mercoledì 14 gennaio 2015

Incontro interreligioso ed ecumenico


Onesti nel presentare le nostre convinzioni di cattolici siamo in grado di vedere quanto abbiamo in comune di verità.

“Cari Amici,
sono grato per l’opportunità di partecipare a questo incontro, che riunisce insieme, tra gli altri, le quattro comunità religiose più grandi, parte integrante della vita dello Sri Lanka: Buddhismo, Induismo, Islam e Cristianesimo. Vi ringrazio per la vostra presenza e per il caloroso benvenuto. Ringrazio anche quanti hanno offerto preghiere e benedizioni, e in modo particolare esprimo la mia gratitudine al Vescovo Cletus Chandrasiri Perera e al Venerabile Vigithasiri Niyangoda Thero per le loro cortesi parole.
Sono giunto in Sri Lanka sulle orme dei miei predecessori, i Papi Paolo VI e Giovanni Paolo II, per dimostrare il grande amore e la sollecitudine della Chiesa Cattolica per lo Sri Lanka. E’ una grazia particolare per me visitare la comunità cattolica locale, confermarla nella fede in Cristo, pregare con essa e condividerne le gioie e le sofferenze. Ed è ugualmente una grazia l’essere con tutti voi, uomini e donne di queste grandi tradizioni religiose, che condividete con noi un desiderio di sapienza, di verità e di santità.
Nel Concilio Vaticano II la Chiesa Cattolica ha dichiarato il proprio rispetto profondo e duraturo per le altre religioni. Ha dichiarato che «nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto [quei] modi di agire e di vivere, [quei] precetti e [quelle] dottrine» (Nostra aetate, 2). Da parte mia, desidero riaffermare il sincero rispetto della Chiesa per voi, le vostre tradizioni e le vostre credenze.
E’ in questo spirito di rispetto che la Chiesa Cattolica desidera collaborare con voi e con tutte le persone di buona volontà, nel ricercare la prosperità di tutti gli srilankesi. Spero che la mia visita aiuterà ad incoraggiare ed approfondire le varie forme di collaborazione interreligiosa ed ecumenica, che sono state intraprese negli anni recenti.
Queste lodevoli iniziative hanno offerto opportunità di dialogo, essenziale se vogliamo conoscerci, capirci e rispettarci l’un l’altro. Ma, come insegna l’esperienza, perché tale dialogo ed incontro sia efficace, deve fondarsi su una presentazione piena e schietta delle nostre rispettive convinzioni. Certamente tale dialogo farà risaltare quanto siano diverse le nostre credenze, tradizioni e pratiche. E tuttavia, se siamo onesti nel presentare le nostre convinzioni, saremo in grado di vedere più chiaramente quanto abbiamo in comune. Nuove strade si apriranno per la mutua stima, cooperazione e anche amicizia.
Tali sviluppi positivi nelle relazioni interreligiose ed ecumeniche assumono un significato particolare ed urgente nello Sri Lanka. Per troppi anni gli uomini e le donne di questo Paese sono stati vittime di lotta civile e di violenza. Ciò di cui ora c’è bisogno è il risanamento e l’unità, non ulteriori conflitti o divisioni. Certamente la promozione del risanamento e dell’unità è un impegno nobile che incombe su tutti coloro che hanno a cuore il bene della Nazione e dell’intera famiglia umana. Spero che la collaborazione interreligiosa ed ecumenica dimostrerà che, per vivere in armonia con i loro fratelli e sorelle, gli uomini e le donne non devono dimenticare la propria identità, sia essa etnica o religiosa.
Quanti modi ci sono per i seguaci delle diverse religioni per realizzare questo servizio! Quanti sono i bisogni a cui provvedere con il balsamo della solidarietà fraterna! Penso in particolare alle necessità materiali e spirituali dei poveri, degli indigenti, di quanti ansiosamente attendono una parola di consolazione e di speranza. Penso qui anche alle molte famiglie che continuano a piangere la perdita dei loro cari.
Soprattutto, in questo momento della storia della vostra Nazione, quante persone di buona volontà cercano di ricostruire le fondamenta morali dell’intera società! Possa il crescente spirito di cooperazione tra i dirigenti delle diverse comunità religiose trovare espressione in un impegno a porre la riconciliazione fra tutti gli srilankesi al cuore di ogni sforzo per rinnovare la società e le sue istituzioni. Per il bene della pace, non si deve permettere che le credenze religiose vengano abusate per la causa della violenza o della guerra. Dobbiamo essere chiari e non equivoci nell’invitare le nostre comunità a vivere pienamente i precetti di pace e convivenza presenti in ciascuna religione e denunciare gli atti di violenza quando vengono commessi.
Cari amici, vi ringrazio ancora per la generosa accoglienza e per la vostra attenzione. Che questo fraterno incontro confermi noi tutti negli sforzi per vivere in armonia e diffondere le benedizioni della pace” (Papa Francesco, Incontro interreligioso ed ecumenico, 13 gennaio 2015) .

Il 13 gennaio Papa Francesco ha iniziato la sua visita apostolica nello Sri Lanka: una visita per “incontrare i cattolici di quest’isola e per testimoniare il messaggio di riconciliazione della Chiesa Cattolica annunciandolo in un Paese dove comunità religiose sono state “in guerra tra di loro” per molti anni. Per ben ventisei anni, dal 1983 al 2009, il Paese è stato teatro di “orrori dello scontro civile”, dovuti a “tensioni etniche e religiose” e una persistente “incapacità di riconciliare le diversità e le discordie”. Lo Sri Lanka, in effetti, è un esempio quasi da manuale del conflitto religioso. Certo, non esistono guerre religiose “pure” e occorre sempre tenere conto di fattori etnici, economici e politici. Ma resta da manuale il conflitto religioso, che smentisce facili buonismi dell’Oriente. Si tratta di non nascondere le persecuzioni e le atrocità: “uscire dalla guerra civile implica il perseguimento della verità, non con lo scopo di aprire vecchie ferite, ma piuttosto quale mezzo necessario per promuovere la loro guarigione”. La Chiesa, come in tanti altri conflitti, non si limita a celebrare i suoi martiri e a rivendicare la libertà religiosa per i cattolici: la chiede, ha spiegato il Papa, per tutti, e a tutti chiede dopo la fine della guerra civile “di consolidare la pace e di curare le ferite di quegli anni. Non è un compito facile quello di superare l’amara eredità di ingiustizie, ostilità e diffidenze lasciata dal conflitto. Si può realizzare soltanto superando il male con il bene”.
La tragedia del Sri Lanka mostra che il dialogo interreligioso è l’unica strada per la pace. I seguaci delle varie religioni “devono essere pronti ad accettarsi l’un l’altro, a rispettare le legittime diversità ed imparare a vivere come in un’unica famiglia”. Al centro Congressi Bandaranaike Memorial, Papa Francesco ha riunito i rappresentanti delle quattro religioni dell’isola: buddisti, induisti, cristiani e musulmani, in un incontro dal significato storico  considerando il tormento passato del Sri Lanka.
“Nel Concilio Vaticano II – ha ricordato Papa Francesco – la Chiesa Cattolica ha dichiarato il proprio rispetto profondo  e duraturo per tutti i membri della altre religioni. Ha dichiarato che “nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto (quei) modi di agire e di vivere, (quei) precetti e (quelle) dottrine” (Nostra Aetate, 2).La parola “rispetto” ha insistito il Papa, è fondamentale per capire il vero atteggiamento della Chiesa nei confronti del dialogo con le altre religioni. Sarebbe sbagliato pensare che il rispetto implichi una sorte di confusione fra le diverse posizioni di confessioni e di religioni. Al contrario, perché il “dialogo ed incontro sia efficace, deve fondarsi su una presentazione piena e schietta delle nostre rispettive convinzioni. Certamente tale dialogo farà risaltare quanto siano diverse le nostre credenze”. Proprio e solo “se siamo onesti nel presentare le nostre convinzioni, saremo in grado di vedere più chiaramente quanto abbiamo in comune” e liberamente accoglierlo.
Papa Francesco con questo giudizio non confina la religione nel regno mutevole della “esperienza personale”. Purtroppo l’accettazione distruttiva di questa erronea linea di pensiero ecumenico porterebbe tutti Cattolici a concludere che nella presentazione della fede cattolica non sarebbe necessario sottolineare la verità oggettiva, perché non si deve che seguire la propria coscienza e scegliere quella comunità che meglio incontra i propri gusti personali. Il risultato è riscontrabile nella continua proliferazione di comunità che sovente evitano strutture istituzionali e minimizzano l’importanza per la vita cristiana di ogni contenuto dottrinale, annullando così anche ogni problema ecumenico perché si dissolvono tutte le confessioni e le religioni.
In questo generale contesto culturale anche all’interno del movimento ecumenico i Cattolici possono mostrarsi riluttanti ad asserire il ruolo della dottrina, del Catechismo della Chiesa Cattolica per timore che esso possa soltanto esacerbare piuttosto che curare le ferite della divisione. Malgrado ciò, una chiara e convincente testimonianza resa alla salvezza operata per noi in Cristo Gesù non può non basarsi che sulla nozione di un insegnamento apostolico normativo – un insegnamento che davvero sottolinei la parola ispirata di Dio e sostenga la vita sacramentale dei Cattolici di oggi. Soltanto “restando saldi” all’insegnamento sicuro (2 Ts 2,15) possiamo riuscire a rispondere alle sfide con cui siamo chiamati a confrontarci in un mondo che cambia. Questo è il messaggio che anche il mondo globale si aspetta da noi. Così come i primi cristiani, come i grandi missionari, il padre oratoriano Joseph Vaz (1651 – 1711) che ricostruì la Chiesa Cattolica nel Paese resistendo alle persecuzioni degli olandesi calvinisti e che verrà beatificato, abbiamo la responsabilità di dare una testimonianza trasparente delle “ragioni della nostra speranza”, così che gli occhi di tutti gli uomini di buona volontà possano aprirsi per vedere che Dio ha manifestato il suo vero volto di amore per tutti (2 Cor 3,12-18) e ci ha permesso di accedere alla sua vita divina attraverso Gesù Cristo. Lui solo è la nostra speranza: lo testimoniamo fino al martirio senza mai imporlo! Dio ha rivelato il suo amore per tutti i popoli attraverso il mistero della passione e morte del suo Figlio, e ci ha chiamati a proclamare che è veramente risorto, si è seduto alla destra del Padre e di “nuovo verrà”, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti.
Ecumenicamente un approccio relativistico della dottrina cattolica simile a quello che troviamo nelle ideologie secolarizzate e che impediscono il dialogo in Oriente, che, con il sostenere che solo la scienza è “oggettiva”, relegano completamente ogni confessione religiosa nella sfera soggettiva del sentimento dell’individuo dissolvendo completamente il cammino ecumenico. Certo le scoperte scientifiche e le loro realizzazioni attraverso l’ingegno umano offrono senza dubbio anche all’umanità dell’Asia nuove possibilità di miglioramento, ma non certo il loro secolarismo.


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