martedì 9 agosto 2016

Chi è il sacerdote

La nostra identità di fede: siamo di Cristo, siamo suoi discepoli e fratelli, lui è morto e ha vinto la morte con la risurrezione e asceso al cielo nella trinità divina con il suo corpo trasfigurato fuori dello spazio e del tempo si fa continuamente presente nello  spazio e nel tempo sacramentalmente dandoci permanentemente il suo Spirito, che è misericordia fraterna per vivere liberamente il suo amore incondizionato come apice dei rapporti umani privati e pubblici
La risurrezione di Cristo è un fatto avvenuto nella storia, di cui gli Apostoli sono stati testimoni e non certo creatori. Nello stesso tempo essa non è affatto un semplice ritorno alla nostra vita terrena; è invece la più grande “mutazione” mai
accaduta, il “salto” decisivo verso una dimensione di vita profondamente nuova, l’ingresso in un ordine decisamente diverso, che riguarda anzitutto Gesù di Nazareth, ma con lui anche noi, tutta la famiglia umana, la storia e l’intero universo: per questo la risurrezione di Cristo è il centro della predicazione e della testimonianza cristiana, dall’inizio e fino alla fine dei tempi. Si tratta di un grade mistero, certamente, il mistero della nostra salvezza, che trova nella risurrezione del Verbo incarnato il suo compimento e insieme l’anticipazione e il pegno della nostra speranza. Ma la cifra di questo mistero è l’amore e soltanto nella logica dell’amore esso può essere accostato e in qualche modo compreso: Gesù Cristo, il Dio che possiede un volto umano, risorge dai morti perché tutto il suo essere è perfetta e intima unione con Dio, che è l’amore davvero più forte della morte. Egli era una cosa sola con la Vita indistruttibile e pertanto poteva donare la propria vita lasciandosi uccidere, ma non poteva soccombere definitivamente alla morte: in concreto nell’Ultima Cena egli ha anticipato e accettato la propria morte in croce, trasformandola così nel dono di sé, quel dono che dopo l’Ascensione cioè l’entrare del proprio corpo trasfigurato con la risurrezione nella vita trinitaria fuori del tempo e dello spazio, si rende sacramentalmente attuale in ogni tempo e spazio   con il Rito eucaristico della transustanziazione e il sacramento, il dono ontologico, reale, dell’Ordine in chi lo riceve. Morte, Risurrezione, Ascensione sono come un’esplosione di luce,  un’esplosione dell’amore misericordioso che scioglie le catene del peccato e della morte. E’ inaugurata una nuova dimensione della vita e della realtà, dalla quale emerge un mondo nuovo, che penetra continuamente nel nostro mondo, lo trasforma progressivamente e lo attira a sé. Ciò avviene concretamente attraverso la vita e la testimonianza del sacramento universale della Chiesa che costituisce la primizia di questa trasformazione, che è opera di Dio e non nostra. 
Dopo i giorni oscuri della Passione, la sera del giorno di Pasqua, mentre i discepoli, colmi di timore, avevano chiuse le porte del luogo in cui si trovavano, il Signore risorto appare e si ferma in mezzo a loro. Egli si fa riconoscere mostrando le mani e il costato, con le piaghe del Crocefisso trasfigurate. Nei discepoli rinasce la speranza, e la disperazione si tramuta in gioia. Erano come tramortiti, prossimi alla fine. Ora si ridestano comprendendo quello che aveva fatto nell’Ultima Cena con il Rito della transustanziazione del pane e del vino anticipando il suo sacrificio e con il Sacramento dell’Ordine agli apostoli “fate questo in memoria di me” prolungandolo nel tempo e nello spazio e vivono percependo che sarà sempre Lui, Sommo Sacerdote, ad agire attraverso di loro nel Rito eucaristico,  nei Sacramenti, nell’annuncio della Parola, nella guida del suo corpo di Risorto cioè della Chiesa. Lo sguardo e le parole di Gesù – prima della sua ascesa al Padre fuori dello spazio e del tempo con la promessa di rendere presente sacramentalmente nello spazio e nel tempo tutta la sua incarnazione, soprattutto il suo sacrificio di salvezza – li risolleva e li invia in tutto il mondo per annunciare a tutti i popoli quello che Lui ha rivelato loro, battezzando nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. E’ questo il momento in cui il Signore, crocifisso e risorto, rivela agli Undici il fondamento dogmatico del sacerdozio cattolico, manifestandone con quella che verrà chiamata transustanziazione cioè l’attualità sacramentale continua in ogni tempo e spazio del suo sacrificio il senso più profondo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Detto questo soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”” (Gv   20, 21-23). Solo Dio può perdonare cioè ricreare il male fatto in passato con il peccato mortale e veniale, quindi attraverso di loro è a Dio che si confessa il proprio peccato ed è da Dio che attraverso di loro si riceva la riconciliazione, la ricreazione di ciò che il male ha distrutto o rovinato.
  Con queste parole  divinamente umane, rese luminose dal suo sguardo “fedele e misericordioso”, il Signore risorto risolleva il cuore dei discepoli. Egli ora porta a compimento, in loro e in quanti attraverso loro accoglieranno la lieta notizia o Vangelo, quanto è accaduto nella sua Pasqua di crocefissione,  Risurrezione e Ascensione: il passaggio dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita, dalla paura per tutti i mali che sono avvenuti e che solo Dio può togliere, che avvengono e avverranno nella storia, alla speranza del bene sulle cattiverie, al futuro di chi crede alla verità e all’amore con la sola forza della verità e dell’amore, dalla fine  di questa vita a un nuovo inizio di vita veramente vita già presente in ogni amore gratuito fino al compimento oltre la morte, con ogni bene senza più alcun male: paradiso, purgatorio e inferno non iniziano dopo la morte, ma compimento di quello che matura già nel cammino di questa  vita.
L’incontro con lo sguardo e le parole di Gesù apparso risorto compie nei discepoli un ingresso di Lui in loro per vivere in Lui e di Lui con tutti a cominciare dai più bisognosi e con tutto il cosmo, la nuova Alleanza, iniziata nel loro primo incontro con Lui prima di morire e risorgere. Ora tutto compie un salto qualitativo nel loro vissuto in tutte le loro relazioni, il fondamento per superare ogni crisi, scoppiare di gioia in tutte le tribolazioni fino alla beatitudine di morire nel Signore dopo essersi fatti continuamente dono nel proprio e altrui essere dono del Donatore divino cioè nella verità che consapevoli rende liberi. Viene così superata anche la loro crisi nei confronti della sua messianicità cioè nel suo essere Dio con noi con un volto umano e da risorto in ogni volto umano, quella crisi per cui tutti l’avevano abbandonato nelle ore drammatiche, diaboliche, del suo amare fino a lasciarsi crocifiggere rivelando la larghezza dell’amore trinitario cioè non esclude nessuno, la lunghezza cioè nessuna difficoltà lo vince, l’altezza cioè divenire in Cristo figli nel Figlio di Dio che è Padre per opera dello Spirito Santo, la profondità cioè condivide con noi fino in fondo le miserie di ogni uomo per cui nessun male è irrecuperabile. Assimilandosi a Lui ogni persona umana diviene pienamente umana. Memorizzano le tante immagini di quello che è l’incontro con Lui: la vite e i tralci, la comunione coniugale o fraternamente verginale, la mutua inabitazione. Perché un incontro del genere possa accadere continuamente attraverso la presenza sacramentale, Cristo infonde nell’uomo ciò che di più intimo, di più proprio c’è in Lui, il suo stesso Spirito che nella vita trinitaria è l’Amore in persona del Padre con il Figlio. E’ Lui l’Amore in persona, Lo Spirito, che realizza l’incontro dell’uomo con il Dio che possiede un volto umano, che ci ha amati sino alla fine, ogni persona e l’umanità nella sua storia, il cosmo. Viene superata la crisi del loro apostolato per cui tutti si erano dispersi e sbandati, come un gregge senza più pastore. I successi di chi è contro di Lui e gli insuccessi immediati di chi è in Lui sono tutti relativi.
L’abbandono e la dispersione vengono vinte. Intorno alla consapevolezza della presenza eucaristica del Risorto e in ogni volto, a cominciare dai poveri, da chi incontriamo bisognoso cioè “prossimo” a Lui e quindi a noi,  i discepoli si raccolgono di nuovo in unità, uguaglianza, libertà e fraternità. Così si ricompagina la loro fede, e la loro missione, dalla radice storicamente nuova della Pasqua, riceve uno slancio rinnovato.
Nuova linfa vitale ricevono coloro che Gesù, nel corso della sua vita pubblica, ha scelto e chiamato come “apostoli” cioè come Lui partecipi, mandati per una missione affidatagli dal Padre cioè edificare Il Regno di Dio che non è un al di là immaginario, posto in un futuro che non arriva mai; il suo regno è già presente, si fa presente là dove ci si sente amati da Lui fino al perdono e dove il suo amore ci raggiunge concretamente attraverso volti umani, circostanze particolari, attraverso la carità nelle modalità dei vari carismi. Solo il suo amore ci dà la possibilità di perseverare con ogni sobrietà giorno per giorno, senza mai perdere lo slancio della speranza, in un mondo che, per sua natura, è imperfetto proprio perché la libertà in esseri finiti è un rischio, addirittura il rischio del no a chi ci ha creati liberi per una risposta d’amore, poiché senza libertà non c’è possibilità d’amare e Dio è l’Amore e non può che attendere che risposte d’amore. Ma la libertà in esseri finiti, angeli e uomini, è a rischio anche del no a Dio. Le ideologie su prospettive, promesse di soluzioni  perfette, sicure, senza rischi, senza alcun limite sono impossibili e diventano violenza come documentano l’ideologia borghese liberista, marxista, secolarista. E anche piccole esperienze reali del suo amore sono garanzia che esiste ciò che solo vagamente intuiamo e, tuttavia, nell’intimo aspettiamo: la vita che è “veramente” vita con ogni bene senza più alcun male: Gesù risorto, dopo quaranta giorni di catechesi in Galilea, “salì sul monte, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono con Lui. Ne costituì Dodici – che chiamò “apostoli” –perché stessero con Lui e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demoni” (Mc 3, 13-15).Con l’Ascensione si è conclusa la presenza di Dio con noi nello spazio e nel tempo attraverso una vita umana, un volto in tutto simile al nostro, si è conclusa anche la serie di presenza attraverso le pubbliche apparizioni (a Pietro, ai dodici, a più di cinquecento, a Paolo), per un farsi presente sacramentalmente in tutti i luoghi e in tutti i tempi, unito in qualche modo nel volto di ogni uomo, soprattutto del bisognoso che incontriamo anche “per caso” cioè prossimo a Lui e quindi a noi. Ravvivare questa consapevolezza è evangelizzare, è l’unico umanesimo completo quindi vero.
Quella missione che i nemici, sedotti da Satana, avevano condotto Gesù verso il “fallimento” sul palo ignominioso della Croce come re malfattore, da tragedia si trasforma in salvezza, al di là di ogni aspettativa e previsione umana. E’ l’avvenimento storico della Pasqua di morte e risurrezione cioè il miracolo di una vita nuova che irrompe imprevedibilmente nella storia, attraverso e oltre l’apparente sconfitta. Il legno scandaloso della Croce e di tutti i mali che storicamente avvengono fiorisce di Risurrezione e non smentiscono la bontà di Dio e della creazione.
Tutte le parole del mandato di Gesù ai discepoli si raccolgono nel suo annuncio pasquale  e manifestano la loro piena efficacia nell’agire post-pasquale di Pietro (“non ho né oro e né argento, ma nel nome di Gesù alzati e cammina”) e di coloro che sono divenuti definitivamente non solo nella loro funzione ma nel loro stesso essere ontologicamente “apostoli”: Cristo in tutti luoghi e in tutti i tempi agisce attraverso di loro soprattutto per la presenza eucaristica e per il perdono sacramentale. Fra i loro compiti, vi è anche la  cura  per la trasmissione in continuità o tradizione della loro missione e della loro potestà. Alla luce della comprensione della Dei Verbum del Concilio Vaticano II e del documento post-sinodale Verbum Domini di Benedetto XVI la Rivelazione non va intesa come una meteorita caduta nel libro ispirato: Tradizione tutto ciò che la Chiesa ha ricevuto; essa lo trasmette in continuità dinamica con la sua dottrina, nella sua vita istituzionale e carismatica, nel suo culto. E’ una Tradizione concreta vivente, che fruttifica nel tempo, così che servando la verità rivelata, essa la attualizza istituzionalmente e carismaticamente secondo i bisogni di ogni epoca. La Tradizione è sempre ricordata prima della Scrittura, per rispettare l’ordine cronologico, dal momento che all’origine di tutto il patrimonio di fede, c’è questa Tradizione che viene dagli Apostoli, ed è sempre all’interno  di una comunità vivente già costituita che i libri santi, ispirati, sono stati composti o ricevuti. La comunità cristiana, come Chiesa o corpo del Risorto, è come una persona che crescendo prende coscienza della verità che Dio le ha messo dentro e intorno. La memoria è un elemento fondamentale della sua personalità come gli avvenimenti continui dello Spirito, così come per il singolo uomo; la mancanza di memoria al contrario costituirebbe un grave sintomo di irrigidimento mentale, di sclerosi. Ecco perché l’unità del cristiano con la Tradizione viva tra istituzione e avvenimento è una delle grandi controprove della autenticità di fede. Egli, anche carismaticamente, spinto, è appassionato di quella vita e di quell’insegnamento che percorre i secoli da duemila anni e fiero di essere l’erede di una tale Tradizione. Soprattutto oggi con la tendenza culturale di una filosofia che punta a ripartire da zero l’importanza della Tradizione per la fede è decisiva, perché se la Tradizione ci viene attraverso la vita della comunità, essendo quest’ultima il progredire della presenza sacramentale di Cristo nella storia, quanto adesso insegna e vive non può essere in rottura rispetto a quanto insegnava e viveva mille anni fa, non può essere, come annuncio di  verità, come significati ultimi – non necessariamente formulazioni o usi rituali –una decadenza del suo primitivo messaggio. Ascoltiamo le parole del beato Newman: “Se consideriamo la serie dei secoli lungo i quali il cattolicesimo si è conservato, la severità delle prove che ha affrontato, i mutamenti improvvisi e prodigiosi che lo hanno colpito sia dall’esterno che nel suo interno, l’incessante attività mentale e i doni di intelligenza dei suoi membri, l’entusiasmo che ha acceso, il furore delle lotte che sono insorte tra i suoi fedeli, la violenza degli assalti di cui ha subito l’urto, le responsabilità sempre crescenti che ha dovuto assumersi…, è del tutto inconcepibile che non sia andato in pezzi e in rovina, se fosse una corruzione del cristianesimo…Se la lunga serie dei suoi sviluppi fosse una sequela di corruzioni, avremmo l’esempio di un errore continuato così nuovo, così inspiegabile, così preternaturale da parere quasi un miracolo e da rivaleggiare con quelle manifestazioni di Potenza divina che costituiscono la prova del cristianesimo. Talvolta guardiamo con stupore e sbigottimento al grado di dolore che il corpo umano riesce a sopportare senza soccombere. Ma a lungo termine tutto questo ha  un termine. Le febbri hanno il loro punto critico, dopo il quale viene o la morte o la salute. Ma questa corruzione, se é una corruzione, che avrebbe ormai mille anni, non ha mai cessato di svilupparsi, andando vicino alla morte, ma senza mai esserne colpita e i suoi eccessi, invece di indebolirla, l’hanno resa più forte”. Ora la Chiesa con la sua storia bimillenaria osa affermare di non essersi mai contraddetta e la fede ci garantisce che non si contraddirà mai!
In tal modo risulta evidente, già in età apostolica e nel passaggio alla Chiesa subapostolica, il definirsi del ministero di pastore e guida, che viene ritenuto vincolante da tutta la Chiesa nei tre gradi di vescovo, presbitero e diacono, come compimento dell’istituzione divina del sacramentum ordinis.
Tutti discepoli partecipano alla missione universale di salvezza del Verbo eterno del Padre che ha assunto un volto umano, del Figlio di Dio per farci figli nel Figlio e quindi liberi,  fratelli. Gli apostoli e i loro successori (nel ministero episcopale, presbiterale e diaconale) ricevono il mandato di guidarli sino al ritorno visibile da tutti  di Cristo cioè sino al compimento della storia quando Dio sarà tutto in tutti e consegnato al Padre.
Grazie alla forza dello Spirito Santo, la loro parola e il loro agire divinamente umano cioè sacramentale rendono presente e operante, come segno efficace, la stessa Parola e lo stesso agire di Dio che possiede un volto umano che ci ha amato sino alla fine. Essi parlano e agiscono nella potestà di Cristo o meglio Cristo parla e agisce per mezzo di loro scrivendo dritto anche su eventuali loro righe storte. Così Gesù può davvero dire: Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. E chi disprezza me disprezza colui che mi ha mandato” (Lc 10,16; 1 Ts 2,13).
Allo stesso modo, nel parlare degli apostoli come “collaboratori di Dio” (2 Cor 6,1) e come “servi di Cristo e amministratori dei misteri di Dio”, anche san Paolo, come primo teologo ispirato con Giovanni, può legittimamente interpretare l’apostolato quale ministerium reconciliationis: “In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio” (2 Cor 5,20).
Con ciò si palesa davanti ai nostri occhi una chiara fondazione, dal punto di vista della teologia della Rivelazione, del sacerdozio sacramentale, ontologico, che imprime il carattere su chi viene consacrato; ovvero, come si dice in Lumen Gentium 10, quel sacerdozio gerarchico che, per sua natura, è essenzialmente diverso dal sacerdozio comune di tutti i fedeli.
Questa differenza essenziale viene descritta come segue: il vescovo e il presbitero partecipano della potestà con la quale Cristo stesso capo si fa eucaristicamente presente  e sacramentalmente parla, agisce, edifica, santifica e guida il suo corpo tutto sacerdotale nel noi della vita battesimale: “Per questo motivo – recita il secondo paragrafo della Presbyterorum Ordinis – il sacerdozio dei presbiteri, pur presupponendo i sacramenti dell’iniziazione  cristiana, viene  conferito da quel particolare sacramento per il quale i presbiteri, in virtù dell’unzione dello Spirito Santo, sono segnati da uno speciale carattere che li configura a Cristo sacerdote, in modo da poter agire in nome di Cristo, capo della Chiesa”. Tutta la Chiesa, gerachicamente strutturata come popolo di Dio, costituisce la primizia della “mutazione” avvenuta con la risurrezione di Cristo, del “salto” decisivo verso una dimensione di vita profondamente nuova. Questa trasformazione, che è opera di Dio e non nostra, giunge a noi mediante la fede e il sacramento del Battesimo, che è realmente morte alla prospettiva  di una vita solo terrena e risurrezione cioè ingresso verso una dimensione di vita profondamente nuova, decisamente diversa, quella stessa che ha riguardato il Gesù di Nazareth e con Lui tutta la famiglia umana, la storia, l’intero universo, tutti noi con una rinascita, una trasformazione in una vita nuova, la vita veramente vita. E’ ciò che rileva San Paolo nella Lettera ai Galati: “Non sono più io che vivo, ma Cristo (Sommo sacerdote) vive in me” (2,20). E’ stata cambiata la mia identità essenziale e io continuo ad esistere soltanto in questo cambiamento, in questo noi sacerdotale cioè che media, realizza la  presenza di Cristo e la sua azione attraverso il noi sacerdotale di tutti fedeli. Il mio proprio io mi viene tolto (morte battesimale) e viene inserito in un nuovo soggetto più grande del noi sacerdotale di tutta la Chiesa, nel quale il mio io c’è di nuovo ,ma trasformato, purificato, “aperto” mediante l’inserimento nell’altro, nel quale acquista il suo nuovo spazio di esistenza. Diventiamo così, fraternamente insieme nel vissuto e nella preghiera, sacerdotalmente “uno in Cristo” (Gal 3,28), un unico soggetto nuovo, e il nostro io viene liberato dal suo isolamento, isolamento che è l’anticipo, in collegamento con la solitudine infernale oggi culturalmente dominante nell’autoreferenza, nell’individualismo. Ecco perché nell’attuali apparizioni moderne o presunte i messaggi invitano non solo a pregare, ma a pregare e agire insieme nella carità. “Io, ma non più io”: è questa la formula dell’esistenza cristiana sacerdotale fondata sul Battesimo, la formula del Risorto che si fa sacramentalmente presente quando due o più nella preghiera, nella vita, nella carità, nell’agire insieme convengono sacerdotalmente insieme, la formula della “novità” cristiana chiamata a trasformare il mondo oggi così individualista. E qui sta la gioia pasquale del cento volte tanto già in questa vita che anticipa il paradiso, la vita veramente vita con ogni bene senza più alcun male. La vocazione di tutti i fedeli, fedeli presbiteri, fedeli religiosi, fedeli laici, consiste nel cooperare perché giunga a compimento effettivo, nella realtà quotidiana della nostra vita, ciò che lo Spirito santo ha intrapreso in noi fin dal Battesimo: siamo chiamati infatti a divenire donne e uomini nuovi, per poter essere veri testimoni della presenza sacramentale e dell’azione del Risorto  e in tal modo portatori della gioia e della speranza  cristiana nel mondo, in concreto, in quella comunità di uomini nuovi nella quale viviamo con doni istituzionali, carismatici.
Contro l’errata interpretazione delle affermazioni conciliari  sul carattere sacerdotale di tutta la Chiesa,   di tutti come fedeli (1 Pt 2,5.9), in contrapposizione al ministero apostolico – sacramentale, l’apostolo Pietro, nella sua Prima lettera, si rivolge ai fedeli-presbiteri della Chiesa – insieme ai quali è fraternamente presbitero egli stesso – ammonendoli così: “Pascete il gregge di Dio che vi è affidato (…) facendovi modelli del gregge” a partire da Cristo che agisce attualmente per tutti i fedeli attraverso di voi, “il Pastore supremo” (1 Pt 5, 2-4), “il pastore e custode delle vostre anime” (1 Pt 2,25). Qui appare chiaramente il fondamento cristologico e l’inquadramento apostolico del ministero del vescovo e del presbitero.
Sulla scia di questo insegnamento, radicato in continuità nella Tradizione, il Concilio Vaticano II ci ha nuovamente insegnato a considerare la Chiesa divinamente fondata. La Chiesa, per la mediazione di Cristo con il dono dello Spirito santo, è comunione vivente con Dio e tra noi nella verità, nella vita e nell’amore. In quanto popolo di Dio, corpo visibile del Risorto invisibile – vigna del Signore e gregge di Cristo buon Pastore – quale tempio dello Spirito Santo, la Chiesa non è un’organizzazione realizzata dagli uomini che persegue finalità religiose o sociali; non è una “agenzia umanitaria, una ONG assistenziale” – come evidenziò Papa Francesco già nella prima Omelia il 14 marzo 2013 e poi ancora il 23 ottobre 2015. “La Chiesa è invece mandata a portare a tutti Cristo e il Vangelo”, a rendere sacramentalmente attuale in ogni spazio e tempo il sacrificio di salvezza della Croce e continuare l’azione di Cristo nei Sacramenti e nella carità.
Solo nella presenza  fondamentale di Gesù Cristo risorto primo sacramento del divino nell’umano, essa è realmente Chiesa, è “sacramento universale di salvezza” (Lumen Gentium, 48; Gaudium et Spes, 1). In analogia al mistero dell’unità della natura divina e umana nella persona del Figlio di Dio (primo sacramento fondamentale), essa (sacramento universale di Cristo per tutti i tempi e tutti i luoghi) è costituita da elementi divini e umani, dove gli elementi umani, visibili, sono preordinati all’unità degli uomini con Dio nell’uguaglianza, nella libertà, nella fraternità cioè nell’umanesimo.
In tal senso, il Concilio Vaticano II può a pieno titolo affermare: “Cristo Signore, per pascere e sempre più accrescere il popolo di Dio, ha stabilito nella sua Chiesa vari ministeri, che tendono al bene di tutto il corpo. I ministri infatti che sono rivestiti di sacra potestà, servono i loro fratelli, perché tutti coloro che appartengono al popolo di Dio, e perciò hanno una vera dignità cristiana, tendano liberamente e ordinatamente allo stesso fine e arrivino alla salvezza” (Lumen Gentium, 18).
Questi passi del Concilio Vaticano II ci pongono di fronte sia al servizio del sacerdozio di tutti, sia alla vera identità del sacerdozio ministeriale, un sacerdozio la cui identità risale alla volontà stessa di Gesù, alla sua parola e opera pasquale. Con le sue parole e il sua sguardo “fedele e misericordioso”, Gesù introduce gli apostoli a questo sacerdozio: con questo sacerdozio li identifica, a questo sacerdozio li affida a servizio del sacerdozio di tutti i fedeli. Questo sacerdozio ci consegna la Tradizione della Chiesa, dal Nuovo Testamento, passando per il Concilio di Trento, fino al Vaticano II.
Cristo, per mezzo della sua Risurrezione e della presenza sacramentale con l’Ascensione e la Pentecoste, ha superato la più grande crisi della fede di apostoli e fedeli mai esistita: la crisi pre-pasquale dei discepoli e, in particolare, la crisi della missione e della potestà apostolica, e dunque anche la crisi del sacerdozio cattolico di fedeli e di ministri. Ma così  è possibile superare anche tutte le crisi del sacerdozio cattolico, dei fedeli e dei presbiteri. Così è possibile superare anche tutte le crisi storiche del sacerdozio proprio e soltanto nel nostro sguardo di fedeli presbiteri rivolto al Signore, a quel Signore al quale è dato ogni potere in cielo e in terra e che è, dopo l’Ascensione,  sacramentalmente è con noi tutti i giorni, sino alla fine del mondo cioè al compimento della storia della salvezza.
Corrispondendo al suo sguardo su di noi, e sul nostro sacerdozio di fedeli laici e fedeli ministri dei fedeli consacrati, fedeli laici, con il comune nostro sguardo rivolto continuamente a Lui, fissando  i nostri occhi in quelli del Sommo Sacerdote, Crocifisso e Risorto, Asceso al cielo facendosi sacramentalmente parlante e operante in continuità ecclesiale per tutti e per tutto, possiamo superare ogni ostacolo e difficoltà.
Si celebrano i cinquecento anni della riforma proposta da Lutero con la crisi del sacerdozio ministeriale per il solo sacerdozio dei fedeli, una crisi a livello dogmatico, con cui il presbitero è stato ridotto a un mero rappresentante della comunità, mediante una eliminazione della differenza essenziale fra il sacerdozio ordinato e quello comune dei fedeli: ecumenicamente riconosciamo il valore del sacerdozio comune testimoniando il ministero ordinato. E poi alal crisi esistenziale e spirituale, avvenuta nella seconda metà del XX secolo, esplosa cronologicamente dopo il Concilio  Vaticano II – ma certo non a causa del Concilio – e delle cui conseguenze noi oggi ancora soffriamo. 
Il Concilio, infatti, inquadrò la costituzione gerarchica della Chiesa – la quale si dispiega nei differenti compiti del vecsovo, del sacerdote e del diacono – inuna ecclesiologia di ampio respiro, rinnovata dalel fonti bibliche e patristiche (Lumen Gentium, 18-19). Le affermazioni sui gradi dell’episcopato e del presbiterato (di un ministero complessivamente articolato in tre gradi), venenro approfondite nei decreti Christus Dominus e Presbyterorum Ordinis.
In tal modo, esso cercò di riaprire ima nuova stra verso l’autentica comprensione dell’identità sia del fedele laico o religioso e sia soprattutto del ministero del sacerdozio cattolico, del fedele – presbitero. Perché mai si giunse allora, all’indomani del Concilio, a una crisi dell’identità del fedele – presbitero paragonabile storicamente solo con le conseguenze della Riforma protestante del XVI secolo con una drammatica crisi vocazionale?
Joseph Ratzinger evidenzia con grande acume che, laddove viene meno ilfondamento dogmatico del sacerdozio cattolico del fedele presbitero, non solo si eausrisce la fonte alla quale si può efficacemnete abbeverare una vita alla sequela di Cristo, ma viene meno anceh la motivazione che introduce sia a un aragionevole comprensione della rinuncia al matrimonio per il regno dei cieli cioè per l’amore gratuito cioè non per motivo di sesso, possesso, successo  in stretto collegamento con il paradiso già in questo mondo (Mt 19,12), sia del celibato quale segno escatologico che anticipa, con il dono di cento volte tanto, il mondo definitivo di Dio che verrà, segno da vivere con la forza dello Spirito Santo, in letizia e certezza anche anziani alla vigilia del girono natalizio al cielo.
Se la relazione simbolica che appartiene alla natura del farsi presente sacramentalmente il Risorto rendendo liturgicamente attuale tutto il mistero cioè la realtà divino-umana dell’incarnazione viene oscurata, il celibato sacerdotale di vivere la relazione d’integrazione uomo-donna nella castità diviene il relitto di un passato ostile alla corporeità uomo-donna e viene additato e combattuto come l’unica causa della penuria di sacerdoti. Non da ultimo, scompare poi anche l’evidenza, per il magistero e la prassi della Chiesa, che il sacramento dell’Ordine per cui l’uomo Cristo agisce nella persona del presbitero debba essere amministrato solo a uomini. Se il sacramento dell’Ordine non investe ontologicamente l’essere del presbitero (carattere) ma concepito come grazia per la funzione, nella Chiesa, si espone al sospetto di legittimare un dominio possessivo maschile, che invece dovrebbe essere fondato e limitato in senso democratico.
La crisi del sacerdozio ministeriale nel mondo occidentale, negli ultimi decenni di secolarismo,  è anche conseguenza di un radicale disorientamento della stessa identità, dello stesso vissuto cristiano di fronte a una filosofia e quindi di una cultura che trasferisce all’interno del mondo il senso più profondo e il fine ultimo della storia e di ogni esistenza umana, privandolo così della più grande “mutazione” mai accaduta della risurrezione, del “salto” decisivo verso una dimensione di vita profondamente nuova, dell’ingresso in un ordine decisamente diverso, che è stato avviato dal Gesù di Nazareth, ma riguarda con Lui anche ogni uomo, tutta la famiglia   umana, la storia e l’intero universo: è questo l’orizzonte trascendente cui anche la ragione è aperta e la prospettiva escatologica di fede.
Il Tutto, cui il cuore di ogni uomo originariamente tende è solo il Donatore di ogni essere dono, che ha assunto un volto umano, che ci ha amato e ci ama sino alla fine, ogni io, ogni persona, e l’umanità nel suo insieme, anzi tutto il cosmo. Questa è l’unica destinazione escatologica cioè definitiva di ogni uomo. In esseri finiti questo desiderio naturale di Dio, desiderio che fonda la libertà di ogni io, di ogni persona che comprende e vuole, ama, comporta anche il rischio di trasformare in idolo  beni relativi come il sesso, il possesso, il successo, perfino il matrimonio mentre verginità e celibato sono valori escatologici che anticipano ciò che è definitivo. Solo Cristo ci dona il Tutto cui originariamente aspiriamo: questa e solo questa può essere la logica cioè il modo di pensare, di volere e quindi di amare di ogni essere cristianamente umano ma soprattutto di una scelta di vita che, nella completa nel completo farsi dono gratuito, si pone in cammino alla sequela  di Gesù che è Tutto, partecipando alla sua missione di Salvatore dell’umanità, del mondo, missione che Egli compie  nella sofferenza e nella croce rivelando l’altezza, la profondità, la larghezza del suo amore con la sua Risurrezione dai morti e con l’Ascensione l’inizio di una presenza sacramentale fino al compimento della storia: sarò sempre con voi.
Ma, alla radice di questa drammatica crisi del sacerdozio ministeriale – come rileva il Cardinale Gerhard Ludwig Muller nell’Introduzione a una raccolta di Omelie di Ratzinger sul sacerdozio  Insegnare e imparare l’Amore di Dio  (Cantagalli) da cui ho tratto liberamente queste riflessioni – bisogna rilevare anche dei fattori infra – ecclesiali: il terremoto è venuto, da parte di ambiti cattolici, con l’apertura all’esegesi protestante in voga negli anni Cinquanta e Sessante del secolo scorso.
Spesso, da parte cattolica, non ci si resi conto delle visioni pregiudiziali che soggiacevano all’esegesi scaturita dalla Riforma. E così sulla Chiesa cattolica (e ortodossa) si è abbattuta la furia della critica all’ontologia, all’essere, al carattere del sacramento dell’ordine i collegamento con il rifiuto della transustanziazione  eucaristica, nella presunzione che questo non avesse un fondamento biblico.
Il sacerdozio sacramentale, tutto riferito all’attualizzazione sacramentale del sacrificio eucaristico – così come era stato affermato al concilio di Trento – a prima vista non sembrava essere biblicamente fondato, sia dal punto di vista terminologico, sia per quel che riguarda le particolari prerogative del sacerdote rispetto ai laici, specialmente per ciò che attiene al potere di consacrare. La critica radicale al culto e con essa il superamento, a cui mirava, di un sacerdozio che limitasse la pretesa funzione di mediazione – sembrò far perdere terreno a una mediazione sacerdotale non solo die presbiteri ma nella Chiesa.
La Riforma attaccò il sacerdozio sacramentale perché, si sosteneva, avrebbe messo in discusisone l’unicità del sommo sacerdozio di Cristo )in base alla Lettera agli Ebrei) e avrebeb emarginato il sacerdozio universale di tutti i fedeli (secondo 1 Pt 2,5). A questa critica si unì infine quella cultura che predomina in Occidente e che vorrebbe porsi come universale e autosufficiente, generando un nuovo costume di vita. Ne deriva una nuova ondata di illuminismo e di laicismo, per la quale sarebbe razionalmente valido soltanto ciò che è sperimentabile e calcolabile, mentre sul piano della prassi la libertà individuale viene eretta a valore fondamentale al quale tutti gli altri dovrebbero sottostare. Così anche Dio che ha assunto un volto umano come primo sacramento, la Chiesa come sacramento universale nella mediazione sacerdotale di tutti i fedeli e dei ministri rimane escluso dalla cultura e dalla vita pubblica, e la fede in Lui diventa più difficile, anche perché viviamo in un modo che si presenta quasi sempre come opera nostra, nel quale per così dire, Dio non compare più direttamente e lo si esclude anche nella mediazione sacramentale di Cristo, della Chiesa, dei ministri e dei fedeli, sembra divenire superfluo ed estraneo. In stretto rapporto con tutto questo, ha luogo una radicale riduzione dell’uomo, considerato non creato ma un semplice prodotto della natura, come tale non realmente libero e di per sé suscettibile di essere trattato come ogni altro animale. Si ha così un autentico capovolgimento del punto di partenza di questa cultura illuministica, che era una rivendicazione, senza apertura della ragione al trascendente e di fede all’incarnazione, alla presenza sacramentale attraverso la Chiesa, della centralità dell’uomo e della sua libertà, uguaglianza e fraternità. Nella medesima linea secolarizzata, l’etica oggi è scivolata entro i confini del relativismo e dell’utilitarismo, con l’esclusione a livello pubblico, culturale, di ogni principio morale che sia valido per se stesso con una democrazia senza principi non negoziabili che la fondano Non è difficile vedere come questo tipo di cultura rappresenti un taglio radicale e profondo non solo con il cristianesimo, oggi perseguitato dal fondamentalismo laicista imperante, ma più in generale con tutte le tradizioni religiose e morali dell’umanità: non sia quimndi in grado di instaurare un vero dialogo con le altre culture, nelle quali la dimensione religiosa è fortemente presente, oltre a non poter rispondere aleldomande fondamentali sul senso e la direzione della nostra vita. Perciò questa cultura secolarizzata è contrassegnata da una profonda carenza, ma anche da un grande e inutilmente nascosto bisogno di speranza, di una nuova evangelizzazione di una fede che totalmente, accolta, vissuta e pensata avvii una nuova cultura.
Quale visione teologica, invece, ne scaturì dalla protestantizzazione dell’esegesi?
Da un lato si osserva che Gesù, da un punto di vista sociologico-religioso, non era un sacerdote con funzioni cultuali e dunque – per usare una formulazione anacronistica – era un laico. Dall’altro, sulla base del fatto che nel Nuovo Testamento, per i servizi e i ministeri, non viene addotta alcuna terminologia sacrale bensì denominazioni ritenute profane, sembrò che si potesse considerarecome dimostrata come inadeguata la trasformazione – nelel Chiesa delle origini, a partire dal secolo III – di coloro che svolgevano mere “funzioni” all’interno delel comunità, in detentori impropri di un nuovo sacerdozio cultuale.
Joseph Ratzinger sottopone, a sua volta, un puntuale esame critico, la critica storica improntata alla teologia protestante e lo fa distinguendo i pregiudizi filosofici e teologici dall’uso del metodo storico. In tall modo, egli riesce a mostrare che con le acquisizioni della moderna esegesi biblica e una precisa analisi dello sviluppo storico – dogmatico si può  giungere in modo assai fondato alle affermazioni dogmatiche prodotte soprattutto nei Concili di Firenze, di Trento e del Vaticano II.
Ciò che Gesù significa per il rapporto di tutti gli uomini e dell’intera creazione con Dio – dunque il riconoscimento di Cristo come Redentore e universale mediatore, sacerdote di salvezza, sviluppato nelal Lettera agli Ebrei per mezzo delal categoria di “Sommo Sacerdote” (Archiereus) – non è mai dipeso, come condizione, dalla sua appartenenza al sacerdozio levitico.
Il fondamento dell’essere e della misisone di Gesù risiede piuttosto dalal sua provenienza dal Padre, da quella casa e da quel tempio in cui egli dimora e deve stare (Lc 2,49). E’ la divinità di Dio che ha assunto un volto umano in Gesù, è ilcorpo del Risorto giunto con l’Ascensione alla destra del Padre fuori del tempo e dello spazio e che si fa sacramentalmente presente rendendo in ogni luogo attuali i fatti della sua incarnazione stroica, che fa di lui l’unico e vero Maestro, Pastore, Sacerdote, Mediatore e Redentore, Sacramento primo del Sacramento universale della Chiesa.
Egli rende partecipi di questa sua consacrazione e missione tutti i fedeli mediante la chiamata dei Dodici. Da essi sorge la cerchia degli apostoli che fondano la misisone dellaChiesa nella storia come dimensione essenziale, ontologica, alla natura sacramentale, sacerdotale di tutta la Chiesa, di tutti i fedeli. Essi trasmettono il loro potere ai capi e pastori della Chiesa universale e particolare, i quali operano a livello locale e sovra – locale.
Dal punto di vista della stroia comparata delel religioni, le prime denominazioni degli uffici di “vescovo”, “presbitero”, “diacono” all’interno delel comunityà cristiane di origine pagana, sembrano essere termini di provenienza profana. E tuttavia, nel contesto della Chiesa  delel origini, il loro riferimento cristologico e la loro relazione con l’ufficio di apostolo non può passare inosservato.
Gli apostoli, e i loro discepoli e successori, istituiscono i vecsovi, i presbiteri e i diaconi per mezzo dell’imposizione delle mani e della preghiera di consacrazione (At 6,6; 14,23; 15,4; 1 Tm 4,14). Nel nome del Supremo Pastore alal destra del padre e che si fa sacramentalemente presente nello spazio e  nel tempo in continuità o Tradizione, essi sono i pastori attraverso i quali Lui agisce, lo rappresentano visibilmente o mediazione sacerdotale con cui Egli stesso si fa presente con tutti i limiti di creature e di gesti in quanto analogatum princeps del pastore, l’icona più significativa.
Da qui si ricava anche la spiritualità del presbitero e,  rispettivamente, del vescovo, i quali sono consacrati istituzionalmente dallo Spirito Santo attraverso l’imposizione delle mani (At 20,28). Tale spiritualità o modo di pensare, di volere, di amare, di sentire, di vivere non è l’aggiunta esterna di una pietà privata, bensì la forma interiore della disponibilità a mettere per amore se stessi interamente al servizio di Cristo nel servizio del sacerdozio dei fedeli e di rinviare continuamente a Lui, accogliendo doni e carismi dati dallo Spirito Santo al sacerdozio comune dei fedeli, testimoniando Lui con tutto il proprio essere e con tutta la propria vita assimilandosi a Lui in tutto.
L’autentica natura del sacerdozio sacramentale consiste nel fatto che il vescovo e il presbitero  sono servitori della Parola cioè di Lui che parla attraverso l’annuncio del Vangelo, dell’attualizzazione sacramentale del sacrificio eucaristico quotidiano e della sua azione nei sacramenti, soprattutto nel ministero della riconciliazione e, come fedeli - pastori, pascono il gregge di Dio, il sacerdozio comune dei fedeli laici e consacrati. In quanto compiono il mandato di Cristo, Cristo stesso, attraverso la loro azione e la loro parole, si rende sacramentalmente presente quale unico Sommo Sacerdote nella Chiesa di Dio, riunita per la celebrazione liturgica,  culmine e fonte di tutta la vita di verità e di misericordia della Chiesa.
La teologia cattolica potrebbe comprendere le obiezioni contro il suo sacerdozio presbiterale se questo venisse da lei inteso come una mediazione autosufficiente staccata dalla relazione con i fedeli – laici, i fedeli consacrati, o anche solo integrativa, accanto, o a esclusione di quella di Cristo. Perciò, anche le obiezioni di Martin Lutero non toccano il nucleo centrale dell’insegnamento dogmatico vincolante sul sacerdozio ontologico sacramentale, ma eventualmente la modalità del suo esercizio soprattutto in quel momento storico.
Quale elemento fondamentale per la riconquista dell’identità sacerdotale in questo momento emerge dunque la disponibilità a intendere se stessi nella fraternità sacramentale dell’Ordine ricevuto come servitori della Parola e testimoni di Dio nella sequela del suo volto umano e a vivere in comunione con Lui come fedeli presbiteri in comunione con i fedeli-laici e consacrati. E’ la condizione decisiva che Joseph Ratzinger ci invita a esaudire durante tutto il suo cammino e le sue omelie sul Sacramento dell’Ordine: quella di “mantenere vivo il contatto continuo con Gesù. Se infatti distogliamo lo sguardo da Lui, ci capiterà inevitabilmente quello che successe a Pietro mentre andava incontro a Gesù sulle acque mosse: solo lo sguardo del Signore può superare la forza di gravità e lo può davvero. Sempre rimaniamo dei peccatori bisognosi di riconciliarci. Ma se Egli ci tiene tutti fraternamente per mano, le acque profonde perdono il loro potere”. Vivendo e operando nella fraternità sacramentale del Sacramento dell’Ordine abbiamo anche la certezza che Cristo scrive dritto anche su eventuali righe storte personali.
Di fronte a tanta attuale superficialità, alla drammatica frattura tra Vangelo e catechesi, tra Vangelo cultura urge che ogni presbitero ravvivi continuamente una buona formazione teologica e sia in costante rapporto di amore con la teologia scientifica. Urge uscire fuori dalla crisi attuale nella quale – senza impostazioni e motivazioni, teologiche e sociologiche, adeguate – è caduto il sacerdozio cattolico, crisi che ha condotto molti sacerdoti – molti dei quali avevano pure iniziato il loro cammino con amore e zelo – in uno stato di personale incertezza e confusione riguardo al loro ruolo nella Chiesa. Occorre, però, non solo  la consapevolezza della dimensione teologico-scientifica del sacramento dell’Ordine, ma anche l’approfondimento spirituale della vocazione sacerdotale, come anche gli esercizi per sacerdoti e per l’annuncio del “ministero glorioso della Nuova Alleanza, il ministero dello Spirito e della vita” (2 Cor 3,6-9).
Papa Benedetto XVI ricorda che nell’annuncio della Parola di Dio che precede ministero sacramentale, ogni fare dell’uomo, c’è il compito specifico del servizio episcopale e presbiterale. Questo è, d’altronde, proprio quello che Papa Francesco ha richiamato il 21 aprile 2016; quando, in occasione di una ordinazione presbiterale, ha esortato i chiamati all’ordine sacro a “essere consapevoli di essere stati scelti fra gli uomini e costituiti in loro favore per attendere alle cose di Dio, e a esercitare in letizia e carità sincera l’opera sacerdotale di Cristo, unicamente intenti a piacere a Dio e non a voi stessi”. Egli ha sottolineato con forza: “Siete pastori, non funzionari. Siete mediatori, non intermediari”. E ai vescovi polacchi il 27 luglio 2016 ha messo in evidenza la complessità del ministero pastorale oggi, da affrontare con fiducia ma anche con impegno professionale: “E’ vero, la scristianizzazione, la secolarizzazione del mondo moderno è forte. E’ molto forte. Ma qualcuno dice: Sì, è forte ma si vedono fenomeni di religiosità, come se il senso religioso si svegliasse. E questo può essere anche un pericolo. Credo che noi, in questo mondo così secolarizzato, abbiamo anche l’altro pericolo, della spiritualizzazione gnostica: questa secolarizzazione ci dà la possibilità di far crescere una vita spirituale un po’ gnostica. Ricordiamo  che è stata la prima eresia della Chiesa: l’apostolo Giovanni bastona i gnostici e e come, con che forza! -, dove c’è una spiritualità soggettiva, senza Cristo. Il problema più grave, per me, di questa secolarizzazione è la scristianizzazione: togliere Cristo, togliere il Figlio. Io prego, sento … e niente più. Questo è gnosticismo. C’è un’altra eresia che è pure di moda, in questo momento, ma la lascio da parte perché la sua domanda, Eccellenza, va in questa direzione. C’è anche un pelagianesimo, ma questa lasciamola da parte, per parlarne in un altro momento. Trovare Dio senza Cristo: un Dio senza Cristo, un popolo senza Chiesa. Perché? Perché la Chiesa è la Madre, quella che ti dà la vita, e Cristo è il Fratello maggiore, il Figlio del Padre, che fa riferimento al Padre, che è quello che ti rivela il nome del Padre. Una Chiesa orfana: lo gnosticismo di oggi, poiché è proprio una scristianizzazione, senza Cristo, ci porta a una Chiesa, diciamo meglio, a dei cristiani, a un popolo orfano. E noi dobbiamo far sentire questo al nostro popolo”.
In questo sguardo dei due grandi Pontefici sul sacerdozio possiamo ritrovare lo sguardo stesso di Gesù sui suoi apostoli; e su coloro che oggi, come in ogni tempo, invia a pascere il Suo gregge. E’ questo sguardo che ci identifica e che sottrae la nostra vocazione di fedeli presbiteri a servizio dei fedeli laici e consacrati alle caricature del mondo, sempre incomplete e riduttive. E’ questo sguardo di fede, di speranza, di carità, di misericordia che ci spinge con fiducia e speranza affidaile, oltre la cortina fumogena di ogni crisi.
E’ lo sguardo del Sommo pastore alla destra del Padre, fuori dello spazio e del tempo, che si fa continuamente presente in modo sacramentale nello spazio e nel tempo che, sempre, rinnova e libera i suoi Pastori per la missione entusiasmante alla quale continuamente li chiama per agire attraverso di loro per tutti i fedeli, nonostante la loro povertà, miserie e righe storte: Lui scrive dritto! Proprio lo sguardo e le parole di Gesù sono la sorgente perenne dell’identità sacerdotale, che sospinge oltre il deserto di ogni crisi, verso la terra promessa – da riconquistare umilmente ogni giorno – del Suo Regno. A questo sguardo e a queste parole vogliamo sempre attingere, da qui possiamo sempre, oltre ogni apparente fallimento ricominciare di nuovo.
Papa Francesco nella Prefazione al volume  1 il Sacerdozio: “Ogni volta che leggo le opere di Joseph Ratzinger/Benedetto XVI mi diviene sempre più chiaro che egli ha fatto e fa “teologia in ginocchio”: in ginocchio perché, prima ancora di essere un grandissimo teologo e maestro di fede, si vede che è un uomo che veramente crede, che veramente prega (…) egli incarna esemplarmente il cuore di tutto l’agire sacerdotale (…) quel profondo radicamento in Dio (…) quel costante rapporto con il Signore Gesù”.
La crisi del sacerdozio nel mondo occidentale, negli ultimi decenni, è anche il risultato di un radicale disorientamento dell’identità cristiana di fronte a una filosofia che trasferisce all’interno del mondo spazio-temporale il senso più profondo e il fine ultimo della storia e di ogni esistenza umana privandola così sia dell’orizzonte trascendente del Creatore di ogni essere dono e sia della finalità escatologica della risurrezione o “mutazione” mai accaduta, “salto” decisivo verso una dimensione di vita veramente vita profondamente nuova, ingresso in un ordine decisamente diverso che riguarda anzitutto Gesù di Nazareth, ma con Lui anche tutti noi, tutta la famiglia umana, la storia e l’intero universo.

Dalle omilie sul sacerdozio ministeriale di Joseph Ratzinger/Benedetto XVI
Per la Messa del Crisma Monaco 1978
“Gli uomini di Dio, i profeti, i sacerdoti e i re vengono unti, sono gli ‘unti’, il che comporta assai di più che avere olio d’oliva in abbondanza; su di essi è infatti la potenza stessa della vita. D’altra parte il vero profeta, il vero sacerdote e il vero re è Gesù Cristo, è Lui ormai l’Unto in senso pieno. Che egli veramente lo sia, ai cristiani è risultato definitivamente chiaro nella Risurrezione. Proprio nella Risurrezione, l’olio – quale forza che si oppone alla morte – aveva dimostrato definitivamente la sua potenza. Egli era stato unto evidentemente con quell’olio più potente, del quale l’olio d’oliva è solo un segno, solo, per così dire, l’ultimo terminale. Egli stava in quella potenza di vita che bandisce la putrefazione, che resiste alla morte, che lo trae fuori dal sepolcro come l’Unto e lo colloca in mezzo all’umanità come il vincitore. Nello stesso tempo diviene con ciò chiaro quale sia questo nuovo, altro olio, del quale il frutto dell’olivo, quello dell’esperienza quotidiana, può essere solo in qualche modo segno: la potenza stessa della vita, il santo Spirito di Dio, che lo unisce al Padre come Figlio e strappa così anche l’uomo dagli artigli della morte. Egli è l’Unto non più con il frutto dell’olivo, ma con l’altro olio del quale è segno, unto con la potenza stessa della vita, con lo Spirito creatore di Dio.
Per questo l’0lio ha acquistato un nuovo significato nei Sacramenti cristiani. Nell’ampiezza che naturalmente è propria al cristianesimo – l’olio ha un ruolo in quasi tutti i Sacramenti -, è ancora presente l’impronta del suo ruolo nella vita quotidiana del mondo mediterraneo, e così i Sacramenti continuano a  ricordarci la vita terrena di Gesù, a partire dalla quale egli ci viene incontro. E nell’ampiezza, nella quale nei Sacramenti opera il segno dell’olio, possiamo vedere ancora qualcosa di quel ventaglio di speranze che ad esso era collegato: nell’Unzione dei malati esso è come la medicina di Dio; quando viene adottato prima del Battesimo, allora ci rammenta quella concezione del cristianesimo per cui la vita cristiana è intesa come una gara, come un agone olimpico nell’arena della storia. Il cristiano è colui che si arma per la grande battaglia della vita nel dramma della storia. Al loro ingresso nell’arena, gli atleti ungevano con l’olio il proprio corpo in modo che rimanesse morbido, elastico, rigoroso, vitale, non rinsecchisse. Nel Battesimo l’unzione vuol significare proprio questo., che il cristiano viene unto dal Signore per entrare nel dramma della storia da combattente e da vincitore. Mentre l’unzione che viene impartita, dopo il Battesimo, nella Cresima e nell’Ordinazione sacerdotale, rammenta l’unzione dei sacerdoti, dei profeti e dei re.
Ma tutto questo ha comunque acquisito una profondità nuova proprio a partire da Gesù Cristo. Quando, al capezzale, viene messo sulla fronte e sulle mani di un ammalato l’Olio Santo, esso non esprime più solo speranze terrene, spesso vane, che nel mondo antico si riponevano nell’oliva, ma diventa segno della vera medicina di Dio, segno di Gesù Cristo che entra nello spazio della nostra sofferenza, delle nostre paure e delle nostre necessità. Esso esprime allora il fatto che la pianta medicinale contro la morte esiste veramente, che Gesù Cristo è sceso nella notte della morte e che, come vera medicina di Dio, nella notte delle nostre sofferenze Lui c’è, ci porta, ci dona pace e ci dà questa certezza: nelle mani di Dio noi siamo protetti per sempre. 
E quando prima del Battesimo veniamo unti per la battaglia della vita, questo significa che Lui, che sulla Croce ha vinto la drammatica lotta contro le forze dell’odio, dell’invidia e della disperazione, della corruzione dell’anima, della cupidigia e dell’odio, a tutte le forze che in definitiva sono agenti della decomposizione e annientamento della vita, si contrappone la nuova forza della Sua vita. Quando noi la assumiamo, opponiamo alla muffa della disperazione e dell’odio il profumo della vera vita, della fiducia nell’amore indistruttibile, dell’essere custoditi dalla potenza dello Spirito di Dio; e, per così dire, disinfettiamo il mondo.
La Chiesa antica ha visto prefigurato tutto questo nelel parole del Salmo 133,1-2: “Ecco, com’è bello e com’è dolce che i fratelli vivano insieme! E’ come olio prezioso versato, che scende sulla barba, la  barba di Aronne, che scende sull’orlo della sua veste”. In queste parole, concepite probabilmente in una delle scuole sapienziali di Israele, questa sublime esperienza dell’olio prezioso, che penetra nelle membra stanche ridonando ad esse freschezza e vita, diviene immagine della bellezza della pace fraterna. Ma la cristianità nascente vi ha riconosciuto un’affermazione alla comunione fraterna della Chiesa, il suo esser-uno a partire dall’unità sacramentale che proviene da Gesù. E’ Lui il vero Aronne, e l’olio che da lui discende non è più solo l’immagine della sublimità della vita e della bellezza della comunione, questo nuovo olio costituisce la forza della vera vita dello Spirito di Dio, crea l’unità fraterna della Chiesa.
E così da ultimo diviene evidente che lo Spirito santo, al quale l’olio rimanda, è l’amore. E perciò è la forza che si contrappone alla morte e alla putrificazione. E perciò il cuore stesso di Dio, l’unità del Padre e del Figlio. Per questo il punto nodale tra Creatore e creatura. Per questo è il fondamento della Chiesa e della sua unità. Intorno all’altare della cattedrale celebriamo il Santo sacrificio di Gesù Cristo. Questo altare, che rappresenta la nostra chiesa locale di Monaco e Friburgo e la nostra diocesi nella sua unità, rimanda a sua volta a Gesù Cristo stesso, altare vivente e insieme sacerdote. In questa  e da questa cattedrale noi riceviamo i Santi Oli che da essa ora escono, cosicché nell’intera diocesi i Sacramenti provengono da quest’unico centro, manifestandosi visibilmente come frutto dell’unico Sacramento della morte e Risurrezione di Gesù Cristo. In ciò che oggi avviene, nella celebrazione dei Sacramenti e nel riceverli, si compie quello cui nel Salmo si allude: la discesa degli Oli Santi sull’intero corpo della Chiesa.
Desidero quindi esprimere ancora una volta la mia gratitudine a tutti coloro che oggi qui manifestano questa unità della nostra diocesi, che giorno dopo giorno per questo lottano, per questo vivono, a partire da questo credono e da questo sono portati. Venire qui a prendere e portare via gli Oli Santi è più che un trasporto all’esterno, che ai giorni nostri si potrebbe compiere anche in altro modo. E’ piuttosto quel processo interiore per cui diveniamo servitori della vita, per cui portiamo in tutto il corpo della Chiesa quest’Olio creatore dal cui fluire zampilla la vita, mettendoci al servizio dell’unità fraterna della Chiesa, che è basata sul Capo e  vive della forza che da Lui proviene.
Ed è per questo che la giornata di oggi è in modo particolare anche una festa dei sacerdoti, che hanno fatto di questo portare il compito della loro vita. La loro intera esistenza in realtà è un sempre-nuovo-uscire dal centro, così che l’olio possa scendere e diffondersi sul corpo permettendogli di crescere nella forza che ci viene dal Signore. Come uomini, abbiamo bisogno di ciò che è definitivo, ma, per contro, il definitivo può operare efficacemente solo se noi sempre di nuovo, nel nostro uscire, ricerchiamo il centro, da esso traiamo nuovamente forza. E’ questo il senso del rinnovare oggi le promesse sacerdotali, secondo il nuovo ordinamento liturgico. E’ come se ritornassimo a quel centro dal quale proviene tutta la nostra forza e la nostra missione. Noi iniziamo ancora una volta dal Signore, affinché l’Olio che dà la vita vinca ancora l’aridità della quotidianità e renda viva in noi la gioia della vittoria di Cristo.
Noi facciamo questo al cospetto di tutta la Chiesa che crede; perché come i sacerdoti, nel modo loro proprio, portano la Chiesa, così nel loro ministero essi sono portati da voi credenti. Vi prego, cari confratelli, quando rinnoviamo le promesse sacerdotali, facciamolo in questo spirito, nello spirito di un tendere verso il Signore, che solo può portarci. E prego voi tutti che appresentate l’intera diocesi, di confortarci con la vostra preghiera perché in noi possano compiersi sempre di più le parole di san Paolo, quelle parole che sono insieme promessa e chiamata: Siamo ovunque il profumo di Cristo” (2 Cor 2,15).
    Per la Messa del Crisma Monaco 1979
“Nella Lettera scritta ai sacerdoti di tutto il mondo in occasione del Giovedì Santo, il Santo Padre parla di un uso diffusosi in molti luoghi al di là della cortina di ferro, dove la persecuzione ha del tutto eliminato la presenza dei sacerdoti. Tramite amici era venuto a conoscenza già diversi anni fa di fatti simili. Lì talvolta avviene che le persone si riuniscono in una chiesa abbandonata, ovvero, se non ne è rimasta alcuna, in un cimitero, nel luogo dove è seppellito un sacerdote. Mettono sull’altare, o sulla tomba, la stola e recitano insieme le preghiere della liturgia eucaristica. Al momento che corrisponde alla transustanziazione, scende un profondo silenzio, interrotto alle volte dal pianto. Il papa, rivolgendosi a noi sacerdoti, aggiunge: cari fratelli, se a volte qualcuno di voi ha dei dubbi sul proprio ministero, infruttuoso o addirittura inutile, rifletta su questo. Rifletta su quanto ardentemente quegli uomini desiderano udire le parole che solo le labbra di un sacerdote possono efficacemente pronunciare. Su quanto desiderano ricevere il Corpo del Signore, su quanto ansiosamente attendono che qualcuno possa dire loro: “io ti assolvo dai tuoi peccati!” In questa “Eucarestia di desiderio” – nella quale gli uomini, nella loro solitudine, si protendono nella preghiera verso il Signore, a cui, nel loro desiderio vanno incontro e così sono in comunione con la Santa Chiesa e perciò con Lui stesso – in questa “Eucarestia del desiderio” avviene la testimonianza della Chiesa viva, la testimonianza della nascosta vicinanza del Signore e la testimonianza di ciò che significa il sacerdozio.
Davanti a questa umiltà di fede, come appare angusta la soluzione di alcuni teologi secondo i quali, in caso di necessità, chiunque potrebbe pronunciare le parole della consacrazione. In una simile “Eucarestia del desiderio” c’è certamente molta più presenza del Signore che in un’arbitrarietà che pretende fare anche di Cristo e della Chiesa un prodotto nostro. Nessun uomo può avere l’audacia di usare a suo piacimento l’io di Cristo come fosse l’io suo proprio senza bestemmiarlo. Nessuno, da sé, può dire: “Questo è il mio corpo”; “ Questo è il mio sangue”; “Ti assolvo dai tuoi peccati”.  Eppure di queste parole abbiamo bisogno come del pane quotidiano. E dove esse non vengono più pronunciate, il pane quotidiano diviene insipido e le conquiste sociali vuote. E’ questo il dono più profondo e insieme più entusiasmante del ministero sacerdotale, quello che solo il Signore stesso può dare: il dono di riferire le sue parole non solo come parole del passato, ma di parlare con il suo io qui e ora, di agire in persona  Christi; di rappresentare la persona di Cristo, com’è detto nella liturgia.
In fin dei conti, da qui è possibile desumere tutta l’essenza dell’agire sacerdotale e il compito della vita sacerdotale. E non c’è dubbio che queste parole rimangono efficaci anche quando un sacerdote le contraddice con la sua vita, proprio perché dipendono dall’io di Gesù Cristo e non da quello dell’uomo. Non è l’uomo a rimettere i peccati, ma Lui. Non è reso presente il corpo di questo o quello, ma il Suo. Ma allo stesso tempo è chiaro che noi non possiamo proferire tali parole senza che esse reclamino la nostra stessa vita, senza che esse esigano la nostra profonda corrispondenza a quello che diciamo. Perché se interiormente vivessimo in modo contrario a quello che rappresentiamo, dobbiamo essere condannati. Colui che può pronunciare con la sua bocca l’io di Gesù Cristo, innanzitutto perciò deve crederci. Il sacerdote deve essere in primo luogo un credente. E’ questo il cuore di tutto il suo agire, e se questo manca, più niente è vero. Certo, può continuare una certa attività di routine, ma le viene a mancare l’essenziale, la Chiesa diviene una associazione per il tempo libero, e diviene superflua. E per questo il Papa, nella sua lettera, ha ripetuto con particolare insistenza che le persone si attendono soprattutto un sacerdote profondamente credente, un sacerdote che prega, un sacerdote che vive secondo il programma delle beatitudini.
E ora mi rivolgo in modo particolare a voi, cari confratelli, per questo infatti al “programma delle beatitudini” mi sono formato: cerchiamo veramente di vivere  a partire da qui? O non ci siamo forse tutti quanti abituati agli standar del mondo occidentale, ritenendo assolutamente normale pretendere di vivere anche noi conformemente ad essi? Certo, grazie a Dio, oggi sono comuni espressioni come “vivere in modo diverso”, ricercare “stili di vita alternativi”; ma quando si arriva al dunque, quando cioè lo stile di vita cristiano che si propone come alternativa, allora ce ne veniamo fuori con tutti i luoghi comuni su ciò che oggi va considerato come normale e misconosciamo che l’alternativa potrebbero essere le beatitudini, la fede della Chiesa e lo stile di vita fondato sulla fede, alternativa che davvero ci tocca nella carne e che dovremmo accettare perché la fede divenga credibile. E le persone attendono qualcuno che sia loro di esempio nel credere, perché anche per loro sarebbe bello poter di nuovo credere, se potessero di nuovo osare credere che c’è un Dio, un Dio che possiede un volto umano cioè c’è un Cristo che mi ama fino all’ora della mia morte…Il sacerdote deve avere il coraggio di essere fedele. Rientra in questa sfera – non ci piace sentirlo, lo so – anche l’ammonimento del papa sull’obbligo che ha il sacerdote di essere riconoscibile, grazie al suo abbigliamento.
Nel 1968 a Tubinga ho vissuto in prima persona la rivolta degli studenti ed è stato stimolante osservare come quei giovani che rifiutavano i loro padri e il mondo nel quale erano cresciuti, lo evidenziavano drammaticamente anche nel loro modo di vestire: perché sapevano che quel che si è, si deve anche mostrarlo, è necessario che trovi anche una sua espressione. E poi molto presto ci sono stati dei simpatizzanti che ugualmente davano grande valore all’apparire con la barba e altri segni di quel tipo! Credo che ci sia in questo qualcosa d’importante: una posizione che ci interessa non può rimanere solo interiore, deve anche mostrarsi, apparire. Chi si nasconde non testimonia e non infervora gli altri, perché si deve presumere che egli stesso dubiti del fatto che quello che a suo tempo ha fatto proprio continui a rimanere la cosa giusta e valga ancora la pena di essere vissuta.
In questo contesto il papa ha scritto alcune pagine molto interessanti sul tema dell’aggiornamento. Ci ricorda le grandi figure sacerdotali della modernità: Vincenzo de’ Paoli, Giovanni di Dio, il Curato d’Ars, Massimiliano Kolbe. Ognuno di loro era diverso dagli altri, era figlio del suo tempo e ha annunciato il Vangelo nel suo tempo, con quella forza caustica e risanante che esso stesso possiede e che deve di volta in volta curare ferite diverse. Da questo punto di vista essi hanno aggiornato il Vangelo, ne hanno fatto un Vangelo del loro tempo; ma non nel senso che si sono camuffati o che hanno elaborato tattiche bensì – come dice il Papa – nel senso che ciascuno ha dato una risposta originale al Vangelo, perché ognuno, rimanendo se stesso, ha lottato nel suo intimo con il Vangelo e con il Signore trovando la sua personale risposta, che poi è stata la risposta del Vangelo nel cuore di quel tempo.
Chi vuole usare dell’io di Gesù Cristo, deve crederci. E chi  crede, prega. E chi prega, testimonia. E chi testimonia, vive di ciò che testimonia. Per questo il Papa dice: siate pastori, non stipendiati. Non come quelli che calcolano quante ore restano per sé e per le proprie occupazioni private. Questo sono costretti a farlo quelli per i quali il lavoro sta accanto alla loro vita. Ma l’essere sacerdoti non è qualcosa che dobbiamo costruire accanto alla nostra vita come fosse un nostro possesso, è la nostra vita. E non c’è compito più grande che essere testimone dell’amore di Gesù Cristo.
Nella Lettera c’è un altro pensiero del Papa che mi ha particolarmente colpito. Egli parla della necessità che ci convertiamo sempre di nuovo. Lo dice in rapporto al celibato; ma naturalmente vale per tutta la vita sacerdotale, per tutta la vita dell’uomo. Certo, detto, così in termini generali, nessuno di noi ha qualcosa contro. Non costa poi tanto dire: siamo tutti peccatori e tutti abbiamo bisogno di essere perdonati.. E tuttavia diveniamo molto sensibili, allergici, quando si tratta di dire: confesso che questo mio agire ha bisogno di perdono. E solo allora si tratta di conversione autentica. Ci viene molto difficile riconoscere che un qualcosa che sentiamo come normale, e che è divenuto un’abitudine, non è giusto e dovrebbe essere diverso. Quando qualcosa per noi è divenuto un’abitudine, o anche solo qualcosa che facciamo spesso, allora troviamo preferibile che sia sbagliata la norma anziché essere noi nell’errore. Voglio dire che quando un sacerdote sbaglia – in pensieri o in opere ( non è quello che qui ci interessa) – quando non riesce più a essere una cosa sola con il suo compito, in ultimo la colpa vera e propria è sempre una celata, spesso misconosciuta superbia. Non i problemi sessuali contro il celibato o non so cos’altro ancora, ma che non ci piace essere perdonati. Che non sappiamo riconoscere che sempre di nuovo abbiamo bisogno di conversione, di cambiamento, di essere perdonati da parte del Signore. E ho notato ancora qualcosa di curioso: tutti siamo peccatori e spesso quelli a cui non piace essere perdonati sono proprio quelli che, di per sé, sono più virtuosi, i migliori. Ciononostante, quando qualcuno nella propria vita rifiuta il perdono, allora diviene velenoso, diviso in se stesso, separato dal mondo e da Dio, diviene triste e aggressivo, proprio perché continua a operare in lui ciò che non è stato perdonato.
Al contrario: per quanto uno possa aver peccato, se la semplicità di cuore di ammetterlo e si fa perdonare, allora trova la gioia, la leggerezza e diviene una cosa sola con se stesso.  Il Signore è la riconciliazione, e rifiutare la riconciliazione significa respingere lui stesso. Siamo continuamente come Pietro che non vorrebbe farsi lavare. Ma possiamo aver parte con il Signore solo se ci lasciamo lavare.
Il particolare simbolo di questa Santa Messa di oggi che è parte del Mistero del Giovedì Santo, è il segno dell’olio. Da esso Cristo trae il suo nome: Christos significa “l’Unto”. E così l’olio è segno dello Spirito Santo, dell’unzione nuova che a Lui è data e che da Lui sgorga. Il sacerdote dovrebbe essere soprattutto un uomo dello Spirito. Abbiamo bisogno di “Sacerdoti nello Spirito”. A questo punto diviene evidente che una tale meditazione non è, per così dire, materia di conversazioni private, ma ci riguarda tutti, perché solo tutti fraternamente insieme possiamo costruire il corpo vivente di Gesù Cristo e far diventare cultura la fede, perché solo tutti insieme possiamo donarci reciprocamente e liberamente cioè per amore il soffio dello Spirito Santo. E se gli uomini nel mondo esercitano le professioni laiche, se voi, cari fratelli e sorelle di fede, avete bisogno di sacerdoti che vi precedano nel credere, che credono esemplarmente, noi sacerdoti abbiamo bisogno che voi crediate insieme a noi (solo una fede pienamente accolta insieme, vissuta e pensata diviene cultura e dialogo con le culture). Abbiamo bisogno che voi, con la vostra pazienza, ci sosteniate e ci correggiate, perché possiamo riconoscere che c’è bisogno di noi, e proprio così riceviamo di nuovo la nostra fede.
Così oggi vogliamo stringerci gli uni agli altri, pregare il Signore che ci voglia toccare tutti con l’unzione dello Spirito Santo. Che Egli ci doni di vivere nel soffio del Suo Spirito e così divenire Chiesa viva”.

Per la Messa del Crisma 1981
“La sala dell’Ultima Cena sul monte Sion, a Gerusalemme, alla quale è rivolto in modo particolare in questi giorni il nostro sguardo, è il luogo di due avvenimenti decisivi nella storia della salvezza. In essa è stata istituita l’Eucarestia, è lì che Cristo ha donato se stesso per divenire pane  di vita per tutti i secoli. In essa ha avuto luogo anche l’invio, dello Spirito Santo, la prima festa di Pentecoste. Attraverso il segno costituito dagli apostoli che parlavano in tutte le lingue si preannunciava la Chiesa, che varca ogni limite di lingua, di luogo e di tempo e forma una nuova unità senza più confini, la comunità del popolo di Dio. I due avvenimenti appartengono intimamente al medesimo luogo; legati come sono l’uno all’altro, formano un unico avvenimento; entrambi sono a fondamento della Chiesa. Infatti ci può essere Chiesa solo perché Cristo si è fatto presente agli uomini, si è comunicato loro, portandoli così alla comunione gli uni con gli altri nell’unità della sua vita, nel nuovo organismo del suo amore. Ma Chiesa, d’altra parte, ci può essere solo perché lo Spirito Santo alita, per così dire, sull’argilla e perché conduce ad unità gli uomini (che sarebbero gli uni accanto agli altri e gli uni contro gli altri), affinché essi diventino il nuovo organismo  che Cristo vuole creare in questo mondo. Insieme, l’Eucarestia e la Pentecoste stanno all’origine della Chiesa. La Chiesa può esistere solo perché è l’organismo di Cristo, perché proviene da Lui. Ma può esistere, inoltre, solo perché questo organismo è animato dallo Spirito di Dio. Questo Spirito è lo Spirito del Corpo di Cristo e, in esso, è sempre di nuovo Spirito fatto carne. L’invito rivolto dal Santo Padre ai vescovi di tutto il mondo di predicare, nella Messa di oggi, sullo Spirito Santo, sul suo mistero di Pentecoste, bisogna intenderlo a partire da queste correlazioni. L’occasione è data dall’anniversario del Concilio di Costantinopoli che mille e seicento anni fa formulò la comune professione di fede della cristianità nello Spirito santo. Questa professione di fede è come la linfa vitale nell’organismo della Chiesa, il marchio della sua identità, nel quale la Chiesa  ritrova sempre di nuovo se stessa, è se stessa. Far memoria del Concilio di Costantinopoli non significhi perciò, per la cristianità, celebrare un anniversari tra gli altri, non è il ricordo di un evento trascorso: E’ invece un “Er-Innem”, nel senso più autentico del termine tedesco: è un andare verso l’interno, alla vera fonte della vita, che ci sostiene e ci fa cristiani. Lo Spirito santo e l’Eucarestia, la Pentecoste e il Giovedì Santo sono legati l’uno all’altro; l’uno ci aiuta a comprendere l’altro.
Cerchiamo dunque, a partire dal mistero della Pentecoste, di comprendere meglio lo Spirito Santo; e, all’interno di questo, l’Eucarestia e la nostra missione di battezzati e di sacerdoti al servizio di Gesù Cristo. Se contempliamo l’avvenimento della Pentecoste, vediamo che lo Spirito Santo si manifesta come forza che accoglie, come forza che trasforma e come forza di missione.
Forza che raccoglie. Esso riporta assieme i discepoli, che la paura e l’egoismo avevano disperso. Una volta radunati, viene a loro e li conduce pienamente all’unità. Questo corrisponde alla sua più intima natura. Dio è amore, ci dice la Bibbia. Ma se è amore, allora significa che Egli è io e tu, è un darsi e un donarsi scambievole. E significa che l’io e il tu non rimangono divisi l’uno di fronte all’altro, ma che, nell’amore, al fondo, sono una cosa sola. La rivelazione della fede ci dice che l’unità che l’amore crea e che noi chiamiamo Dio è un’unità più profonda, più alta, più radicale dell’unità indivisibile, della più piccola particella della materia. Per questo l’essere trino non è in contraddizione con l’essere uno, ma consegue alla natura stessa dell’amore.  Dove c’è, c’è allo stesso tempo l’essere di fronte e l’essere uniti. Non c’è contraddizione in questo, bensì è la conseguenza del fatto che Dio è amore e che l’amore è la realtà originaria, il Divino. Dio è Padre e Figlio, ma in quanto Spirito è unità, è amore, il quale non elimina lo stare di fronte e tuttavia non lo lascia sussistere come tale, bensì crea la più profonda unità. Lo Spirito santo è “raccolta” e questo è il suo segno, la sua natura lungo tutta la storia. Lo si riconosce laddove c’è raccolta, riunione. “Chi non accoglie con me, disperde” (Mt 12,30).
La fede, che proviene dallo Spirito Santo, è sempre raccolta, riunione che riconduce ad unità ciò che era disperso. E per questo il ministero sacerdotale è prima di ogni altra cosa ministero di riunione, di raccolta.
Così siamo arrivati al passo successivo. Può raccogliere solo chi è stato a sua volta raccolto. Chi è lacerato, chi vive superficialmente, dissipato tra le tante distrazioni della quotidianità. Chi non ha alcuna unità interiore, ma è dilaniato e sballottato da tutte le spinte e ambizioni che ci trascinano via, come potrebbe lui che non è raccolto, raccogliere? Solo chi a sua volta raccolto e possiede il raccoglimento, può trasmetterlo, può irradiare quella pace, quella minima unità che a sua volta raccoglie, raduna e unisce. Raccoglimento significa abbandonare la dissipazione, significa cercare la via faticosa verso il centro. Raccoglimento significa raggiungere il punto nel quale gli uomini tra loro sono una cosa sola e possono entrare in contatto; quel punto nel quale Dio è nel cuore dell’uomo, è il fondamento e l’unità di noi tutti. Raccoglimento significa andare in profondità e, attraversando dissesti e distrazioni, raggiungere quel centro unificante. E questo non può accadere senza forza di volontà, senza la pazienza che tende sempre a quel centro.
Da questo, cari fratelli nel ministero sacerdotale, si può come il raccoglimento, l’essere noi stessi raccolti rappresenti un elemento decisivo del nostro servizio sacerdotale. Non possiamo adempiere rettamente, se non siamo noi stessi uomini raccolti, se siamo dissipati e lacerati, superficiali. Credo che noi tutti corriamo il rischio, davanti ai tanti compiti che ci prendono e che sono importanti per noi, che ci sequestrano, per così dire, di sentir quasi rimorso quando cerchiamo un momento di raccoglimento; crediamo di operare veramente da sacerdoti solo se facciamo cose che, per così dire, di volta in volta possiamo archiviare ed esibire come pratiche risolte. E tuttavia l’Occidente, il nostro Paese, il mondo è malato di questo attivismo che lacera gli uomini nel loro agire e che li rende interiormente e profondamente così poveri e vuoti, divisi e dunque così aggressivi e vicendevolmente ostili. L’imparare a divenire persone raccolte non è una fuga dal lavoro pastorale, bensì il suo indispensabile centro; l’imparare sempre di nuovo, nel lavoro quotidiano, a cercare un momento di raccoglimento, la strada verso il centro; perché è soprattutto questo che le persone si attendono da noi, e cioè che, incontrandoci, non si trovino di fronte un’altra persona agitata, ma una persona dalla quale emana qualcosa del raccoglimento, della pace e del silenzio propri di ciò che non passa e che ci rende interiormente sereni e liberi.
Lo Spirito Santo ci raccoglie e ci chiama a ricercare il raccoglimento non come una perdita di tempo, ma come immersione nel mistero della vita, in ciò che realmente sostiene e senza del quale l’agire diviene vuoto e insignificante. Lo Spirito Santo ci raccoglie significa anche che ci raduna nella comune professione della fede, nella comune forma cattolica. Uno dei pericoli che corriamo e che rendono la Chiesa così scomoda è che ognuno vuole avere la propria fede e la propria teologia private; quasi che ci debba essere una teologia differente per gli uomini e per le donne, per i lavoratori e per i dotti, e Dio solo sa per cos’altro ancora. E noi misuriamo la fede della Chiesa, misuriamo quello che dice il Papa  e quello che dicono i vescovi in rapporto a queste nostre teologie private, al Gesù che noi ci siamo immaginati. Ma Cristo è presente solo nel “noi”; perché egli è nel suo Corpo, vale a dire nella comunità di coloro che sono divenuti super organismo e suoi organi. Egli non è presente nell’io privatizzato, ma solo nella forma del noi, nella forma comune che si esprime nella comune professione di fede. Parliamo dello Spirito Santo come “raccolta”. Nello smarrimento del IV secolo, quando la comunità ecclesiale in Oriente sembrava quasi completamente distrutta e dissolta in una serie di teologie private dei circoli più diversi, lo Spirito santo creò una forma unificante di fede e, a partire da questa, la comune forma cattolica e così l’unità di ciò che era lacerato. Se parliamo dello Spirito in questo modo, allora dobbiamo imparare  di nuovo anche quel distacco da noi stessi che non misura la fede in base a quello che abbiamo pensato noi, ma riconosce che la teologia è spiegazione della fede comune (non solo sincronico ma soprattutto diacronico) e ha in essa il proprio metro. Non è la nostra fede privata che misura la Chiesa, ma è la parola comune della Chiesa che misura la nostra fede, verificando se essa è divenuta un “noi crediamo” nella forza unificante dello Spirito Santo. Dobbiamo nuovamente cercare questa forma unificante, che sin dal principio ci accoglie e ci sostiene come spazio di unità nel quale – al di là di ciò che è privato e diverso – è presente quello che fondamentalmente sostiene e unisce nelle diversità.
“Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore” (Gv 14,2), dice il Signore. Questo vale anche per la fede. E se davvero crediamo a partire dal comune “noi” della Chiesa, si vede bene che vi sono molte dimore e molti modi in cui trovare nella fede la nostra patria. Ma allora quelle dimore non sono più dei buncher rivolti l’uno contro l’altro, nei quali difendiamo, per così dire, le nostre piccole miniere, il nostro piccolo avere, bensì dimore dell’unica casa, nella forza unificante dello Spirito Santo.
Lo Spirito Santo è trasformazione. La Messa, che inizia come raccolta, ha il suo vertice nella consacrazione (o transustanziazione nell’io del sacerdote attraverso il quale Cristo dice “questo è il mio corpo dato...questo è il mio sangue versato attualizzando sacramentalmente in ogni tempo e spazio il Sacrifico di Gesù Cristo). Il pane di questa terra diviene Corpo di Cristo, pane di vita eterna. Quello che in lontananza splende davanti a noi, un cielo nuovo e una terra nuova, qui diviene realtà. “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5). Il pane, frutto della terra e del nostro lavoro, diviene il suo Corpo. In esso c’è Lui, che si dà a noi come inizio della trasformazione del mondo, come inizio della nostra trasformazione, di noi che dobbiamo entrare in questa trasformazione. Nell’Eucarestia, Cristo non si aggiunge come qualcosa in più, per così dire, oltre il pane, in modo che a un certo punto ci sarebbe anche Lui. Non è qualcosa accanto ad altro, è la fonte, la radice, la forza creatrice del tutto. Dove egli viene, più nulla resta come prima; si avvera la nuova creazione, le cose divengono nuove. Per questo l’essere cristiani non può consistere nell’aggiunta del piccolo spazio domenicale a quello dei giorni lavorativi, qualche cosa che coltiviamo in una specie di angolo devozionale della nostra vita; è invece un fondamento nuovo, è trasformazione che ci cambia.
L’opera decisiva dello Spirito Santo è trasformazione. Essere cristiani, dunque, è sempre conversione; conversione che corrisponde alla trasformazione dell’Eucarestia. La Tradizione utilizza per l’una e per l’altra il termine conversione ed esprime così la profonda unità dei due avvenimenti. Possiamo essere cristiani unicamente se ci sottoponiamo a questo processo di nuova creazione, di trasformazione, considerando l’essere cristiani non come una pia aggiunta, ma come forza che determina tutta la nostra vita, che facciamo penetrare in ogni nostra azione quotidiana come forma nuova, trasformatrice. Dobbiamo divenire chicco di grano di Cristo – pane di Gesù Cristo – insieme con lui, come diceva sant’Ignazio di Antiochia. Divenire chicco di grano significa lasciarsi piantare sulla terra, lasciarsi prendere, non rimanere nella propria sfera privata; significa lasciarsi penetrare dalle forze della terra e del cielo. In esse, lasciare trasformare se stessi, lasciarsi trasformare in modo determinante da quello che ci viene chiesto e che ci accade: dalle prove che Dio ci manda, dai suoi doni, dalle richieste, dalle cose buone, ma anche dai pesi che gli uomini ci danno da portare. E crescere, in questo processo di maturazione, divenire nuovi. Divenire chicco di grano significa ricevere il sole di Dio e le acque della terra, lasciare che fermentino in noi – nella forza dello Spirito – così da diventare buon pane di Cristo. Significa accettare i tizzoni ardenti – anche quelli delle difficoltà – e di essere macinati nei triboli della quotidianità. Ovvero, per usare un’altra immagine: perché l’uva diventi buon vino deve aver preso tanto sole. Questo, cari fratelli e sorelle, cari confratelli, è il nostro compito: prendere tanto sole così da diventare buon vino. Esporci sempre di nuovo al sole della Parola di Dio, alle sollecitazioni di Dio, ma anche alla tempesta, al vento e all’acqua: solo attraverso tutto questo diveniamo uva matura che dà buon vino da bere. 
E finalmente: lo   Spirito Santo è missione. Al termine della Messa si dice: “Ite, missa est”. Andate, è missione. Non a caso l’intero avvenimento (dell’attualizzazione sacramentale del sacrificio di Gesù Cristo) ha preso da questa formula finale, perché esso, nel suo insieme, è missione, perché sempre tutto l’agire di Dio è anche per gli altri. Lo Spirito Santo opera sempre nel segno del “per”; non viene mai a nessuno in modo puramente privato, ma viene sempre per essere trasmesso. E’ sempre missione, esortazione a trasmettere. Per questo dovremmo nuovamente far nostra questa regola del “per”. La Sacra Scrittura ne offre un’immagine laddove lo Spirito Santo appare come lingua di fuoco. Il fuoco è la forza che riscalda, che illumina. “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?” (Lc 24,13-22). Solo chi arde, può accendere. Dobbiamo divenire ardenti. Dobbiamo fare con Lui il cammino dei discepoli di Emmaus, in cui farci infiammare da Lui, dalla sua parola, in cui far scendere su di noi quel fuoco che fonde, riunisce e crea unità fra gli uomini separati; in cui abbandonarci a Lui.
Il fuoco è calore. La Parola di Dio non può essere per noi una teoria. Da essa dobbiamo farci riscaldare, per poterci riscaldare. Per riscaldare gli altri. Dobbiamo diventare caldi del calore di Gesù Cristo, della forza diffusiva della sua bontà. E il fuoco è luminosità. Vuol dire che lo Spirito Santo è verità. Ma questo fuoco è anche lingua, vale a dire parola. Lo Spirito Santo non è brace indeterminata, ma promessa compiuta di senso e di amore di Dio. Lo Spirito Santo ha un contenuto che si dischiude nella Parola di Dio. Per questo il fuoco di chi è cristiano non è entusiasmo sentimentale ma intelletto che si apre alla Parola di Dio e, a partire da questo comprende la cosa più profonda, il progetto di Dio sull’uomo: il significato che tutti ci sostiene e che Egli è in grado di comunicare.
Lo Spirito santo è anche parola. Alla fine della Sacra Scrittura ci viene detto qualcosa della sua lingua. E’ scritto: “Lo Spirito e la sposa dicono: Vieni!” (Ap 22,17). Questa è la sua parola: vieni Signore Gesù! Lo Spirito Santo invoca Cristo. E proprio da questo si riconosce lo Spirito Santo, dal fatto che invoca Cristo. E per questo è la forza che indica la strada; egli vuole compiere l’incarnazione; vuole rendere Corpo di Cristo l’intera umanità, vuole portare alla pienezza quello che è iniziato a Nazareth. Per questo lo Spirito santo è il vero rinnovarsi e il vero ringiovanirsi della Chiesa, perché ci guida al futuro, alla venuta di Gesù Cristo. Ma questa energia di ringiovanimento è anche sempre fedeltà all’origine; infatti ciò che non ha radici non può crescere, non può vivere, e perciò non può ringiovanire.
Lo Spirito santo dice: “Vieni!”. Dov’è lo Spirito Santo c’è avvento, inizia il cammino nel futuro vero, nella nuova creazione. E’ solo lui che, invocando Cristo, può rinnovare la faccia della terra. Impariamo la sua lingua, invocando lo Spirito invochiamo Cristo. Andiamo incontro al futuro vero del mondo, alla raccolta, alla riunione, alla trasformazione. Apriamoci all’energia che rinnova la faccia della terra”. 

Freising 1978
Cari candidati all’ordinazione presbiterale, cari confratelli nell’episcopato e nel sacerdozio, cari fratelli e sorelle nel Signore!
Che cos’è in realtà l’ordinazione presbiterale, e che cos’è il sacerdozio in cui essa ci introduce? Sono queste le domande che sono state  riproposte nel dibattito degli ultimi anni e alle quali dobbiamo imparare a rispondere. La liturgia della Chiesa dà la risposta nella preghiera  e nei gesti simbolici, la anticipa già attraverso le quattro domande con le quali viene chiesta la disponibilità  dei candidati, e in tal modo viene esplorato l’ambito interiore dell’esigenza e del dono del sacerdozio.
Ci condurrebbe troppo lontano volerle esaminare tutte adesso. L’ultima di tali domande, in fondo, racchiude in se stessa l’essenza di tutte le altre, ed è questa che vogliamo approfondire un po’, al fine di poter comprendere più in profondità il significato di questo momento. La domanda è: “Siete disposti ad unirvi sempre più strettamente a Cristo sommo sacerdote e a diventare, insieme a Lui, un dono sacrificale per l’onore di Dio e per la salvezza degli uomini?”. Benché non venga detto espressamente, sullo sfondo vi è l’incarico eucaristico come centro dell’esistenza sacerdotale. Il sacerdote esiste per approntare l’Eucarestia (cioè l’attualizzazione sacramentale del sacrificio della Croce), per celebrare la festa di Dio tra gli uomini, per essere in questo mondo, come il maestro delle cerimonie nuziali che, per conto di Dio, fa entrare nella sua festa. E’, però, importante la formulazione. Non viene chiesto: “Siete disposti a fare o a realizzare questo o quest’altro?”. Al contrario viene chiesto: “Siete disposti a diventare insieme con Cristo, un dono sacrificale?”. Non viene richiesto solo un fare, bensì un essere. E solo in questa profondità nella quale ci si lascia toccare personalmente, nella quale si è disposti a metter in gioco se stessi, è possibile rispondere al dono del Signore. L’Eucaristia è più di  un party, più di un caffè con il sacerdote, più di un ritrovo comunitario. E’ il solenne dono di Dio, nel quale Egli stesso ci viene incontro (con l’attualizzazione sacramentale attraverso la transustanziazione del sacrificio di Gesù Cristo che agisce nell’io del sacerdote) e, al di là di tutto ciò che noi possiamo realizzare e fare, raggiunge la profondità della nostra vita (consentendo a Cristo di agire attraverso il nostro io e dire “questo è il mio corpo dato…”     “questo è il mio sangue versato…”).
Se si prosegue in questa riflessione, appare la natura e la dimensione dell’impegno di cui si tratta. Anzitutto diventa evidente quella che vorrei chiamare la “non discrezionalità dell’Eucaristia”. Ciò significa che essa non è qualcosa che noi stessi – parroci o anche vescovi – immaginiamo e realizziamo, ma che in essa il Signore ci dà più di quello che ciascuno di noi potrebbe dare. Nell’Eucaristia avviene ciò che nessuno di noi può inventare e compiere. In essa, al sacerdote è affidato un dono, che è e rimane anche per lui un dono da custodire. Questo, ritengo, dovrebbe stare sempre al primo posto. La grandezza dell’Eucaristia, ciò che supera ogni altra manifestazione del mondo, non consiste nelle nostre realizzazioni formali, per quanto interessanti, ma in ciò che precede il nostro stesso realizzare. Consiste nel fatto che, nella preghiera e nell’azione comunitarie della Chiesa lungo la storia, è Lui il Signore, ad agire personalmente. E la cosa più importante in assoluto è che noi ci facciamo servitori di questa realtà più grande; che impariamo a superare noi stessi e che portiamo il dono che nessuno di noi potrebbe inventare, ma che tutti noi aspettiamo. Poiché tutti noi desideriamo, consapevolmente o no, di non fermarci alle semplici creazioni della nostra mente e delle nostre mani per ricevere il dono solenne che non possiamo inventare, ma che può solo essere donato.
Il fatto che le cose stiano così, che cioè qui ci sia qualcosa che non possiamo creare ma solo trasmettere, non significa però che dobbiamo essere solo passivi, che non possiamo e non dobbiamo dare il nostro contributo personale. Al contrario: proprio perché qui c’è qualcosa di più grande, questo nostro accedere a ciò che ci precede ed è più grande rappresenta una sfida più rilevante per tutte le dimensioni del nostro essere. Per questo occorre anzitutto la semplice preparazione esteriore; occorre sempre fare in modo che ci sia l’ambiente esteriore per la celebrazione del sacro e che esso sia degno, che vengano svolti i servizi necessari, che le persone vengano riunite, che vengano risvegliate le dinamiche della festa e della celebrazione, che le persone diventino capaci e disposte a mettere il loro tempo a disposizione di quella che non è affatto una faccenda terrena. E dire che sono necessari molteplici servizi anche esteriori per rendere possibile questo qualcosa di grande, è già accennare al fatto che la celebrazione eucaristica non può esistere senza l’annuncio costante della Parola di Dio, senza la preparazione dello spazio interiore in cui tale realtà ci interpelli. Negli ultimi anni la Chiesa si è molto adoperata per rendere l’Eucaristia comprensibile e trasparente per tutti. E questo è un bene. Allo stesso tempo, però, abbiamo dovuto renderci conto che esiste comunque un limite. Per quanto si faccia in tale direzione, l’Eucaristia non potrà mai essere ascoltata e assimilata come un quotidiano o come un giornale radio. Essa richiede sempre di più, una comprensione sempre più profonda e più ampia, e arriveremmo in ritardo se volessimo creare questo solo nel momento stesso della celebrazione dell’Eucaristia. In questo caso saremmo poi costretti a parlare sempre di più, tanto che alla fine con le parole  oscureremmo il grande impatto dell’azione sacra, la distruggeremmo con le parole e tuttavia, in ultima analisi, avremmo detto sempre troppo poco. L’Eucaristia deve essere preceduta dall’ascolto della Parola di Dio, dalla preparazione dei sensi e del cuore a tal fine. Devono esservi infatti un ascolto e una comprensione che coinvolgano anche il cuore, l’uomo nella sua totalità, che comprende più di quello che può percepire la sua mera ragione.
Ne fa parte anche la necessità che le persone vengano guidate sulla via della conversione, che imparino a riconoscere la colpa  e a ricevere il perdono. Une delle miserie del nostro tempo è il bisogno crescente di contestare l’esistenza della colpa. L’uomo, in effetti, non può sopportare la colpa, se da qualche parte non si intravvede il perdono. Per questo la nega. Ma allora vive in contrasto con la verità. E chi vive in contrasto con la verità crolla interiormente. L’uomo può sopportare la sua verità – la verità della colpa – soltanto se gli viene incontro una verità nuova, più grande: la verità di Dio che si chiama perdono. E’ questo l’altro grande aspetto del ministero sacerdotale: che possiamo dire la parola di perdono e in tal modo rendere possibile all’uomo la verità e suscitare la vita. Questo deve penetrare oggi nel vostro cuore, questo dono di poter pronunciare le parole del perdono, le parole di benedizione e le parole della transustanziazione.
Ritorniamo ancora alla domanda nel rito dell’ordinazione. Essa suona: “Siete disposti a diventare, insieme con Cristo, un dono sacrificale?”. In un primo momento siamo portati a resistere a una simile formulazione come descrizione del più intimo significato  del sacerdozio. Potrebbe apparirci stravagante e, in ultima analisi, esagerata e non veritiera. Ma ciò dipende dal fatto che abbiamo un concetto sbagliato di sacrificio, quasi significasse un tormento senza fine, che l’uomo poi per una qualche ragione considera una devozione verso Dio. O significasse una prestazione che Cristo ha già compiuto e rispetto alla quale non ci sia bisogno d’altro e non sia possibile aggiungere più nulla. Da questo atteggiamento dovrebbero scuoterci le parole di sant’Agostino: “Questo è il sacrificio dei cristiani: molti e un solo corpo in Cristo”. Dio non vuole da noi qualcosa, non ha bisogno di niente; è Lui il Creatore di tutte le cose. Vuole da noi ciò che solo la creatura gli può dare di nuovo: il nostro amore. E quindi sacrificio non significa questo o quel tormento, questa o quella prestazione, bensì uscire dalla legge fondamentale dell’egoismo, dall’affermazione di sé, dal voler appartenere a se stessi, e sottomettersi alla legge nuova di Gesù Cristo, che è l’uomo per gli altri e il Figlio del Padre nello scambio eterno dell’amore trinitario (L’Amante il Padre, l’Amato il Figlio, l’Amore tra il Padre e il Figlio lo Spirito Santo). E proprio perché da soli non ci riusciamo, il sacrificio dei cristiani è proprio questo: lasciarsi misericordiosamente prendere la mano da Cristo e farsi introdurre nell’intima unità del suo organismo, la santa Chiesa, per diventare in tal modo, nell’unità con Lui, simili a Dio. Dio stesso, infatti, non è un io chiuso in se stesso, ma esiste solo nella realtà del dono reciproco tra Padre, Figlio e Spirito (L’Amante, l’Amato, l’Amore). Diventare sacrificio significa lasciarsi coinvolgere in questo mistero e quindi bere così il vino della festa di Gesù Cristo, il vino della divinità. A partire da ciò possiamo noi comprendere anche la fatica richiesta per lasciarsi ogni giorno di nuovo tirar fuori dall’io chiuso in se stesso e lasciarsi inserire nell’insieme del suo Corpo. Non la fatica, però, è la cosa principale e fondamentale,   bensì questa grande realtà della trasformazione che ci fa entrare nel mistero dell’amore trinitario. Più teniamo presente tale realtà grande e nuova, più riusciremo a intendere la faticosa quotidianità come un dono che ci rende ricchi e liberi e non come un tormento che ci limita e ci svilisce.
Di qui si può comprendere ora anche la penultima delle domande dell’ordinazione: “Siete disposti ad assistere i poveri e i malati, ad aiutare gli emarginati e i sofferenti?”. Non si tratta di un tardo romanticismo sociale, aggiunto solo in un secondo momento all’immagine del sacerdote. Se, infatti, le cose stanno così, se cioè celebrare l’Eucaristia significa bere il vino di Gesù Cristo, il vino del suo amore trinitario, lasciarsi inserire nel suo Corpo, uscire dal voler essere solo se stessi, allora ciò significa proprio anche essere aperti agli altri, a coloro che stanno ai margini. Pensare e vivere a partire da Lui significa non valutare la persona in base alla sua importanza funzionale, ma guardarla con gli occhi di Dio che ci ha creati, guardarla con gli occhi di Gesù Cristo che ama ciascuno di noi e per ciascuno ha sofferto.
Nelle recenti discussioni sul sacerdozio, da più parti è stato asserito che oggi il sacerdozio in fondo  non è più una vera professione, perché non adatto ad un mondo caratterizzato dalle specializzazioni, nel quale non può esserci qualcuno che si interessi di tutte le  questioni della vita. E si  è detto: se il sacerdozio vuole continuare ad essere una professione, allora anche il sacerdote deve diventare uno specialista, per esempio uno specialista di questioni teologiche, che su questo è a disposizione della comunità per dare i suoi consigli. Io dico: no! La grandezza del sacerdote e la sua costante necessità consistono proprio nel fatto che, in un mondo sfilacciato in specializzazioni e ne risente le conseguenze negative, soffre e si sgretola, egli continua ad essere l’uomo per tutto, colui che, dall’interno, conserva l’unità dell’essere uomini. E’, infatti, proprio questa la nostra indigenza, che non vi è più alcun luogo dove l’uomo è uomo, ma esistono reparti speciali per gli anziani, per i malati e per i bambini e da nessuna parte ormai l’essere uomo viene vissuto nella sua totalità. Se non ci fosse il sacerdote, bisognerebbe inventare qualcuno che, in mezzo alle specializzazioni, fossa da parte di Dio l’uomo per gli uomini – l’uomo presente per i malati e per i sani, per i bambini e per gli anziani, per la quotidianità e per la festa, l’uomo che tiene unito tutto questo a partire dall’amore misericordioso di Dio. E’ proprio questo l’aspetto veramente bello, profondamente umano e al contempo santo e sacramentale del sacerdozio: che il presbitero nonostante tutta la formazione di cui ha bisogno, alla fine non è uno dei tanti specialisti, bensì il servitore della nostra creaturalità, della nostra umanità, che, al di là delle divisioni della vita, insieme ci introduce nell’amore misericordioso di Dio, nell’unità del Corpo di Cristo.
E così, cari giovani fratelli, vogliamo in quest’ora pregare di cuore per voi: che Dio, in tutta la fatica che si nasconde dietro la parola sacrificio, vi faccia sempre riconoscere il vino della gioia in forza del quale tutto ciò accade. E che in tutta la dispersione che ogni girono un tale vivere per tutti comporta, vi doni sempre di nuovo la bellissima esperienza che così continuate il mistero di Gesù  Cristo, avvicinate le persone tra loro, le conducete a Lui, conservando così l’unità dell’essere uomini. E vi doni l’esperienza di diventare necessari, necessari non come chi fa questa o quell’altra cosa, ma perché si preoccupava del fondamento stesso della nostra vita.
Vogliamo tutti ora pregare affinché Dio benedica il “sì” che questi nostri giovani fratelli hanno pronunciato dinnanzi a tutti noi, perché sia benedetto il ministero che si stanno accingendo a svolgere. Forse la crisi del sacerdozio è stata condizionata anche dal fatto che le comunità hanno troppo poco sostenuto i loro sacerdoti, non hanno fatto loro sperimentare in modo sufficiente il loro essere necessari. Torniamo a farlo! Ci saranno sempre errori e debolezze, ma proprio quando li scopriamo cerchiamoci ancora di più gli uni gli altri nel Signore! Sosteniamoci a vicenda ancora di più per il Signore e a partire da Lui, affinché la luce della fede, la speranza della vita che Egli ci dona non si spenga nella nostra patria, ma continui a risplendere; affinché la gioia festosa del suo amore illumini la nostra vita, affinché possiamo essere persone piene di gratitudine, persone eucaristiche”.

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