martedì 26 maggio 2015

Sconfessare e sconfiggere la mentalità di corruzione

“La sensibilità ecclesiale  comporta anche di non essere timidi o irrilevanti nello sconfessare e nello sconfiggere una diffusa mentalità di corruzione pubblica o privata che è riuscita a impoverire, senza alcuna vergogna, famiglie, pensionati, onesti lavoratori, comunità cristiane, scartando i giovani, sistematicamente privati di ogni speranza sul loro futuro, e soprattutto emarginando i deboli e i bisognosi. Sensibilità ecclesiale che, come buoni pastori, ci fa uscire verso il popolo di Dio per difenderlo dalle colonizzazioni ideologiche che gli tolgono l’identità e la dignità umana” (Papa Francesco, Assemblea dei vescovi, 18 maggio 2015) 

Il mondo è buono ed è cosa buona viverci anche oggi. Dio, che è creatore e che si esprime attraverso la grammatica della creazione che può essere colta matematicamente da tutti e divenire norma pubblicamente a livello mondiale, dà un
orientamento e una misura  anche all’operare umano. Ma oggi l’umanità, a monte della diffusa mentalità pubblica e privata di corruzione, vive la crisi di quest’etica, che da tempo ha smesso di essere mera questione accademica per diventare una questione del tutto necessaria a tutti i livelli. Che l’etica sia , in fin dei conti soprattutto a livello economico finanziario e di fronte alle colonizzazioni ideologiche sull’antropologia,  ingiustificabile è un concetto che sta divenendo egemone e che dimostra la confusione imperante in questo momento favorendo bande anche politiche distruttive. Benedetto XVI nel saggio introduttivo alla nuova edizione 2000 di Introduzione al cristianesimo, da cui traggo queste riflessioni, afferma che “Kolakowski ha richiamato molto energicamente l’attenzione sul fatto che la cancellazione a livello pubblico della fede in Dio, gira e rigira, finisce per togliere fondamento all’etica. Se il mondo e l’essere umano non derivano da una ragione creatrice che in sé ne racchiude la misura e che la iscrive nell’esistenza umana, non rimangono che le regole del comportamento umano, che vengono ideate e giustificate in base alla loro utilità. Non rimane che il calcolo degli effetti, ciò che viene denominato proporzionalismo o etica teleologica. Ma chi può veramente giudicare gli effetti del momento? Non c’è il rischio che una nuova classe dominante si appropri della chiave dell’esistenza, della gestione dell’essere umano? Se tutto si riduce al calcolo degli effetti, la dignità umana non ha più senso di esistere, perché niente è più in se stesso buono o cattivo per tutti. Il problema dell’etica è all’ordine del giorno e deve essere affrontato con la massima urgenza (come Papa Francesco lo ha richiamato pastoralmente ai vescovi italiani per tutto il mondo, per tutte le fedi, le religioni, per tutti gli uomini di buona volontà). La fede nel Logos, nella parola originaria, concepisce l’etica come responsabilità, come capacità di rispondere alla parola, e conferisce alla parola la sua razionalità come suo orientamento fondamentale. In questo modo essa si impegna anche a ricercare una comune comprensione della responsabilità con una ragione investigativa e con le grandi tradizioni religiose dell’umanità. Non esiste soltanto la vicinanza delle tre grandi fedi monoteistiche, esistono anche le significative convergenze con un’altra matassa della religiosità asiatica, che porta al confucianesimo e al taoismo.
Se per l’immagine cristiana di Dio il termine lògos – inteso come parola originaria, ragione creatrice e amore – è determinante e se il concetto di lògos costituisce al tempo stesso il fulcro della cristologia, della fede in Cristo, ancora una volta non resta  che confermare l’inscindibilità tra fede in Dio e fede nel suo figlio Gesù Cristo fattosi uomo, (che possiede un volto umano e che ci ha amati sino alla fine: ogni singolo e l’umanità nel suo insieme. Il suo regno non è un aldilà immaginario, posto in un futuro che non arriva mai; il suo regno è presente là dove Egli è amato e dove il suo amore ci raggiunge, raggiunge ogni singolo. Solo il suo amore ci dà la possibilità di perseverare con ogni sobrietà giorno per giorno, senza perdere lo slancio della speranza, in un mondo che, per sua natura, è imperfetto. E il suo amore, allo stesso tempo, è per noi la garanzia che esiste ciò che solo vagamente intuiamo e, tuttavia, nell’intimo aspettiamo: la vita che è “veramente” vita). Racchiudere tra parentesi la fede nella divinità di Gesù non serve a capire meglio Gesù e ad avvicinarsi a lui. Al giorno d’oggi è alquanto diffuso il timore che la fede nella sua divinità ce lo renda estraneo. E, tuttavia, non è soltanto far piacere alle altre religioni che si vorrebbe scrivere questa convinzione a caratteri minuscoli. Tali timori sono, innanzitutto, tipici della nostra società occidentale. E’ come se tutto ciò si avvicinasse alla moderna visione del mondo. Potrebbe trattarsi soltanto di mitizzazioni, trasformate in metafisica dallo spirito greco. Ma, se separiamo Cristo da Dio, diventa lecito di dubitare che Dio possa esserci così vicino, che possa chinarsi tanto verso di noi. Sembra un atto di umiltà il fatto di non vedere questo. Tuttavia, a buon diritto Romano Guardini ha richiamato l’attenzione sul fatto che, invece, la forma più alta di umiltà consiste nel lasciare a Dio la libertà di fare anche ciò che all’uomo appare inopportuno e nell’inchinarsi dinnanzi a ciò che Dio compie e non a ciò che l’uomo si immagina oltre lui e al suo posto. Dall’idea (antropocentrica) della lontananza di Dio dal mondo, sottesa a questo realismo apparentemente umile, scaturisce una perdita della presenza di Dio (e quindi del fondamento dell’etica). Se Dio non è in Cristo, egli ritorna a dimorare in una lontananza incommensurabile; e se Dio cessa di essere un Dio in mezzo agli uomini, egli diventa un Dio assente e, per conseguenza, un non-Dio: giacché un Dio privato della capacità di agire non è Dio. Per quanto concerne il timore che Gesù, a causa della fede nella sua figliolanza divina, si allontani da noi uomini, in realtà è vero il contrario: e, cioè, se Gesù è stato un semplice uomo, egli appartiene irrevocabilmente al passato e può essere percepito, con maggiore o minore chiarezza, solo attraverso un lontano ricordo. Se, al contrario, Dio si è realmente fatto uomo e, quindi,  Gesù Cristo è al tempo stesso vero uomo e vero Dio, Gesù partecipa come uomo al presente di Dio, che abbraccia tutti i tempi. Allora e soltanto allora Dio non è mero passato, ma è presente tra gli uomini, nostro contemporaneo nel nostro oggi. Perciò, e di questo sono assolutamente convinto –sempre Benedetto XVI -,un rinnovamento della cristologia deve avere il coraggio di concepire il Cristo in tutta la sua grandezza, così come ce lo mostrano i quattro vangeli presi assieme, nella loro unità carica di tensione”.
Benedetto XVI ponendo al centro la questione di Dio e la questione di Cristo vero Dio e vero uomo in una ‘cristologia narrativa’ viene incontro al problema della sempre nuova faticosa ricerca di retti ordinamenti per le cose umane cioè di un’etica universale che è compito di ogni generazione. “Ogni generazione – sempre Benedetto XVI in Spe salvi n.25 -, tuttavia, deve anche recare il proprio contributo per stabilire convincimenti, ordinamenti di libertà e di bene, che aiutino la generazione successiva come orientamento (etico) per l’uso retto della libertà umana e diamo così, sempre nei limiti umani, una certa garanzia anche per il futuro: in altre parole: le buone strutture aiutano, ma da sole non bastano. L’uomo non può mai essere redento semplicemente dall’esterno. Francesco Bacone e gli aderenti alla corrente di pensiero dell’età moderna a lui ispirata, nel ritenere che l’uomo sarebbe redento mediante la scienza, sbagliavano. Con una tale attesa si chiede troppo alla scienza; questa specie di speranza è fallace. La scienza può contribuire molto all’umanizzazione del mondo e dell’umanità. Essa però può anche distruggere l’uomo e il mondo, se non viene orientata da forze che si trovano al di fuori di essa. D’altra parte, dobbiamo anche constatare che il cristianesimo moderno, di fronte ai successi della scienza nella progressiva strutturazione del mondo, si era in gran parte concentrato soltanto sull’individuo e sulla sua salvezza. Con ciò ha ristretto l’orizzonte della sua speranza e non neppure riconosciuto sufficientemente la grandezza del suo compito – anche se resta grande ciò che ha continuato a fare nella formazione dell’uomo e nella cura dei deboli e dei sofferenti”.
Ci avviciniamo al Convegno Ecclesiale Nazionale che si celebrerà a Firenze (9-13 novembre p.v.) con il tema veramente significativo “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”. E’ un tema quanto mai concreto e vicino, anzi urgente. Lo aveva previsto Ratzinger nel Saggio introduttivo e portato avanti da Benedetto XVI con il Gesù di Nazareth e con la linea direttiva del suo pontificato: “Credo di non aver sbagliato l’orientamento di fondo ponendo al centro della discussione la questione di Dio e la questione di Cristo, che sfocia in una ‘cristologia narrativa’ e indica il modo della fede nella Chiesa” e in una antropologia adeguata. “Anche durante l’ultimo Sinodo Straordinario – Prolusione del card. Bagnasco dell’Assemblea Generale dei Vescovi del19 maggio 2015 – è risuonata nell’aula, per voci dei Padri sinodali di ogni punto della Terra, la gravità della “questione antropologica”, cioè la progressiva mutazione dell’identità umana: vi sono aree che ormai si trovano nel guado e altre che vedono avvicinarsi con preoccupazione l’onda di piena. Prenderne atto con realismo e fiducia, chiamare le cose per nome, metterle a tema alla luce di Gesù Cristo nel quale risplende la pienezza dell’umano per rinnovare le vie del dialogo con le diverse culture, è per noi pastori un modo per essere ‘sale e luce’, samaritani amorevoli e responsabili nel nostro tempo...Nel recente incontro annuale del CCEE …è emersa da parte di tutti la rinnovata fiducia nella ragione come capacità di cogliere il vero e il bene, di scoprire la realtà delle cose, a cominciare dalla natura umana, fondamento anche del diritto positivo. Si è sviluppata così una riflessione comune sulla linea della fede e della ragione, della testimonianza e della argomentazione. La ragione retta trova in Gesù i tratti fondamentali di quell’umanesimo integrale e plenario che sembra si voglia confinare nei limiti della sola soggettività”.
Papa Francesco vuole correggere quel cristianesimo concentrato solo sull’individuo e sulla sola salvezza raggiungibile impegnandosi nella grandezza del suo compito anche storico.      

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