giovedì 5 marzo 2015

Preghiera 58

10 marzo 2015
Preghiera di liberazione
La Pasqua è la vittoria definitiva di Gesù contro il Maligno, contro il peccato, la morte
Liturgia della I Domenica di Quaresima Anno A
Inizio: (360) Sorgi Signore
Comunione: (147) E’ giunta l’ora
Esposizione: (375) Ti saluto o Croce santa
Omelia
I tre Vangeli sinottici raccontano, non senza nostra sorpresa, che la prima disposizione dello Spirito lo conduce nel deserto “per essere tentato dal diavolo…E gli Angeli lo servivano” (Mt 4,1). L’azione è preceduta dal raccoglimento e questo raccoglimento è anche un combattimento interiore per il compito ricevuto, una lotta contro i suoi travisamenti che si
presentano e continueranno a presentarsi nella Chiesa, nell’umanità. E’ una discesa nei pericoli che minacciano così  l’uomo caduto, sotto l’azione terribile del Maligno e Gesù deve entrare nel dramma dell’esistenza umana, attraversarla fino in fondo, per ritrovare e liberare così “la pecorella smarrita”, caricarsela sulle spalle e liberarla dal Maligno con il servizio degli Angeli. Marco ci dice che Gesù riprende tutta la storia a partire dai suoi inizi – da “Adamo”-, percorrerla e soffrirla fino in fondo per poterla trasformare. Si espone liberamente cioè per amore, per solidarietà con tutti noi, alle minacce, ai pericoli e alle tentazioni propri dell’essere uomo: “Infatti, proprio per essere stato messo alla prova e avere sofferto personalmente, egli è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova” (Eb 2,17) anche oggi, anche noi qui convenuti: non ci conosce per sentito dire ma direttamente. Le “tentazioni” accompagnano l’intero cammino del Gesù di allora e il racconto delle tentazioni sono un’anticipazione in cui si condensa la lotta che Risorto, presente nella Chiesa e attraverso la Chiesa, continua fino al compimento della storia.
Nel suo breve racconto delle tentazioni (1,13) Marco ha posto in risalto con Adamo – con l’accettazione sofferta del dramma umano come tale: Gesù “stava con le fiere selvatiche e gli angeli lo servivano”. Il deserto – l’immagine opposta del giardino – diventa il luogo della riconciliazione e della salvezza; le bestie selvatiche, che rappresentano la forma più concreta della minaccia derivante all’uomo dalla ribellione della creazione e del potere della morte, diventano amiche come in Paradiso. E’ ripristinata la pace annunciata da Isaia per il tempo del Messia: “Il lupo dimorerà insieme con l’agnello, il leopardo si sdraierà accanto al capretto…”(11,6). Laddove il peccato è vinto, laddove si ristabilisce l’armonia dell’uomo con Dio, segue la riconciliazione della creazione, la creazione dilaniata torna ad essere luogo di pace, come dirà Paolo, il quale parla dei gemiti della creazione, che “è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio” (Rm 8,19). Marco conclude il suo breve racconto delle tentazioni con una frase: “E gli angeli lo servivano”. La frase si trova anche alla fine delle tentazioni redatto da Matteo e solo lì diventa pienamente comprensibile.
Matteo e Luca narrano di tre tentazioni in cui si rispecchia la lotta interiore di Gesù per la sua missione, ma nello stesso tempo affiora anche la domanda su ciò che conta davvero nella vita degli uomini. Qui appare chiaro il nocciolo di ogni tentazione anche oggi: rimuovere Dio che, di fronte a tutto ciò che nella nostra vita appare più urgente, sembra secondario, se non superfluo e fastidioso. Mettere ordine nel mondo, senza Dio, contare soltanto sulle proprie capacità, riconoscere come vere solo le realtà politiche e materiali e lasciare da parte Dio come illusione, è la tentazione di mondanità che ci minaccia in molteplici forme. Dio oggi rimane escluso dalla cultura e dalla vita pubblica, e la fede in Lui diventa più difficile, anche perché viviamo  in un mondo che si presenta quasi sempre come opera nostra, nel quale, per così dire, Dio non compare più direttamente, sembra divenuto superfluo ed estraneo.
Della natura della tentazione fa parte anche la sua apparenza morale: non ci invita direttamente a compiere il male, sarebbe troppo rozzo. Fa finta di indicarci il meglio: abbandonare le illusioni della fiducia in Dio, quindi della preghiera, e impiegare efficacemente le nostre forze per migliorare il mondo. Si presenta, inoltre, avanzando la pretesa del vero realismo che escluderebbe il religioso come illusorio. Il reale sarebbe soltanto ciò che si constata: potere e pane. Le cose di Dio non sperimentabili e calcolabili  appaiono irreali, in  un mondo secolarizzato di cui non c’è veramente bisogno. E’ in gioco, come nelle tentazioni di Gesù, Dio stesso: è vero o no che Lui è il reale cui nulla anteporre, l’unica  fonte di ogni bene? E’ Lui il Buono o dobbiamo inventare noi stessi ciò che è buono? La questione di Dio è la questione fondamentale, che ci pone al bivio di ogni esistenza umana. Che cosa deve fare il Salvatore del mondo o che cosa non deve fare? E’ questa la domanda sottesa alle tre tentazioni di Gesù che in Matteo e Luca ci sono memorizzate perché continuano nella Chiesa, nella storia umana, nel mondo.
Gli evangelisti ci lasciano una traccia importante per capire e riconoscere l’intervento del Maligno. Oltre alle grida scomposte dei demoni che non vogliono ingerenze cristiane nella loro vita, Matteo e Luca riportano un “a tu per tu interpersonale” fra Gesù e Satana. Nel breve dialogo troviamo sia la via seduttiva usata da Satana, che la via d’uscita indicata da Gesù.
E’ lo Spirito stesso che conduce Gesù nel deserto proprio per affrontare il Diavolo (Lc 4,1). Il deserto, proprio per le sue caratteristiche, obbliga all’essenziale. Nel deserto non si trovano gli appoggi materiali della vita quotidiana. E nell’essenzialità vediamo che Satana, con grande astuzia, affronta l’uomo nei suoi tre aspetti: l’uomo naturale, l’uomo religioso, l’uomo sapiente, la tentazione dell’irreligione. Satana seduce con la sua proposta logicamente attraente, quanto illusoria e distruttiva. E’ la tentazione ordinaria nella quale sensi, intelletto, fantasia, memoria e sentimenti vengono suggestionati o “infestati”, al fine di distogliere l’uomo dal “conoscere, amare e servire Dio in questa vita (nel già), e goderlo poi nell’altra in paradiso (nel non ancora)”.

L’uomo naturale
“Gesù, dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, (alla fine) ebbe fame” (Mt 4,2). Quella fame, se da un lato è il segno della vera incarnazione del Verbo di Dio, dall’altro è l’allegoria di tutti i bisogni connaturali al corpo. Il Diavolo, con apparente ragionevolezza, consiglia la sua soluzione: “Se sei Figlio di Dio, di’ che questi sassi diventino pane” (Mt 4,3). Il Tentatore non propone manifestamente il male, ma quello che appare più logico, quasi di buon senso nella specifica situazione; ci fa desiderare “un falso bene, facendo credere che le vere realtà sono il potere e ciò che soddisfa i bisogni primari” (Angelus di Benedetto XVI il 17 febbraio 2013). Dalla risposta di Gesù – “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4,4) -, comprendiamo che la tentazione non è saziare la fame, ma vivere “di solo pane” escludendo Dio dal proprio orizzonte. In altre parole, interpretare l’esistenza umana esclusivamente nella sua dimensione più indubitabile, immediatamente verificabile e calcolabile, quella biologica. E’ la tentazione dell’uomo naturale, appunto. Certamente l’uomo condivide la sua corporeità con il resto degli esseri viventi ma, nella fede, sappiamo che l’esistenza umana non si esaurisce nell’evidente ciclo biologico terreno. Satana sfrutta una verità: l’uomo, biologicamente, funziona come gli altri animali; una volta concepito, nasce, si nutre, si riproduce e muore, restituendo  alla terra gli elementi che lo compongono. E’ una verità amputata e parziale, cioè diabolica, è una visione senza speranza, in cui conta solo il soddisfacimento dei bisogni terreni senza nessun significato di attesa del non ancora. Una specie di infernale catena di montaggio che al suo culmine non ha la vita veramente vita, la vita eterna, la risurrezione, il paradiso ma il disfacimento in polvere nel sepolcro. “Il Cielo abbandoniamolo agli angeli e ai passeri” sentenziava Heine. L’uomo, così “liberato” dalla speranza affidabile legata a una prospettiva trascendente, può solo affermare che “viene dalla terra, appartiene alla terra e parla della terra” (Gv 3,31) e, con la mente tutta intenta alle “cose della terra”, finisce per avere come dio il ventre (Fil 3,19). E così, condivide la maledizione piombata sull’antico serpente: “Sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della vita” (Gn 3,14). E sappiamo bene che l’uomo senza speranza è, come dice la parola stessa, disperato, fuori dalla norma  nella sua psiche.
Rimuovere Dio dall’esistenza umana con la tentazione di vivere “di solo pane”, non solo non accende la speranza ma, per la perversa solidarietà nel male che rende gli uomini complici gli uni degli altri e fa regnare tra di loro la concupiscenza cioè la tendenza al male, la violenza e l’ingiustizia, crea delle vere e proprie strutture di peccato, cui punta Satana con questa tentazione. Benedetto XVI l’11 settembre 2012, al Congresso eucaristico nazionale disse: “certe ideologie hanno puntato a organizzare la società con la forza del potere e dell’economia. La storia ci dimostra, drammaticamente, come l’obiettivo di assicurare a tutti sviluppo, benessere materiale e pace prescindendo da Dio e dalla sua rivelazione si sia risolto in un dare agli uomini pietre al posto del pane. Il pane, cari fratelli e sorelle, è “frutto del lavoro dell’uomo”,  e in questa verità è racchiusa tutta la responsabilità affidata alle nostre mani e alla nostra ingegnosità; ma il pane è anche, e prima ancora, “frutto della terra”, che riceve dall’alto sole e pioggia: è dono da chiedere, che ci toglie ogni superbia e ci fa invocare con la fiducia degli umili: “Padre ….dacci oggi il nostro pane quotidiano” (Mt 6,11).
Non si può governare la storia con mere strutture materiali, prescindendo da Dio, dal Dio che possiede un volto umano che ci ha amato sino alla fine l’umanità e ogni singola persona. Se il cuore dell’uomo non è buono, allora nessun’altra cosa può diventare buona. E la bontà del cuore può venire solo da Colui che è Egli stesso la Bontà, il Bene.
(318) 1.Quanta sete nel mio cuore: solo in Dio si spegnerà. Quanta attesa di salvezza: solo in Dio si sazierà. L’acqua viva ch’egli dà sempre fresca sgorgherà. R)Il Signore è la mia vita, il Signore è la mia gioia.
2. Se la strada si fa oscura spero in lui: mi guiderà. Se l’angoscia mi tormenta, spero in lui: mi salverà. Non si scorda mai di me, presto a me riapparirà. R) Il Signore…
3. Nel mattino io t’invoco: tu, mio Dio, risponderai. Nella sera rendo grazie: tu, mio Dio, ascolterai. Al tuo monte salirò e vicino ti vedrò. R) Il Signore…

L’uomo religioso
Il secondo intervento del Diavolo è decisamente imbarazzante. Satana per tentare Gesù lo porta, con il suo potere sui corpi, nella Terra Santa, nella Città Santa, nel Tempio Santo, nel suo luogo più alto.  E dalla bocca di Satana non escono parole oscene, ma i versetti del salmo 90: “Ai suoi angeli darà ordine per te, perché essi ti custodiscano. Essi ti sorreggeranno con le mani, perché il tuo piede non inciampi in una pietra”.
Il Tentatore propone a Gesù il suo metodo interpretativo delle Scritture e la sua prospettiva religiosa. Si sa: ovviamente “anche i demoni credono in Dio” (Gc 2,19).  La prospettiva religiosa adulterata è la tentazione riservata a chi ha già fatto passi nel cammino della fede; all’uomo che, fra le sue istanze esistenziali, inserisce anche il bisogno del trascendente cioè di rivolgersi a Dio. E’ la tentazione riservata – si suole dire – all’uomo religioso. Il fatto che Satana usi le parole di un salmo, ci fa capire con ogni evidenza che recitare preghiere, per quanto speciali possano essere, non significa affatto pregare cioè innalzare mente a cuore a Lui né essere al riparo dall’influsso del Diavolo. L’uso aberrante delle Scritture è stato il motivo di tutti gli scismi e - in certi casi – persino di ciò che è il simbolo della violazione di tutti i comandamenti: la guerra. Si può capire come, subito dopo il comandamento che proibisce l’idolatria, il Signore ingiunga: “Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio” (Es 20,7); letteralmente il testo greco dice “non maneggerai il nome di Dio senza verità”. Proprio la manipolazione del nome di Dio è stata la trappola che ha consentito immense scelleratezze. In un famoso discorso al Corpo diplomatico Benedetto XVI smascherò “la tentazione della violenza e della sopraffazione” spesso travestita con “aberranti concezioni religiose”, e ribadì con forza che “nessuna circostanza vale a giustificare tale attività criminosa, che copre di infamia chi la compie, e che è tanto più deprecabile quando si fa scudo di una religione, abbassando così la verità di Dio alla misura della propria cecità e perversione morale…Per quanto poi riguarda specificamente la Chiesa Cattolica, in quanto anche da parte di suoi membri  e di sue istituzioni sono stati compiuti gravi errori in passato, essa li condanna, e non ha esitato a chiedere perdono. Lo esige l’impegno per la verità”.
L’uomo sapiente
Dio aveva benedetto l’uomo. Gli aveva dato ordine di essere fecondo e di riempire la terra, il fertile giardino di Dio. Gli aveva anche donato di prendere possesso e governare il creato, era l’uomo sapiente. Tuttavia  tale governo era orientato a una finalità ben precisa: “perché lo coltivasse e lo custodisse” (Gn 2,15). Ne deriva una vocazione bellissima: custodire con devozione il dono di Dio, il creato, riconoscendo in esso la Sua opera e la sua Parola, il Verbo creatore.
Il Diavolo si presenta a Gesù per la terza volta e dall’alto gli mostra in un istante tutti i regni della terra e insieme alla visione del panorama, afferma qualcosa di sconcertante: “Tutta questa potenza e la gloria di questi regni è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio” (Lc 4,6). Da notare che nelle mani del Maligno non ci sono i regni con il loro carico di responsabilità, ma solo gloria e potenza. La tentazione è quella di dominare; è credere che per cambiare il mondo sia necessario il potere economico, politico e militare. Purtroppo si tratta di una tentazione che sempre serpeggia nel cristianesimo e non manca di far sentire i suoi morsi velenosi. Benedetto XVI in Gesù di Nazareth, pp. 62-63: Storicamente a livello di Chiesa, “la tentazione di assicurare la fede mediante il potere si è ripresentata continuamente, in forme diverse…La lotta per la libertà della Chiesa, la lotta perché il regno di Gesù non sia identificato con alcuna struttura politica, deve essere condotta in tutti i secoli. La fusione tra fede e potere politico, infatti, ha sempre un prezzo: la fede si mette al servizio del potere e deve piegarsi ai suoi criteri”. Per ottenere la potenza e la gloria offerta dal Maligno bisogna vendergli il cuore. Certamente la trasgressione, all’inizio, appare un’espressione della  nostra libertà. Quando un peccato diviene abitudinario, a causa dell’ottundimento della coscienza, la massima libertà diviene spendere la vita per il raggiungimento del bramato oggetto. Costi quel che costi.
Il Diavolo per mentire e sedurre usa pezzi di verità. E nelle parole rivolte a Gesù, mette sul piatto, con grande chiarezza, il suo reale baratto: “Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai”  (Mt 4,9) cioè ti asservirai alle cose del mondo con la rinuncia esplicita del Cielo, del Paradiso. A questa tentazione di mondanità, la più terribile, Gesù rispose: “Vattene, Satana! Sta scritto: Adora il Signore, Dio tuo, a lui solo rendi culto” (Mt 4,10).
(67) 1.Hai cercato la libertà lontano, hai trovato la noia e le catene. Hai vagato senza via, solo, con la tua fame. R)Apri le tue braccia, corri incontro al Padre: oggi la sua casa sarà in festa per te.
2. Se vorrai spezzare le catene, troverai la strada dell’amore, la tua gioia canterai: questa è libertà. R)Apri…
3. I tuoi occhi ricercano l’azzurro, c’è una casa che aspetta il tuo ritorno e la pace tornerà: questa è libertà. R) Apri…
Il peccato di irreligione
Gesù rispondendo alla seconda tentazione sottolinea un grave contenuto: “Non tentare il Signore Dio tuo” (Mt 4,7). E’ l’atteggiamento di sfida di quanti pretendono da Dio qualche prova. Ma il Signore ci dà segni, non prove. E infatti nella nuova traduzione della Cei si legge: “non  metterai alla prova il Signore Dio tuo”.
Se gettarsi dal pinnacolo del Tempio sembra una tentazione troppo irreale, l’atteggiamento simbolizzato da quella tentazione è “accovacciato alla nostra porta”. Ogni volta che ci gettiamo imprudentemente, e senza una reale necessità, in una situazione pericolosa, nella convinzione che Dio deve risolvere tutto miracolosamente, siamo nel terreno della irreligione. Gettarsi dal pinnacolo del Tempio, anziché scendere dalle scale, per vedere se arriveranno davvero gli angeli promessi dal salmo è peccato di irreligione. Si pretende di ottenere la prova che Dio è davvero con noi, anzi è al nostro servizio. Per chi ha fede nessuna prova è necessaria, per chi non crede nessuna prova è sufficiente.
Ogni volta che si ha un’infermità non leggera (si può sperare la guarigione con l’aiuto di Dio, anche senza i rimedi sanitari) – cioè grave, e quindi in grado di compromettere la vita o la qualità della vita – rinunciare alle cure disponibili non è solo una grave imprudenza, ma un peccato di irreligione. La solita confusione operata dal maligno sulle parole qui gioca sul fatto che Gesù, certamente, può guarire tutte le malattie, e che ha lasciato agli Apostoli il potere di curare le infermità (Lc 9,1; Mt 10,1). Nell’interpretazione diabolica la preghiera, anziché liberare dalle malattie, dovrebbe liberare l’uomo dalle terapie. Diventa il prezzo simoniaco per comperare la salute, per implorare di essere guariti miracolosamente senza dover assumere le terapie, anche gratuite, prescritte dal medico. Dietro a preghiere di guarigione si può nascondere l’imprudenza di non voler assumere farmaci esigendo da Dio il miracolo. In missione la Chiesa, congiuntamente alla Parola di Dio, ha sempre costruito strutture sanitarie in tutto il mondo. Dove arriva una Missione cattolica, cristiana troverai sempre una Chiesa, una Scuola e un Ospedale: questa è l’icona cristiana. In altre parole, cambia il metodo, ma il principio resta lo stesso: scendere a terra dal pinnacolo senza prendere le scale. Una volta caduti nella tentazione, la beffa dell’Ingannatore si completa: prima si perde la salute e poi la fede, pieni di rabbia verso quel Dio che, nonostante il prezzo pagato in preghiere e sacrifici per ottenere il suo intervento straordinario, non ci ha esaudito. “Dove sono le tue elemosine? Dove sono le tue buone opere? Ecco, lo si vede bene da come sei ridotto!” (Tb 2,14). Quando si usa la Parola di Dio per giustificare l’imprudenza, il tradimento dei doveri del proprio stato, la mancanza di carità, lo scisma, e persino l’omicidio, siamo sulla strada dell’uso diabolico di ciò che è più sacro.
In tutti gli interventi del Diavolo campeggia una frase: “Se tu sei il Figlio di Dio, scendi dalla croce!” (Mt 27,39-40). Quante volte sgorga dal cuore ferito l’inquietante domanda: “Se ci fosse un Dio, come potrebbe permettere…?” E di fronte a tanti buoni progetti che stentano a decollare: se tu fossi Dio, allora dovresti concedermi…”. Nella  preghiera che ci ha insegnato Gesù, noi chiediamo al Padre: “Sia fatta la tua volontà” (Mt 6,10). Nel cammino di conversione a Dio anziché pretendere di piegare Dio ai nostri desideri, conformiamo il nostro cuore alla sua volontà e così vinciamo ogni tentazione. Affermava Santa Teresa di Lisieux: “Il Signore sempre mi ha dato quello che ho desiderato, o meglio mi ha fatto desiderare quello che voleva darmi” (mi sono rifatto al volume di padre Raffaele Talmelli e Luciano Regolo, Il Diavolo, Mondadori, pp.79-93).
Venite processi, incominciando da quelli in fondo alla Chiesa, per il tocco dell’Unzione con l’olio benedetto ed esorcizzato: è il sacramentale, della presenza invisibile del Risorto  e della sua azione ecclesiale mentre, con questa fede, abbiamo presenti quelle speranze di liberazione, di guarigione, di consolazione per cui siamo qui convenuti come Chiesa con sempre all’orizzonte la grande speranza, il non ancora, la grande e sicura meta ultraterrena che giustifica anche i momenti di fatica del vivere.
            (67) O Gesù ti adoro, ostia candida, sotto un vel di pane, nutri l’anima, solo in te il mio cuore si abbandonerà. Perché tutto è vano se contemplo Te.
Ora guardo l’Ostia che si cela a me, ardo dalla sete di vedere Te: quando questa carne si dissolverà, il tuo viso luce, si disvelerà. Amen
Preghiamo. O Dio, che nella passione del Cristo nostro Signore qui risorto dinanzi a noi, ci hai liberato dal Maligno, dal peccato e dalla morte, eredità dell’antico peccato trasmessa a tutto il genere umano, rinnovaci a somiglianza del tuo Figlio; e come abbiamo portato in noi, per la nostra nascita, l’immagine dell’uomo terreno, così per l’azione del tuo Spirito, fa che portiamo l’immagine dell’uomo celeste. Per Cristo nostro Signore.
Amen
Dio sia benedetto…
Ed ora il sacramentale dell’acqua benedetta ed esorcizzata
Preghiamo. Signore Dio onnipotente, fonte e origine dell’anima e del corpo, benedici + quest’acqua e fa che ce ne serviamo con fede per implorare il perdono dei nostri peccati e la grazia di essere sorretti in ogni infermità e difesi da ogni insidia del nemico. La tua misericordia, o Padre, faccia scaturire per noi l’acqua viva della salvezza, perché possiamo accostarci a Te, con cuore puro e fuggire ogni pericolo dell’anima e del corpo. Per Cristo nostro Signore.
Amen
Prossimo incontro martedì 14 aprile
(366) Stabat Mater…


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