitare. Nella persecuzione scatenata dal re Antioco nel secondo secolo a. C. volendo imporre la mentalità greca di disprezzo del corpo, il secondo dei sette fratelli dei Maccabei, come abbiamo ascoltato dalla Parola di Dio della prima lettura: “Tu, o scellerato, ci elimini dalla vita presente, ma il re dell’universo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a via nuova ed eterna”. E il salmo con cui spesso preghiamo: “Non abbandonerai la mia vita nel sepolcro (….). Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena nella tua presenza” (Sal 16,10-11).
Gesù ha confermato questa certezza della risurrezione, anzi ha annunciato la proprio risurrezione, primizia di tutti noi.
Al tempo di Gesù i farisei erano convinti della risurrezione, i sadducei, mondanizzati, secolarizzati dalla cultura greca, ne negavano la possibilità e pensavano di aver trovato un ragionamento valido contro la risurrezione. Ma Gesù dà una risposta al tempo stesso luminosa e decisiva. La risurrezione non è affatto un semplice ritorno alla nostra vita terrena come per Lazzaro; è invece la più grande “mutazione” mai accaduta, il “salto” decisivo verso una dimensione verginale di vita anche tra uomo-donna profondamente nuova, l’ingresso in un ordine decisamente diverso, che riguarda anzitutto Gesù di Nazareth, ma con Lui anche noi, tutta la famiglia umana, la storia e l’intero universo. Ogni elemento di questa esistenza terrena è un dono, ma guai ritenerlo tutto, un idolo e non un anticipo del compimento futuro oltre la morte. San Francesco alla luce dell’Apocalisse completa il cantico delle creature: laudato sì mi Signore per nostra sorella morte dalla quale nullo omo po’ scappare…e nell’attesa della vita veramente vita oltre la morte è tanto il bene che mi aspetto che ogni pena mi diventa diletto. Pio XII proclamando il dogma dell’Assunta: segno di consolazione e di sicura speranza che ci dà la possibilità, nonostante tutti i limiti di contemplare l’incanto delle creature come caparra del mondo futuro, della vita veramente vita, come, nel cuore, ogni essere umano desidera.

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