lunedì 1 agosto 2016

Il rischio dell'indifferentismo religioso

Attuale l’insegnamento del Concilio Vaticano II che non propone preghiera in comune ma “esorta tutti (…) a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e a promuovere insieme, per tutti gli uomini, la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà” (Nostra Aetate, 3)

Giorgio Carbone in La nuova Bussola Quotidiana 1 agosto 2016

Il Consiglio francese per il culto musulmano, organismo che rappresenta in modo ufficiale le circa 2.500 moschee presenti in Francia, ha invitato i musulmani a recarsi ieri, domenica, in una chiesa cattolica, nell’ora della celebrazione
della Messa, come segno di solidarietà dopo la profanazione e l’omicidio efferato di Rouen. Appello prontamente replicato in Italia dove dal Nord al Sud ieri migliaia di musulmani hanno ufficialmente partecipato alle messe domenicali.

L'appello francese è lodevole per la volontà di solidarietà che lo anima, per il senso di comunione umana e di dialogo interreligioso che lo ispira. Certamente è un segno grande. Ma è soprattutto un botto mediatico, che rischia di esser così fragoroso da farci smarrire il buon senso e alcuni aspetti della nostra fede. Tentiamo di guardarlo in modo spregiudicato e irriverente. L’appello del Consiglio francese per il culto musulmano suona un po’ così: mi invito a casa tua nell’ora più importante della tua settimana, mi invito con tutta la mia famiglia e non ti dico nulla, tu fai pure quello che hai programmato, sappi che ci sarò anch’io. Premetto che apprezzo lo spirito di solidarietà e di dialogo interreligioso, ma questi gesti di preghiera vanno organizzati meglio e vanno lanciati non in modo unilaterale, ma concordati insieme. Se durante la celebrazione della Messa ci danno fastidio i turisti che entrano in chiesa e che non sanno nulla della Messa, dei musulmani che vengono in chiesa senza sapere cos’è la Messa come possono pregare con noi?

Poi la Messa non è una preghiera qualsiasi, non è propriamente un atto della virtù di religione, non è neanche un momento comunitario di preghiera a cui invitare chiunque. La Messa è primariamente un azione di Gesù Cristo, è un sacramento: Gesù Cristo convoca coloro che sono suoi discepoli e fratelli in ragione del battesimo, li perdona, li istruisce, si offre per loro e li chiama a offrire se stessi con lui e infine entra in comunione con i suoi discepoli. Di fatto un musulmano potrà anche entrare in chiesa durante la Messa, ma tra me e lui ci potrà essere una comunione di preghiera solo se tutti e due siamo in relazione vitale con Gesù Cristo.

L’appello del Consiglio francese per il culto musulmano genera un po’ di confusione e sembra essere frutto dell’indifferentismo religioso, cioè della convinzione che una religione valga l’altra, che una preghiera sia uguale all’altra. Prova poi a immaginare se la Conferenza Episcopale Francese avesse fatto un appello ad andare nelle moschee il venerdì. Quale sarebbe stata la reazione?

In altri termini i momenti di preghiera interreligiosa sono importanti, ma vanno organizzati in modo condiviso, senza precipitazioni nell’emotivismo e senza indulgere a confusioni di alcun genere. Davanti a questi fatti è sempre attuale l’insegnamento del Concilio Ecumenico Vaticano II che «esorta tutti [...] a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e a promuovere insieme, per tutti gli uomini, la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà» (Dichiarazione Nostra Aetate 3).

Il gesto di ieri è stato simbolicamente grandioso, ma rischia di essere sostanzialmente vacuo e inefficace. Per salvarsi da questo rischio dovrà esser il primo passo verso quel dialogo e quella comprensione che richiedono di mettere in gioco l’identità concreta di cristiani e musulmani. Il dialogo suppone che i dialoganti si aprano per quello che sono e così inizino a conoscere l’identità dell’altro. Se il dialogo metodologicamente esclude la manifestazione dell’identità delle parti, non è più dialogo, ma teatro, finzione. Il dialogo richiede che i dialoganti siano se stessi. È quindi lo svelamento delle identità. Tutto ciò concorre a manifestare la nostra identità, siamo di Cristo, siamo suoi discepoli e fratelli, lui è morto e ha vinto la morte con la risurrezione e ci dà permanentemente il suo Spirito per vivere il suo amore incondizionato, che è misericordia fraterna. Questa è la nostra identità. I seguaci di Maometto la ignorano, non conoscono Gesù Cristo come Dio, come primo dei risorti, né l’azione santificante dello Spirito Paraclito, né la misericordia fraterna e incondizionata come apice dei rapporti umani.

Il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani: è un assioma ricorrente nei Padri della Chiesa. Le centinaia di migliaia di cristiani che in tante parti del mondo muoiono a causa della loro fedeltà silenziosa a Gesù Cristo sono uno stimolo a essere noi stessi fedeli a Cristo e quindi alla nostra identità di cristiani. E sicuramente

nel disegno di Dio fanno crescere il numero di coloro che sono toccati dalla sua misericordia, cambiano vita e mentalità e a loro volta donano ai fratelli la misericordia ricevuta da Dio. Un po’ come accadde a Saulo, complice della lapidazione di Stefano, che dopo poco tempo da quell’efferato martirio Dio trasformò nell’Apostolo delle genti.

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