mercoledì 2 marzo 2016

Perdonate, non bastonate!

In confessionale con il linguaggio dei gesti “la carezza della parola di un prete fa tanto bene!”, “fa miracoli, eh?” (Papa Francesco)

Nell’Omelia della Santa Messa del 9 febbraio con i Frati Cappuccini Papa Francesco così si è espresso: “Ci sono tanti linguaggi nella vita: il linguaggio della parola, ma ci sono anche i linguaggi dei gesti. Se una persona si avvicina  me, al confessionale, è perché sente qualcosa che gli pesa, che vuole togliersi. Forse non sa come dirlo, ma il gesto è questo.
Se questa persona si avvicina è perché vorrebbe cambiare, non fare più, cambiare, essere un’altra persona, e lo dice con il gesto di avvicinarsi. Non è necessario fare delle domande: “Ma tu, tu….?”. Se una persona viene, è perché nella sua anima vorrebbe non farlo più. Ma tante volte non possono, perché condizionati dalla loro psicologia, dalla loro vita, dalla loro situazione ….”Ad impossibilia nemo tenetur (nessuno è tenuto a fare cose impossibili)”. Un cuore largo … Il perdono …Il perdono è un seme, è una carezza di Dio. Abbiate fiducia nel perdono di Dio. Non cadere nel pelagianesimo! “Tu devi fare questo, questo, questo…” Ma voi avete questo carisma dei confessori. Riprenderlo, rinnovarlo sempre. E siate grandi perdonatori, perché chi non sa perdonare finisce come questi dottori del Vangelo: è un grande condannatore, sempre ad accusare …E chi è il grande accusatore, nella Bibbia? Il diavolo! O fai l’ufficio di Gesù, che perdona dando la vita, la preghiera, tante ore lì seduto, come quei due (san Leopoldo e san Pio); o fai l’ufficio del diavolo che condanna, accusa …Non so, non riesco a dirvi un’altra cosa. In voi lo dico a tutti, a tutti i sacerdoti che vanno a confessare. E se non se la sentono, che siano umili e dicano: “No, no, io celebro la Messa, pulisco il pavimento, faccio tutto, ma non confessare, perché non so fare bene”.
Papa Francesco con il linguaggio dei gesti, tipico di un “ospedale da campo”, piegato su una persona che si presenta ferita, timorosa, muta, con l’evidente volontà di essere sanata, ma incapace di ottemperare materialmente a tutte le prescrizioni, ripropone ciò che nel linguaggio della Parola di San Giovanni Paolo II ha proposto nell’esortazione apostolica post sinodale del 1984 “Reconciliatio et paenitentia”  ciò che rende valido il sacramento della confessione comprende la confessione esplicita dei peccati gravi commessi, il manifesto proposito di non commetterli più: “L’accusa dei peccati appare così rilevante, che da secoli il nome usuale del sacramento è stato ed è tuttora quello di confessione. Accusare i propri peccati è, anzitutto, richiesto dalla necessità che il peccatore sia conosciuto da colui che nel sacramento esercita il ruolo di giudice, il quale deve valutare sia la gravità dei peccati, sia il pentimento del penitente, e insieme il ruolo di medico, il quale deve conoscere lo stato dell’infermo per curarlo e guarirlo. (…)  Ogni peccato grave deve quindi essere dichiarato, con le sue circostanze determinanti, in una confessione individuale. (…) Con questo richiamo alla dottrina e alla legge della Chiesa intendo inculcare in tutti il vivo senso di responsabilità, che deve guidarci nel trattare le cose sacre, le quali non sono di nostra proprietà, come i sacramenti, o hanno diritto a non essere lasciate nell’incertezza e nella confusione, come le coscienze”.
Questa è la legge. Ma Papa Francesco chiede ai confessori di andare allo spirito della legge stessa, quando la si vede rispettata non in superficie ma nel profondo. Ed è ciò che ogni confessore fa da sempre. Ma lo fa a tu per tu con il penitente, nel segreto del confessionale, non dal pulpito con la parola. Perché ciò che è chiaro nel confessionale con i gesti non lo è altrettanto se detto in pubblico.
Come ai cappuccini Papa Francesco ha chiesto ai preti della Capitale di “non bastonare la gente”, ma di “accarezzare, come ci accarezza Dio” o “come si fa in ospedale, che se sa accarezzare la suorina infermiera o il dottore buono, le ferite non fanno male, no?”. Ancor più “la carezza della parola di un prete fa tanto bene, tanto bene!”, ha assicurato il Pontefice, “fa miracoli, eh?”.
In questa prospettiva, l’Anno della Misericordia in corso è a tutti gli effetti “una grazia”. “Non è stata una cosa che ho pensato: ‘Farò questo’. No!”, ha spiegato il Papa, “è una cosa che viene da Paolo VI, e poi san Giovanni Paolo II con tre pilastri forti: la Dives in Misericordia,la canonizzazione di Faustina e la festa della Divina Misericordia, nell’ottava di pasqua! E’ un messaggio che viene, viene, viene …Papa Benedetto, anche: con quanta tenerezza, in due o tre catechesi ne ha parlato”.
Così è nata l’intuizione di un Anno Santo dedicato alla misericordia. “Un giorno –ha rivelato Papa Francesco – parlando fraternamente, in una udienza di tabella, con monsignor Fisichella ho detto: “Ma questo della misericordia, vedo che è un filo che viene da lontano nella Chiesa. Si potrebbe fare un Giubileo sulla misericordia?’. La prima volta che l’ho detto, così, perché è uscito da me. Ma è il Signore che lo ha fatto”. E “se il Signore vuole un Giubileo della misericordia, è perché ci sia misericordia, nella Chiesa, perché si perdonino i peccati”.
E magari perché tutti i sacerdoti ricordino che non sono “principi”, né “padroni”, ma bensì “servitori della gente”. “Se il Signore ci ha dato questa missione è proprio per andare ad aiutare la gente, con umiltà e misericordia” ha ribadito il Papa e, rivolgendosi ad ognuno die presenti, ha aggiunto: “Oggi, quando ho visto tutti voi confessarvi lì ho sentito consolazione, perché una delle grazie più belle in un presbiterio è quando i presbiteri si sentono peccatori, perché così possono perdonare meglio gli altri peccatori. E’ una grazia bella”.
Certo perdonare i peccati “non è facile”, ha ammesso Francesco, “perché la rigidità tante volte viene da noi che siamo rigidi e padroni….”. E’ “la malattia del clericalismo” che contagia un po’ tutti. “Tutti, eh?, Anche io”, ha detto il Santo Padre, “tutti l’abbiamo questo” e tutti “dobbiamo lottare …Tu sei padre, eh? Lascia crescere i figli. Sì, metti i limiti, ma come lo farebbe un padre”. Cioè con misericordia.
Misericordia che è “Gesù, è il Padre che ti ha mandato Gesù”. La misericordia è la certezza che Cristo “si è fatto carne”, “si è fatto peccato” – come diceva san Paolo in tono “più energico” – e “ha scelto me peccatore. Lui sceglie i peccatori”!”. Questo –ha osservato il vescovo di Roma “è tanto bello”. Perciò – ha ammonito – se tu sacerdote “non credi che Dio è venuto nella carne, sei l’anticristo: e questo non lo dico io, lo dice l’apostolo Giovanni”.
La misericordia è dunque la bussola che deve orientare il servizio di ogni sacerdote. “Non è manica larga, no!”, ha precisato il Papa, “è amore, è abbraccio di padre, è tenerezza, è capacità di capire, di mettersi nelle scarpe dell’altro”. Significa essere “generosi nel perdono”, “capire i diversi linguaggi” e “i gesti della gente”.
Perché c’è il linguaggio delle parole, ma anche il linguaggio dei gesti. Ad esempio, ha spiegato il Papa, “quando una persona viene al confessionale, è perché sente qualcosa che non sta bene, vorrebbe cambiare o chiedere perdono, ma non sa come dirlo e diventa muto. ‘Ah, se non parli non posso darti l’assoluzione!’. No. Ha parlato con il gesto di venire, e quando una persona viene è perché non vuole, non vorrebbe fare lo stesso un’altra volta. ‘Mi prometti di non farlo?’ No, è il gesto. Alle volte lo dicono: ‘Vorrei non farlo più, ma a volte non riescono a dirlo perché diventano muti, davanti ….ma ha fatto, lo ha detto con i gesti. E se una persona dice: ‘Io non posso promettere questo’, perché è una situazione irreversibile, c’è un principio morale: ad impossibilia nemo tenetur (nessuno è tenuto a fare cose impossibili)”.
Bisogna, però, cercare sempre il modo di perdonare, “come san Leopoldo che era un campione, perché sempre cercava come perdonare”, o come quell’amico  cappuccino, confessore a Buenos Aires “che ha la coda lì, sempre, preti, gente, ricchi, poveri, tutti…poverino, tutta l giornata lì”. “Un gran perdonatore lui”, ha detto Francesco. “E una volta, parlando, mi ha detto: ‘Ma senti, io sento lo scrupolo di perdonare troppo’. Gli ho detto: ‘Cosa fai, Luigi, quando tu perdoni troppo?’. ’Ma, io vado in cappella, davanti al tabernacolo e dico: ‘Signore, perdonami, ho perdonato troppo! Ma sei stato Tu a darmi il cattivo esempio!”
L’invito perciò è chiaro: “Siate misericordiosi come il Padre, grandi perdonatori”. Di qui anche la gratitudine “per il lavoro che fate nella diocesi, perché io credo che quest’anno ci saranno gli straordinari che non vi saranno pagati! Ma il Signore ci dia la gioia di avere gli straordinari di lavoro per essere misericordiosi come il Padre”. 

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