mercoledì 31 agosto 2016

Domenica XXIII C

Per essere liberi e poter amare veramente dobbiamo rapportarci a chi è Tutto, Donatore divino del nostro e altrui essere dono come di tutto il mondo che ci circonda cioè a Gesù Cristo come Figlio di Dio

“Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli e le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo”, non può amare veramente e quindi essere felice anche nelle
tribolazioni, nei limiti di questa vita perfino beato morendo nel Signore. Gesù ci invita ad amarlo “di più” di tutti e di tutto, anche di se stessi per non cadere nel rischio dell’”idolo” anche di elementi buoni che schiavizzano, tolgono la libertà e quindi impediscono di essere liberi cioè amati e di amare veramente come Cristo ci ama. E l’idolo può inficiare di egoismo, di ricerca esagerata della propria soddisfazione anche i sentimenti più belli. Vuol mettere nel nostro cuore affetti veri per il padre, la madre, la moglie, il fidanzato, la fidanzata, i figli, i fratelli, le sorelle, le forti amicizie, le riuscite.
Come mai Gesù si mostra così esigente nel darsi a noi realmente, corporalmente, sostanzialmente nell’incontro eucaristico almeno di ogni domenica, in Lui che ci parla attraverso la sua Parola e agisce nei Sacramenti della Chiesa, nel coglierlo nel volto dei suoi, dei piccoli, con preferenza dei poveri, nel relativizzare ciò che è nello spazio e nel tempo per la vita veramente vita che giunge a compimento fuori dello spazio e del tempo dove è già giunto il Risorto con l’Ascensione rimanendo sacramentalmente sempre con noi? Se si accontentasse di una risposta di amore limitata da parte nostra – di essere trattato da noi come un amico tra gli altri – non potrebbe dare se stesso come Figlio di Dio richiedendo la risposta di tutta la nostra persona rispondendo al suo amore con tutto il cuore, la mente, le forze, aderendo totalmente e in continuità a Lui nella fede, nella speranza e nella carità.
A questa consapevolezza occorre convertirsi continuamente, in tutte le tappe della vita, in tutte le circostanze, in tutte le esperienze, soprattutto constatando le delusioni quando si cade nel rischio di idolatrare persone, realtà temporali, successi mondani, soprattutto questa vita, questo mondo. Fino al momento terminale della vita niente ci definisce né in bene, né in male e il Padre non guarda quante volte cadiamo, ma quante volte delusi, riconciliati nella confessione, ci rialziamo e ritentiamo. Ci chiede di tentare e ritentare con fiducia e speranza, anche non riuscendo, ma con la fede che Cristo porterà a compimento se ci troverà nella tensione morale fino al termine della vita. Ci chiede di non escludere nessuno, anche chi ci esclude, per non essere esclusi nonostante le debolezze per le quali la Croce, il Sacrificio di Cristo, reso attuale sacramentalmente in ogni Messa, opera anche nella purificazione ultraterrena del purgatorio realizzando una comunione anche tra  i vivi e i defunti.
C’è anche la necessità di riflettere, di ragionare prima di ogni scelta come un uomo che vuole costruire una torre: prima deve sedersi e calcolare la spesa e se ha i mezzi per portarla a compimento, come chi si avvia a combattere. Gesù ci dice che chi vuol seguirlo e lasciarsi assimilare a Lui nell’amore, deve essere consapevole di quello che sceglie e perché e come lo sceglie. Che Maria ce lo faccia gustare per ricevere da Lui tutta la forza del suo amore, che trasformerà la nostra vita, infondendo in essa, in tutti i tratti facili e difficili la pace e la gioia, e quindi la vera felicità del Suo Regno cioè del Suo Amore, un anticipo di Paradiso.

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