martedì 7 ottobre 2014

Sinodo sulla famiglia

Il tema della misericordia, tanto sottolineato nel magistero di Papa Francesco, è emerso come un punto di vista importante nell’annuncio del Vangelo  e quindi nell’attuale Sinodo.

Con la relazione introduttiva del cardinale Peter Erdo è iniziato il Sinodo Straordinario: “Gesù Cristo è il nostro primo Maestro ed il nostro unico Signore. Solo in Lui si trovano “parole di vita eterna” (Gv 6,68). Questo vale anche riguardo alla vocazione umana e alla famiglia. Il messaggio di Cristo non è comodo, ma esigente: richiede la conversione dei cuori. Eppure esso è una verità che ci libera. L’obiettivo
fondamentale della proposta cristiana sulla famiglia deve essere “la gioia del Vangelo” che “riempie il cuore e la vita intera di coloro che s’incontrano con Gesù” e “si lasciano salvare da Lui” sperimentando la liberazione “dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento” come insegna papa Francesco nella Evangelii gaudium (n. 1). Per questo è opportuno richiamare l’importanza dei temi della speranza (Gaudium et spes n. 1) e della misericordia, tanto sottolineata da Papa Francesco (ad esempio, Evangelii gaudium, 119 e 198).
L’annuncio, quindi, si articola come proposta, dialogo e cammino insieme. Come dice papa Paolo VI nella sua magistrale esortazione apostolica Evangelii nuntiandi (n. 3) “…è assolutamente necessario metterci di fronte ad un patrimonio di fede che la Chiesa ha il dovere di preservare nella sua purezza intangibile, ma anche di presentare agli uomini del nostro tempo, per quanto possibile in modo comprensibile e persuasivo”.
La base, il contenuto dell’annuncio, è la fede della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia, riassunta in diversi documenti, in modo speciale nella Gaudium et spes, nella Familiaris consortio di San Giovanni Paolo II, chiamato da papa Francesco “papa della famiglia”, nel Catechismo della Chiesa Cattolica ed in numerosi altri testi del Magistero. La famiglia di oggi è non solo oggetto di evangelizzazione, ma anche soggetto primario nell’annuncio della buona novella di Cristo nel mondo. Perciò è necessaria l’incessante comprensione e attualizzazione del Vangelo della famiglia che lo Spirito suggerisce alla Chiesa. Le stesse problematiche familiari più gravi  vanno considerate come un “segno dei tempi”, da discernere alla luce del Vangelo: da leggere con gli occhi e il cuore di Cristo, e con il suo sguardo in casa di Simone il fariseo (Lc 7, 36-50).
E qui ritorna il tema, l’atteggiamento della misericordia, tanto sottolineata da Papa Francesco come atteggiamento prioritario nell’attuale sinodalità: “Verità e misericordia. Negli ultimi decenni il tema della misericordia è emerso sempre più in primo piano come un punto di vista importante per l’annuncio del Vangelo. La misericordia di Dio, già presentata diffusamente nell’Antico Testamento (Es 34,6; 2 Sam 24,14; Salmo 111,4 ecc.), è rivelata al suo vertice soprattutto nei gesti e nella predicazione di Gesù. Nella parabola del Padre misericordioso (Lc 15, 11-32), oltre che in tutto il Nuovo Testamento, la misericordia costituisce una verità centrale: Dio è ricco di misericordia (Ef 2,4). Secondo Tommaso d’Aquino, essa è la più importante proprietà di Dio (Summa theol. II/II q.30 a,4; Evangelium gaudium, 37); esprime l’assoluta sovranità di Dio e indica la creatrice fedeltà a se stesso del Dio che è amore (1 Gv 4, 8.16). Per ricevere questa misericordia il figliol prodigo ritorna al Padre, chiede perdono, comincia una vita nuova. La manifestazione più decisiva della divina misericordia verso l’umanità è l’incarnazione e l’Opera salvifica di Cristo. Secondo il vangelo di san Marco, Cristo stesso comincia l’annuncio della Buona Novella con l’appello alla conversione: “Convertitevi e credete al vangelo” (Mc 1,15). Dio infatti non si stanca mai di perdonare al peccatore che si converte, e non si stanca di dargli sempre di nuovo una possibilità. Questa misericordia non significa giustificazione del peccato, ma giustificazione del peccatore però nella misura in cui si converte e si propone di non peccare più.
La misericordia significa dare oltre al doveroso, regalare, aiutare. Solo la misericordia di Dio può realizzare il vero perdono dei peccati. Nell’assoluzione sacramentale Dio ci perdona mediante il ministero della Chiesa. Per noi rimane il compito di rendere testimonianza della misericordia di Dio e di esercitare gli atti classici, conosciuti già nell’Antico Testamento, della misericordia spirituale e corporale. Il luogo privilegiato di vivere questi atti di misericordia è proprio la famiglia.
Il significato della misericordia per la Chiesa di oggi è stato messo in risalto da san Giovanni XXIII all’apertura del Concilio Vaticano II. Egli ha dichiarato che la Chiesa in ogni tempo deve opporsi all’errore; oggi tuttavia essa deve ricorrere alla medicina della misericordia più che alle armi del rigore. In questo modo il Papa ha conferito la tonalità fondamentale al Concilio. San Giovanni Paolo II ha ripreso questa istanza nella sua seconda enciclica Dives in miseriocrdia (1980) e ha dedicato alla Divina Misericordia la seconda domenica del tempo pasquale. Papa Benedetto ha approfondito il tema nell’enciclica Deus caritas est (2005). Sin dall’inizio del Suo pontificato, Papa Francesco ha ribadito: “Dio mai si stanca di perdonare, mai (…) noi, a volte, ci stanchiamo di chiedere perdono” (Angelus del 17 marzo 2013). Anche nel caso della famiglia, del matrimonio, del significato della sua indissolubilità, valgono le parole di  Papa Francesco: “La salvezza che Dio ci offre è opera della sua misericordia. Non esiste azione umana, per buona che possa essere, che ci faccia meritare un dono così grande. Dio, per pura grazia, ci attrae pe riunirci a Sé. Egli invia il suo Spirito nei nostri cuori per farci suoi figli, per trasformarci e per renderci capaci di rispondere con la nostra vita al suo amore. La Chiesa è inviata da Gesù Cristo come sacramento di salvezza offerta da Dio” (EG 112). Essa è “il luogo della misericordia gratuita, dove tutti possano sentirsi accolti, amati, perdonati e incoraggiati a vivere secondo la vita buona del Vangelo (ivi 114).
La misericordia, come tema centrale della rivelazione di Dio, è insomma importante per l’ermeneutica dell’agire ecclesiale (EG 193 ss.); naturalmente, essa non elimina la verità e non relativizza, ma conduce a interpretarla correttamente nel quadro della gerarchia delle verità (UR 11; EG 36-37). Non elimina neanche l’esigenza della giustizia. La misericordia non toglie quindi neppure gli impegni che nascono dalle esigenze del vincolo matrimoniale. Queste continuano a sussistere anche quando l’amore umano si è affievolito o è cessato. Ciò significa che, nel caso di un matrimonio sacramentale (consumato), dopo un divorzio, mentre il primo coniuge è ancora in vita, non è possibile un secondo matrimonio riconosciuto dalla Chiesa”.
“La Chiesa non può non cogliere anche in situazioni, a prima vista lontane da criteri rispondenti al Vangelo, un’opportunità per farsi accanto alle persone al fine di farle arrivare ad una consapevole, vera e giusta decisione circa il loro rapporto. Non c’è una alcuna situazione umana che non possa diventare per la Chiesa occasione per trovare linguaggi adeguati a far comprendere il valore dell’unione matrimoniale e della vita familiare alla luce del Vangelo. La sfida che ci è posta oggi, consiste nel riuscire a mostrare quel meglio che spesso non si coglie o si è incapaci di cogliere”
“La cura pastorale dei divorziati risposati. Innanzitutto, quello die divorziati risposati civilmente è solo un problema nel grande numero di sfide pastorali oggi acutamente avvertite. Anzi è da registrare che in alcuni paesi non si dà questo problema, in quanto non esiste matrimonio civile, in altri paesi la percentuale dei divorziati risposati tende a diminuire a motivo della non volontà di contrarre un nuovo matrimonio – neanche civile – dopo il fallimento del primo. In base alle risposte date al Questionario risulta che questo problema ha accenti diversi nelle singole regioni del mondo (Instrumentum laboris nn. 98-100).
Alla luce di quanto è già stato detto, non si tratta di mettere in questione la parola di Gesù (Mt 19, 3-12) e la verità dell’indissolubilità del matrimonio (Denzinger 1327; 1797; 1807; GS 49), e neanche di ritenerle di fatto non più in vigore. Sarebbe inoltre fuorviante il concentrarsi solo sulla questione della recezione dei sacramenti. La risposta, quindi, può essere cercata nel contesto di una più ampia pastorale giovanile e di preparazione al matrimonio. E’ necessario anche un accompagnamento pastorale intensivo del matrimonio e della famiglia, in particolare nelle situazioni di crisi. Per quel che concerne i divorziati che si sono risposati civilmente, non pochi ribadiscono che bisogna tener conto della differenza tra chi colpevolmente ha rotto un matrimonio  e chi è stato abbandonato. La pastorale della Chiesa dovrebbe prendersi cura di loro in modo particolare.
I divorziati risposati civilmente appartengono alla Chiesa. Hanno bisogno e hanno il diritto di essere accompagnati dai loro pastori (Sacramentum caritatis, n. 28). Essi sono invitati ad ascoltare la parola di Dio, a partecipare alla liturgia della Chiesa, alla preghiera e a compiere le opere buone della carità. La pastorale della Chiesa deve prendere cura di loro in modo tutto particolare, tenendo presente la situazione di ciascuno. Da qui al necessità di avere almeno in ogni chiesa particolare un sacerdote, debitamente preparato, che possa previamente e gratuitamente consigliare le parti sulla validità del loro matrimonio. Infatti, molti sposi non sono coscienti dei criteri di validità del matrimonio e tanto meno della possibilità dell’invalidità. Dopo il divorzio, questa verifica deve essere portata avanti, in contesto di dialogo pastorale sulle cause dal fallimento del matrimonio precedente, individuando eventuali capi di nullità. Allo stesso tempo, evitando ogni apparenza di un semplice espletamento burocratico ovvero di interessi economici. Se tutto questo si svolgerà nella serietà e nella ricerca della verità, la dichiarazione di nullità produrrà una liberazione delle coscienze delle parti”.
Al termine della lunga relazione, di cui abbiamo riportato solo parti, il relatore ha riportato l’esigenza di completare i temi riguardanti l’Humanae vitae alla luce della Familiaris consortio: “Occorre rileggere l’Enciclica nella prospettiva che lo stesso Paolo VI indicava nell’udienza del 31 luglio 1968: “…non è soltanto una dichiarazione di una legge morale negativa, cioè l’esclusione di ogni azione, che si proponga di rendere impossibile la procreazione (n.14), ma è soprattutto la presentazione positiva della moralità coniugale in ordine alla sua missione d’amore e di fecondità “nella visione integrale dell’uomo e della sua vocazione, non solo naturale e terrena, ma anche soprannaturale ed eterna” (n. 7). E’ il chiarimento di un capitolo fondamentale della vita personale, coniugale, familiare e sociale dell’uomo, ma non è la trattazione completa di quanto riguarda l’essere umano nel campo del matrimonio, della famiglia, dell’onestà dei costumi, campo immenso nel quale il magistero della Chiesa potrà e dovrà forse ritornare con un disegno più ampio, organico e sintetico” . Va poi specificato che la norma morale da essa ricordata si attua alla luce della “legge della gradualità”, secondo le indicazioni già formulate nel n. 34 di Familiaris consortio: ricordando che l’uomo in quanto essere storico “…conosce ama e compie il bene morale secondo tappe di crescita”.
Stupenda la Conclusione
“Se guardiamo alle origini del cristianesimo, vediamo come esso sia riuscito ad essere accettato ed accolto – malgrado ogni rifiuto e diversità culturale – per la profondità e forza intrinseca del suo messaggio. Infatti, è riuscito a illuminare la dignità della persona alla luce della Rivelazione, anche riguardo l’affettività, la sessualità e la famiglia.
La sfida da accogliere da parte del Sinodo è proprio riuscire a proporre nuovamente al mondo di oggi, per certi versi così simile a quello die primi tempi della Chiesa, il fascino del messaggio cristiano riguardo il matrimonio e la famiglia, sottolineando la gioia che danno, ma allo stesso tempo di dare risposte vere ed impregnate di carità (ef 4,15) ai tanti problemi che specialmente oggi toccano l’esistenza della famiglia. Evidenziando che la vera libertà morale non consiste nel fare ciò che si sente, non vive solo di emozioni, ma si realizza solamente nell’acquisizione del vero bene.
In concreto ci viene chiesto prima di tutto di porci a fianco delle nostre sorelle e dei fratelli con lo spirito del buon Samaritano (Lc 10, 25-37): essere attenti alla loro vita, essere in particolare vicini a coloro che sono stati “feriti” dalla vita ed aspettano una parola di speranza, che noi sappiamo, solo Cristo può darci (Gv 6,68). Il mondo ha bisogno di Cristo. Il mondo ha bisogno anche di noi, perché apparteniamo a Cristo”.
Da dodici anni ho il ministero dell’esorcista, ministero non solo di liberazione, di guarigione, ma soprattutto di consolazione e questo aspetto è predominante soprattutto in rapporto ai problemi matrimoniali e familiari. Sempre disponibile a quello che il Sinodo proporrà a livello pastorale, mi sento in totale sintonia con la Relazione introduttiva alla luce di quello che Benedetto XVI aveva indicato il 2 giugno 2012 nell’ambito dell’incontro mondiale delle Famiglie a Milano.
- Il problema dei divorziati risposati è una delle grandi sofferenze della Chiesa perché la sofferenza è grande e possiamo aiutare molto queste persone.
- Far vedere e sentire questo amore mostrando che la parrocchia, la comunità cattolica le ama, le accetta perché non sono “fuori” anche se non possono ricevere l’Assoluzione e l’Eucaristia.
- Permettere la possibilità dell’incontro personale e della preghiera con il sacerdote.
- Incoraggiare alla partecipazione della Messa almeno domenicale e far sentire che l’Eucarestia è vera, partecipata anche senza la recezione “corporale” del Sacramento: possono unirsi spiritualmente a Cristo e al suo Corpo.
- Poter cogliere che la loro sofferenza di non poter ricevere l’Assoluzione e l’Eucarestia è un dono alla Chiesa perché servono a tutti anche per difendere la stabilità dell’amore e perché la comunità salvaguardi i grandi valori della fede.
- Questa sofferenza, se interiormente accettata, li porta nel cuore misericordioso della Chiesa.

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