mercoledì 14 settembre 2016

I Sacramenti, primo esorcismo

L’indispensabile opera di esorcismo e la preghiera di liberazione, in quanto sacramentali, si incardinano necessariamente nei Sacramenti
S. Em. Card. Mauro Piacenza,
Penitenziere Maggiore.

Dal XI Corso di base sull’Esorcismo a cura del GRIS Nazionale in collaborazione con l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum in Roma e l’Associazione Internazionale Esorcisti. 4 aprile 2016.
È per me motivo di profonda gioia rivedervi e condividere insieme un ulteriore tratto di cammino, in questo Anno Giubilare Straordinario della Misericordia, mentre ci troviamo
ancora illuminati dalla Luce vivificante e vittoriosa di Cristo Risorto. Collocare questo nostro Convegno all’interno del Giubileo Straordinario significa contemplare l’opera della Redenzione sotto lo specifico profilo della liberazione. Se la misericordia è categoria fondamentale per conoscere l’identità di Dio come Amore rivolto alle Sue creature, non possiamo non guardare al carattere prismatico e poliedrico di questa categoria; di tale “prisma”, poi, riflesso significativo, anzi direi essenziale, è la liberazione. 
L’indispensabile opera di esorcismo e la preghiera di liberazione, in quanto sacramentali, si incardinano necessariamente nei Sacramenti, che costituiscono la fonte storica e tangibile di ogni misericordia e la possibilità stessa di farne esperienza esistenzialmente significativa. 
1. RIVELAZIONE, REDENZIONE E RICAPITOLAZIONE. 
I tre movimenti, che ci permettono di guardare in modo sintetico all’intera esistenza di Cristo Signore, sono, come esplicitamente indicato dal Catechismo della Chiesa Cattolica: la Rivelazione, la Redenzione e la Ricapitolazione (cf. CCC, nn. 516-518). 
Nel primo, la Rivelazione, il Figlio Unigenito del Padre ci rivela, come ad amici (cf. Dei Verbum, n. 2), il Volto e l’Identità del Dio Trinitario ed il “desiderio efficace” di rendere l’uomo, Sua creatura, partecipe della Vita divina. La Rivelazione stessa, ben lo sappiamo, ha una “struttura sacramentale”, nel senso che è fatta non solo di parole, ma di “gestis verbisque” (di parole e di gesti) ed ha il suo vertice nel gesto supremo del Logos di assumere, per sempre, un’integra natura umana. 
Da tale scelta, libera e sovrana, scaturisce la possibilità stessa della Redenzione, che ha, nel Mysterium Crucis et Resurrectionis, il proprio vertice. Dalla Croce di Cristo, dal Suo Costato squarciato, scaturisce tutto il bene della Chiesa; anzi, scaturisce la Chiesa stessa e, in essa, l’inestimabile grazia dei Sacramenti. Come dal costato di Adamo dormiente fu tratta Eva, così dal Costato di Cristo morente scaturì la Nuova Eva, il Nuovo Popolo di Dio, lavato nel Sangue dell’Agnello e, perciò, santificato, reso partecipe dell’unica santità di Dio. 
Nel rapporto Adamo-Eva/Nuovo e Adamo-Chiesa, possiamo intravedere le nozze dell’Agnello di cui parla l’Apocalisse, che ci introducono, così, nel mistero della Ricapitolazione, compimento escatologico del terreno instaurare omnia in Christo. L’opera della Chiesa è, da sempre, protesa all’annuncio integrale della salvezza, alla santificazione delle anime per via sacramentale ed alla traduzione storica di tali realtà nel concreto instaurarsi del Regno di Dio sulla terra. Se esso non vede ancora quel compimento, che è stato promesso alla fine della storia, tuttavia vive nel presente, nel “già” dell’Opera salvifica di Cristo. Per tali ragioni, la Ricapitolazione costituisce l’orizzonte finale dei Sacramenti, i quali, necessari nel tempo e istituiti in maniera diretta o indiretta da Cristo, resi efficaci dal Suo Sacrificio redentore, vedono il loro culmine nella Ricapitolazione finale dove cesserà la loro necessità. 
In questo tempo, fino alla fine della storia, abbiamo di fronte la battaglia. È una battaglia che combattiamo fieramente, perché, per grazia, ne conosciamo in anticipo l’esito. Ciò non di meno, è una battaglia cruenta, che non risparmia vittime, per la quale è necessario versare quotidianamente lacrime, sudore e sangue. 
Rivelazione, Redenzione e Ricapitolazione sono la Memoria, la Presenza e l’Attesa del Mistero di Cristo Signore. Come il mistero cristiano si nutre, inseparabilmente, di questi tre “tempi teologici” coesistenti, pur se guardati in modo distinto, così Rivelazione, Redenzione e Ricapitolazione si attuano sinfonicamente, in modo unitario, richiamandosi l’un l’altro ed essendo in permanente “pericoresi” di significato e di efficacia. 
Come la memoria di Cristo diviene Memoriale e si attua sacramentalmente nella Sua Presenza Reale, così il mistero della Rivelazione si attua in quello della Redenzione, che, proprio nel suo agire salvifico, “invera” la Rivelazione stessa. Allo stesso modo, come la Presenza si dilata continuamente verso l’orizzonte dell’attesa, così il mistero della Redenzione è proteso verso il compimento della Ricapitolazione, del quale rappresenta reale anticipo, reale pegno e verso il quale continuamente e realmente sospinge. Come la Presenza si nutre di memoria, si apre all’attesa ed è categoria sintetica, tra la prima e la seconda, tipicamente cattolica, così il mistero della Redenzione, si nutre della Rivelazione, si apre alla Ricapitolazione ed è, anch’esso, tipicamente cattolico. 
Nel concreto vissuto storico ecclesiale, dove si attua principalmente tale mistero? Nella celebrazione dei Sacramenti, che sono il prolungarsi nel tempo, attraverso gesti e parole, materia e forma, dell’agire salvifico di Cristo. Come Nostro Signore passò guarendo e salvando molti, così la Chiesa, Suo Mistico Corpo, ne perpetua l’opera, continuando a camminare nel mondo, tra gli uomini, sanando e guarendo molti. 
2. L’EFFICACIA ESORCISTICA DEI SACRAMENTI. 
È fuori dubbio che si sia vissuta, negli scorsi decenni, una drammatica relativizzazione dei Sacramenti, dipendente dalla perdita del senso del sacro e dell’orizzonte soprannaturale della vita. Ricordava a tal proposito il Sommo Pontefice Emerito Benedetto XVI: «Negli ultimi decenni, vi sono state tendenze orientate a far prevalere, nell’identità e nella missione del sacerdote, la dimensione dell’annuncio, staccandola da quella della santificazione; spesso si è affermato che sarebbe necessario superare una pastorale meramente sacramentale. Ma è possibile esercitare autenticamente il ministero sacerdotale “superando” la pastorale sacramentale? Che cosa significa propriamente per i sacerdoti evangelizzare, in che cosa consiste il cosiddetto primato dell’annuncio?» (Benedetto XVI, Udienza generale, 5 maggio 2010). 
Risponde il Sommo Pontefice Emerito a questa provocatoria domanda: «È necessario riflettere se, in taluni casi, l’aver sottovalutato l’esercizio fedele del munus sanctificandi, non abbia forse rappresentato un indebolimento della stessa fede nell’efficacia salvifica dei Sacramenti e, in definitiva, nell’operare attuale di Cristo e del suo Spirito, attraverso la Chiesa, nel mondo». 
I Sacramenti sono allora «l’opera attuale di Cristo, del Suo Spirito, attraverso la Chiesa, nel mondo». Ciascuno di essi, nel numero settenario fissato dal Concilio di Trento, ha un’intrinseca dimensione redentiva, esorcistica e di liberazione. 
Come ho inteso indicare nel titolo di questa conversazione, i Sacramenti rappresentano il primo vero esorcismo sull’uomo e, dalla loro efficacia, prende forza e vigore ogni sacramentale e, perciò, anche gli esorcismi e le preghiere di liberazione. 
Chi è il protagonista dei Sacramenti? Chi celebra i Sacramenti? 
Protagonista della Liturgia è Cristo, Unico, Sommo ed Eterno Sacerdote, Re vittorioso sulla morte, che ha reso universalmente e permanentemente efficace il proprio Sacrificio cruento. Egli, che riassume in Sè, integrandole, le categorie di Sacrificio, Vittima e Altare, è, fino alla consumazione della storia, il vero Protagonista della Liturgia e di ogni celebrazione sacramentale. I Sacramenti sono celebrati da Cristo stesso nella Liturgia, che è, perciò, azione di Dio e degli uomini, azione di Dio in favore degli uomini, ripresentazione attuale del Mysterium Redemptionis, dal quale scaturisce l’autentica liberazione dell’uomo e la possibilità della definitiva comunione con Dio. Ciascuno dei sette Sacramenti può essere guardato nel suo “effetto esorcistico”, anche se, per alcuni di essi, ciò emerge in modo particolarmente evidente. 
Che cosa è il Battesimo, se non il grande, il primo (primordiale) esorcismo sul peccato delle origini, che tiene legato l’uomo al mysterium iniquitatis? Non ha forse un profondo valore esorcistico la liberazione dalle catene del peccato delle origini? Il rito stesso, del resto, include, la preghiera di esorcismo, che precede il Sacramento ed è da esso realizzata. Il Battesimo, poi, è compiuto, quasi completato, dalla Confermazione, nella quale il dono dello Spirito Santo rappresenta la vittoria contro lo spirito del male e, quasi ex officio, abilita il Cristiano alla testimonianza. 
Che cos’è, poi, il Matrimonio, se non anche un esorcismo sulla sessualità umana, legata al dramma della concupiscenza e dei sensi, che troppo spesso rendono l’uomo e la donna ripiegati egoisticamente su se stessi e non spalancati al mistero dell’altro, nel valore unitivo, e della vita, nel valore fecondo? Nel Matrimonio, l’unità esorcizza ogni divisione, esorcizza il divisore, il “dia-ballo”, che, non a caso, ha particolarmente in odio gli sposi che si amano. 
Ancora, l’Unzione degli infermi, che sostiene il fedele nel tempo della malattia e della prova, rendendolo partecipe della stessa Passione salvifica di Cristo, esorcizza, nel contempo, il mistero del male, nella sua dimensione fisica e morale; libera l’uomo dal dramma del non-senso, esorcizzando i demoni della disperazione e della solitudine. 
Appare palese, in questo contesto, come il sacramento della Riconciliazione rappresenti, anzi costituisca in modo precipuo, un esorcismo, che libera l’uomo dalla schiavitù del peccato e dalle catene del male, alle quali egli stesso si è offerto, auto-incatenandosi, con i propri concreti atti storici. Se quella delle origini è una colpa contratta, ma non commessa, i peccati attuali costituiscono una volontaria apertura della porta del cuore, della mente e del corpo, all’ingresso del male e del maligno. Essi portano con sé, dunque, una responsabilità personale e la loro sottomissione al potere delle chiavi dei Cieli (che Gesù a dato a Pietro), con la conseguente assoluzione sacramentale, rappresenta un vero e proprio esorcismo, il supremo atto di liberazione dell’uomo, di liberazione non solo invocata, ma oggettivamente realizzata. 
Come voi ben sapete dall’esperienza del ministero di esorcisti, la stessa stola viola, indossata dal sacerdote, rappresenta un’arma efficacissima durante la preghiera, in quanto, da un lato, è segno visibile della potestà sacra - in modo particolare, del potere delle chiavi sul peccato - e, dall’altro, è testimone privilegiato di quella sconfitta del demonio, che avviene in ogni confessione sacramentale. 
Eucaristia ed Ordine sacro, infine, nella loro coessenzialità e reciprocità, sono, per eccellenza, i sacramenti del perpetuarsi di Cristo nel tempo, del perpetuarsi del Suo Sacrificio redentivo, unico realmente capace di liberare l’uomo. Nell’Eucaristia che è celebrata dal Sacerdote, si realizza la Presenza, vera, reale e sostanziale, del nostro Redentore, nel Suo vero Corpo, nel Suo vero Sangue, nella Sua vera Anima, nella Sua Divinità; ed Egli continua, così, a sconfiggere il potere del maligno, con la Sua stessa Presenza, con la Sua stessa Persona che vince colui che è “non-persona”. Nel ministero ordinato, poi, soprattutto, il sacerdote è permanentemente costituito come lo strumento efficace, nella persona del quale il Redentore scegli di operare. L’agire in Persona Christi Capitis, prolungando nel tempo le medesime azioni di Cristo, che annunciava il Regno, guariva i malati e scacciava i demoni, è esso stesso uno stabile e costante esorcismo, nel mondo e sul mondo. Non è un caso che il diavolo abbia in particolare odio le Vocazioni sacerdotali, coloro che sostengono le Vocazioni, la confessione e la direzione spirituale, ambiti in cui l’anima, opportunamente formata, può aprirsi all’intuizione della Volontà di Dio. Quanto odio schiuma il diavolo contro coloro che pregano per le Vocazioni, le sostengono, le fanno crescere, le accompagnano all’Altare, si offrono per la loro fedeltà e perseveranza e si adoperano per sollevarle da eventuali cadute! E quanto si adopera il diavolo per far sì che, con diversi pretesti argomentativi, si ponga in ombra il discorso sulle vocazioni e piuttosto si insinuino elementi di discussione su aspetti che possano orizzontalizzare e mondanizzare la figura stessa del sacerdote. Il tutto con una furbizia evidentemente diabolica. 
3. REALISMO DEL SACRAMENTO E REALISMO DELLA SALVEZZA. 
Possiamo ben vedere dunque come l’intero Settenario sacramentale rappresenti e realmente costituisca un permanente esorcismo sul mondo e sulla storia, propriamente perché in esso si prolunga l’agire salvifico di Cristo, nella Sua triplice dimensione di Rivelatore, Redentore e Ricapitolatore. Se è doveroso distinguere - ed è esattamente questo Convegno il luogo in cui farlo - i Sacramenti dai sacramentali e, dunque, i Sacramenti dagli esorcismi, è altrettanto evidente come, a livello dogmatico, l’efficacia dei secondi dipenda dai primi e, a livello pastorale, l’importanza dei primi - e la loro doverosa riscoperta - influenzi i secondi. Anche in questo ambito, come Chiesa e come sacerdoti, siamo chiamati ad andare contro corrente. Siamo chiamati a non assecondare le mode passeggere, che vorrebbero ridurre la fede e vaghi intellettualismi o sentimentalismi, ma dobbiamo affermare la storicità, la fattualità e la “carnalità” della salvezza portata da Cristo, la sola che sia capace di raggiungere l’uomo e di toccarlo in ogni periferia della sua esistenza. 
Una certa intellettualizzazione della fede, diffusasi negli scorsi decenni e talvolta ancora presente in tanta pastorale ordinaria, non ha, in alcun caso, accompagnato realmente l’uomo del nostro tempo, anzi lo ha spesso abbandonato alle sue paure, alle sue incertezze e a “mediatori improvvisati”, che non di rado, forse senza rendersene nemmeno conto, sono a servizio del maligno e legano, invece che sciogliere, schiavizzano, invece che liberare. Una generosa, intelligente ed attenta pastorale sacramentale è capace, invece, di tenere insieme la triplice dimensione della Memoria, della Presenza e dell’Attesa, della Rivelazione, della Redenzione e della Ricapitolazione, facendo fare a ciascun fedele reale esperienza di liberazione, che diviene, nello stesso momento, esperienza di appartenenza e di partecipazione all’unico Corpo Mistico ecclesiale. 
Il Sacramento celebrato raggiunge l’uomo nella sua concreta esistenza, nelle fasi cronologiche della sua vita e nelle differenti situazioni esistenziali, che la caratterizzano. Esso è, perciò, straordinariamente includente, capace di preservare la dimensione storica delle fede, la sua “materialità”, nella quale si prolunga il Mistero dell’Incarnazione, ed il suo valore permanentemente pedagogico. Il Sacramento, infatti, educa continuamente alla lotta: soprattutto i Sacramenti reiterabili, quelli che non imprimono il carattere e che si possono celebrare molte volte nella vita, significano ed indicano, in maniera piena, la dimensione “agonistica” - di agone - della lotta contro il male. Se, non di rado, anche persone che vivono una ordinata vita sacramentale, possono essere vessate, persino possedute dal maligno, è fuori dubbio che una persona, una comunità, e perfino una società fasciate dalla grazia sacramentale rappresentano uno spazio, nel quale il maligno può penetrare meno facilmente e nel quale la sua azione è limitata dalla potenza della grazia e dalla corrispondenza della libertà alla grazia. 
Appare allora indispensabile, date queste premesse, il recupero del significato della celebrazione dei Sacramenti come attuazione reale e piena, nell’ordine temporale, dell’agire redentore di Cristo. Tutti, ma soprattutto noi sacerdoti, dobbiamo comprendere che non celebrare i Sacramenti significa impedire a Cristo di agire e, poiché siamo stati costituiti essenzialmente per questo, ne dovremo rendere conto a Dio! Non siamo esclusivamente annunciatori della parola, di una parola, cioè, intellettualisticamente intesa; la nostra salvezza non risiede in un messaggio, pur nobile, ma senza carne. Siamo, al contrario, partecipi dell’Unico Sacerdozio Redentivo di Cristo e tale partecipazione fa di noi i primi esorcisti della realtà e su tale partecipazione si fonda anche il ministero istituito dell’esorcista. 
In questo Anno della Misericordia, che potremmo integralmente interpretare come esorcismo, poiché ogni Giubileo è un grande esorcismo per tutta la Chiesa e per il mondo, appare come particolarmente urgente la riscoperta del Sacramento della Riconciliazione, via ordinaria della misericordia di Dio. Il nostro Dio, ricco di Misericordia, libero di offrire il Suo Amore ad ogni uomo, ha scelto di legare la certezza del perdono e della liberazione al Sacramento della Riconciliazione. Come ha ricordato Papa Francesco, il 4 marzo scorso, ai sacerdoti radunati in occasione del Corso sul Foro interno: «C’è […] la “via certa” della misericordia, percorrendo la quale si passa dalla possibilità alla realtà, dalla speranza alla certezza. Questa via è Gesù, il quale ha «il potere sulla terra di perdonare i peccati» (Lc 5,24) e ha trasmesso questa missione alla Chiesa (cfr Gv 20,21-23). Il Sacramento della Riconciliazione è dunque il luogo privilegiato per fare esperienza della misericordia di Dio e celebrare la festa dell’incontro con il Padre». 
Il Santo Padre Francesco ci mostra come il realismo del Sacramento porti con sé il realismo della salvezza e rappresenti, dopo il Battesimo, l’atto più efficace della liberazione dell’uomo dal male e dal maligno. Precisamente in questo senso, il sacramento della Riconciliazione ha un valore di esorcismo e di liberazione e domanda, a noi confessori, di esercitare con somma prudenza il duplice ministero di giudici e di medici: di giudici, nel prudente discernimento delle situazioni e nella sensibilità a riconoscere eventuali vessazioni, che possono essere il preludio di ben più gravi situazioni dei fedeli; di medici, capaci di tendere la mano ai penitenti, di offrire l’unica medicina capace davvero di guarire, la divina misericordia. 
Celebrando i Sacramenti, non solo celebriamo un permanente esorcismo sui fedeli e sul mondo, ma realizziamo la Chiesa, realizziamo e generiamo quel nuovo Popolo di Dio che, da duemila anni, cammina nel tempo, innalzando il vessillo di Cristo. Questa Chiesa, che si nutre e nutre dei sacramenti, questa Chiesa che è continuamente fatta giovane, rinnovata, dalla Grazia, che, attraverso i sacramenti che essa stessa celebra, le viene da Cristo, ha nella Beata Vergine Maria la sua Immagine perfetta. 
La Beata Vergine Maria è Icona perfetta della Chiesa ed è, nel contempo, Colei che schiaccia la testa del serpente, Colei il cui Cuore Immacolato trionferà. Imitandola, la Chiesa non può che fare altrettanto, non può che schiacciare, con la forza che viene dallo Spirito e con l’efficacia sacramentale, ancora e sempre, la testa del serpente maledetto, fino all’ultimo giorno, quando la vittoria definitiva trasformerà la Rivelazione e la Redenzione in Ricapitolazione, e tutti saremo Uno in Cristo e la morte non avrà più potere.

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