lunedì 6 aprile 2015

Urge anche storicamente che il mondo sia cristianizzato

Urge anche storicamente che il mondo sia cristianizzato di fronte alla situazione drammatica che nell’occidente cristiano ha prodotto il demone della secolarizzazione o silenzio pubblico su Dio e con Dio

“La via verso il futuro non è la secolarizzazione della Chiesa, ma la cristianizzazione del mondo. Questo il nucleo del messaggio della passione, della morte e della risurrezione di Gesù Cristo, l’essenza della Buona Novella e la via della Chiesa: sulle tracce di Gesù percorriamo la via della sequela, che ci porta dalla passione, attraverso la Croce, alla risurrezione e alla vita eterna”. E’ uno dei passaggi centrali
dell’ultimo libro del cardinale Gerhard Ludwig Muller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, intitolato La Croce è Vita. Meditazioni sulla Passione e sulla Pasqua di Gesù (Edizioni Ares), pubblicato in preparazione alla Santa Pasqua. Una raccolta di riflessioni che tracciano un itinerario per entrare nel mistero della liturgia che va dal mercoledì delle Ceneri alla Domenica delle Palme, e poi il Giovedì Santo, il Venerdì della passione e morte di Cristo, fino alla gloria della Pasqua, al congedo terreno dell’Ascensione e al mandato apostolico di Pentecoste. Una riflessione sul cammino liturgico di evangelizzazione. Non si può evangelizzare, annunciare la risurrezione che interessa Gesù di Nazareth, ciascuno di noi, tutta la storia, il cosmo senza liturgicamente “entrare nel mistero – Papa Francesco -, non è un fatto intellettuale, non è solo conoscere, leggere…E’ di più! “Entrare nel mistero” significa capacità di stupore, di contemplazione; capacità di ascoltare il silenzio e sentire il sussurro di un filo di silenzio sonoro in cui Dio ci parla (1 Re 19,12). Entrare nel mistero ci chiede di non avere paura della realtà: non chiudersi in se stessi, non fuggire davanti a ciò che non comprendiamo, non chiudere gli occhi davanti ai problemi, non negarli, non eliminare gli interrogativi. Entrare nel mistero significa andare oltre le proprie comode sicurezze, oltre la pigrizia e l’indifferenza  che ci frenano, e mettersi alla ricerca della verità, della bellezza e dell’amore, cercare un senso non scontato, una risposta non banale alle domande che mettono in crisi la nostra fede, la nostra fedeltà e la nostra ragione. Per entrare nel mistero  ci vuole umiltà, l’umiltà di abbassarsi, di scendere dal piedestallo del nostro io tanto orgoglioso, della nostra presunzione; l’umiltà di ridimensionarsi, riconoscendo quello che effettivamente siamo: delle creature, con pregi e difetti, dei peccatori bisognosi di perdono. Per entrare nel mistero ci vuole questo abbassamento che è impotenza, svuotamento delle proprie idolatrie…adorazione. Senza adorare non si può entrare nel mistero. Tutto questo (ci fanno rivivere liturgicamente) la memoria delle donne discepole di Gesù. Esse vegliarono, quella notte, insieme con la Madre. E lei, la Vergine Madre, le aiutò e non perdere la fede e la speranza. Così non rimasero prigioniere della paura e del dolore, ma alle prime luci dell’alba uscirono, portando in mano i loro unguenti e con il cuore unto d’amore. Uscirono e trovarono il sepolcro aperto. Ed entrarono. Vegliarono, uscirono ed entrarono nel Mistero. Impariamo da loro a vegliare con Dio e con Maria, nostra Madre, per entrare nel Mistero che ci fa passare dalla morte alla vita”. Papa Francesco con la sua Omelia della Veglia, oltre ad averci dato l’Istruzione sull’omelia, ci ha dato un’icona di come farla nella celebrazione liturgica evangelizzatrice. E’ quello che il cardinale Muller pure ci offre con la sua pubblicazione dalle Ceneri alla Pentecoste, pur con evidenti specificità legate alla propria formazione, ma nella continuità essenziale della Tradizione cattolica: il rapporto liturgico –sacramentale-ecclesiale con Cristo per il vissuto d’amore con il prossimo.
Claudia di Lorenzi, sulla Nuova Bussola Quotidiana  del 03-04-2015 ne ha dato un anticipo. 
«La via verso il futuro non è la secolarizzazione della Chiesa, ma la cristianizzazione del mondo! Questo è il nucleo del messaggio della passione, della morte e della risurrezione di Gesù Cristo, l’essenza della Buona Novella e la via della Chiesa: sulle tracce di Gesù percorriamo la via della sequela, che ci porta dalla passione, attraverso la Croce, alla risurrezione e alla vita eterna». È uno dei passaggi centrali dell’ultimo libro del cardinale Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, intitolato La Croce è Vita. Meditazioni sulla Passione e sulla Pasqua di Gesù (edizioni Ares), pubblicato in preparazione alla Santa Pasqua. Una raccolta di riflessioni che tracciano un itinerario ideale che va dal Mercoledì delle Ceneri alla Domenica delle Palme, e poi il Giovedì Santo, il Venerdì della passione e morte di Cristo, fino alla gloria della Pasqua, al congedo terreno dell’Ascensione e al mandato apostolico di Pentecoste. Un percorso che offre al porporato l’occasione per rimarcare il ruolo e la missione della Chiesa, in tempi in cui la secolarizzazione avanza e le sfide si moltiplicano, nel dialogo con una società in continua evoluzione e dentro le “sacre mura”. Siamo andati a trovare il cardinale, ecco cosa ci ha detto.  
Eminenza, il messaggio che emerge dal volume, che raccoglie Sue meditazioni sulla Pasqua, può essere riassunto in questa Sua frase: «Soltanto nella Croce c’è Salvezza, nella Croce c’è Vita, nella Croce c’è Speranza». Ci aiuta a comprendere meglio il significato del sacrificio di Cristo sulla Croce?
    «Senza il sacrificio di Cristo sulla Croce, la morte sarebbe rimasta l’ultima parola sulla vita di ogni singolo uomo e sulla storia dell’intera umanità. Tragicamente. E poiché, come dice sant’Agostino, il Verbo del Dio eterno, “non aveva nulla in se stesso per cui potesse morire per noi, se non avesse preso da noi una carne mortale”, la assunse realmente e divenne uomo. Per poter realmente morire. Nacque e morì pro nobis, al nostro posto e a nostro favore. Adottò la via ignominiosa della Croce, da dove conquistò la vittoria. Nella Croce di Cristo c’è Speranza certa, perché su di essa e attraverso di essa Egli restituì la vita oltre la morte, la salvezza, la salus, la salute permanente, oltre l’ostacolo insormontabile».
In questa prospettiva Lei ricorda che la Chiesa è chiamata a «seguire sempre la via della sequela di Cristo, suo umile e umiliato Signore». Cosa significa questo nel concreto? Quale atteggiamento e quali scelte derivano da questo compito per la Chiesa?
«Insegna il Concilio Vaticano II, al n. 8 della Lumen gentium: “Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza… Anche la Chiesa, quantunque per compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, non è costituita per cercare la gloria terrena, bensì per diffondere, anche col suo esempio, l’umiltà e l’abnegazione”. E mentre Cristo “non conobbe il peccato (cfr. 2Cor 5,21) e venne solo allo scopo di espiare i peccati del popolo (cfr. Eb 2,17), la Chiesa, che comprende nel suo seno peccatori ed è perciò santa e insieme sempre bisognosa di purificazione, avanza continuamente per il cammino della penitenza e del rinnovamento”. Il paradigma evangelico è il costante vivo riferimento della Chiesa: non ne sarà dato altro per il suo pellegrinaggio. Attingervi in modo continuo, perché tutti i suoi membri ne siano pervasi nell’intimo, è la sua perenne saggezza».
Quali rischi comporta invece la scelta di quella che Lei chiama la «strada larga»?
«Gli stessi che ha paventato Gesù, vale a dire, condensati in un termine terribile, “la perdizione” (Mt 7,13). “Che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima? E che cosa potrebbe mai dare un uomo in cambio della propria anima?” (Mc 8,36-37). L’uomo occidentale contemporaneo può disporre di molto, qualcuno perfino di tutto quanto ritenga necessario per procacciarsi un potere, ma appare smarrito. Perde sé, perde la coscienza della propria origine e del proprio destino, della consistenza delle cose, del senso della Provvidenza che tutto sostiene: si smarrisce, l’uomo, se imbuca un’altra strada rispetto a quella evangelica. Gli esempi ciascuno li può individuare da sé senza particolare difficoltà».
Il messaggio della Croce è un dono per i singoli cristiani e per gli uomini tutti: la via per avere accesso alla felicità piena. A questo proposito Lei scrive: «Una via da percorrere con la gioia della fede, nella certezza che il Venerdì Santo è temporaneo – la Pasqua invece è eterna». Ma è un messaggio non facilmente accessibile: come tradurlo nella vita quotidiana?
«Seguire Cristo comporta la vita eterna e il centuplo quaggiù (cfr. Mc 10,30). Dove il centuplo quaggiù è l’anticipazione quaggiù della vita eterna. È come nella parabola degli operai dell’undicesima ora (cfr. Mt 20,1-16): il premio è per tutti identico, ma chi ha incontrato prima Cristo ne ha goduto quaggiù anticipatamente».
Il sacrificio di Cristo sulla Croce si rinnova ogni volta nell’Eucaristia. In più occasioni nel volume Lei ribadisce il primato di tutti i Sacramenti…
«I Sacramenti esprimono realmente la misericordia di Dio. Non si limitano a indicare altro da sé quale ragione propria del loro esserci, come è nella natura di qualsiasi altro segno, ma contengono, rendono davvero presente, ciò che (meglio: Colui che) significano. L’Eucaristia – il pane e il vino che diventano il Corpo e il Sangue di Cristo – rinnova il sacrificio della Croce, lo ri-presenta, qui e ora, fino alla fine del mondo, fino al ritorno glorioso del Signore. La Chiesa Sacramento celebra i Sacramenti perché chi incontra Cristo sia costantemente alimentato dalla Sua grazia».
Nel volume alcuni passaggi sono dedicati al rapporto fra la Chiesa e “le folle” e i “leader d’opinione onnipotenti”. Dove sta il punto di equilibrio fra la difesa delle Verità di fede e della dottrina, e la necessità di andare incontro a una società in evoluzione con la quale conservare e rinnovare un proficuo dialogo?
«Le Verità di fede e della dottrina che ne deriva ci consentono di guardare a tutta la realtà della Chiesa, ovunque essa viva, con qualunque tipo di sfida essa sia confrontata. Situazioni di povertà estrema e di profonda ingiustizia intaccano ancora intere popolazioni in molteplici luoghi del pianeta. Nel mondo globalizzato contemporaneo, gli squilibri sociali sono diventati ulteriormente acuti. La Chiesa non cessa di invitare anche i “leader d’opinione” che si pretendono “onnipotenti” a misurarsi con i problemi reali, senza assolutizzare questioni che, nell’insieme, occupano uno spazio geograficamente e culturalmente limitato».
Lei è un profondo conoscitore delle Opere pubblicate da Papa Benedetto XVI. Quali sono gli aspetti di maggiore continuità con il Pontificato di Papa Francesco?
«Con le evidenti specificità temperamentali e legate per ciascuno alla propria formazione (e la medesima cosa vale per qualunque persona umana considerata in rapporto a qualunque altro suo simile), gli aspetti di maggior continuità sono quelli riguardanti l’essenziale: il rapporto insopprimibile con Cristo, la vita della Chiesa alimentata dalla grazia, l’educazione alla fede. Nella recente intervista che il Santo Padre ha concesso a giovani di una bidonville di Buenos Aires, alla domanda: ”Qual è la cosa più importante che dobbiamo dare ai nostri figli?”, Egli, dopo aver fatto subito riferimento all’”appartenenza a un focolare”, ha aggiunto: “Ma la cosa ancora più importante è la fede. Mi addolora molto incontrare un bambino che non sa fare il segno della croce. Vuol dire che al piccolo non è stata data la cosa più importante che un padre e una madre possono dargli: la fede”. Famiglia e fede, Benedetto e Francesco».

Nessun commento:

Posta un commento