martedì 2 settembre 2014

Necessità di fermare l'ingiusto aggressore

Papa Francesco, nel colloquio di ritorno dalla Corea, ha ribadito la posizione classica del Catechismo e del suo Compendio e cioè la necessità fo fermare l’ingiusta aggressione: “fermare” non equivale “bombardare”. Deve essere la comunità internazionale e non una singola nazione a valutarlo.
Il colloquio è iniziato con un giudizio drammatico: “Qualcuno mi ha detto: padre, siamo nella Terza guerra mondiale, ma fatta a pezzi, a capitoli”. Il volo B777 è decollato a Seul da una mezz’ora e sta sorvolando la Cina – Se ci andrei? Ma sicuro, domani!” – quando Francesco raggiunge i settanta
giornalisti che lo seguono da tutto il mondo. Si mostra sorridente e in forma, scherza sulla morte: “Ancora due o tre anni e via, si torna alla casa del Padre”. Nell’Omelia della solennità dell’Assunta: “Come Maria nostra Madre, siamo chiamati a partecipare pienamente alla vittoria del Signore sul peccato e sulla morte e regnare con Lui nel suo Regno eterno. Questa è la nostra vocazione, quali figli adottivi di Dio e membri del Corpo di Cristo”. Ma lo sguardo si oscura quando riflette sul conflitto diffuso e senza regole:  “E’ un mondo in guerra dove si commettono crudeltà. Ora i bambini non contano! Una volta si parlava di guerra convenzionale, non dico che fosse una cosa buona ma oggi la bomba ammazza l’innocente con il colpevole, il bambino con la mamma, ammazza tutti. Ma vogliamo fermarci a pensare al livello di crudeltà a cui siamo arrivati? Crudeltà e tortura: oggi la tortura è uno dei mezzi direi quasi ordinari nel comportamento dei servizi di intelligenze in alcuni processi giudiziari. E questo ci deve spaventare. Non è per far paura. Ma il livello di crudeltà dell’umanità in questo momento deve spaventare un po’”. E negli interventi della visita pastorale, come annota Luigi Acattoli sul Corriere della Sera di lunedì 18 agosto p. 25, c’è un rilancio a livello pastorale e missionario del Concilio Vaticano II: umiltà, empatia, impegno a “farsi capire cioè a “rendere ragione” per mettere in movimento ciò che è immanente in ogni persona, un no al proselitismo e allo spirito di conquista: sono le cinque indicazioni che papa Francesco ha dato alla pastorale dei cattolici dell’Asia perché possa accadere una più efficace e non sospettosa presenza in quel continente della Chiesa, che costituisce oggi la “grande frontiera” della Nuova Evangelizzazione. In occasione della VI Giornata della Gioventù Asiatica: “Questo è il messaggio che vi lascio a conclusione della mia visita in Corea. Abbiate fiducia nella potenza della Croce di Cristo! Accogliete la sua grazia riconciliatrice nei vostri cuori e condividetela con gli altri! Vi chiedo di portare una testimonianza convincente del messaggio di riconciliazione di Cristo nelle vostre case, nelle vostre comunità e in ogni ambito della vita nazionale. Ho fiducia che, in uno spirito di amicizia e di cooperazione con gli altri cristiani, con i seguaci di altre religioni e con tutti gli uomini e le donne di buona volontà che hanno a cuore il futuro della società coreana, voi sarete lievito del Regno di Dio in questa terra. Allora le nostre preghiere per la pace e la riconciliazione saliranno a Dio da cuori puri e, per il suo dono di grazia, otterranno quel bene prezioso a cui tutti aspiriamo. Preghiamo dunque per il sorgere di nuove opportunità di dialogo, di incontro e di superamento delle differenze, per un continua generosità nel fornire assistenza umanitaria a quanti sono nel bisogno, e per un riconoscimento sempre più ampio della realtà che tutti i coreani sono fratelli e sorelle, membri di un’unica famiglia e di un unico popolo. Parlano la stessa lingua”. Ha accennato ai “Paesi” con i quali la Santa Sede “non ha ancora una relazione piena” e non ha nominato la Cina, ma il suo primo pensiero non può che essere stato per questo paese. Le indicazioni pastorali date dal Papa gesuita descrivono alla perfezione il metodo di approccio all’Asia e alla Cina nella evangelizzazione che avvenne all’inizio del secolo XVII proprio dal missionario gesuita Matteo Ricci (1552-1610), avvenimento, purtroppo non riconosciuto e condiviso preferendo la strategia della conquista culturale nonostante nel Settecento si diffuse la presenza dei gesuiti in tutta la Cina. La strategia della conquista culturale tra l’Ottocento e il Novecento si affiancò alla politica commerciale e coloniale delle potenze europee provocando un nuovo rigetto globale che ancora nella sensibilità non è superato. E’ uno dei motivi per cui il regime cinese teme l’ingerenza delle Chiese cristiane che avverte come “straniere” e di quella di Roma in particolare, della quale teme l’organizzazione sovranazionale. “Il Continente asiatico – omelia della Messa conclusiva della VI Giornata della Gioventù Asiatica -, imbevuto di ricche tradizioni filosofiche e religiose, rimane una grande frontiera per la vostra testimonianza a Cristo, “via, verità e vita” (Gv 14.6).Quali giovani che non soltanto vivete in Asia, ma siete figli e figlie di questo grande Continente, avete il diritto e il compito di prendere parte pienamente alla vita delle vostre società. Non abbiate paura  di portare la sapienza della fede in ogni ambito della vita sociale! Inoltre, qual giovani asiatici, voi vedete e amate dal di dentro tutto ciò che è bello, nobile e vero nelle vostre culture e tradizioni. Al tempo stesso come cristiani, sapete anche che il Vangelo ha la forza di purificare, elevare e perfezionare questo patrimonio. Mediante la presenza dello Spirito Santo dato a voi nel Battesimo e siglato nella Confermazione, in unione con i vostri Pastori, potete apprezzare i molti valori positivi delle diverse culture dell’Asia. Siete inoltre capaci di discernere ciò che è incompatibile con la vostra fede cattolica, ciò che è contrario alla vita di grazia innestata in voi col Battesimo, e quali aspetti della cultura contemporanea sono peccaminosi, corrotti e conducono alla morte”. E’ una puntuale descrizione della inculturazione senza della quale non può accadere evangelizzazione. Per “farsi capire” Matteo Ricci imparò il cinese, si fece prima bonzo e poi mandarino, scrisse in cinese un “Trattato sull’amicizia”: Francesco, il Papa delle periferie e delle frontiere, invita i cattolici a riprendere pastoralmente quel cammino. Quanto ha detto ai giovani e ai vescovi dell’Asia costituisce anche un abbozzo di revisione storica dei metodi di evangelizzazione perseguiti in quel continente dalla Chiesa Cattolica nel secolo scorso. Papa Francesco ha mostrato di esserne consapevole e sta per rispondervi.
Al sentire “il livello di crudeltà dell’umanità in quetso momento deve spaventare un po’” hanno iniziato le domande che riporto dal Corriere della Sera di martedì 19 agosto p.2.
Santità, lei approva il bombardamento Usa syui terroristi in Iraq, per eviater il genocidio e tutelare le minoranze?

In questi casi, dove c’è una aggressione ingiusta, soltanto posso dire che è lecito fermare l’aggressore ingiusto. Sottolineo il verbo fermare. Non dico  pronto a sostenere un intervento a bombardare o fare la guerra, dico fermarlo. I mezzi con i quali si possono fermare dovranno essere valutati. Ma dobbiamo avere memoria, pure:quante volte, con la scusa di fermare l’aggressore ingiusto, le potenze si sono impadronite dei popoli e hanno fatto una bella guerra di conquista? Un  sola nazione non può giudicare come si ferma un aggressore ingiusto. Dopo la Seconda guerra, sono state create le Nazioni Unite: là si deve decidere, come lo fermiamo? Solo questo, niente di più. Quanto alle minoranze, mi parlano dei cristiani che soffrono, dei martiri, ed è vero, ci sono tanti martiri. Ma qui ci sono uomini e donne, minoranze religiose non tutte cristiane, e tutte sono uguali davanti a Dio. Fermare l’aggressore ingiusto è un diritto che l’umanità ha. Ma c’è anche un diritto dell’aggressore ad essere fermato, perché non faccia del male.
Sarebbe pronto a sostenere un intervento sul terreno per fermare gli jihadisti? Pensa di poter andare un giorno a pregare in Iraq o in Kurdistan?
“Ho già dato la risposta: io sono d’accordo soltanto col fatto che, quando c’è un aggressore ingiusto, venga fermato. Quanto ad andare, ne abbiamo parlato, era una possibilità: se fosse necessario, ci dicevamo, dopo la Corea andiamo là. Sono disponibile. In questo momento non è la cosa migliore da fare, ma sono disposto ad andare”.
Lei è il primo Papa che abbia potuto sorvolare la Cina. Sono passi avanti di una dialogo possibile? E avrebbe desiderio di andarci?
“All’andata, quando stavamo per entrare nello spazio aereo cinese, ero nella cabina di pilotaggio. Il pilota ha chiesto l’autorizzazione, una cosa normale, poi ha mandato il telegramma. Sono tornato al mio posto e ho pregato tanto per quel bello e nobile popolo cinese. Un popolo saggio: penso ai grandi saggi cinesi, una storia di scienza, di saggezza. Anche noi gesuiti abbiamo una storia, lì, con padre Matteo Ricci. Se  ho voglia di andare in Cina? Ma sicuro, domani! Noi rispettiamo il popolo cinese, la Chiesa chiede soltanto libertà per il suo lavoro: nessun’altra condizione. Resta attuale la lettera fondamentale di Benedetto XVI si cinesi. E la Santa Sede è sempre aperta ai contatti,sempre. Perché ha una stima vera per il popolo cinese”.
La preghiera per la pace con Peres e Abu Mazen è stata un fallimento?
“Assolutamente no, io credo che la porta sia aperta. L’iniziativa è nata dai due presidenti, loro mi hanno fatto arrivare questa inquietudine. E’ stata aperta la porta della preghiera, perché la pace si merita con il nostro lavoro ma è un dono. Ciò che è arrivato dopo era congiunturale, la preghiera no. Ora il fumo delle bombe e della guerra non lascia veder la porta, ma la porta è rimasta aperta”.
Dove andrà nel 2015, dopo Sri Lanka e Filippine?
“Vorrei andare a Filadelfia all’incontro delle famiglie, sono stato anche invitato dal Presidente americano al congresso di Washington e dal segretario dell’Onu a New York. Forse andrò nelle tre città assieme. I messicani vorrebbero andassi alla Madonna di Guadalupe, si può approfittare di quel viaggio ma non è sicuro. Intanto quest’anno è prevista l’Albania, per due motivi importanti. Primo, perché sono riusciti a fare un governo di unità nazionale – ma pensiamo ai Balcani, eh? – tra islamici, ortodossi, cattolici, con un consiglio interreligioso che aiuta tanto, equilibrato e armonico, e questo va bene. La presenza del Papa vuole dire a tutti i popoli che si può lavorare assieme. Se poi pensiamo alla storia dell’Albania, è stato l’unico dei paesi comunisti ad avere l’ateismo pratico nella Costituzione: se andavi a messa era anticostituzionale! Sono state distrutte 1820 chiese, altre trasformate in cinema, teatri, sale da ballo …”
Come vive la sua popolarità immensa?
“La vivo come generosità del popolo, ringraziando il Signore che il suo popolo sia felice. Interiormente cerco di pensare ai miei peccati, ai miei sbagli, per non “credermela” (“montarmi la testa,ndr”), perché io so che questo durerà come me, due o tre anni e poi via, alla casa del Padre!”
I suoi rapporti con Benedetto XVI?
“Ci vediamo, prima di partire sono andato a trovarlo, mi ha mandato un suo scritto interessante. Abbiamo un rapporto normale. Mi fa bene sentirlo, mi incoraggia. Forse l’idea non piace a qualche teologo, però io penso che il Papa emerito non sia una eccezione, ma già una istituzione. I secoli diranno se è così o no. La nostra vita si allunga e a una certa età  la salute forse è buona ma non c’è più la forza di governare. Benedetto ha compiuto questa scelta nobile e umile. Io pregherò, ma se mi trovassi nella stessa situazione farei lo stesso”.
Lei ha una vita serrata. Poco riposo, niente vacanze. C‘è da preoccuparsi?
“Io passo le vacanze in casa. Una volta ho letto un libro interessante, s’intitolava “Rallegrati di essere nevrotico”! La mia nevrosi è che sono un po’ troppo legato al mio habitat. L’ultima volta che ho fatto vacanze fuori, con la comunità gesuita, è stato nel 75. Così faccio vacanza a casa, cambio ritmo: dormo di più, leggo cose che mi piacciono, sento musica, prego di più. E questo mi riposa, a luglio tante volte l’ho fatto. E’ vero, il pomeriggio che dovevo andare al Gemelli non ce la facevo. Erano giorni molto impegnativi. Adesso so che devo essere più prudente”.
Termino riportando dall’Incontro con i leader dell’Apostolato laico una direttiva sociale molto importante: “Sono profondamente grato a quanti di voi, con il lavoro e con la testimonianza,portano la consolante presenza del Signore alla gente che vive nelle periferie della nostra società. Questa attività non si esaurisce con l’assistenza caritativa, ma deve estendersi anche ad impegno di crescita umana. Non solo assistenza, ma anche lo sviluppo della persona. Assistere i poveri è cosa buona e necessaria, ma non è sufficiente. Vu incoraggio a moltiplicare gli sforzi nell’ambito della promozione umana, cosicché ogni uomo e ogni donna possa conoscere la gioia che deriva dalla dignità di guadagnare il pane quotidiano, sostenendo così le proprie famiglie. Ecco, questa dignità, in questo momento, è minacciata da questa cultura del denaro, che lascia senza lavoro tante persone …Noi possiamo dire: “Padre, noi diamo loro da mangiare”. Ma non è sufficiente! Colui e colei che sono senza lavoro devono sentire nel loro cuore la dignità di portare il pane a casa, di guadagnarsi il pane!Affido questo impegno a voi”.

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