venerdì 18 settembre 2015

Domenica XXV

Urge, nell’ascolto della Parola del Signore, un cambiamento continuo nel modo di pensare e quindi di vivere, occorre lasciarsi illuminare e trasformare interiormente per essere felici già in questa vita


Nel nostro cammino domenicale con il Vangelo di san Marco, domenica scorsa siamo entrati nella seconda parte, cioè l’ultimo viaggio verso Gerusalemme, verso il culmine della missione di Gesù che risorto è Lui che in questo momento  parla a ciascuno di noi come allora. Come è importante questa consapevolezza e ascolto personale di fede. Quando
ho detto Parola del Signore avete risposto: lode a Te o Cristo.
Dopo che Pietro, a nome dei discepoli, ha professato la fede in Lui riconoscendolo come Messia (Mc 8,29), Gesù comincia a parlare apertamente di ciò che gli accadrà alla fine. L’Evangelista riporta tre successive predizioni della morte della vita bio - chimica e quindi il raggiungimento della vita veramente vita anche del corpo cioè della risurrezione, ai capitoli 8, 9 e 10 che possiamo verificare con il testo letterario del Vangelo: dobbiamo averlo tutti! In esse Gesù annuncia in modo sempre più chiaro il destino che l’attende e la sua intrinseca necessità per ogni uomo, per me. Il brano di questa domenica contiene il secondo di questi annunci. Gesù dice: “Il Figlio dell’uomo – espressione con cui designa se stesso, Dio che possiede un volto umano, l’Adamo nuovo cioè la rivelazione di chi è ogni uomo nel progetto di Dio  e la via di amore per giungervi – “viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno”, colpiscono Dio che si lascia colpire per amore; ma, una volta  ucciso, dopo tre giorni risorgerà” (Mc 9,31). Gesù risorge dai morti, il primo di tutti noi, perché tutto il suo essere è perfetta ed intima unione con Dio, che è vita, l’amore davvero più forte della morte. Egli era una cosa sola con la Vita indistruttibile e pertanto poteva donare la propria vita lasciandosi uccidere, ma non poteva soccombere definitivamente alla morte: in concreto nell’ultima Cena, istituendo il rito della Messa, egli ha anticipato e accettato la propria morte in croce trasformandola, come avverrà su questo altare far qualche minuto, così nel dono di sé “corpo dato…”, “sangue versato…”, quel dono che ci dà la vita veramente vita, ci libera e ci salva. La sua risurrezione, anticipo di quello che verrà per tutti noi, è stata dunque come un’esplosione di luce, un’esplosione dell’amore che scioglie le catene del peccato e della morte. Essa ha inaugurato una nuova dimensione della vita e della realtà, dalla quale emerge un mondo nuovo, che penetra continuamente nel nostro mondo attraverso la primizia della Chiesa, lo trasforma e lo attira a sé. Contenuti troppo grandi e soprattutto non conformi a chi pensava di escludere il farsi dono sino alla fine cioè attraverso la morte: i discepoli “però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo” (v. 32).
In effetti, leggendo questa parte del racconto di Marco, appare evidente che tra Gesù e i discepoli, ma in questo momento anche tra Lui e noi, c’è una profonda distanza interiore.  Si trovano, per così dire, ci troviamo su due diverse lunghezze d’onda, così che i discorsi del Maestro non vengono compresi, o lo sono superficialmente perché non vogliamo comprenderli, cambiare mentalità, convertirci. L’apostolo Pietro, subito dopo aver manifestato la sua fede in Gesù, si permette di rimproverare Dio in un volto umano perché ha predetto che dovrà essere rifiutato e ucciso. Dopo il secondo annuncio della passione, i discepoli si mettono a discutere su chi tra loro sia il più grande (Mc 9,34); e dopo il terzo, Giacomo e Giovanni, attraverso la mamma, chiedono a Gesù di poter sedere alla sua destra e alla sua sinistra, quando sarà nella gloria (Mc 10,35-40). Ma ci sono diversi altri segni di questa distanza: ad esempio, i discepoli non riescono a liberare un ragazzo posseduto con i segni dell’epilessia, che poi Gesù libera con la forza della preghiera (Mc 9,14-29);o quando vengono presentati a Gesù dei bambini, i discepoli li rimproverano, e Gesù invece, indignato, li fa rimanere, e afferma che solo chi è semplice come loro può entrare nel regno di Dio cioè nella certezza di sentirsi amato e di amare (Mc 10,13-16).
Che cosa dice a noi questo? Ci ricorda che la logica di Dio è sempre “altra” rispetto alla nostra. Per questo assimilarsi a Gesù Cristo richiede una profonda con-versione, un cambiamento nel modo di pensare e di vivere, richiede di aprire il cuore all’ascolto per lasciarsi illuminare e trasformare interiormente. Un punto chiave in cui Dio e l’uomo si differenziano è l’orgoglio: in Dio non c’è orgoglio, perché Egli è tutta la pienezza, la verità ed è tutto proteso ad amare e donare la vita; in noi uomini, invece, l’orgoglio è intimamente radicato e richiede costante vigilanza e purificazione per non rischiare di essere infelici. Noi, che siamo piccoli, tentati aspiriamo ad apparire grandi, ad essere i primi, a dominare sugli altri, mentre Dio, che è realmente grande, non teme di abbassarsi e di farsi ultimo. E la Vergine Maria è perfettamente “sintonizzata” con Dio: invochiamola con fiducia, affinché ci faccia gustare la gioia di seguire fedelmente Gesù sulla via dell’amore e dell’umiltà.


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