martedì 1 dicembre 2015

Dopo cinquant'anni rivivere la gioia, l'entusiasmo del Concilio

Rivivere dopo cinquant’anni la gioia della conclusione, l’entusiasmo degli anni del Concilio Vaticano II. C’era una aspettativa incredibile. Speravamo che tutto si rinnovasse, che venisse veramente una nuova Pentecoste, una nuova era della Chiesa

La Chiesa era ancora abbastanza robusta in quel tempo, la prassi domenicale ancora buona, le vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa erano ancora molte qui a Verona. Tuttavia, si sentiva che la Chiesa non andava avanti, si
riduceva e soprattutto sembrava una realtà del passato e non la portatrice del futuro. E in quel momento di inizio del ministero  sacerdotale per me c’era la speranza che tutto si rinnovasse; che la Chiesa fosse di nuovo forza non solo dell’oggi ma del domani. Si percepiva la necessità che il Concilio doveva determinare  in modo nuovo il rapporto tra la Chiesa e l’età moderna  e che l’annuncio dottrinale  venisse dato con un nuovo rapporto vitale per far accadere di nuovo l’unione tra la Chiesa e le forze migliori del mondo, per aprire il futuro dell’umanità verso il vero progresso pur nell’attesa escatologica della vita veramente vita. Soprattutto noi preti giovani eravamo pieni di speranza, di entusiasmo.
Mi rifaccio al venerabile Giuseppe Carraro, allora vescovo di Verona, entusiasta che nel 1962 si sia cominciato con la liturgia, con il primato di Dio, dell’adorazione, con il Mistero pasquale come centro dell’essere cristiano, della vita cristiana, dell’anno, del tempo cristiano, espresso nel tempo pasquale e nella Domenica che è sempre il giorno della risurrezione. Quindi il problema dell’intelligibilità: invece di essere rinchiusi in una lingua non conosciuta, non parlata, una lingua che favorisse la partecipazione attiva dei fedeli. Certo l’intelligibilità dell’Antico Testamento, delle Epistole paoline, dei Vangeli non è data solo dalla traduzione ma richiede una  formazione permanente del cuore e della mente per entrare nella persona, del proprio essere, nella comunione con la Chiesa e così concretamente nella comunione con la presenza attuale e l’azione sacramentale con Cristo.
Oltre al venerabile Carraro ho potuto avere nella Facoltà teologica pontificia di Venegono nel 1966 un colloquio di due ore con il prof. Ratzinger rivivendo, poi, i contenuti nel discorso che da Benedetto XVI ha tenuto ai parroci e al clero di Roma il 14 febbraio 2013 dopo la sua rinuncia dell’11 febbraio.
Dopo la Liturgia altro tema: La Chiesa. IL Concilio Vaticano I era stato interrotto a causa della guerra tedesco-francese e così è rimasto con una unilateralità, con un frammento, perché la dottrina sul primato – che è stata definita, grazie a Dio, in quel momento storico per la Chiesa, ed è stata molto necessaria per il tempo seguente – era soltanto un elemento in una ecclesiologia più vasta, prevista, preparata. Se il frammento della totalità cioè della verità rimane così come è, si favorisce l’unilateralità: la Chiesa sarebbe solo il primato. Si attendeva dal Vaticano II  l’intenzione di completare l’ecclesiologia del Vaticano I per una ecclesiologia completa. E in quel momento le condizioni sembravano molto buone perché, dopo la Prima Guerra Mondiale, era rinato il senso della Chiesa  in modo nuovo e  per il venerabile Carraro  la  Lumen gentium  era il cuore dei 16 documenti che ha voluto presentare subito alla Diocesi la domenica successiva all’8 dicembre. Romano  Guardini venuto a Verona, sua città d’origine, disse: “Nelle anime comincia a risvegliarsi la Chiesa”, e un vescovo protestante parlava del secolo della Chiesa. Veniva sottolineato, soprattutto, il concetto, che era presente anche nel Vaticano I, del Corpo Mistico di Cristo. Si voleva dire e capire che la Chiesa non è un’organizzazione, qualcosa di solo strutturale, giuridico, istituzionale – anche questo molto sottolineato dal gruppo teologico romano -, ma è anche un organismo, una realtà vitale come sottolineava il gruppo dell’”allenaza renana” (vescovi-teologi tedeschi, francesi, belgi, olandesi) che entra nella mia anima, così che io stesso, proprio con la mia anima di credente, sono elemento costruttivo della Chiesa come tale. In questo senso, Pio XII aveva scritto l’Enciclica Mystici Corporis Christi, come un passo verso il completamento dell’ecclesiologia del Vaticano I. La discussione teologica degli anni ’30-40’ era completamente sotto questo segno della parola ‘Mystici Corporis’, così cara al venerabile Carraro. Fu una consapevolezza che ha creato tanta gioia in quel tempo, soprattutto nell’Azione Cattolica e anche in questo contesto è cresciuta la formula: Noi siamo la Chiesa, la Chiesa non è solo una struttura gerarchica; noi stessi cristiani, insieme, siamo tutti il Corpo vivo della Chiesa. Il vero “noi” dei credenti, insieme con l’”Io” di Cristo, è la Chiesa; ognuno di noi, non “un noi”, un gruppo particolare che si dichiara Chiesa. Io e non più io, ma il mio io nel noi della comunione gerarchica: “noi siamo Chiesa” esige proprio il mio inserimento nel grande “noi” dei credenti di tutti i tempi (diacronico) e luoghi (sincronico). La prima idea conciliare dopo la liturgia: completare l’ecclesiologia in modo teologico, ma proseguendo anche in modo strutturale, cioè: accanto alla successione di Pietro, alla sua funzione unica, definire meglio anche la funzione dei Vescovi, del Corpo episcopale. E, per fare questo, è stata trovata la parola “collegialità”, molto discussa. Una parola per esprimere che i vescovi, insieme, sono  la continuazione dei Dodici, del Corpo degli Apostoli. Solo un  Vescovo, quello di Roma, è successore di un determinato Apostolo, di Pietro. Tutti gli altri diventano insieme successori degli Apostoli entrando nel Corpo che continua il Corpo degli Apostoli. Così proprio il corpo dei Vescovi, il collegio, è la continuazione del Corpo dei Dodici. E’ la complementarietà dei fattori e della completezza del Corpo della Chiesa con i Vescovi, successori degli Apostoli, come elementi portanti; ed ognuno di loro è elemento portante della Chiesa, insieme con questo grande corpo.
Negli anni ’40, negli anni ’50 – Così Benedetto XVI nell’intervento del 2013  – era nata  un po’ di critica sul concetto di Corpo di Cristo ‘mistico’: sarebbe troppo spirituale, troppo esclusivo; veniva messo in gioco allora il concetto di ‘Popolo di Dio gerarchicamente strutturato’. E il Concilio, giustamente, ha accettato questo elemento, che nei Padri è considerato come espressione della continuità dinamica tra Antico e Nuovo Testamento. Nel testo del Nuovo Testamento, la parola “Laos tou Theou”, corrispondente ai testi dell’Antico Testamento, significa – con sole due eccezioni – l’antico Popolo di Dio, gli ebrei che, tra i popoli, “goim”, del mondo, solo “il” Popolo di Dio. E gli altri, noi pagani, non siamo di per sé il Popolo di Dio, diventiamo figli di Abramo, e quindi Popolo di Dio entrando in comunione con il Cristo, che è l’unico seme universale  di Abramo.  Ed entrando in comunione con Lui, essendo uno con Lui, siamo anche noi Popolo di Dio. IL concetto di ‘Popolo di Dio’ implica continuità dinamica dei Testamenti, continuità del farsi storicamente presente di Dio nel mondo, con gli uomini, ma indica anche l’elemento cristologico. Solo tramite la cristologia diveniamo Popolo di Dio e così si combinano i due concetti. Ed il concilio ha deciso di sviluppare una costruzione trinitaria dell’ecclesiologia: Popolo di Dio Padre, Corpo di Cristo, Tempio dello Spirito Santo. Dopo il Concilio è stato messo in luce un elemento che si trova un po’ nascosto nel Concilio stesso e cioè: il nesso tra Popolo di Dio e Corpo di Cristo: è proprio la comunione con Cristo nell’unione eucaristica che accade il Popolo di Dio. Qui diveniamo Corpo di Cristo; la relazione tra Popolo di Dio e Corpo di Cristo crea una nuova   realtà fraterna: la comunione. E dopo il Concilio è stato evidenziato come il Concilio abbia guidato a questa consapevolezza: la comunione come concetto centrale. E’ frutto del Concilio che il concetto di comunione sia diventato sempre più l’espressione dell’essenza della Chiesa, comunione nelle diverse dimensioni: comunione con il Dio trinitario – che è Egli stesso comunione tra Padre, Figlio e Spirito santo -, comunione sacramentale, comunione concreta nell’episcopato e nel noi della vita della Chiesa.
Nelle due ore del 1966 con il prof. Ratzinger e poi nel suo intervento di Benedetto XVI nel 2013 ho colto la conflittualità del problema della Rivelazione: si è arrivati alla Dei Verbum dopo il rifiuto di una prima e seconda proposta. Si trattava della relazione tra Scrittura e Tradizione. Qui erano interessati soprattutto gli esegeti che richiedevano una maggiore libertà di ricerca; essi si sentivano un po’ in una situazione di inferiorità nei confronti dei protestanti, che facevano grandi scoperte nell’analisi storico-critica, mentre i cattolici si sentivano un po’ “handicappati” dalla necessità di sottomettersi al magistero. Quale libertà hanno gli esegeti? Come si legge la Scrittura? Che cosa vuol dire Tradizione o continuità dinamica? Importante la consapevolezza che la Scrittura è la Parola di Dio che va onorata, come ricorda Sant’Agostino, analogamente alla presenza eucaristica. La Chiesa sta sotto la Scrittura, obbedisce alla Parola di Dio e non sta sopra la Scrittura. E tuttavia la Rivelazione non è un meteorite caduto nel libro: la Scrittura è Scrittura ispirata soltanto perché c’è la Chiesa viva, il suo soggetto vivo; senza il soggetto vivo della Chiesa, la Scrittura è solo un libro, si apre a diverse interpretazioni e non può dare un’ultima chiarezza. La tensione era divenuta forte e decisivo è stato l’intervento di Paolo VI. La modalità di questo intervento mostra tutta la delicatezza paterna del ministero petrino cum petro e sub petro, la sua responsabilità per l’andamento del Concilio, ma anche il suo grande rispetto per il Concilio. Si era sviluppata l’idea che la Scrittura è completa cioè la Rivelazione come un meteorite caduto nel libro e qui si troverebbe tutto; quindi non ci sarebbe bisogno della Tradizione dogmatica, e perciò il magistero non avrebbe niente da dire. Allora il papa ha trasmesso al concilio 14 formule di una farse da inserire nel testo sulla Rivelazione e dava ai padri la libertà di scegliere una delle 14 formule, ma disse: una deve essere scelta, per rendere completo il testo ispirato. Una di queste formule diceva “non omnis certitudo de veritatibus fidei potest sumi ex Scriptura”, cioè la certezza della Chiesa sulla fede non nasce soltanto da un libro ispirato, ma ha bisogno del soggetto Chiesa pure illuminato, portato dallo Spirito Santo. Solo così poi la Scrittura parla e ha tutta la sua autorevolezza. Questa frase scelta nella Commissione dottrinale, una delle 14 formule, è decisiva per mostrare l’indispensabilità, la necessità della Chiesa e comprende cosa vuol dire Tradizione, il Corpo vivo nel quale vive dagli inizi questa Parola e dal quale riceve la sua luce, nel quale è nata. Già il fatto del Canone è un fatto ecclesiale: che questi scritti siano la Scrittura ispirata risulta dall’illuminazione della Chiesa, che ha trovato  in sé questo canone della Scrittura; ha trovato, non creato, e sempre e solo in questa comunione della Chiesa viva si può anche realmente capire, leggere la Scrittura come Parola di Dio, come Parola che ci guida nella vita e nella morte. Grazie al papa e grazie alla luce dello Spirito Santo, presente nel Concilio, è stato creato un documento che – ha detto Benedetto XVI – è uno dei più belli e anche innovativi di tutto il Concilio, e che deve essere ancora molto più studiato. Perché anche oggi l’esegesi tende a leggere la Scrittura fuori della Chiesa, fuori dalla fede, solo nel cosi detto metodo storico – critico, metodo importante, ma mai così da poter dare soluzioni come ultima certezza; solo se crediamo che queste non sono parole umane, ma sono parole di Dio, e solo se vive il soggetto vivo al quale ha parlato e parla Dio, possiamo interpretare bene la Sacra Scrittura. E qui, dopo cinquant’anni, la realizzazione del Concilio ancora non è completa, ancora è da fare avendo anche il documento post-sinodale sulla Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa Verbum domini.
Dopo le “passioni” dei cristiani nel tempo del nazismo e oggi con il secolarismo imperante per i cristiani urge trovare l’unità, almeno tentare e ritentare continuamente l’unità nell’evangelizzazione. Ma solo Dio può dare l’unità anche se per noi il cercarla è una necessità. L’”alleanza renana” aveva fatto il suo lavoro e il Concilio ha maturato questa necessità
La seconda parte del Concilio – Benedetto nel 2013 – è molto più ampia. Appariva, con grande urgenza, il tema: mondo di oggi, epoca moderna, e Chiesa;  e quindi i temi della responsabilità per la costruzione di questo mondo, della società, responsabilità per il futuro storico di questo mondo e speranza escatologica, responsabilità etica del cristiano, dove trova le sue guide; e poi la libertà religiosa, progresso e relazione con le altre religioni. Benedetto XVI ricorda che in questo momento sono entrate in discussione realmente tutte le parti mondiali del Concilio e non solo l’”alleanza renana”: l’America, gli Stati Uniti con un forte interesse per la libertà religiosa. Nel terzo periodo questi hanno detto al papa: noi non possiamo tornare a casa senza avere, nel nostro bagaglio, una dichiarazione sulla libertà religiosa votata dal Concilio. Il Papa, tuttavia, ha avuto la fermezza e la decisione, la pazienza di portare il testo al quarto periodo, per trovare una maturazione ed un consenso abbastanza completi tra i Padri del Concilio. Non solo gli americani sono entrati con grande forza nel gioco del Concilio, ma anche l’America Latina, sapendo bene della miseria del popolo, di un continente cattolico, e della responsabilità della fede per la situazione di ingiustizia di questi uomini. E così anche l’Africa, l’Asia, hanno visto la necessità del dialogo interreligioso; sono cresciuti problemi che all’inizio l’”alleanza renana” non aveva visto. Il grande documento “Gaudium et spes” ha analizzato molto bene il problema tra escatologia cristiana e progresso mondano, tra responsabilità per la società di domani e responsabilità del cristiano davanti all’eternità, e così ha anche rinnovato l’etica cristiana, le fondamenta. Ma è cresciuto, al di fuori di questo grande documento, un documento che rispondeva in modo più sintetico e più concreto alle sfide del tempo, e cioè la “Nostra aetate”. Dall’inizio del Concilio erano presenti gli amici ebrei che hanno detto che dopo gli avvenimenti tristi di questo secolo nazista, del decennio nazista, la Chiesa deve dire una parola sull’Antico Testamento, sul popolo ebraico. Anche se è chiaro che la Chiesa non è responsabile della Shoah, erano cristiani, gran parte, coloro che hanno commesso quei crimini; dobbiamo approfondire e rinnovare la coscienza cristiana,  anche se sappiamo bene che i veri credenti sempre hanno resistito contro queste cose. E così era chiaro che la relazione con il mondo dell’antico Popolo di Dio dovesse essere oggetto di riflessione. Si capisce anche che i Paesi arabi – i Vescovi dei Paesi arabi – non fossero felici di questa cosa: temevano un po’ una glorificazione dello Stato di Israele, che non volevano, naturalmente. Una indicazione veramente teologica sul popolo ebraico va bene, anzi è necessaria, ma  se parlate di questo, parlate anche dell’Islam; solo così siamo in equilibrio; anche l’Islam è una grande, sempre più grande sfida e la Chiesa deve chiarire anche la sua relazione con l’Islam. Non è che in quel momento ci  sia resi conto. Oggi ne cogliamo tutta la drammaticità mondiale.
Quando abbiamo cominciato a lavorare anche sull’Islam . sempre Benedetto XVI – ci hanno fatto notare che ci sono anche altre religioni nel mondo: tutta l’Asia! Buddismo, Induismo… E così, invece di una Dichiarazione inizialmente pensata solo sull’antico Popolo di Dio, si è creato un testo sul dialogo interreligioso, anticipando quanto solo trent’anni dopo si è mostrato in tutta la sua intensità e importanza. Ne è uscito un testo molto denso e preparato da persone che conoscevano le realtà, e indica brevemente, con poche parole, l’essenziale. Così anche il fondamento di un dialogo nella differenza, nella diversità, nella fede sull’unicità di Cristo, che è uno, e non è possibile, per un credente, pensare che le religioni siano tutte variazioni di un tema. C’è una realtà storica del Dio vivente, personale che ha parlato, ed è un Dio, è un Dio incarnato, che ha assunto un volto umano, che ci ha amato l’umanità e ciascuno, quindi una Parola di Dio, che è realmente Parola di Dio, Verità. Ma c’è anche l’esperienza religiosa naturale, con una certa luce umana della creazione, dell’essere dono di ogni persona e del mondo del Donatore divino, e quindi è necessario e possibile entrare in dialogo, e così aprirsi l’uno all’altro per aprire tutti alla pace di Dio, di tutti i suoi figli, di tutta la sua famiglia.
Quindi, questi due documenti, Libertà religiosa e “Nostra Aetate, connessi con “Gaudium et spes” sono una trilogia molto importante, la cui importanza si è mostrata solo nel corso dei decenni, e ancora stiamo lavorando per capire meglio questo insieme tra unità della Rivelazione storica, personale di Dio, unicità dell’unico Dio incarnato in Cristo, e la molteplicità delle religioni aperte alla realtà trascendente, con le quali cerchiamo la pace e anche il cuore aperto per la luce dello Spirito santo, che illumina e guida a Cristo.
Purtroppo, come è emerso nei 94 punti che hanno ottenuto la maggioranza qualificata nella Relazione finale del XIV Sinodo, c’era il Concilio dei Padri – il vero Concilio -, ma c’era anche il Concilio dei media. Era quasi – Benedetto XVI – un Concilio a sé, e il mondo ha percepito il Concilio tramite questi, tramite i media. Quindi il Concilio immediatamente efficiente arrivato al popolo, è stato quello dei media, non quello dei Padri. E mentre il Concilio dei Padri si realizzava all’interno della fede, era un Concilio alla ricerca dell’intellectus fidei, che cerca di comprendersi e cerca di comprendere i segni di Dio in quel momento, che cerca di rispondere alla sfida di Dio in quel momento e di trovare nella Parola di Dio per oggi e domani, mentre tutto il Concilio  si muoveva all’interno della fede, il concilio dei giornalisti non si è realizzato, naturalmente, all’interno della fede, ma all’interno delle categorie dei media di oggi, cioè fuori della fede, con un’ermeneutica diversa. Era un’ermeneutica politica: per i media, il Concilio era una lotta politica, una lotta di potere tra diverse correnti nella Chiesa. Era ovvio che i media prendessero posizione per quella parte che a loro appariva quella più confacente con il loro mondo. C’erano quelli che cercavano la decentralizzazione della Chiesa, il potere per i Vescovi e al potere di tutti, sovranità popolare. Naturalmente, per loro era questa la parte da approvare, da promulgare, da favorire. E così anche per la liturgia: non interessava la liturgia come atto della fede, ma come una cosa dove si fanno cose comprensibili, una cosa di attività della comunità, una cosa profana. E sappiamo che c’era una tendenza, che si fondava anche storicamente, a dire: la sacralità è una cosa pagana, eventualmente anche nell’Antico Testamento. Nel Nuovo vale solo che Cristo è morto fuori: cioè fuori dalle porte, cioè nel mondo profano. Sacralità quindi da terminare, profanità anche del culto: il culto non è culto, ma un atto dell’insieme, della partecipazione comune, e così anche partecipazione come attività. Queste tradizioni, banalizzazioni dell’idea del Concilio, sono state virulente nella prassi dell’applicazione della Riforma liturgica; esse erano nate in una visione del Concilio al di fuori della sua propria chiave, della fede. E così – sempre Benedetto XVI -, anche nella questione della Scrittura: la Scrittura è un libro, storico, da trattare storicamente e nient’altro.
Sappiamo – Benedetto XVI – come questo concilio dei media fosse accessibile a tutti. Quindi questo era dominante, più efficiente, ed ha creato tante calamità, tanti problemi, realmente tante miserie: seminari chiusi, conventi chiusi, liturgia banalizzata… e il vero Concilio ha avuto e ha difficoltà a concretizzarsi, a realizzarsi; il concilio virtuale era più forte del Concilio reale. Ma la forza reale del Concilio era ed è sempre presente e, man mano, si realizza sempre più e diventa forza che poi è anche vera riforma, vero rinnovamento della Chiesa.
Mi sembra – conclude Benedetto XVI – che , 50 anni dalla conclusione del Concilio, vediamo come questo spirito del concilio, questo concilio virtuale si rompa, si perda, e appare il vero Concilio con tutta la sua forza spirituale. Si tratta di lavorare perché il vero Concilio, con la sua forza dello Spirito santo, si realizzi e sia realmente rinnovata la Chiesa. “Io, ritirato con la mia preghiera, sarò sempre con voi, e insieme andiamo avanti con il Signore, nella certezza: vince il Signore! Grazie!”.
Il Beato Paolo VI nell’Omelia “Resistite fortes in fide” del 29 giugno 1972:
- “da qualche fessura è entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio”.
- “Crediamo in qualcosa di preternaturale venuto nel mondo proprio per turbare, per soffocare i frutti del Concilio ecumenico e per impedire che la Chiesa prorompesse nell’inno di gioia per aver ricevuto in pienezza la coscienza di sé”. 
L’8 dicembre, nel cinquantesimo dalla sua conclusione, occorre riappropriarci il dono avvenuto.

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