lunedì 7 settembre 2015

Domenica XXIII

Grazie all’incontro con Gesù quel sordomuto si “aprì” al proprio e altrui essere dono del Donatore divino, come di tutto il mondo circostante: è la verità che libera dalla solitudine e rende possibile l’amore divino in noi


Al centro del Vangelo di oggi (Mc 7,31-37) c’è una piccola parola, molto importante. Una parola che, nel suo senso profondo – riassume tutto il messaggio e tutta l’opera di Cristo, di ogni incontro con Lui, come quello di ogni Domenica convenendo fraternamente a Messa. L’evangelista
Marco la riporta nella lingua stessa di Gesù, in cui Gesù la pronunciò, così che la sentiamo ancora più attuale, più viva. Questa parola aramaica è “effatà”, che significa: “apriti”. Vediamo il contesto non ebraico in cui è collocata. Gesù stava attraversando la regione detta “Decapoli”, tra il litorale di Tiro e Sidone e la Galilea; una zona dunque non giudaica. Gli portarono un uomo sordomuto, perché lo guarisse – evidentemente la fama di Gesù si era diffusa fin là. Gesù lo prese in disparte, gli toccò le orecchie e la lingua e poi dopo il tocco che con la parola costituisce il suo modo sacramentale di agire anche oggi, guardando verso il cielo, con un profondo sospiro disse: “Effatà”, che significa appunto: “Apriti”. E subito quell’uomo cominciò a udire e a parlare speditamente (Mc 7,35). Ecco allora il significato storico, letterale di questa parola: quel sordo e quindi muto, grazie all’intervento di Gesù, “si aprì”; prima era chiuso isolato, per lui era molto difficile comunicare, relazionarsi, amare; la guarigione fu per lui un’”apertura” al tu degli altri, scoprendo il proprio e altrui essere dono del Donatore divino e quindi di tutto il creato, quindi la verità che rende liberi, capaci di essere amati e di amare, un’apertura che, partendo dagli organi dell’udito e quindi della parola, coinvolgeva tutta la sua persona e la sua vita: finalmente poteva comunicare  e quindi relazionarsi in modo nuovo, sentirsi amato e amare.
Ma tutti sappiamo che la chiusura dell’uomo, il suo isolamento con cui inizia la solitudine infernale, non dipende solo dagli organi di senso. C’è una chiusura interiore, che riguarda il nucleo profondo di ogni persona, quello che la Bibbia chiama “il cuore” e nel linguaggio moderno l’Io-tu che contemporaneamente sente intende vuole, è libero, ama o odia. Ecco perché dicevo che questa piccola parola, “effatà – apriti”, riassume in sé tutta la missione di Cristo che diversamente dalla cultura greca che poneva il cosmo al centro pone ogni persona: è la grande e continua rivoluzione cristiana. Egli  si è fatto uomo singolo, Dio che possiede un volto umano, perché ogni uomo, reso interiormente sordo e muto dal peccato fin dalle origini, diventi capace di ascoltare la voce di Dio, la voce dell’Amore che parla al suo cuore, al suo io, e così impari a parlare a sua volta umanamente, il linguaggio dell’amore, a comunicare con il donatore divino del suo e altrui essere dono come di tutto il creato che lo circonda. Per questo motivo la parola e il gesto dell’”effatà” sono stati inseriti nel Rito del Battesimo, come uno dei segni sacramentali che spiegano e attuano il significato: il sacerdote, toccando la bocca e le orecchie del neo-battezzato dice: “Effatà”, pregando che possa spesso ascoltare la Parola di Dio cioè la Persona divina del Verbo del Padre nello Spirito santo che gli rivolge la parola e quindi professare la fede,  la speranza e amare in modo divino. Mediante il battesimo, ogni persona umana, ogni io, ogni cuore inizia, per così dire, a “respirare” lo Spirito Santo che nella vita trinitaria è l’amore in persona, quello che Gesù, che nella vita trinitaria è il Verbo del Padre, la Parola in persona, aveva invocato dal Padre con quel profondo sospiro, per guarire il sordomuto. 
Ci rivolgiamo ora a Maria Santissima di cui martedì celebreremo la Natività. A motivo del suo singolare rapporto con la persona trinitaria del Verbo, della Parola incarnata, Maria è pienamente “aperta” all’amore del Signore, il suo cuore, il suo io è costantemente in ascolto della sua Parola. La sua materna intercessione con cui spesso anche appare ci ottenga di sperimentare ogni giorno, nella fede, il miracolo battesimale dell’”effatà”, per vivere in comunione con Dio e con i fratelli, aiutati anche dall’amicizia di una preferenza.  

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