sabato 10 settembre 2016

Benedetto XVI a tutto campo

“La fede delle comunità salverà il cristianesimo” (Benedetto XVI)
Da Obama a Putin, passando per il futuro del cristianesimo, il rapporto con il predecessore Giovanni Paolo II e il Concilio Vaticano II. E' un Benedetto XVI a tutto campo quello che si è "confessato" nel libro intervista "Ultime conversazioni" con Peter Seewald uscito ieri per il Corrieree i Tipi di Garzani. Ecco uno zibaldone di pensieri di un autentico protagonista della vita ecclesiale e non solo degli ultimi 50 anni. 
IL FUTURO DEL CRISTIANESIMO
E' palese che i nostri principi non coincidono con quelli della cultura moderna, che la struttura fondamentale cristiana non è più determinante. Oggi prevale una cultura positivistica e
agnostica che si mostra sempre più intollerante verso il cristianesimo. La società occidentale, quindi, in ogni caso in Europa, non sarà una società cristiana e, a maggior ragione, i credenti dovranno sforzarsi di continuare a plasmare e sostenere la coscienza dei valori e della vita. Sarà importante una testimonianza di fede più decisa delle singole comunità e Chiese locali. Avranno una maggiore responsabilità.
IL CONCILIO VATICANO II
Direi di sì [facevo parte dello schieramento progressita, ndr]. All'epoca essere progressisti non significava ancora rompere con la fede, ma imparare a comprenderla meglio e viverla nel modo più giusto, muovendo dalle origini. Allora credevo ancora che tutti noi volessimo questo. Anche progressisti famosi come Lubac, Danielou e altri avevano un'idea simile. Il mutamento di tono si percepì già il secondo anno del Concilio e si è poi delineato con chiarezza nel corso degli anni successivi.
I TEOLOGI CHE STIMAVO DI PIU'
Direi Lubac e Balthasar
IL POST-CONCILIO
[In una lezione del 1967 a Tubinga il prof. Ratzinger ammonisce che la fede cristiana è ormai circondata “dalla nebbia dell'incertezza come mai prima nella storia”]. La volontà dei vescovi era quella di rinnovare la fede, di renderla più profonda. Tuttavia fecero sentire sempre più la loro influenza anche altre forze, specialmente la stampa che diede una interpretazione del tutto nuova a molte questioni. (…) La liturgia cominciò a sgretolarsi scivolando nella discrezionalità e fu ben presto chiaro che qui le intenzioni positive venivano spinte in un'altra direzione. Dal 1965, quindi, sentii che era mio compito mettere in chiaro che cosa davvero volevamo e cosa non volevamo.
HUMANAE VITAE
Nella mia situazione, nel contesto del pensiero teologico di allora, l'Humanae vitae era un testo difficile. Era chiaro che ciò che diceva era valido nella sostanza, ma il modo in cui veniva argomentato per noi allora, anche per me, non era soddisfacente. Io cercavo un approccio antropologico più ampio. E, in effetti, papa Giovanni Paolo II ha poi integrato il taglio giusnaturalistico dell'enciclica con una visione personalista.
LA FIRMA PER L'ABOLIZIONE DEL CELIBATO
Il documento fu elaborato da Rahner e Lehmann e discusso in seno alla Commissione dottrinale della Conferenza episcopale tedesca di cui eravamo membri. Era così tortuoso come sono appunto i testi di Rahner, che da un lato rappresentava una difesa del celibato, dall'altro cercava di lasciare aperto il problema per un ulteriore riflessione. Io firmai più per amicizia verso gli altri. Non fu naturalmente una decisione felice, ma direi che non si trattava di una richiesta di abolire il celibato. Era un tipico testo alla Rahner, formulato attraverso un intrico di frasi affermative e negative che si poteva interpretare sia in un senso sia nell'altro.
L'OSTPOLITIK
Ne parlavamo [con Giovanni Paolo II, ndr]. Era chiaro che la politica [del cardinale, ndr] Casaroli, per quanto attuata con le migliori intenzioni, era fallita. La nuova linea perseguita da Giovanni Paolo II era frutto della sua esperienza personale, del contatto con quei poteri. Naturalmente allora non si poteva sperare che quel regime crollasse presto, ma era evidente che, invece, di essere concilianti e accettare compromessi, bisognava opporsi con forza. Questa era la visione di fondo di Giovanni Paolo II, che io condividevo.
LA POLITICA
Non ho mai cercato di fare politica, ma la politica e la filosofia che c'è dietro mi hanno sempre interessato molto. La politica vive di filosofia. Non può essere semplicemente pragmatica fermarsi al “facciamo qualcosa”. Deve avere un'idea della totalità. Questo aspetto mi ha sempre toccato.
GIOVANNI PAOLO II
Quando si concelebrava insieme con lui, si percepiva la sua intima vicinanza al Signore, la profondità della fede in cui si immergeva in quel momento e si scorgeva l'uomo credente, orante e anche segnato dallo Spirito.
IL CATECHISMO DEL 1992
[L'idea del catechismo fu] non solo mia, ma anche mia. Sempre più persone si domandavano: la Chiesa ha ancora una dottrina comune? Non si sapeva più che cosa credesse veramente. Anzi, c'erano persone molto valide che sostenevano che un catechismo non si potesse più fare. (…) Io obiettai: "O abbiamo ancora qualcosa da dire, e allora bisogna poterlo illustrare, o non abbiamo più niente da dire". Così sono diventato un pioniere di quell'idea, nella convinzione che noi oggi dobbiamo essere in grado di dire quello che crede e insegna la Chiesa.
LA VIA CRUCIS DEL 2005
[Quando parlò di sporcizia presente nella Chiesa si riferiva ai casi di abuso?] C'erano anche quelli, ma ho pensato a tante cose. Un cardinale della Congregazione per la dottrina della fede viene a conoscenza di così tanti particolari, perchè tutti gli scandali arrivano lì, che bisogna possedere una grande forza d'animo per sopportare. Che nella Chiesa ci sia della sporcizia è cosa nota, ma quello che deve digerire il capo della Congregazione per la dottrina della fede va molto oltre e pertanto volevo semplicemente pregare il Signore che ci aiutasse.
PAPA
[Dopo l'elezione nel conclave del 2005] pensavo: adesso ho bisogno ancora di più del Suo aiuto. Si sa, non sono fatto per questo. Ma se Lui ha voluto affidarmi questo fardello deve anche aiutarmi a portarlo.
LA NUOVA EVANGELIZZAZIONE
La Parola del Vangelo può naturalmente scomparire dai continenti. Vediamo già come quelli che fecero da culla del cristianesimo, l'Asia minore e il Nordafrica, non siano più cristiani. Può anche scomparire in territori dove prima era importante. Ma non si può rinunciare a diffonderla, non può diventare insignificante.
LA RIABILITAZIONE DELLA MESSA TRIDENTINA
[Ci sono resistenze in seno alla stessa chiesa], perchè da un lato c'è la paura della, diciamo, restaurazione, e dall'altro gente che fraintende la riforma [liturgica, nda]. Adesso non c'è un'altra messa. Sono due diverse forme dell'unico e medesimo rito. (…) Una comunità non può proibire quello che prima era ritenuta la cosa più importante. L'identità interna dell'altro deve rimanere visibile. Per questo non si è trattato di tatticismi o di chissà cosa da parte mia, bensì di una riconciliazione della Chiesa con sé stessa.
OBAMA
E' un grande politico, naturalmente, che sa come si ottiene il successo. Ha determinate idee che non possiamo condividere. Con me, tuttavia, si è comportato come un tattico ed è anche una persona riflessiva.
PUTIN
E' un realista. Vede che la Russia soffre per la distruzione della morale. Anche come patriota, come persona che vuole riportarla al ruolo di grande potenza, capisce che la distruzione del cristianesimo minaccia di distruggerla. Si rende conto che l'uomo ha bisogno di Dio e ne è di certo intimamente toccato.
GIORGIO NAPOLITANO
La nostra è un'autentica amicizia. Ero molto amico anche di Francesco Cossiga e Carlo Azeglio Ciampi. Napolitano è un uomo per il quale contano il diritto, la giustizia e il bene, non il successo del partito.
(a cura di Lorenzo Bertocchi)

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