domenica 17 maggio 2015

Pentecoste

La Pentecoste è la festa dell’unione, della comprensione e della comunione umana
La Pentecoste costituisce il battesimo della Chiesa, è un evento che le ha dato e le da, per così dire, la forma iniziale e la spinta per la sua missione. E questa “forma” e questa “spinta” sono sempre valide, sempre attuali, e si rinnovano in modo particolare mediante il convenire per la preghiera liturgica soprattutto della Domenica e nella preghiera della Chiesa domestica, la famiglia.
Vorrei soffermarmi su un aspetto essenziale del mistero della
Pentecoste, che ai nostri giorni conserva tutta la sua importanza. La Pentecoste è la festa dell’unione, della comprensione e della comunione umana. Tutti possiamo constatare nel nostro mondo, pur sempre più vicini l’uno all’altro, e questo è un bene, con lo sviluppo dei mezzi di comunicazione, e le distanze geografiche sembrano sparire, la comprensione e la comunione tra le persone sia spesso superficiale e difficoltosa. Permangono squilibri che non di rado portano a conflitti; il dialogo tra le generazioni si fa faticoso e a volte prevale la contrapposizione; assistiamo a fatti quotidiani in cui ci sembra che gli uomini stiano diventando più aggressivi e più scontrosi; comprendersi sembra troppo impegnativo e si preferisce rimanere nella solitudine del proprio io, solo nei propri interessi. In questa situazione, possiamo trovare veramente e vivere quell’unità di cui abbiamo bisogno frutto, come ci ricorda san Paolo, dello Spirito che è amore, gioia, pace (Gal 5,22).
La narrazione di quella prima Pentecoste negli Atti degli Apostoli, che abbiamo ascoltato nella prima lettura (At 2,1-11), contiene sullo sfondo uno degli ultimi grandi affreschi che troviamo all’inizio dell’Antico Testamento: l’antica storia della costruzione della Torre di Babele (Gn 11,1-9). Ma che cos’è Babele, una tentazione storicamente continua? E’ la descrizione di puntare a un regno in cui gli uomini concentrano tanto potere da pensare di non poter fare più riferimento a Dio, di non adorarlo non anteponendo nulla a Lui e sentirsi così forti da poter costruire da soli una via che porti alla piena realizzazione. Ma proprio in questa situazione si verifica qualcosa di strano e di singolare. Mentre gli uomini stavano lavorando insieme per costruire la torre, improvvisamente si resero conto che stavano costruendo l’uno contro l’altro. Mentre tentavano di non anteporre nulla a se stessi, tanto meno Dio, correvano il pericolo di non essere neppure uomini, perché avevano perduto l’elemento fondamentale dell’essere persone umane nella società: la capacità di relazionarsi con amore, di accordarsi per il bene comune, di capirsi e di operare insieme nell’amore.
Questo racconto biblico contiene una sua perenne verità; lo possiamo vedere tante volte lungo la storia e direi anche oggi nel nostro mondo. Con il meraviglioso progresso della scienza e della tecnica siamo arrivati al potere di dominare forze della natura, di manip0lare gli elementi, di fabbricare esseri viventi, giungendo quasi fino allo stesso essere umano. In questa situazione di secolarizzazione totale, adorare Dio cioè non anteporre nulla e nessuno, tanto più se stessi a Dio cioè pregare  sembra qualcosa di sorpassato, di inutile, di escluso a livello pubblico, perché noi stessi possiamo costruire e realizzare tutto ciò che vogliamo. Ma stiamo rendendoci conto di vivere la stessa esperienza di Babele. E’ vero con il telefonino sempre in mano abbiamo moltiplicato la possibilità di comunicare in modo virtuale, di avere informazioni, di trasmettere notizie, ma possiamo dire che è cresciuta l’attesa di incontrarci, di capirci, di godere insieme? Sembra serpeggiare un senso di diffidenza, di sospetto, di timore reciproco perfino tra uomo-donna senza l’entusiasmo della propria identità, fino a diventare perfino pericolosi l’uno all’altro? Come può esserci veramente unità, gioia di stare e di lavorare insieme, concordia? E come?
La risposta ci viene da Dio che ci parla in continuità attraverso la Scrittura: l’unità può accadere anche oggi solo con il dono dello Spirito di Dio, il quale ci darà un cuore nuovo e una lingua nuova, una capacità nuova di comunicare. E questo è ciò che si è verificato fin dalla prima Pentecoste e può accadere in ogni Pentecoste, anche in quella di quest’anno. In quel mattino, cinquanta giorni dopo la Pasqua, un vento impetuoso soffiò su Gerusalemme e la fiamma dello Spirito Santo discese sui discepoli riuniti con Maria, si posò su ciascuno e accese in ogni persona il fuoco divino dell’amore, un fuoco capace di trasformare la vita personale e le relazioni sociali. La paura scomparve, il cuore sentì la gioia della propria identità di uomini e donne e quindi una nuova forza, le lingue si sciolsero e iniziarono a parlare con franchezza, in modo che tutti potessero capire il Dio vivente nell’annuncio di Gesù morto e risorto, presente tra di loro come suo corpo, Chiesa. A Pentecoste dove c’era divisione ed estraneità, indifferenza, sono nate unità, comprensione e solidarietà.

Ma ripensiamo il Vangelo di oggi, nel quale Gesù afferma: “Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità” (Gv 16,13). Qui Gesù parlando dello Spirito santo, ci spiega che cos’è la Chiesa e come essa debba vivere per essere se stessa, per essere il luogo dell’unità e della comunione nella Verità; essere cristiani significa non chiudersi mai nella propria autoreferenzialità, nella solitudine del proprio “io”, ma orientarsi sempre verso tutti gli ambiti della realtà cioè nella Verità che rende liberi. Solo nel “noi” fraterno della Chiesa ci si apre all’azione dello Spirito: “Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace” (Gal 5,22). Preghiamo spesso dicendo: Vieni Spirito santo, vieni per Maria.

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