sabato 6 febbraio 2016

Non c'è una sola modernità

“Non c’è una sola  modernità. C’è quella che nei Paesi occidentali gode di una vera egemonia. Ma c’è anche un’altra modernità, nel vasto mondo e nei nostri Paesi. E’ la modernità che vediamo oggi al Family Day. Una modernità che fa nascere figli, contrastando la crisi demografica che si sta mangiando l’Europa. Una modernità che ha fiducia nel futuro e crea nei legami sociali. Senza di essa, anche la modernità oggi egemone avrebbe poche speranze” (Camillo Ruini)

Colloquio con Camillo Ruini a cura di Aldo Cazzullo in Corriere della Sera.
Tra le numerose posizioni riguardo al “Family Day” del 30 gennaio contro l’incombente legalizzazione in Italia delle unione omosessuali con connessi “diritti” di adozione, ce n’è una che si è distinta su tutte: per l’autore, per il campo progressista e marxista da cui proviene e più ancora per le cose dette di quella parte che riportiamo su un’”emergenza antropologica”. 
Cardinale, come mai non va al Circo Massimo? 
«Anzitutto per motivi fisici. Sono molto anziano e fatico a stare in piedi a lungo, come vede. E poi penso di aver già
dato al Family Day tutto il sostegno che potevo con i miei interventi pubblici». 
Il primo fu quando disse al «Corriere» che, se si fosse andati avanti con la legge, ci sarebbero state grandi manifestazioni. Come mai ne era così certo? 
«C’era già stata quella del 20 giugno. Soprattutto, c’è nel Paese una diffusa contrarietà al matrimonio, o simil matrimonio, tra persone dello stesso sesso; in particolare all’adozione da parte di questo tipo di coppie, e alla pratica dell’utero in affitto». 
L’utero in affitto resta vietato. 
«Ci si nasconde dietro l’espressione inglese “stepchild adoption” per negare la realtà. Come fanno altrimenti due uomini ad avere un figlio?».
Una legge sulle unioni civili esiste in tutta Europa. Perché proprio l’Italia dovrebbe fare eccezione?
«Una legge sulle unioni civili si può senz’altro fare. In Parlamento praticamente tutti si dichiarano favorevoli, e di fatto gran parte di questi diritti anche in Italia esiste già, a seguito di decisioni della magistratura. Ma è importante che i diritti siano attribuiti alle persone che formano le coppie, non alla coppia come tale, per evitare equiparazioni al matrimonio».
Anche l’Europa denuncia il ritardo italiano.
«L’Europa tende purtroppo ormai da parecchi anni a trascurare il principio di sussidiarietà. Cerca di rendere uniformi norme e situazioni che sono legittimamente diverse nei singoli Paesi. E fa troppo poco in quelle materie come la politica estera, la difesa, ora in particolare la questione degli immigrati, in cui solo l’Ue può agire con efficacia».
È sicuro che la situazione in Italia sia diversa rispetto al resto d’Europa?
«La pressione c’è anche da noi. Qui però si è riusciti a resistere».
La Chiesa ha perso molte battaglie, dal divorzio all’aborto. Lei vinse quella sulla fecondazione assistita, ma la Consulta ha smontato la legge che lei difese. Non è che contro la modernità non si può fare nulla? 
«Non c’è una sola modernità. C’è quella cui lei si riferisce, e che nei Paesi occidentali gode di una vera egemonia culturale. Ma c’è anche un’altra modernità, nel vasto mondo e pure nei nostri Paesi. È la modernità che vediamo oggi al Family Day. Una modernità che fa nascere figli, contrastando la crisi demografica che si sta mangiando l’Europa. Una modernità che ha fiducia nel futuro e crede nei legami sociali. Senza di essa, anche la modernità oggi egemone avrebbe poche speranze». Che cosa intende dire?
«Che la folla del Family è una risorsa da non disperdere, per il bene del Paese».
 Ma i vescovi all’inizio hanno esitato; poi la mobilitazione delle parrocchie li ha indotti a muoversi. O no? 
«Mi pare una lettura un po’ semplicistica. I vescovi sono preoccupati di lasciare l’iniziativa ai laici, com’è giusto; ma nella sostanza non hanno fatto mancare il loro consenso. E non poteva essere diversamente».
Ora cosa accadrà in Parlamento? È più difficile per un parlamentare cattolico votare la legge?
«Questo non sono in grado di prevederlo. Credo però che tutti i parlamentari, non solo quelli cattolici, farebbero bene ad ascoltare questa manifestazione; che non è il frutto di una forte organizzazione, ma del sentire di gran parte del nostro popolo».
È ancora possibile un compromesso?
«Direi che è possibile, o almeno sarebbe possibile, un vero accordo, se oltre a stralciare le adozioni si togliessero i tanti riferimenti al diritto matrimoniale e al diritto di famiglia. Altrimenti si apre la strada all’equiparazione, attraverso le decisioni della magistratura».
È deluso da Renzi?
«Lei sa che non esprimo mai giudizi sulle personalità politiche».
È un premier cattolico. Come lo era Prodi, di cui lei celebrò il matrimonio e battezzò i figli, prima dello scontro sui Dico.
«Romano Prodi rimane per me un amico come, ne sono sicuro, io per lui. Le divergenze su alcune questioni non significano la fine di un’amicizia che tra Romano e me ha radici molto profonde».
E Renzi?
«Rispondo solo che da Renzi come da altri politici continuo ad aspettarmi scelte positive, per le quali non è mai tardi».
Ci sono quindi i margini per un accordo.
«Se si vuole, ci sono eccome. Bisogna avere la volontà di essere disposti a fare modifiche profonde».
Se invece la legge dovesse passare, si farà un referendum per abrogarla? 
«Mi pare un po’ presto per parlare di referendum. Adesso l’impegno e la speranza sono di evitare che sia fatta una cattiva legge, e che sia invece approvata una legge equilibrata e largamente condivisa dai parlamentari e dalla sensibilità comune».
Sta dicendo che non si può fare come se non ci fosse stato il Family Day?
 «Questo si vedrà. Certo sarebbe strano che non se ne tenesse conto».
Ma non era meglio tenersi i Dico?
 «È vero che non contenevano certe forzature dell’attuale disegno di legge. Ma se fossero stati approvati non sarebbero stati il punto d’arrivo, come non lo sarebbe nemmeno l’attuale disegno di legge. Il vero traguardo è la totale parificazioni delle coppie omosessuali a quelle eterosessuali; come riconoscono apertamente i promotori più decisi di queste rivendicazioni, e com’è già accaduto in molti altri Paesi».
È sempre convinto che «l’ondata libertaria defluirà come è defluita quella marxista degli anni 70»?
 «Lo penso sempre, e questa giornata lo conferma. L’omosessualità è sempre esistita, ma il matrimonio tra persone dello stesso sesso è una novità assoluta rispetto a ogni epoca e a ogni cultura».
Il Papa ha ribadito che non si deve confondere la famiglia tradizionale con le altre, però la sua non è parsa una chiamata alle armi, un modo per indurre i cattolici a fare opposizione. O no?
«In parte sono d’accordo con lei. È sbagliato estrapolare le parole dei Papi — adesso Francesco, prima Benedetto, Giovanni Paolo II, Paolo VI — dal loro contesto e applicarle direttamente ai problemi italiani del momento. Questo non significa che i Papi ciascuno con il suo stile non abbiano molto a cuore questi problemi, e non chiedano a tutti, in particolare ai cattolici, una posizione chiara».
Ma Francesco mette l’accento sui temi sociali più che su quelli etici, non trova? «Certo, il Papa ha la sua sensibilità, ha l’esperienza da cui viene, che lo induce a privilegiare le situazioni di povertà estrema: le periferie del mondo. Questo non vuol dire che non sia sensibile all’“ecologia umana”, come la chiama lui. Infatti si è espresso più volte in difesa del matrimonio e dei figli».
Però non guida questo movimento. Paolo VI contro il divorzio l’aveva fatto.
 «Non vuole guidarlo, né vuole che sia guidato dai vescovi, ma dai laici. Paolo VI era un Papa italiano, aveva una forte percezione delle cose italiane; si impegnò, e dopo la sconfitta rimproverò i cattolici del dissenso. Ma anche lui preferiva che a guidare fossero dei laici». 
Agli omosessuali cosa si sente di dire?
«Che non soltanto non sono ostile alle persone omosessuali, ma ho avuto fin da giovane autentiche amicizie con qualcuno di loro. E chiaramente tutte le persone hanno integralmente i diritti che competono alla persona come tale, a partire dal rispetto che è loro dovuto».
Cosa le resta di questa giornata?
 «Una conferma: non è detto che siamo sconfitti. Le partite sono sempre aperte. Ha anche ragione lei: c’è un’altra modernità; ma ci siamo anche noi. E tanta gente in chiesa va poco, ma su queste cose la pensa come noi» .


GIUSEPPE VACCA È UN FILOSOFO MARXISTA, UNA VITA NEL PARTITO COMUNISTA ITALIANO E DELLE SUCCESSIVE DECLINAZIONI, FINO AL PARTITO DEMOCRATICO DI CUI È UNO DEGLI INTELLETTUALI AUTOREVOLI.
A proposito di modernità: lei ha parlato di un’«emergenza antropologica». 
«È un’epoca in cui ci sentiamo sottoposti a varie minacce, il discrimine tra il naturale e l’artificiale si mescola, non ci sono solo “magnifiche sorti e progressive”. È una deriva per cui, come diceva la signora Thatcher, la società non esiste ma esistono solo gli individui». 
C’entra con le unioni civili?
 «Come si fa a dire, per esempio, che avere un figlio è un diritto? Come si può pensare di declinare tutto nella chiave della libertà individuale, come se ciò che accade prescindesse dal modo in cui si compongono le volontà e le coscienze dei gruppi umani?». 
Sbaglia la sinistra a fare dei diritti individuali il fulcro della sua azione politica? 
«Assolutamente sì. La sinistra subisce una deriva nichilista, in termini marxisti la definiremmo spontaneista». 
Cioè?
 «Non è più capace di grandi visioni sul mondo, dalle guerre ai conflitti economici. Assolve mediamente i suoi compiti nazionali, ma sui grandi scenari mostra un impoverimento culturale che genera analisi povere. Negli anni 70 laici e cattolici hanno fatto la più bella riforma del diritto di famiglia. E dopo? Di fronte a quello che cambia su questi temi, la sinistra non ha più niente da dire? Penso al referendum sulla fecondazione assistita quando tutto è stato ridotto a uno scontro tra fede e scienza. Insomma, il professor Veronesi è un grande medico, ma non è uno statista...».
La piazza cattolica le è sembrata più consapevole dei «grandi scenari»?
 «Lì si è manifestato un denominatore comune, la nostra civiltà cristiana. È una grande eredità».

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