domenica 13 marzo 2016

Papa Francesco sull'identità dell'Europa

La laicità francese, oggi egemone in Europa, “è incompleta … discende troppo dalla filosofia dell’illuminismo per la quale le religioni sono una sottocultura…occorre superare questa eredità … se l’Europa vuole ringiovanire  deve ritrovare le sue radici culturali per portare una certa unità nel mondo, il solo continente che può portarla” (Papa Francesco)
Robi Ronza su La nuova Bussola Quotidiana del 09-03-2016 riporta ciò che Papa Francesco, il 1 marzo ha detto ricevendo in udienza privata alcuni leader e intellettuali francesi di ambiente cristiano-sociali.
L’udienza ha fatto notizia soprattutto perché nel toccare l’attuale afflusso di arabi in Europa Papa Francesco ha
parlato di “invasione araba”. Ma i temi del colloquio erano comunque stati altri e noi riteniamo utile riportare quello che Robi Ronza ha offerto.
Papa Francesco, con il suo sguardo di Papa venuto “quasi dalla fine del mondo”, non può esser sospetto di eurocentrismo nell’affermare ai suoi ospiti francesi che “il solo continente che può portare una certa unità al mondo è l’Europa (…)”. “La Cina ha forse una cultura più antica, più profonda. Ma solo l’Europa ha una vocazione di universalità e di servizio”. Già nel suo discorso di Strasburgo del 25 novembre 2014, aveva paragonato l’Europa ad una nonna un po’ stanca. “La vecchia nonna può tornare ad essere una giovane madre?”, lo provoca Denis, direttore de La Vie che conduce l’incontro. “Un capo di stato mi ha già posto questa domanda”, risponde il papa, “Sì lo può: Ma ci sono delle condizioni (…) il rinnovamento non può essere solo quantitativo”. “Se l’Europa vuole ringiovanire occorre che ritrovi le sue radici culturali. Tra tutti i paesi occidentali le radici dell’Europa sono le più forti e le più profonde. Attraverso la colonizzazione queste radici hanno anche raggiunto il nuovo mondo. Dimenticando la sua storia l’Europa si affievolisce. E così rischia di diventare uno spazio vuoto”.
L’espressione è forte, osserva Denis. Colpisce in pieno e fa male. E’ anche angosciante, ma il vuoto richiama il pieno. “Si può parlare oggi di invasione araba. E’ un fatto sociale”, ma, continua il Papa, “quante invasioni l’Europa ha conosciuto nel corso della sua storia! E ha sempre saputo superare sé stessa, andare avanti per ritrovarsi poi come ingrandita dallo scambio tra le culture”. Gli viene chiesto quale uomo di Stato può portare un tale rinnovamento? “A volte mi domando dove voi potrete trovare un nuovo Schuman o un nuovo Adenauer, questi grandi fondatori dell’Unione europea”, sospira il papa, “capaci di applicarsi alla crisi dell’Europa, minata dagli egoismi nazionali, da piccoli mercanteggiamenti e giochi di corto respiro”.
Poi il Papa latino americano allarga lo sguardo dall’Europa al globo. “A partire da Magellano”, egli osserva, “abbiamo imparato a guardare il mondo da sud. Ecco perché dico che il mondo si vede meglio dalla periferia che dal centro, e che dalla periferia capisco meglio la mia fede, senza dimenticare che la periferia può essere umana, legata alla povertà, alla salute o anche a un sentimento di periferia esistenziale”. C’è poi, aggiunge, “qualcosa che mi preoccupa. Certo la globalizzazione ci unisce e dunque ci sono degli aspetti positivi. Ma trovo che ci sia una globalizzazione buona e una meno buona. Quella meno buona può essere rappresentata come una sfera su cui ogni persona si trova a ugual distanza dal centro. Questo primo schema separa l’uomo da sé stesso, lo uniforma e alla fine impedisce di esprimersi liberamente. La globalizzazione migliore è invece quella che si può rappresentare come un poliedro. Tutto il mondo è una cosa sola ma ogni popolo, ogni nazione conserva la sua identità, la sua cultura, la sua ricchezza. La sfida per me è questa globalizzazione buona che permette di conservare ciò che ci definisce. Questa seconda visione della globalizzazione unisce gli uomini senza negare la loro singolarità: perciò favorisce il dialogo e la comprensione reciproca. Il dialogo implica una conditio sine qua non: è a partire dalla propria identità. Se non sono chiaro con me stesso, se non conosco la mia identità religiosa, culturale, filosofica, non posso incontrare l’altro. Non c’è dialogo senza appartenenza”. Queste affermazioni vanno tenute presenti poiché danno il quadro entro cui si situa quell’appello che è così rilevante nel magistero di Papa Francesco: l’appello alla Chiesa, ai cristiani ad “uscire”, a “iniziare processi piuttosto che a occupare spazi, a correre “una sorta di squilibrio calcolato”-
Ha qualcosa da dirci al riguardo come francesi? Gli domanda Philippe Le Loroux. Il papa sorride: “nel mondo ispanico si dice che la Francia è la figlia maggiore della Chiesa, ma non necessariamente la più fedele (…). Dal punti di vista cristiano la Francia ha generato numerosi santi, donne e uomini di una spiritualità molto fine. In particolare tra i gesuiti, dove a fianco della scuola spagnola si è sviluppata una scuola francese che ho sempre preferito. Il filone francese, quello del padre Louis Lallemant. La mia spiritualità è francese. Il mio sangue è piemontese, e forse è questa la ragione di una certa vicinanza. Nella mia riflessione teologica mi sono sempre nutrito di Henri de Lubac e di Michel de Certeau. Per me de Certeau resta il più grande teologo per l’oggi”.
Ma in quanto alla laicità (riguardo alla quale la Francia, come si sa, ritiene di avere comunque il primato) Papa Francesco non ha esitato a dire ai suoi ospiti che la laicità francese “è incompleta. La Francia deve diventare un paese più laico. Occorre una laicità sana”. Ossia una laicità che “comprenda un’apertura a tutte le forme di trascendenza secondo le differenti tradizioni religiose e filosofiche”. “Una critica che ho da fare alla Francia”, ha osservato il papa, è che la sua laicità “discende troppo dalla filosofia dell’illuminismo per la quale tutte le religioni sono una sottocultura. La Francia non è ancora riuscita a superare questa eredità”. A uno die presenti, il quale gli replicava che oggi “In Francia c’è un vero dibattito sulla laicità, e il clero difende la visione di laicità da lei evocata”, Papa Francesco rallegrandosi ha risposto, “Tanto meglio”, ma senza recedere dal suo giudizio.
Il Dizionario di Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica offre gli elementi essenziali di vera laicità. Ma, come amava ripetere San Giovanni Paolo II parlando dell’Europa dall’Atlantico agli Urali, è pubblicata dalla ESD Fondamenti della Dottrina Sociale della Chiesa Ortodossa Russa, con introduzione di Kirill I, Patriarca di Mosca e di tutte le Russie. Si tratta di un cammino storico della Fede nel sociale con accentuazioni diverse: “La Dottrina sociale – Kirill –è l’espressione sintetica dell’esperienza della Chiesa russa ortodossa nella società, e in questo senso, essa può certamente essere paragonata all’analoga esperienza vissuta dalle altre Chiese e da quella dei rappresentanti delle religioni non cristiane: quindi è ben possibile affermare che il presente documento  apre ampie prospettive di dialogo tra l’ortodossia russa e le altre tradizioni”. 

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