lunedì 21 luglio 2014

Misericordia e pentimento autentico

“Noi non giudichiamo ma il Signore sa e giudica. La sua misericordia è infinita ma non cadrà mai in trappola. Se il pentimento non è autentico la misericordia non può esercitare il suo ruolo di redenzione” (Papa Francesco)

Il 10 luglio per la terza volta è avvenuto un colloquio tra Scalfari e Papa Francesco, colloquio pubblicato su Repubblica  del 13 luglio con una valutazione critica di Padre Lombardi circa la pedofilia anche in cardinali e sull’atteggiamento verso il celibato. Secondo l’opinione di Scalfari “al Papa non interessa il suo ruolo di giornalista e
potrebbe essere ingegnere, maestro elementare, operaio. Gli interessa parlare anche con chi non crede ma vorrebbe che l’amore del prossimo professato due mila anni fa dal figlio di Maria e di Giuseppe fosse il principale contenuto della nostra specie, mentre purtroppo ciò accade molto di rado, soverchiato dagli egoismi, da quelle che Francesco chiama ‘cupidigia di potere e desiderio di possesso’. L’ha definito in una nostra precedente conversazione ‘il vero peccato del mondo del quale tutti siamo affetti’ e rappresenta l’altra forma della nostra umanità ed è la dinamica tra questi due sentimenti a costruire nel bene e nel male la storia del mondo. E’ presente in tutti e del resto, nella tradizione cristiana, Lucifero era l’angelo prediletto da Dio, portatore di luce fino a quando non si ribellò al suo Signore tentato di prenderne il posto e il suo Dio lo precipitò nelle tenebre e nel fuoco dei dannati…Questi nostri incontri li ha voluti Papa Francesco perché, tra le tante persone di ogni condizione sociale, di ogni fede, d’ogni età che incontra nel suo quotidiano apostolato, desiderava anche scambiare idee e sentimenti con un non credente. Ed io tale sono, un non credente che ama la figura umana di Gesù, la sua predicazione, la sua leggenda, il mito che egli rappresenta agli occhi di chi gli riconosce un’umanità di eccezionale spessore, ma nessuna divinità”.
Con questa cultura illuminista antropocentrica che riduce la religione, la  fede cattolica nei puri limiti di una ragione senza una metafisica divina ponendo al centro i valori cristiani di ogni persona democraticamente  sempre fine e mai riduttivamente mezzo per altri o peraltro, quindi la libertà, la fraternità, l’uguaglianza, negando che ogni uomo per il peccato fin dalle origini nasca con la tendenza al male, male che viene dalle strutture, rivoluzionando le quali tutto si risolverebbe, il Concilio Vaticano II ha dialogato. Ma escludendo Dio dalla cultura e dalla vita pubblica, ritenendolo superfluo ed estraneo è avvenuta una radicale riduzione dell’uomo, considerato dalla cultura che predomina in Occidente, ben diversa da quella dell’America Latina. cultura che vorrebbe porsi come universale e autosufficiente, generando un nuovo costume di vita, un semplice prodotto della natura che esclude la creazione, la redenzione. Come tale non realmente libero e  di per sé suscettibile di essere trattato come ogni altro animale. E’ un capovolgimento del punto dipartenza della cultura moderna illuministica propria anche di Scalfari, che era una rivendicazione della centralità di ogni uomo, considerato originariamente buono senza alcuna tendenza al male per la quale aveva bisogno non solo di rifarsi al personaggio storico umanista di Gesù di Nazareth ma del Dio sempre con npoi che ha assunto un volto umano che ci ha amato sino alla fine, ogni singolo e l’umanità e risorto, presente nel suo corpo cioè il noi della Chiesa ci libera e ci salva, rendendo possibile non solo di vedere e approvare il bene ma di evitare il male. In questo post-moderno l’etica viene ricondotta entro i confini del relativismo e dell’utilitarismo, con l’esclusione di ogni principio morale che sia valido e vincolante per se stesso. Non è difficile vedere come questo tipo di cultura post-moderna che il Concilio non poteva aver presente , con l’esplosione del problema antropologico, rappresenta un taglio radicale e profondo non solo con il cristianesimo ma più in generale con le tradizioni religiose e morali dell’umanità, anzi con la cultura moderna illuminista propria anche di Scalfari, non sia quindi in grado di instaurare un vero dialogo con le altre culture, nelle quali la dimensione religiosa è fortemente presente, ma nemmeno con la cultura umanistica moderna senza divinità, oltre a non poter rispondere alle domande fondamentali sul senso  e sulla direzione della nostra vita, finendo nel pessimismo di Scalfari: “cupidigia e desiderio di possesso il vero peccato del mondo del quale tutti siamo affetti e rappresenta l’altra forma della nostra umanità ed è la dinamica tra questi due sentimenti a costruire nel bene e nel male la storia del mondo. E’ presente in tutti”. Ma questa cultura post-moderna è contrassegnata  da una profonda carenza, ma anche da un grande e inutilmente nascosto bisogno di fede, di speranza, di amore, di Dio cioè di nuova evangelizzazione.
Sempre rifacendosi al personaggio solo storico del Gesù di allora che miticamente i cristiani hanno rivestito di divinità, Scalfari lo ricordava “come esempio della dolcezza e della mitezza ma a volte prendeva il bastone per calarlo sulle spalle dei manigoldi che insozzavano moralmente il Tempio”. Papa Francesco: “Vedo che ricorda molto bene le mie parole. Citavo i passi dei Vangeli di Marco e di Matteo. Gesù amava tutti, perfino i peccatori che voleva redimere dispensando il perdono e la misericordia, ma quando usava il bastone lo impugnava per scacciare il demonio che si era impadronito di quell’anima”. Scalfari: “Le anime – anche questo lei me l’ha detto nel nostro precedente incontro –possono pentirsi dopo una vita di peccato anche nell’ultimo momento della loro esistenza e la misericordia sarà con loro”. Papa Francesco: “E’ vero, questa è la nostra dottrina e questa è la via che “Cristo (risorto presente e operante nella e attraverso la sua Chiesa) ci ha indicato. Ma può darsi il caso che qualche pentimento dell’ultimo minuto di vita sia interessato. Magari inconsapevolmente, ma interessato a garantirsi un possibile aldilà. In quel caso la misericordia è infinita ma non cadrà mai in trappola. Se il pentimento non è autentico la misericordia non può esercitare il suo ruolo di redenzione”.
Ma quando il pentimento è autentico, quando la misericordia può esercitare il suo ruolo di redenzione?
Per approfondire questo giudizio mi rifaccio a un’intervista al cardinale arcivescovo di Bologna Carlo Caffarra pubblicata sul Foglio del 15 marzo 2014 a riguardo del dibattito molto appassionato attorno al senso della misericordia:
“Prendiamo la pagine di Gesù e dell’adultera. Per la donna trovata in fragrante adulterio, la legge mosaica era chiara: doveva essere lapidata. I farisei infatti chiedono a Gesù cosa ne pensasse, con l’obiettivo di attirarlo dentro la loro prospettiva. Se avesse detto ‘lapidatela’, subito avrebbero detto ‘ecco, lui che predica misericordia, che va a mangiare con i peccatori, quando è il momento dice anche lui di lapidarla’. Se avesse detto ‘ non dovete lapidarla’, avrebbero detto ‘ecco a cosa porta la misericordia, a distruggere la legge e ogni vincolo giuridico e morale’. Questa è la tipica prospettiva della morale casuistica, che ti porta inevitabilmente in un vincolo alla fine del quale c’è il dilemma tra la persona e la legge.. I farisei tentavano di portare in questo vicolo Gesù. Ma lui esce totalmente da questa prospettiva, e dice che l’adulterio è un grande male che distrugge la verità della persona umana che tradisce. E proprio perché è un grande male, Gesù per toglierlo, non distrugge la persona che lo ha commesso, ma la guarisce da questo male,( la ricrea in modo divino) e raccomanda di non incorrere in questo grande male che è l’adulterio, ‘Neanch’io ti condanno, va e non peccare più’. Questa è la misericordia che la Chiesa, di generazione in generazione , annuncia in continuità. La Chiesa deve dire che cosa è male. Ha ricevuto da Gesù il potere di guarire, di ricreare ciò che il peccato ha rovinato ma alla stessa condizione. E’ verissimo che il perdono è sempre possibile: lo è per l’assassino, lo è per l’adultero. Non è un accomodamento, sarebbe indegno del Signore una cosa del genere. Per fare accomodamenti bastano gli uomini. Qui si tratta di rigenerare, ricreare una persona umana, e di questo è capace solo Dio e in suo nome la Chiesa. San Tommaso dice che la giustificazione di un peccatore è un’opera più grande della creazione dell’universo. Quando viene giustificato un peccatore, accade qualcosa che è più grande di tutto l’universo. Un atto che magari avviene in un confessionale, attraverso un sacerdote umile, povero. Ma lì si compie un atto più grande della creazione del mondo cioè la redenzione. Non dobbiamo ridurre la misericordia ad accomodamenti, o confonderla con la tolleranza. Questo è ingiusto verso l’opera del Signore…La tradizione della Chiesa ha sempre distinto – distinto, non separato – il suo compito magisteriale dal ministero del confessore. Usando un’immagine, potremmo dire che ha sempre distinto il pulpito dal confessionale. Una distinzione che non vuol significare una doppiezza, bensì che la Chiesa dal pulpito testimonia una verità che non è prima una norma, un ideale verso cui tendere. A questo momento entra con amorevolezza il confessore, che dice al penitente vero: ‘Quanto hai sentito dal pulpito, è la tua verità, la quale ha a che fare con la tua libertà, ferita e fragile (per cui puoi arrivare a vedere, approvare il bene finendo con le sole tue forze per fare quel male che non vuoi e non il bene che vuoi: chi ti libererà? L’incontro ecclesiale, sacramentale con Cristo). Il confessore conduce il penitente in cammino verso la pienezza del suo bene. Non è che il rapporto tra il pulpito e il confessionale sia il rapporto tra l’universale e il particolare. Questo lo pensano i casuisti soprattutto nel Seicento. Davanti al dramma di ogni uomo con la tendenza originale al male, il compito del confessore non è di far ricorso alla logica che sa passare dall’universale al singolare. Il dramma dell’uomo non dimora nel passaggio dall’universale al singolare. Dimora nel rapporto tra la verità della sua persona e la sua libertà. Questo è il cuore del dramma umano, perché io con la mia libertà posso negare ciò che ho appena affermato con la mia ragione. Vedo il bene e lo approvo, e poi faccio il male. Il dramma è questo. Il confessore si pone dentro questo dramma, non al meccanismo universale – particolare. Se lo facesse inevitabilmente cadrebbe nell’ipocrisia e sarebbe portato a dire ‘va bene, questa è la legge universale, però siccome tu ti trovi in queste circostanze, non sei obbligato’. Inevitabilmente, si elaborerebbe una fattispecie ricorrendo la quale, la legge diventa eccepibile. Ipocritamente, dunque, il confessore avrebbe già promulgato un’altra legge accanto a quella predicata dal pulpito. Questa è ipocrisia! Guai se il confessore non ricordasse mai alla persona che si trova davanti che siamo in cammino. Si rischierebbe, in nome del Vangelo della misericordia, di vanificare il Vangelo della misericordia. Su questo punto Pascal ha visto giusto nelle sue Provinciali, per altri versi profondamente ingiuste. Alla fine l’uomo potrebbe convincersi che non è ammalato, (che ce la può fare con le sole sue forze), e quindi non bisognoso di Gesù Cristo. Uno dei miei maestri, il servo di Dio padre Cappello, grande professore di diritto canonico, diceva che quando si entra in confessionale non bisogna seguire la dottrina dei teologi, ma l’esempio dei santi”.  Padre Cappello era gesuita come Papa Francesco e nell’orizzonte del carisma di sant’Ignazio per assimilarci a Cristo  occorre che il pastore, l’educatore alla fede e alla morale cristiana, abbia davanti l’essenziale, il Dogma cioè la verità  su di Lui che la Chiesa propone con il Catechismo ma con il discernimento in rapporto alla persona che si ha davanti e con quelle circostanze, come metterla in cammino verso la pienezza della sua assimilazione con il discernimento delle possibilità che in quel momento ha: questa è la pastorale. E’ il rapporto tra Dogma e pastorale. Non separazione tra Dogma e annuncio, tra Dogma e Liturgia, tra Dogma e morale, etica, ma distinzione: questa è la pastorale che il Concilio ha voluto richiamare e che Papa Francesco ha presentato nella Evangelii gaudium. Nella Pedofilia, nella mafia, però, non c’è o ci può essere soltanto il peccato, che ha tutte le possibilità del pentimento vero, della misericordia di redenzione, rigenerazione, di ricreazione, ma anche il delitto che richiede giustizia severa a livello pubblico, come ricorda Papa Francesco.
E’ interessante come Scalfari ha ricordato, ha pubblicato questo tema del colloquio non rivisto dal papa e con la sua convinzione non teocentrica ma antropocentrica cioè ogni coscienza è ultimo tribunale nel giudizio sul bene e il male: “Lei Santo Padre, ha tuttavia ricordato più volte che Dio ci ha dotato di libero arbitrio. Sa bene che se scegliamo il male la nostra religione non esercita misericordia nei nostri confronti. Ma c’è un punto che mi preme sottolineare: la nostra coscienza è libera e autonoma. Può in perfetta buona fede fare del male convinta però che da quel male nascerà un bene. Qual è, di fronte a casi del genere, che sono molto frequenti, l’atteggiamento dei cristiani?  Papa Francesco: “La coscienza è libera. Se sceglie il male perché è sicura che da esso deriverà un bene dall’alto dei cieli queste intenzioni e le loro conseguenze saranno valutate. Non possiamo dire di più perché non sappiamo di più. La legge del Signore è il Signore a stabilirla e non le creature : (la coscienza la coglie non è lei a crearla).  Noi sappiamo soltanto perché è Cristo ad avercelo detto che il Padre conosce le creature che ha creato e nulla per lui è misterioso. Del resto il libro di Giobbe esamina a fondo questo tema. Si ricorda che ne parlammo? Bisognerebbe esaminare a fondo i libri sapienziali della Bibbia e il Vangelo quando parla di Giuda  iscariota. Sono temi di fondo della nostra teologia’. Aggiunge Scalfari: e anche della cultura moderna che voi volete comprendere a fondo e con le quali volete confrontarvi. Papa Francesco richiamando lo scopo del Concilio Vaticano II: “E’ vero è un punto capitale del Vaticano II e dovremo al più presto affrontarlo”. E di fronte, però, all’attuale problema antropologico che riduce l’uomo a semplice prodotto della natura non creata, come tale non realmente libero e di per sé suscettibile di essere trattato come ogni altro animale, occorre un dialogo tra tutti, umanisti secolarizzati alla Scalfari, di tutte le religioni, di tutte le fedi cristiane, di fronte a un autentico capovolgimento del punto di partenza di questa cultura moderna che predomina in Occidente e che vorrebbe porsi, con i suoi potenti mezzi di comunicazione, come universale e autosufficiente, generando con la globalizzazione un nuovo costume di vita senza più possibilità di democrazia.



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