giovedì 8 maggio 2014

Preghiera 51

13 maggio

“Che giova all’uomo conquistare il mondo intero, se poi perde o rovina eternamente se stesso?” (Lc 925). Quanto è importante pregare “liberaci dal Male, dal Maligno, dalla mondanità satanica” che ci impedisce la gioia della resurrezione, della liberazione, la gioia dell’umanità, della storia, di ognuno di noi, anche in tutte le tribolazioni

Liturgia della IV Domenica di Pasqua
All’inizio: 119 Cristo risorge
Alla Comunione:  120 Cristo risusciti

Omelia
Il Risorto a Paolo: “…ti mando per aprire i loro occhi, perché si convertano dalle tenebre alla luce e dal potere di Satana a Dio, e ottengano il perdono dei peccati e l’eredità, in mezzo a coloro che sono stati santificati per la fede in me” (Atti, 26, 16ss).
Ogni uomo, ognuno di noi è creato per l’immortalità, per una meta così grande da giustificare la faticosa responsabilità del
cammino con il dono di una speranza affidabile, in virtù della quale è possibile affrontare il nostro presente: il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto con gioia, con equilibrio psicologico e accettato nelle sofferenze se conduce sicuramente verso quella meta di ogni bene senza più alcun male, il Paradiso. Nel Risorto e nella  risurrezione mia e di tutta l’umanità c’è la speranza in cui la mia anima trova la sua pienezza nell’aldilà anche del corpo maschile e femminile cioè quella “corporeità fuori dello spazio e del tempo propria della  partecipazione, come figli nel Figlio, alla vita divina” già avvenuta nell’umanità risorta in Cristo e nell’Assunta in Maria, in cui l’immortalità di anima e di corpo, della risurrezione della carne acquisisce un  modo divino di amare eternamente in comunione con Dio Padre, con Dio Figlio, con Dio Spirito Santo, con l’intera umanità, con chi si è maturati, in cieli nuovi e terra nuova. Essere consapevolidi questo cioè continuamente evangelizzati, fare tutte le scelte morali ed etiche in vista di questo, significa cercare le cose di lassù e far emergere anche in tutte le tribolazioni il cento volte tanto già in questa vita, la gioia che salva e trasforma il vissuto nel grande cammino pasquale. Il corpo del Gesù terreno, concepito e nato da Maria, in tutto uguale al nostro, è trasformato dalla Risurrezione nel Cristo per tutti e per tutto, la pietra angolare in cui gli uomini entrano in comunione con la vita trinitaria e tra loro e così possono vivere nella pienezza della vita indistruttibile. La tradizione cristiana non parla semplicemente della sequela del Gesù prima di morire e risorgere, ma della sequela di Cristo vivo oggi nel suo corpo che è la Chiesa. Non seguiamo il morto di allora pur memorizzando i suoi trenta tre anni, ma il vivo di oggi presente nell’Eucaristia e che agisce nei sacramenti e nei sacramentali come l’unzione di questa sera. Questo è l’essenziale nella evangelizzazione, come ricorda Papa Francesco. Non cerchiamo solo di imitare una vita passata o di trasformarla in un programma di vita morale ed etica oggi. Non possiamo escludere dalla sequela l’essenziale,   la croce cioè il farci con Lui dono del nostro e altrui essere dono, la risurrezione, la figliolanza di Dio, l’essere con il Padre attraverso il Figlio nello Spirito Santo. Con la risurrezione di Gesù divenuto il Cristo per tutti e per tutto, non è stato rivitalizzato un singolo morto qualsiasi in qualche momento come per Lazzaro, ma nella risurrezione il Creatore ha fatto avvenire per tutti e per tutto nella storia, nella natura, la più grande “mutazione” mai accaduta, il “salto” decisivo verso una dimensione di vita profondamente nuova, l’ingresso in un ordine decisamente diverso, che riguarda anzitutto Gesù di Nazareth, ma con Lui, anche noi, anch’io con chi sono legato da un particolare amore, tutta la famiglia umana, la storia e l’intero universo. Questa è la “novità” cristiana soprannaturale chiamata a trasformare il mondo ieri, oggi e sempre. Ma senza l’evangelizzazione cioè la consapevolezza di questa meta così grande, il paradiso, quello che gli uomini hanno pensato, vissuto,  amato e realizzato sprofonderebbe storicamente nell’indifferente silenzio della morte e alla fine nello sconfinato oceano di stelle, la piccola civiltà della terra si estinguerebbe silenziosamente e sarebbe coperta dalla sabbia del nulla e chi, sedotto da Satana, avrà fatto della mondanità tutto, l’unica speranza distruggendo in se steso il desiderio della verità, del bene, della bellezza, di Dio che possiede un volto umano, di Gesù Cristo che ci ha amato sino alla fine, l’umanità e ogni singolo, non avrà più amore, più nulla di rimediabile: è quello che si intende con la parola inferno: che giova guadagnare il mondo intero se poi finisco eternamente in una situazione infernale. E’ questo un rischio terribile richiamato dalle apparizioni di Fatima, che oggi ricordiamo, dal carisma soprannaturale della misericordia di Santa Faustina, dalle attuali presunte apparizioni della Regina della Pace, dell’Amore, della Madre del lungo cammino, dove i veggenti sono stati interiormente ispirati alla realtà del Paradiso, del Purgatorio, dell’Inferno. Paul Claudel, un grande scrittore cattolico: “C’è una cosa che mi turba profondamente ed è che i sacerdoti non parlano più dell’inferno. Lo si passa pudicamente sotto silenzio per non turbare. Si sottintende che tutti andranno in cielo senza sforzo, senza alcuna convinzione precisa, senza scelte morali ed etiche. “Iddio non chiede tanto”. Non dubitano che l’inferno stia alla base del cristianesimo, che fu questo pericolo a strappare la seconda persona alla Santissima Trinità, che metà del vangelo ne è piena…Mi pare che se io fossi predicatore e salissi in cattedra proverei in primo luogo il bisogno di avvertire il gregge inerte dello spaventoso pericolo che sta correndo nel non puntare alla meta così grande e unica. Non si tratta di minacce su cui non si può fondare la morale cristiana fondata, attratta dall’amore, si tratta di implorazione. Il timor di Dio è il principio della sapienza. E’ solo il timore dell’inferno che fornisce la forza di sottrarsi alla mondanità satanica. I sacerdoti della vecchia generazione capivano meglio dei nuovi”.
Ma io incontro persone che in ogni momento si lasciano interamente penetrare da Dio con la preghiera e la carità, libere quindi dal potere di Satana e di conseguenza totalmente aperte al prossimo, persone, delle quali la comunione con Dio orienta già in questa vita l’intero loro essere, il loro operare e il cui andare verso Dio nel giorno natalizio della morte conduce solo a compimento ciò che ormai sono in ogni momento. Qui sta, carissimi, pur fra tante tribolazioni, il cento volte tanto di gioia pasquale: è tanto il bene che mi aspetto che ogni pena diventa addirittura diletto.
La nostra vocazione o di sposati o di celibi e il nostro vissuto da cristiani consistono nel cooperare perché giunga a compimento effettivo, anche nelle piccole realtà quotidiane della nostra vita, ciò che lo Spirito santo, dono del Risorto, ha intrapreso in noi fin dal Battesimo con la fede, la speranza, la carità: siamo chiamati infatti a divenire sempre più uomini e donne nuovi, anche e soprattutto nell’anzianità, per poter essere testimoni della presenza del Risorto, più intimo a noi che non noi a noi stessi, e in tal modo portatori della gioia e della speranza nel mondo, in concreto, in quella comunità, in quella famiglia, in quella amicizia particolare, in quell’ambiente di lavoro, entro la quale viviamo.
Memorizzando il Gesù di Nazareth divenuto il Cristo sempre presente e di Maria divenuta l’Assunta, primizie della nostra risurrezione, si è aperta la strada alla vita veramente vita: o Cristo, o Assunta, o Gesù mio, perdona le mie colpe, preservami dal fuoco dell’inferno e porta in cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose, anche per colpa mia, della tua misericordia.

Pietà di me, Signore mio Dio, pietà di me tuo servo (tua serva): una folla di spiriti maligni mi insidia e io sono come un vaso frantumato. Strappami dalle mani dei miei nemici, restami accanto, cercami se mi perdo, riportami a te dopo avermi trovato e non abbandonarmi dopo avermi riportato (riportata) a te, così che io possa piacerti in tutto e riconoscere che mi hai redento (redenta) con mano potente. Per Cristo nostro Signore. Amen

Per l’esposizione:
(258) 1. Nei cieli un grido risuonò: alleluia! Cristo Signore trionfò! Alleluia!
R) Alleluia, alleluia, alleluia!
2. Morte di croce egli patì, alleluia! Ora al suo cielo risalì, alleluia! R)…
3. Cristo ora è vivo in mezzo a noi, alleluia! Noi risorgiamo insieme a lui, alleluia! R)…

Attingo dal libro di Antonio Socci Tornati dall’al di là, pp. 224-234. Quanto mi libera dalla paura del Maligno, dei limiti e delle malattie di questa vita terrena il sapere che non c’è felicità o bellezza al mondo, non c’è piacere,non c’è pace, bontà e amore, non c’è delizia che regga anche solo a un remotissimo confronto con la felicità, la bellezza, il piacere, la pace, l’amore, la bontà e la delizia che i mistici e i veggenti hanno potuto godere – per qualche attimo – durante i loro transiti fugaci nel Paradiso.
Sant’Ignazio di Loyola, uomo di mondo che conosceva la vita, era ben consapevole della bellezza del creato e delle gioie e dei piaceri della Terra, quando diceva, dopo aver contemplato il Paradiso: “Oh, come mi sembra vile la Terra guardando il cielo!”.
Eppure è necessario proprio saper godere  di tutte le bellezze e le gioie della vita, di tutte le Meraviglie della Terra e sommare insieme queste delizie donateci dal Creatore, anche se ferite dal peccato fin dalle origini, per intuire, provare nel limite cosa può essere godere della Casa del Creatore stesso.
Perché tutta la felicità terrena, se anche fosse raccolta totalmente per una sola persona e da lei goduta, è un nonnulla a confronto con quella che ci è preparata in Paradiso. Che è oltre ogni immaginazione e oltre ogni descrizione possibile.
San Paolo,che visse in modo speciale questa esperienza mistica (fu rapito fino al terzo cielo” o “rapito in paradiso”, come dice in 2 Cor 12,2-4), parla di cose indicibili.
Nella Lettera ai Romani scrive che addirittura tutte le prove della vita (e lui ne stava subendo tante e sapeva che lo aspettava il martirio) sono un nulla a confronto del premio che ci aspetta: “Io ritengo, infatti, che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi” (Rm 8,18).
E’ Cristo stesso, d’altra parte, a spiegare ad alcuni mistici, come santa Faustina, che – una volta con Lui, nella felicità smisurata del Paradiso – tutte le sofferenze più dure della vita ci sembreranno, partecipi nell’anima e nel corpo della vita trinitaria fuori dello spazio e del tempo, un minuscolo e remoto puntino in un oceano di gioia, qualcosa che è durato appena in un istante.
Solo lassù scopriremo perché Dio ha posto in ogni cuore umano una così insaziabile sete di felicità, di bellezza, di amore, di pace, di giustizia, di bontà, quella sete che ci agita e ci rende continuamente inquieti e spesso inappagati sempre e dovunque se non accettiamo il limite che rimanda al tutto.
Lo sapremo lì, perché solo lì, non idolatrando cose di questo mondo, tutto questo desiderio infinito sarà totalmente soddisfatto e addirittura in modo inesauribile e sempre nuovo. E così sarà per sempre, per l’eternità con Dio.
Per noi, dentro lo spazio e il tempo, è inimmaginabile come questo possa accadere, del resto noi neanche sappiamo concepire cosa sia l’eternità. Riusciamo  a pensare alla vita che non finisce, ma l’eternità, dove già si trova la carne di Cristo e dell’Assunta senza spazio e tempo, è tutt’altra cosa. E’ la vita vera! Solo raggiunti dal suo amore ci dà la possibilità di perseverare con ogni sobrietà, senza soccombere nella tentazione e liberi dal Maligno, giorno per giorno, senza perdere  nelle prove lo slancio della speranza. E il suo amore, allo stesso tempo, è per noi garanzia che esiste ciò che solo vagamente intuiamo e, tuttavia, nell’intimo tutti aspettiamo: la vita con ogni bene senza più alcun male che è “veramente” vita.

(134) R) Cristo, nostra Pasqua, è per sempre vivo, è per noi la vita: Alleluia! Nasce l’uomo nuovo, fatto come Cristo, nasce a vita nuova: Alleluia!
1. E quando questo corpo mio sarà distrutto diventerà frumento di salvezza, maturerà nel sole dell’Amore, trasformerà la morte in nuova vita. R)Cristo…
2. Cercate senza fine la bellezza di quel volto, trasfigurato in luce dal dolore, e di virtù vestite l’uomo nuovo, a immagine creato dell’Eterno. R) Cristo…
3. Andiamo verso Cristo che ci aspetta alla sua mensa, lavati dentro al sangue dell’Agnello: la morte è stata vinta dalla vita; corriamo incontro a Cristo, nostro Sposo. R) Cristo…

Per questo i mistici, i veggenti non riescono a trovare le parole per parlarcene. Sarebbe come tentare di spiegare al bambino che è nel grembo della madre cosa sia  il mondo e come sarà lui. Nemmeno riuscirebbe a immaginarlo.
Ciò che mistici e veggenti hanno esperimentato è solo il “preludio”, una remotissima periferia, di ciò che veramente è il cuore, l’essenza del Paradiso.
Per quanto indicibili e inaudite siano la felicità e la bellezza che i mistici e i veggenti hanno potuto godere, non sono ancora tutto ciò che ci attende (“Quelle cose” scrive san Paolo “che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano” (1 Cor 2,9).
Si resta colpiti, stupiti da questa ineffabilità circa la cosa più importante della vita, cui nulla anteporre, che è poi il cuore dell’annuncio cristiano, del Vangelo, dell’evangelizzazione.
Gesù stesso si limitò a usare le metafore della vita terrena che più esprimono momenti di felicità, pur necessari per attendere il Paradiso: le nozze, la gioia dello sposo e della sposa, il banchetto, la festa, l’amicizia. A ben vedere,cosa voleva dirci con questi esempi tratti dalla vita terrena? E’ evidente: una straripante felicità.
Anche la Chiesa dà una definizione molto semplice del Paradiso. Sant’Ambrogio dice: “La vita, infatti, è stare con Cristo con tutti, là c’è la vita veramente vita, là c’è tutto, il regno di Dio”. L’aldilà sembrerebbe dunque una prosecuzione e un compimento di quell’amicizia con Gesù, divenuto il Cristo, oggi sempre presente  con la risurrezione, iniziata sulla Terra (chi giunge a sperimentarla sa che è meravigliosa).
Il Catechismo della Chiesa Cattolica, al n. 1025, dice la stessa cosa, ma aggiungendo un elemento prezioso: “vivere in cielo è ‘essere con Cristo’. Gli eletti vivono ‘ in Lui’, ma conservando, anzi trovando la loro vera identità di figli nel Figlio, il loro proprio nome (Ap 2,17)”.
Gesù Cristo non solo non annulla il nostro io umano maschile – femminile, ma lo realizza pienamente, lo esalta. Come? Divinizzandoci nella vita trinitaria.
Santa Caterina da Siena dicevainfatti: “Commetterei un grande errore se osassi parlare delle meraviglie che ho visto, giacché le parole umane non sono capaci di esprimere il valore e la bellezza dei tesori celesti”
Santa Faustina Kowalska prova invece  a raccontare la sua visione del Paradiso del27 novembre 1936:

Oggi in spirito sono stata in paradiso e ho visto l’inconcepibile bellezza e felicità che ci attende dopo la morte. Ho visto come tutte le creature rendono incessantemente onore e gloria a Dio. Ho visto quanto è grande la felicità in Dio, che si riversa su tutte le creature, rendendole felici. Poi ogni gloria ed onore che ha reso felici le creature ritorna alla sorgente ed esse entrano nella profondità di Dio, contemplano la vita interiore di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, che non riusciranno mai né a Capire né a sviscerare. Questa sorgente di felicità è immutabile nella sua essenza, ma sempre nuova e scaturisce per la beatitudine di tutte le creature. Comprendo ora san Paolo che ha detto: “Occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrò nel cuore d’uomo ciò che Dio prepara per coloro che lo amano

Poi aggiunge qualcosa che comprendiamo un po’ meglio:

“E Dio mi fece conoscere la sola ed unica cosa che ai Suoi occhi ha un valore infinito e questa è l’amore di Dio, l’amore, l’amore ed ancora una volta l’amore. E nulla è paragonabile ad un solo atto di puro amore di Dio. Oh, quali ineffabili favori concede Iddio ad un’anima che Lo ama sinceramente! Oh, felici quelle anime che già qui su questa terra godono dei Suoi particolari favori! Ed esse sono le anime piccole ed umili. Grande è la Maestà di Dio, che ho conosciuto più a fondo, che gli spiriti celesti adorano secondo il grado della loro grazia e la gerarchia in cui si dividono. La mia anima quando ho visto la potenza e la grandezza di Dio non è stata colpita dallo spavento né dal timore; no, no, assolutamente no! La mia anima è stata colmata di serenità e di amore e più conosco la grandezza di Dio e più gioisco per come Egli è. E gioisco immensamente per la sua grandezza e sono lieta di essere così piccola, perché, proprio perché sono piccola, mi prende in braccio e mi tiene accanto al Suo cuore. O mio Dio, quanta pena mi fanno gli uomini che non credono, non attendono la vita eterna! Quanto prego per loro, affinché li investa il raggio della Misericordia e Dio li stringa al Suo seno paterno. O amore, o regina di tutte le virtù, o anticipo del Paradiso”


Infine, per capire, si può solo tornare all’ardente desiderio del grande Amore da cui derivano e rimandano le attuali piccole esperienze di amore gratuito, non per motivo di sesso, di possesso, di successo, che ci testimonia chi, come la più grande mistica Teresa d’Avila, ha visto i contrafforti della sua città, le torri, i palazzi, le guglie, i giardini, le feste:

“Ahimè Signore, com’è lungo questo esilio! Come il desiderio di vederti lo rende assai penoso! Signore, che può fare un’anima chiusa in questo carcere? Oh Gesù, quant’è lunga la vita dell’uomo, anche se si dice che è breve. E’ breve sì, mio Dio, per arrivare con essa a guadagnarsi la vita che non ha fine, ma lunghissima è per l’anima che desidera di trovarsi presto in voi!”.

Tra noi da una parte c’è l’inferno o il paradiso.  La scommessa della vita è drastica: ci si gioca tutto qui e ora. Il bivio è semplice e sconvolgente: si tratta continuamente, ogni giorno, di scegliere se lasciarsi amare da Dio fino al perdono o farsi sempre più odiare da Satana.
O farsi abbracciare, attraverso tutte le piccole gioie, dal Padre che non guarda quante volte cadiamo ma quante volte con il suo perdono sacramentale ci risolleviamo o farci schiacciare da Satana e subirne tutti gli atroci malefici.
Si tratta di scegliere se lasciarsi incoronare da Dio che possiede un volto umano, che ci ha amato sino alla fine, come umanità e come singoli, o farsi sottomettere come schiavo da Satana.
Si tratta di decidere tra una felicità sconfinata, inimmaginabile e sempre nuova e un tormento disumano senza termine e senza attenuazione.
Si tratta di scegliere tra divenire giorno per giorno divini nell’amore, per grazia, ed essere invece così violentati da Satana da diventare cose alla sua mercé, diventare parte di lui, orrendi e tormentati demoni per sempre.
La risposta a questo drammatico dilemma avviene in tutto il cammino della vita e ogni istante può essere entrare sempre più dalla porta del Paradiso o la botola dell’inferno.
Nel momento terminale, fino al quale possiamo sempre lasciarci riconciliare, accade o il tormento senza fine o quella felicità sconfinata. Pochi secondi, il cuore che si ferma, il cervello piatto e tutto è deciso. La tua sorte eterna accadrà e non potrà più essere cambiata. Per sempre, per l’eternità
E allora torna anche per noi, per me, adesso, la domanda di Gesù: “Che giova all’uomo conquistare il mondo intero, se poi perde o rovina se stesso? (Lc 9,25).

(213) 1.Le tue mani son piene di fiori: dove li portavi, fratello mio? Li portavo alla tomba di Cristo, ma l’ho trovata vuota, fratello mio! R) Alleluia, alleluia! Alleluia, alleluia!
2. I tuoi occhi riflettono gioia: dimmi: cos’hai visto, fratello mio? Ho veduto morire la morte: ecco cosa ho visto, fratello mio! R) Alleluia…
3 Stai cantando un’allegra canzone: dimmi: perché canti, fratello mio? Perché so che la vita non muore: ecco perché canto, fratello mio! R) Alleluia…

Venire processionalmente, incominciando da quelli in fondo alla Chiesa, per l’Unzione con l’olio benedetto ed esorcizzato: è il sacramentale cioè l’essere, anche questa sera, raggiunti, toccati, attraverso il segno materiale, dall’azione invisibile del Risorto mentre abbiamo presenti quelle speranze di liberazione, di guarigione, di consolazione per cui siamo qui convenuti in preghiera con sempre, però, all’orizzonte la grande speranza, la grande e sicura meta che giustifica anche la fatica del vivere, del cammino. Attendendo seduti possiamo ritornare, attraverso i fogli, in qualche punto che lo Spirito Santo ci ha fatto particolarmente sentire, comprendere, gustare e a cui convertirci in rapporto al vissuto personale, coniugale, verginale, comunitario, parrocchiale, sociale e quindi cantare o ascoltare il canto come preghiera.

(67) O Gesù ti adoro, ostia candida, sotto un vel di pane, nutri l’anima, solo in Te il mio cuore si abbandonerà. Perché tutto è vano se contemplo Te.
Ora guardo l’ostia, che si cela a me, ardo dalla sete di vedere Te: quando questa carne si dissolverà, il tuo viso luce, si disvelerà. Amen.

Preghiamo. O Dio, che nella passione del Cristo nostro Signore ci hai liberato dalalmorte, eredità dell’antico peccato trasmessa a tutto il genere umano, rinnovaci a somiglianza del tuo Figlio; e come abbiamo portato in noi, per la nostra nascita, l’immagine sull’uomo terreno, così per l’azione del tuo Spirito, fa’ che portiamo l’immagine dell’uomo risorto. Per Cristo nostro Signore.

Amen

Dio sia benedetto…

Ed ora il sacramentale dell’acqua benedetta ed esorcizzata

Preghiamo. Signore Dio onnipotente fonte e origine della vita dell’anima e del corpo, benedici + quest’acqua e fa che ce ne serviamo con fede per implorare il perdono dei nostri peccati e la grazia di essere sorretti in ogni infermità e difesi da ogni insidia del nemico. La tua misericordia, o Padre, faccia scaturire per noi l’acqua viva della salvezza, perché possiamo accostarci a Te, con cuore puro e fuggire ogni pericolo dell’anima e del corpo. Per Cristo nostro Signore.

Amen

Prossimo incontro martedì 10 giugno

(285) Regina coeli

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