mercoledì 30 settembre 2015

Papa Francesco e il nuovo cammino pastorale

Quelli che oggi colpiscono per primi molte persone generose – specialmente i giovani, ma non solo loro – nella grande crisi mondiale che stiamo vivendo sono i problemi dell’ecologia e delle spaventose ingiustizie create dalla tecnocrazia finanziaria e dalla logica del potere e del puro profitto, di cui fanno dolorosa esperienza anzitutto le vittime delle guerre, i rifugiati, gli immigrati, i senzatetto. Questi problemi sono le priorità pastorali che Papa Francesco indica, ma il Papa si rende conto che non sono gli unici. Anzi, vorrebbe dare il senso che le varie dimensioni della crisi
mondiale sono collegate, e separarle è sbagliato. Gli stessi poteri forti responsabili della tecnocrazia finanziaria e dell’imperialismo economico attaccano la vita, il matrimonio e la famiglia con l’aborto, la droga e le “colonizzazioni ideologiche” – espressione che nel linguaggio del Papa indica la teoria del gender e le sue conseguenze pratiche -, e attaccano la Chiesa minacciando la libertà religiosa
Un viaggio difficile negli Stati Uniti di fronte a milioni di persone quello di Papa Francesco, ma che ha manifestato ancora una volta le priorità e lo stile di questo pontificato. Possiamo riassumere gli insegnamenti in tre passaggi.
In primo luogo, il Papa è ben consapevole che il nostro mondo vive una situazione di degrado antropologico, che coinvolge soprattutto i giovani. Per raggiungerli e farsi ascoltare, le grandi narrative dottrinali – così ritiene Papa Francesco – sono di scarso aiuto a livello pastorale. I giovani, e ancora i meno giovani, sono sempre meno disponibili ad ascoltarle. Più che un discorso, aspettano che si proponga loro un percorso. La via del cuore, la via delle piccole cose e dei piccoli gesti di Santa Teresa del Bambino Gesù e di Santa Faustina.
In secondo luogo, quelli che oggi colpiscono per primi molte persone – ancora specialmente i giovani, ma non solo loro – nella grande crisi mondiale che stiamo attraversando sono i problemi dell’ecologia e delle spaventose ingiustizie create dalla tecnocrazia finanziaria e dalla logica del potere e del puro profitto, di cui fanno dolorosa esperienza anzitutto le vittime delle guerre, i rifugiati, gli immigrati, i senzatetto. Questi problemi sono le priorità di Papa Francesco, ma il Papa si rende conto che non sono gli unici. Anzi vorrebbe dare il senso che le varie dimensioni della crisi mondiale sono collegate, e separarle è sbagliato. Gli stessi poteri forti responsabili della tecnocrazia finanziaria e dell’imperialismo economico attaccano la vita, il matrimonio e la famiglia con l’aborto, la droga e le “colonizzazioni ideologiche” – espressione che nel linguaggio del Papa indica la teoria del gender e le sue conseguenze pratiche -, e attaccano al Chiesa minacciando la libertà religiosa.
E’ questa la terza parte del messaggio del Papa negli Stati Uniti, la più difficile perché corrisponde meno alla mentalità della parte più combattiva dell’episcopato statunitense. Bisogna abbandonare la battaglia per la vita, la famiglia, la libertà religiosa? Certamente no. Sono, Papa Francesco lo ha ripetuto, elementi irrinunciabili della dottrina della Chiesa e dello sviluppo umano integrale. Ma queste battaglie vanno combattute con due avvertenze. La prima è che è sbagliato isolare vita e famiglia dal contesto più generale della dottrina sociale come Papa Francesco la presenta, che comprende anche i diritti dei poveri, dei rifugiati, degli immigrati, dei senzatetto, dell’ambiente. Una Chiesa che desse l’impressione di privilegiare soltanto alcuni temi, trascurandone altri, non sarebbe secondo Papa Francesco una Chiesa credibile.
La seconda avvertenza è che la terza parte del messaggio deve tenere conto della prima. Se oggi le grandi narrative sono cadute e l’unica via che permette di parlare ai giovani e alle immense “periferie” lontane dalla Chiesa  è la via della misericordia e del cuore, non è più tempo di “culture wars” e di puntigliose riaffermazioni della dottrina. Queste riaffermazioni non sono certamente false – non senza umorismo, il papa si è perfino offerto in aereo di recitare il Credo per convincere chi lo accusa di non essere cattolico –ma rischiano di lasciare il tempo che trovano. Se si vogliono difendere la vita, la famiglia e la libertà religiosa – Francesco negli USA ha anche molto insistito sulla libertà di educazione, completando il quadro di quelli che Benedetto XVI chiamava principi non negoziabili e che oggi occorre proporre con umiltà, pazienza, dolcezza. Si tratta di mostrare la bellezza della famiglia come il luogo delle piccole cose buone e dei piccoli miracoli. A partire di qui, si potrà ricostruire anche il quadro più grande. E’ una via lunga e difficile. Ma per Papa Francesco pastoralmente sarebbe l’unica praticabile oggi perché se non si coinvolge la persona nel cammino verso la verità non si risulta autorevoli e la sua idea di povertà teologica a livello pastorale è fondamentale. Il Papa dice: se, seguendo il Vangelo, osserviamo la realtà partendo dalla periferia, dall’esperienza concreta dei poveri, lo vedremo secondo una visuale più completa che facendo il contrario, partendo dal centro e andando verso la periferia. Vangelo e partenza dalla periferia dimostrano che ha un fortissimo senso  del popolo, un carisma straordinario di coinvolgimento con tutta la realtà. Ed esprime una visione teologica e culturale efficace attinta in un Paese come l’Argentina, dove il popolo ha avuto un peso storico rilevante. Il Papa oggi è così, semmai il problema è l’uso che si può fare di questo papato e in vista del Sinodo ordinario penso utile un contributo teologicamente ricco dal centro alla periferia del cardinale Caffarra su misericordia, conversione e matrimonio pubblicato su La nuova Bussola Quotidiana del 29-09- 2015 che aiuta a “pensare” in un momento come ha rilevato il cardinale Scola che ”si ha  l’impressione che si stia ‘pensando’ poco. A tutti livelli” ( Intervista sul Corriere della sera del 27 settembre 2015).
“E’ proprio di ogni persona umana essere in possesso di se stessa (sui iuris) mediante la sua volontà libera. E’ principio delle proprie azioni in forza della sua libertà e del dominio che ha su di esse. Se il perdono non muta la direzione della libertà, non converte, non possiamo dire con verità che l’uomo è stato perdonato. E’ la natura stessa del rapporto che Dio vuole ri-stabilire in Cristo che esige la co-operazione della libertà finita. E’ un rapporto di Alleanza; è Sposalizio, è Amicizia: nessuna di queste relazioni può costituirsi senza la libertà di ambedue i patner. L’Amore che perdona è apparso e si è fermato alla porta di ogni cuore umano, attendendo che gli si dica: “Sì, vieni, entra”. E’ da questo invito che dipende la più alta rivelazione del Mistero di Dio: il perdono del peccatore.
Quali atti umani pongono in essere la co-operazione della persona? Due, fondamentalmente. Riconoscere la propria condizione di miseria morale, il proprio peccato: “non è giusto ciò che ho fatto”. E’ il pentimento che si esprime nella confessione. La conseguenza – secondo atto – è la decisione di non compiere in futuro ciò che riconosco essere non giusto: il proposito. Ma se questi sono i due atti che segnano la svolta, l’inversione di rotta, il percorso della nuova rotta esige un’attitudine permanente; in termini etici, il continuo esercizio della virtù della penitenza. “La seconda ragione per cui la penitenza deve essere perpetua è che ogni peccato è come una ferita; e per quanto una ferita si rimargini, la cicatrice, il segno, l’impronta del peccato persiste” (I. Hauscherr, La dottrina della compunzione nell’Oriente cristiano, Abbazia di Praglia, Bresseo di Teseo (PD) 2013, p. 36). La conversione è un evento e un’attitudine permanente. E’ un evento costituito dall’atto di pentimento-confessione-proposito; è un’attitudine, una condizione permanente, poiché la giustizia donata dalla Misericordia chiede di entrare in ogni fibbra della persona. E ciò non può che accadere progressivamente. Il fatto dell’incontro della Misericordia colla miseria, del perdono con la conversione è la recuperata capacità di produrre frutti di giustizia, di compiere azioni buone (…).
E’ questa l’opera mirabile della Misericordia che incontra la miseria; la santità di Dio il peccato dell’uomo. L’incontro ha un nome divino: perdono dei peccati; ha un nome umano: la conversione della libertà umana. Ci sono narrazioni sbagliate di questo incontro; recitazioni false di questo dramma divino-umano. Sbagliate, false perché non le raccontano come in realtà avvengono. E ciò può accadere in due modi fondamentali: misericordia senza conversione, conversione senza misericordia.
a) Misericordia senza conversione. E’ l’annuncio di una – supposta – misericordia di Dio senza la denuncia del peccato dell’uomo e del mondo. Non senza ragione la catechesi apostolica ha depositato per sempre nella memoria della Chiesa la predicazione di Giovanni il Battista. Come voce non deve mai cessare di risuonare. La verità è tenuta prigioniera nell’ingiustizia e deve essere liberata. Cioè: va detto che l’uomo deve convertirsi, e da quali azioni ed attitudini, cioè vizi, lo deve fare. La Santità di Dio è misericordiosa; la Misericordia di Dio è santa e santificante. “Noi dobbiamo attribuire a Dio qualità positive, come la giustizia, la misericordia. Queste sono per noi due qualità differenti. Un uomo può possedere una delle due senza possedere l’altra. In Dio non esiste nessuna pluralità di qualità. Il suo essere è semplice. Solo noi vediamo la luce rifratta nell’arcobaleno. Questo significa: giustizia e misericordia in Dio non sono qualità differenti. Noi però non possiamo rappresentarci l’identità delle due qualità” (Giovanni Paolo II, Dio e il mondo, Cantagalli, Siena 2015, p. 261).. Una misericordia senza (esigenza della) conversione non è misericordia divina. E’ pietà sbagliata di un medico incompetente e/o debole che si accontenta di fasciare le ferite anziché curarle.
b) Conversione senza misericordia. E’ il veleno pelagiano che fa morire la proposta cristiana riducendola a un codice o esortazione morale. Alla necessità della conversione al bene, infatti, era giunta anche la sapienza pagana nei suoi momenti più alti. Ma hanno visto la meta, non la strada che vi conduceva, non hanno scoperto la fonte che dona la forza di percorrerla. Agostino è stato il grande maestro al riguardo ( Sant’Agostino, In Iohannis evangelium tractatus 2,16). Ma oggi, in Occidente, ci troviamo in una situazione spirituale, dentro “uno spirito del tempo che ha reso vano, ha svuotato del suo senso proprio il dramma dell’incontro Misericordia-mi-seria, perdono – conversione. Ha trasformato il dramma in una farsa. Se si ignora questo fatto culturale, l’annuncio del Vangelo della misericordia e della conversione diventa una semina sul marmo. Può piacere a chi ascolta ma non cambia il cuore. Può attrarre consenso e plauso, ma lascia la persona come la trova (…).
Vorrei ora esemplificare la riflessione precedente applicandola alla questione dell’ammissione, sia pure a certe condizioni, di divorziati risposati all’Eucaristia. Non perché sia il problema centrale del prossimo Sinodo: almeno così spero. L’annuncio della Misericordia-conversione a queste persone è l’annuncio dell’offerta del perdono di Dio, e quindi dell’esigenza della conversione. Conversione da che cosa? Dalla condizione  che contraddice obiettivamente il bene dell’indissolubilità donato da Gesù. Contraddizione che sul piano dell’agire è adulterio. Come ho già detto, conversione significa alla sua origine un giudizio sul valore: “ho peccato, mi trovo in uno stato di adulterio”; significa una decisione: “lascio questa condizione” (giudizio + decisione = pentimento).
“Lascio” ha un significato di separazione fisica dal supposto coniuge, poiché solo così si rompe la consuetudine adulterina ( Cfr. le proposizioni condannate dal beato  Innocenzo XI, nn. 61.62.63). Ci possono essere certamente circostanze che oggettivamente e moralmente impediscono la separazione fisica, quali per esempio: diritto all’educazione di figli eventualmente nati; gravi condizioni di salute dell’altro/a; rischio dell’altro/a di cadere in situazione di grave povertà. L’ipotesi è presente in tutta la tradizione etico-pastorale della Chiesa (Cfr. per es. Sant’Alfonso, Theologia moralis,  Lib. VI, Tract. IV, Cap. 1 n. 455), e la risposta è unanime: abbandonare il modo di vivere la propria sessualità che è contrario alla parola di Gesù, mediante l’uso dei mezzi della prudenza naturale e soprannaturale. Su che cosa si fonda questa risposta comune, ripeto, presso tutti i Dottori della Chiesa e Teologi? Sulla potenza della Misericordia di Dio che perdona ogni peccato; che, cioè, muove verso la libertà del bene, qualunque sia la situazione della persona. “Nulla è impossibile a Dio” (Lc 1,37).
       Che cosa amplifica la risposta di chi nega la verità della risposta precedente? O si afferma che la condizione di adulterio non permane, e allora non si vede che cosa significhi indissolubilità del sacramento del Matrimonio. O si afferma l’impossibilità, per l’uomo che si converte, di vivere in castità, ed allora “si abbrevia la Misericordia di Dio”. La domanda di fondo è: quale delle due è a “maggiore gloria di Dio”, ricco di misericordia?”.
     Nell’intervista del cardinal Scola citata si afferma: “Il rapporto tra Cristo e la Chiesa, entro il quale i due sposi esprimono davanti alla comunità cristiana il loro consenso, non è un modello esteriore da imitare. E’ il fondamento del matrimonio che nasce. Io, sposo, non potrei mai fondare il “per sempre”, l’indissolubilità, sulle sabbie mobili della mia volontà. E come posso fidarmi in maniera definitiva che mia moglie mi sarà fedele sempre? Cosa succede nel consenso reciproco espresso all’interno dell’atto eucaristico? Che io voglio il dovere del “per sempre” e decido non sulla base della mia fragile volontà, ma radicandomi nel rapporto nuziale tra Cristo e la Chiesa. E’ questo che, attraverso il sacramento, fonda il matrimonio”. Quindi la comunione non è un accessorio, ma il fondamento stesso del matrimonio. E legare la nullità del matrimonio alla mancanza di fede di uno degli sposi non è un ammorbimento del vincolo? “E’ chiaro –la risposta del cardinale - che la dimensione soggettiva della fede non è verificabile: io non mi posso permettere di giudicare quanta fede hai o non hai tu. Però la fede non è un fatto individualistico, è inserita organicamente nella comunione. Gesù ha detto: “Quando due o tre di voi si riuniranno in nome mio io sono in mezzo a loro”. L’Eucaristia è il vertice espressivo di questa natura comunionale della fede. Pertanto, rispettando fino in fondo la coscienza di ogni singolo, si può valutare se egli intende o meno fare ciò che la Chiesa fa quando unisce in matrimonio. L’urgenza prioritaria, per me, è che il sinodo possa suggerire al Santo padre un intervento magisteriale che unifichi semplificandola  la dottrina del matrimonio. Un intervento teso a mostrare il rapporto tra l’esperienza di fede e la natura sacramentale del matrimonio”.


1 commento: