martedì 15 aprile 2014

Verso il Logos creatore

Diventa di nuovo possibile allargare gli spazi della nostra razionalità, riaprirla alle grandi questioni del vero e del bene, coniugare tra loro la teologia, la filosofia e le scienze, nel pieno rispetto dei loro metodi propri e della loro reciproca autonomia, ma anche nella consapevolezza dell’intrinseca unità che le tiene insieme dando nuovo slancio alla cultura del nostro tempo e per restituire in essa alla fede cristiana piena cittadinanza

E’ questo un nuovo orizzonte e la direzione decisiva che Benedetto XVI aveva dato al IV Convegno Ecclesiale Nazionale di Verona, il 19 ottobre 2006 raccolti dall’astrofisico Piero Benvenuti nel dialogo tra teologia e
cosmologia ed espresso in un’intervista pubblicata da Zenit.org il 14 aprile 2014. Riportiamo l’intervento di Benedetto XVI e l’intervista dell’astrofisico.

“Come ho scritto nell’Enciclica Deus caritas est, all’inizio dell’esser cristiano – e quindi all’origine della nostra testimonianza di credenti – non c’è una decisione etica o una grande idea, ma l’incontro con la Persona di Gesù Cristo, “che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva” (n. 1). La fecondità di questo incontro si manifesta, in maniera peculiare e creativa, anche nell’attuale contesto umano e culturale, anzitutto in rapporto alla ragione che ha dato vita alle scienze moderne e alle relative tecnologie. Una caratteristica fondamentale di queste ultime è infatti l’impiego sistematico degli strumenti della matematica per poter operare con la natura e mettere al nostro servizio le sue immense energie.

La matematica come tale è una creazione della nostra intelligenza: la corrispondenza tra le sue strutture e le strutture reali dell’universo che è il presupposto di tutti i moderni sviluppi scientifici e tecnologici, già espressamente formulato da Galileo Galilei con la celebre affermazione che il libro della natura è scritto in linguaggio matematico – suscita la nostra ammirazione epone una grande domanda. Implica infatti che l’universo stesso sia strutturato in maniera intelligente, in modo che esista una corrispondenza profonda tra la nostra ragione soggettiva e la ragione oggettiva della natura. Diventa allora inevitabile chiedersi se non debba esservi un’unica intelligenza originaria, che sia la comune fonte dell’una e dell’altra. Così proprio la riflessione sullo sviluppo delle scienze ci riporta verso il Logos creatore. Viene capovolta la tendenza a dare il primato all’irrazionale, al caso e alla necessità, a ricondurre ad esso anche la nostra intelligenza e la nostra libertà. Su queste basi diventa anche di nuovo possibile allargare gli spazi della nostra razionalità, riaprirla alle grandi questioni del vero e del bene, coniugare tra loro la teologia, la filosofia e le scienze, nel pieno rispetto dei loro metodi propri e della loro reciproca autonomia, ma anche nella consapevolezza dell’intrinseca unità che le tiene insieme. E’ questo un compito che sta davanti a noi, un’avventura affascinante nella quale merita spendersi, per dare nuovo slancio alla cultura del nostro tempo e per restituire in essa alle fede cristiana piena cittadinanza”.

Intervista all’astrofisico Piero Benvenuti, docente di Astrofisica all’Università di Padova e direttore del CISAS (Centro Interdipartimentale degli Studi e attività spaziali).

Professor Benvenuti, quali sono i punti di contatto tra teologia e cosmologia?

Quando a Messa recitiamo il credo, e diciamo: “Credo in Dio Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra…”. E ancora, nel prologo del Vangelo di Giovanni, è scritto che “tutto è stato fatto per mezzo di Lui”. E’ evidente che nel corso dei secoli, attraverso il metodo scientifico, abbiamo potuto conoscere molte caratteristiche dell’universo un tempo ignote. Ebbene, la teologia non può eludere queste conoscenze perché altrimenti parlando del creato, si occuperebbe di cose che non corrispondono a ciò che è realtà. Pertanto, la connessione tra cosmologia e teologia è oggi diventata inevitabile. La cosmologia negli ultimi cent’anni ha rivoluzionato la nostra visione del cosmo, così che tutti i nostri ragionamenti sul creato che potevamo fare sino a un secolo fa, vanno rivisti e adattati alla realtà dell’universo come la conosciamo oggi.

Ha dedicato la sua vita professionale allo studio del cosmo. Quali sono secondo lei le ragioni che sostengono l’ipotesi di un Dio creatore?

Dallo studio della natura attraverso il metodo scientifico, ci si rende conto che non è mai possibile ottenere una prova ontologica definita. Ciò detto, ci sono degli indizi che sostengono l’idea di un Creatore, che è tuttavia una libera adesione di fede. La cosa che a me meraviglia sempre quando si guarda ai risultati della cosmologia, è vedere come costruzioni razionali astratte che siamo in grado di cifrare senza nessuna connessione con la realtà dei fenomeni, poi si dimostrano essere le interpretazioni migliori dei fenomeni stessi.

Un esempio?

Ciò che è accaduto con le cosi dette geometrie non – euclidee, ossia quelle sviluppate dai matematici senza alcun supporto osservativo ma solo come esercizi teorici dei quali si pensava che nona avessero alcuna connessione con la realtà. Invece oggi, con i dati ultimi che abbiamo ottenuto sulla struttura dell’universo, ci siamo accorti che la geometria dell’universo può essere non euclidea, quindi coincidere con queste elaborazioni puramente astratte e teoriche. Questa comunanza di ordine e razionalità che riscontriamo nel cosmo così come nel nostro procedere mentale è qualcosa di difficilmente spiegabile senza un’unità creativa. Però ribadisco, si tratta sempre di una libera adesione di fede, poiché si può credere che ciò che ho spiegato poc’anzi sia frutto del caso. Tuttavia, anche chi mantiene una visione totalmente materialistica,  deve ammettere che queste coincidenze costituiscono un caso molto speciale.

La teologia è una scienza?

Bisogna anzitutto capire cosa si intende per scienza. Se per scienza intendiamo un procedere verso la conoscenza della verità. allorasicuramente la teologia è da ascrivere a questa categoria. Vanno però distinti i metodi: la scienza fisica utilizza un metodo ormai codificato che è appunto il metodo scientifico, basato sul dato esperimentale. Tutto ciò che non può essere sperimentato, non può essere trattato con metodo scientifico. Ma questo non esaurisce tutta la realtà, poiché tante entità. – per esempio l’amore, l’amicizia, l’onestà….- che ci sono ben presenti ma che non si possono misurare con metodo scientifico. Quindi affermo che la teologia, come la filosofia, è una scienza che adotta un metodo diverso da quello scientifico. I due metodi possono integrarsi tra loro, lo sbaglio commesso nel passato è stato considerare l’uno e l’altro metodo come  esclusivi.

Quale il momento storico in cui maggiormente si è acuita questa incomprensione tra scienza e ragione? E per quali ragioni?

Sicuramente il periodo che va dal Settecento all’Ottocento. Analizzando la storia se ne possono anche comprendere i motivi. Quando si è sviluppata la scienza moderna, soprattutto la meccanica celeste, i risultati sono stati stupefacenti: si è riusciti a determinare con grandissima precisione il moto dei corpi celesti, a scoprire corpi celesti mai conosciuti prima grazie a perturbazioni gravitazionali su altri pianeti. Queste nuove scoperte hanno indotto gli scienziati, ma anche i filosofi dell’epoca a pensare che il metodo scientifico  fosse l’unico capace di farci ottenere una conoscenza. Dal canto suo, data la condizione di ottenebramento di gran parte degli studiosi, la teologia ha adottato una posizione difensiva, non volendo entrare in colloquio con una scienza accusata di diventare sempre più riduzionista. C’è stata una specie di arroccamento della teologia che ha perso di vista gli sviluppi scientifici.

Ad un certo punto però si ristabilisce un dialogo propositivo. Questo avviene su quali basi?

Dopo quattro secoli di diffidenza, se non addirittura di contrasto tra scienze e fede, nel secolo scorso si apre un importante spiraglio di dialogo, grazie all’avvento della relatività generale e della fisica quantistica. Ci si è resi conto che all’interno della scienza, anche utilizzando il metodo scientifico, ci sono dei limiti alla conoscenza della realtà. Tutto sommato anche lo stesso Galileo Galilei aveva osservato, a suo tempo: “Io rinuncio a tentare di comprendere l’essenza, a capire l’essenza delle cose, mi limito a considerare i fenomeni”. Se da un lato, si ha dunque una svolta da parte della fisica moderna, dall’altro anche la teologia compie passi importanti. I documenti del Concilio Vaticano II, in particolare la Dei Verbum , mettono in chiaro in modo preciso che tutte le Scritture sono ispirate, ma quest’ispirazione è funzionale alla nostra salvezza e non alla spiegazione di come è fatto il mondo. Si arriva così ad affermare che le elaborazioni sulle Sacre Scritture sono complementari ai risultati d’ambito scientifico. D’altronde, già san Tommaso d’Aquino aveva fugato ogni contrasto tra scienza e teologai affermando che “la luce della ragione e quella della fede provengono entrambe da Dio” “Summa contra gentiles). Concetto coerentemente ripreso dalla recente Esortazione apostolica Evangelii Gaudium di papa Francesco in un sottocapitolo che si chiama appunto Dialogo tra al fede, la ragione e le scienze”.

Benedetto XVI, nell’omelia del Sabato Santo del 7 aprile 2012, svolge il chiedersi se non debba esservi un’unica intelligenza originaria della conoscenza scientifica e di fede, non dando il primato all’irrazionale materialistico, al caso e alla necessità ma al Logos creatore e ricreatore nella risurrezione riconducendo alla sua luce di fede la nostra intelligenza e libertà.

“Pasqua è la festa della nuova creazione. Gesù è risorto e non muore più. Ha sfondato la porta verso una nuova vita che non conosce più né malattia né morte. Ha assunto l’uomo in Dio stesso. “Carne e sangue non possono ereditare il regno di Dio”, aveva detto Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi (15,50). Lo scrittore ecclesiastico Tertulliano, nel secolo III, in riferimento alla risurrezione di Cristo e alla nostra risurrezione aveva l’audacia di scrivere: “Abbiate fiducia, carne e sangue, grazie a Cristo avete acquistato un posto nel Cielo e nel regno di Dio” (CCL II 994). Si è aperta una nuova dimensione per l’uomo. La creazione è diventata più grande e vasta. La Pasqua è il giorno di una nuova creazione, ma proprio per questo la Chiesa comincia in tale giorno la liturgia con l’antica creazione, affinché impariamo a capire bene quella nuova. Perciò all’inizio della Liturgia della Parola nella Veglia pasquale c’è il racconto della creazione del mondo. In relazione a questo, due cose sono particolarmente importanti nel contesto della liturgia di questo giorno. In primo luogo, la creazione viene presentata come una totalità della quale fa parte il fenomeno tempo. I sette giorni sono un’immagine di una totalità che si sviluppa nel tempo. Sono ordinati in vista del settimo giorno, il giorno della libertà di tutte le creature per Dio e delle une per le altre. La creazione è quindi orientata verso la comunione tra Dio e creatura; essa esiste affinché ci sia spazio di risposta alla grande gloria di Dio, un incontro di amore e di libertà. In secondo luogo, del racconto della creazione la Chiesa, nella Veglia pasquale, ascolta soprattutto la prima frase: “Dio disse: “Sia la luce!” (Gen 1,3). Il racconto della creazione, in modo simbolico, inizia con la creazione della luce. Il sole e la luna vengono creati solo nel quarto girono. Il racconto della creazione li chiama fonti di luce, che Dio ha posto nel firmamento del cielo. Con ciò toglie consapevolmente ad esse il carattere divino che le grandi religioni le avevano attribuito. No, non sono affatto dei. Sono corpi luminosi, creati dall’unico Dio. Sono però preceduti dalla luce, mediante la quale la gloria di Dio si riflette sulla natura dell’essere che è creato.

Che cosa intende dire con ciò il racconto della creazione? La luce rende possibile la vita. Rende possibile l’incontro. Rende possibile la comunicazione. Rende possibile la conoscenza, rende possibile la libertà e il progresso. Il male si nasconde. La luce pertanto è anche espressione del bene che è luminosità e crea luminosità. E’ girono in cui possiamo operare. Il fatto che Dio abbia creato la luce significa che Dio ha creato il mondo come spazio di conoscenza e di verità, spazio di incontro e di libertà, spazio del bene e dell’amore. La materia prima del mondo è buona, l’essere stesso è buono. E il male non proviene dall’essere che è creato da Dio, ma esiste solo in virtù della negazione. E’ il “no” “.

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