mercoledì 5 marzo 2014

Nuova evangelizzazione nell'orizzzonte del Concilio Vaticano II

“Il Vaticano II è stato un Concilio sulla fede, in quanto ci ha invitato a rimettere al centro della nostra vita ecclesiale e personale il primato di Dio in CristoLa Chiesa, infatti, non presuppone mai la fede come un fatto scontato, ma sa che questo dono di Dio deve essere nutrito e rafforzato, perché continui a guidare il suo cammino. Il Concilio Vaticano II ha fatto brillare la fede all’interno dell’esperienza umana, percorrendo così le vie dell’uomo contemporaneo. In questo modo è apparso come la fede arricchisce l’esistenza umana in tutte le sue dimensioni” private e pubbliche (Lumen fidei 6)E’ la fede all’interno dell’esperienza umana, percorrendo le vie dell’uomo contemporaneo l’orizzonte della
Nuova Evangelizzazione, del Sinodo Ordinario e Straordinario sulla famiglia

Una piccola chiacchierata sul Concilio Vaticano II di Benedetto XVI

“Per oggi (14 febbraio 2013 nell’Incontro con il Clero di Roma), secondo le condizioni della mia età, non ho potuto preparare un grande, vero discorso, come ci si potrebbe aspettare; ma piuttosto penso ad una piccola chiacchierata sul Concilio Vaticano II, come io l’ho visto…
Vorrei adesso aggiungere un terzo punto: c’era il Concilio dei Padri – il vero Concilio-, ma c’era anche il Concilio dei media. Quindi il Concilio immediatamente efficiente arrivato al popolo, è stato quello dei media, non quello dei Padri. E mentre il Concilio dei Padri si realizzava all’interno della fede, era un Concilio della fede che cerca l’intellectusche cerca di comprendersi e cerca di comprendere i segni di Dio in quel momento, che cerca di rispondere alla sfida di Dio in quel momento e trovare nella Parola di Dio la parola per oggi e domani, mentre tutto il Concilio – come ho detto – si muoveva all’interno della fede, come fidesquaerens intellectumil Concilio dei giornalisti non si è realizzato, naturalmente, all’interno della fede, ma all’interno delle categorie dei media  di oggi, cioè fuori della fede, con un’ermeneutica diversa. Era un’ermeneutica politica: per i media, il Concilio era una  lotta politica, una lotta di potere tra diverse correnti nella Chiesa. Era ovvio che i mediaprendessero posizione per quella parte che a loro appariva quella più confacente con il loro mondo. C’erano quelli che cercavano la decentralizzazione della Chiesa, il potere per i Vescovi e poi, tramite la parola “Popolo di Dio”, il potere del popolo, dei laici. C’era anche questa triplice questione:
-         il potere del Papa, poi trasferito al potere dei Vescovi e al potere di tutti, sovranità popolare.
-         E così anche per la liturgia: non interessava la liturgia come atto della fede, ma come una cosa dove si fanno cose comprensibili, una cosa di attività della comunità, una cosa profana.
-         E sappiamo che c’era una tendenza, che si fondava anche storicamente, a dire: la sacralità è una cosa pagana, eventualmente anche dell’Antico Testamento. Nel Nuovo vale solo che Cristo è morto fuori: cioè fuori dalle porte, cioè nel mondo profano. Sacralità da terminare, profanità anche nel culto: il culto non è culto, ma un atto dell’insieme, della partecipazione comune, e così anche partecipazione come attività.
Queste traduzioni, banalizzazioni dell’idea del Concilio, sono state virulente nella prassi dell’applicazione della Riforma liturgica; esse erano nate in una visione del Concilio al di fuori della sua propria chiave, della fede. E così anche nella questione della Scrittura: la Scrittura è un libro, storico, da trattare storicamente e nient’altro, e così via.
Sappiamo come questo Concilio dei media fosse accessibile a tutti. Quindi, questo era quello dominante, più efficiente, ed ha creato tante calamità, tanti problemi, realmente tante miserie: seminari chiusi, conventi chiusi, liturgia banalizzata… e il vero Concilio ha avuto difficoltà a concretizzarsi, a realizzarsi; il Concilio virtuale era più forte del Concilio reale. Ma la forza reale del Concilio era presente e, man mano, si realizza sempre più e diventa la vera forza che poi è anche vera riforma, vero rinnovamento della Chiesa. Mi sembra che, 50 anni dopo il Concilio, vediamo come questo Concilio virtuale si rompa, si perda, e appare il vero Concilio con tutta la sua forza spirituale. Ed è nostro compito, proprio in questo Anno della fede, cominciando da questo Anno della fede, lavorare perché il vero Concilio, con la sua forza dello Spirito santo, si realizzi e sia realmente rinnovata la Chiesa. Speriamo che il Signore ci aiuti. Io, ritirato con la mia preghiera, sarò sempre con voi, e insieme andiamo avanti con il Signore, nella certezza: Vince il Signore!Grazie”. E’ già un frutto meraviglioso la Lumen fideicon il taglio pastorale, programmatico della Evangelii gaudium e quello a cui puntiamo anche con il prossimo Sinodo Straordinario (2014) e Ordinario (2015) sulla Famiglia vigilando perché il Sinodo della fede non sia deformato dal Sinodo dei media.

Nei cinque giorni che hanno congiunto l’inizio del Sinodo dei Vescovi sulla Nuova evangelizzazione “ (2012)  all’apertura dell’Anno della fede, Benedetto XVI è intervenuto sei volte sulla questione che nella Chiesa urge l’attenzione sul Concilio reale, sul Concilio della fede.

1.      L’Omelia di Domenica 7 ottobre 2012

Nella messa d’inizio del Sinodo, durante la quale ha annoverato tra i dottori della Chiesa san Giovanni d’Avila e santa Ildegarda di Bingen, il Papa ha rimarcato che “una delle idee portanti del rinnovato impulso che il Concilio Vaticano II ha dato all’evangelizzazione è quella che si chiama chiamata universale alla santità”. Sono i santi “ i veri protagonisti dell’evangelizzazione”. E ha proseguito: “La santità non conosce barriere culturali, sociali, politiche, religioseIl suo linguaggio – quello dell’amore e della verità –è comprensibile per tutti gli uomini di buona volontà e li avvicina a Gesù Cristo, fonte inesauribile di vita nuova”Questa è l’anima dell’Esortazione non post- sinodale, ma programmatica di Papa Francesco, Evangelii gaudium.

2.      La “lectio divina” di lunedì 8 ottobre 2012

Nella riflessione che ha tenuto ai padri sinodali, dopo la recita dell’ora terza nella prima mattina dei lavori, Benedetto XVI ha insistito sul primato di Dio nel “fare” la Chiesa: “Noi non possiamo fare la Chiesa, possiamo solo far conoscere quanto ha fatto DioLa Chiesa non comincia con ilfare’ nostro, ma con il ‘fare’ e il ‘parlare’ di Dio. Così gli Apostoli non hanno detto, dopo alcune assemblee: Adesso vogliamo creare una Chiesa, e con la forma di una costituente avrebbero elaborato una costituzione. No, hanno pregato e in preghiera hanno aspettato, perché sapevano che solo Dio stesso può creare la sua Chiesa. (…) Come in quel tempo solo con l’iniziativa di Dio poteva nascere la Chiesa, (…) così anche oggi solo Dio può cominciare; noi possiamo solo cooperare, ma l’inizio deve venire da Dio”.

Traspare qui quello detto ai membri della Curia nel 2005: “Si fraintende la natura di un Concilio come tale considerandolo come una specie di Costituente, che elimina una costituzione vecchia e ne crea una nuova. Ma la Costituente ha bisogno di un mandante e poi di una conferma da parte del mandante, cioè del popolo al quale la costituzione deve servire. I Padri non avevano tale mandato e nessuno lo aveva mai dato loro; nessuno, del resto, poteva darlo, perché la costituzione essenziale della Chiesa  viene dal Signore e ci è stata data affinché noi possiamo raggiungere la vita eterna e, partendo da questa prospettiva, siamo in grado  di illuminare anche la vita nel tempo  stesso”.

3.  L’udienza generale di mercoledì 10 ottobre 2012

Nell’udienza ai fedeli del 10 ottobre, papa Joseph Ratzinger ha ricordato che la convocazione del Vaticano II non fu mossa, come invece avvenne per altri concili, da errori di fede da correggere o da condannare, ma dal proposito di “presentare a questo nostro mondo, che tende ad allontanarsi da Dio, l’esigenza del Vangelo in tutta la sua grandezza e in tutta la sua purezza”. Giovanni XXIII l’11 ottobre 1962: “Il Concilio vuole trasmettere pura e integra la dottrina, senza attenuazioni o travisamenti. Il nostro dovere non è soltanto di custodire questo tesoro prezioso, come se ci preoccupassimo unicamente dell’antichità, ma di dedicarci con alacre volontà e senza timore a quell’opera, che la nostra età esige…E’ necessario che questa dottrina certa e immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che corrisponda alle esigenze del nostro tempo. Una cosa è infatti il deposito della fede, cioè le verità contenute nella nostra veneranda dottrina, e altra cosa è il modo col quale esse sono enunciate, conservando ad esse tuttavia lo stesso senso e la stessa portata”. E’ chiaro che questo impegno di esprimere in modo nuovo una determinata verità esige una nuova riflessione su di essa e un nuovo rapporto vitale, pastorale con essa; è chiaro pure che la nuova parola può maturare soltanto se nasce da una comprensione consapevole della verità espressa e che, d’altra parte, la riflessione sulla fede esige anche che si viva questa fede. E’ l’esatto contenuto di nuova evangelizzazione: “La cosa importante oggi, proprio come era nel desiderio dei padri conciliari, è che si veda – di nuovo, con chiarezza – che Dio è presente, ci riguarda, ci rispondeE che, invece, quando manca la fede in Dio, crolla ciò che è essenziale, perché l’uomo perde la sua dignità profonda e ciò che rende grande la sua umanità”Già a Verona nell’ottobre del 2006 aveva anticipato: “Dio rimane escluso dalla cultura e dalla vita pubblica…In stretto rapporto con tutto questo, ha luogo una radicale riduzione dell’uomo, considerato un semplice prodotto della natura, come tale non libero e di per sé suscettibile  di essere trattato come ogni altro animale. Si ha così un autentico capovolgimento del punto di partenza di questa cultura, che era una rivendicazione della centralità dell’uomo e della sua libertà. Nella medesima linea, l’etica viene ricondotta entro i confini del relativismo e dell’utilitarismo, con l’esclusione di ogni principio morale che sia valido e vincolante per se stesso”La cultura moderna con al centro la dignità di ogni persona, la sua libertà, la fraternità, su spinta di Grozio di fronte alle guerre di religione, propone questi valori cristianamente umani “come se Dio non esistesse, non avesse assunto un volto umano,amandoci sino alla fine ogni uomo e l’umanità nel suo insieme e risorto non rimanesse e agisse nella Chiesa per tutti e per tutto”. Togliendo al trascendente creatore ogni suo riferimento pubblico siamo giunti all’attuale post- modernità con una radicalità naturale che pensa di trattare l’uomo come un animale e chi è ancora interessato all’umanesimo moderno con la centralità di ogni uomo libero, persona nella fraternità e uguaglianza,  per risolvere l’attuale dramma antropologico, dovrebbe dire pur non credendo affrontiamo il problema culturale come se la relazione di ogni persona con Dio creatore esistesse: questo il suggerimento di Benedetto XVI e la linfa, lo straordinario carisma pastorale di Papa Francesco.

4.      La prefazione agli scritti sul Concilio dell’”opera omnia”

“Fu una giornata splendida”: così Benedetto XVI ricorda l’11 ottobre del 1962, nella prefazione ai due volumi della sua “opera omnia” con gli scritti relativi al Concilio Vaticano II. Premesso che “Giovanni XXIII aveva convocato il Concilio senza indicargli problemi concreti o programmi” e fu questa la sua “grandezza e al tempo stesso la difficoltà”. Benedetto XVI scrive che c’era però in tutta la Chiesa “un’aspettativa generale” di rinnovamento, di riforma. E la riassume così, riconoscendone i limiti:

La Chiesa, che ancora in epoca barocca aveva, in senso lato, plasmato il mondo, a partire dal XIX secolo era entrata in modo sempre più evidente in un rapporto negativo con l’età moderna, solo allora pienamente iniziata. Le cose dovevano rimanere così? La Chiesa non poteva compiere un passo positivo nei tempi nuovi? Dietro l’espressione vaga ‘mondo di oggi’ vi è la questione del rapporto con l’età moderna. Per chiarirla sarebbe stato necessario definire meglio ciò che era essenziale e costitutivo dell’età moderna. Questo non è riuscito nello ‘Schema XIII’. Sebbene la costituzione pastorale esprima molte cose importanti per la comprensione del ‘mondo’  e dia rilevanti contributi sulla questione dell’etica cristiana, su questo punto non è riuscita a offrire un chiarimento sostanziale”.  Benedetto XVI lo ha fatto nel dicembre del 2005 con gli Auguri alla Curia: “Nella  grande disputa sull’uomo, che contraddistingue il tempo moderno, il Concilio doveva dedicarsi in modo particolare al tema dell’antropologia. Doveva interrogarsi sul rapporto tra la Chiesa e la sua fede, da una parte, e l’uomo ed il mondo di oggi, dall’altra. La questione diventa ancora più chiara, se in luogo del termine generico di ‘mondo di oggi’ ne scegliamo un altro più preciso: il concilio doveva determinare in modo nuovo il rapporto tra Chiesa ed età moderna. Questo rapporto aveva avuto un inizio molto problematico con il processo Galileo. Si era poi spezzato totalmente, quando Kant definì la ‘religione entro la sola ragione’ e quando, nella fase radicale della rivoluzione francese, venne diffusa un’immagine dello Stato e dell’uomo che alla Chiesa e alla fede praticamente non voleva più concedere alcuno spazio. Lo scontro della fede della Chiesa con un liberalismo radicale ed anche con scienze naturali che pretendevano abbracciare con le loro conoscenze tutta la realtà fino ai suoi confini, proponendosi caparbiamente di rendere superflua l’”ipotesi Dio”, aveva provocato nell’Ottocento, sotto Pio IX, da parte della Chiesa aspre e radicali condanne di tale spirito dell’età moderna. Nel frattempo, tuttavia, anche l’età moderna aveva conosciuto degli sviluppi. Ci si rendeva conto che la rivoluzione americana aveva offerto un modello di Stato moderno diverso da quello teorizzato dalle tendenze radicali emerse nella seconda fase della rivoluzione francese. Le scienze naturali cominciavano, in modo sempre più chiaro, a riflettere sul proprio limite, imposto dallo stesso loro metodo che, pur realizzando cose grandiose, tuttavia non era in grado di comprendere la globalità della realtà. Nel periodo tra le due guerre mondiali e ancora di più dopo la seconda guerra mondiale, uomini di Stato cattolici avevano dimostrato che può esistere uno Stato moderno laico, che tuttavia non è neutro riguardo ai valori, ma vive attingendo alle grandi fonti etiche aperte dal cristianesimo. La dottrina sociale cattolica, via via sviluppatasi, era diventata un modello importante tra il liberalismo radicale e la teoria marxista dello Stato. Le scienze naturali, come tali lavorano con un metodo limitato all’aspetto fenomenico della realtà, rendevano conto sempre più chiaramente che questo metodo non comprendeva la totalità della realtà e aprivano quindinuovamente le porte a Dio, sapendo che la realtà è più grande del metodo naturalistico e di ciò che esso può abbracciare. Si potrebbe dire che si erano formati tre cerchi di domande che ora, durante il Vaticano II, attendevano una risposta. Innanzitutto occorreva definire in modo nuovo la relazione tra fede e scienze moderne; ciò riguardava, del resto, non soltanto le scienze naturali, ma anche la scienza storica perché, in una certa scuola, il metodo storico – critico reclamava per sé l’ultima parola nella interpretazione della Bibbia e, pretendendo la piena esclusività per la sua comprensione delle Sacre Scritture, si opponeva in punti importanti all’interpretazione che la fede della Chiesa aveva elaborato. In secondo luogo, era da definire in modo nuovo il rapporto tra Chiesa e Stato moderno, che concedeva spazio a cittadini di varie religioni ed ideologie, comportandosi verso queste religioni in modo imparziale e assumendo semplicemente la responsabilità per una convivenza ordinata e tollerante tra i cittadini e per la loro libertà di esercitare la propria religione.  Con ciò, in terzo luogo, era collegato in modo più generale il problema della tolleranza religiosa – una questione che richiedeva una nuova definizione del rapporto tra fede cristiana e religioni del mondo. In particolare, di fronte ai recenti crimini del regime nazionalsocialista e, in genere, in uno sguardo retrospettivo su una lunga storia difficile, bisognava valutare e definire in modo nuovo il rapporto tra la Chiesa e la fede di Israele”.

Ecco spiegate le ragioni dei limiti della Gaudium et spes. E sia Paolo VI, Giovanni Paolo II esoprattutto Benedetto XVI, nel loro magistero “inaspettatamente, l’incontro con i grandi temi dell’età moderna non avvenne nella grande costituzione pastorale, bensì in due documenti minori, la cui importanza è emersa solo a poco a poco con la recezione del Concilio reale, di fede

I due documenti sono la dichiarazione “Dignitatis humanae  con il passaggio e quindi la discontinuità nel magistero  tra “tolleranza religiosa” e “libertà religiosa”  nelle relazioni con le religioni non cristiane, la dichiarazione “Nostra aetate” nelle relazioni con gli ebrei.

Riguardo alla “Dignitatis humanae  sulla “libertà religiosa” in discontinuità con  un certo periodo magisteriale di “tolleranza religiosa”, sempre nel Discorso alla Curia del dicembre 2005:“E’ chiaro che in tutti questi settori, che nel loro insieme formano un unico problema, poteva emergere una qualche forma di discontinuità e che, in un certo senso, si era manifestata di fatto una discontinuità, nella quale tuttavia, fatte le diverse distinzioni tra le concrete situazioni storiche e le loro esigenze, risultava non abbandonata la continuità nei principi – fatto questo che facilmente sfugge alla prima percezione. E’ proprio in questo insieme di continuità e discontinuità a livelli diversi che consiste la vera riforma. In questo processo di novità nella continuità dovevamo imparare a capire più concretamente di prima le decisioni della Chiesa riguardanti cose contingenti – per esempio, certe forme concrete di liberalismo e di interpretazione liberale della Bibbia – dovevamo necessariamente essere esse stesse contingenti, appunto perché riferite a una determinata realtà in se stessa mutevole. Bisogna imparare a riconoscere che, in tali decisioni, solo i principi esprimono l’aspetto duraturo, rimanendo nel sottofondo e motivando le decisioni dal di dentro. Non sono invece ugualmente permanenti le forme concrete, che dipendono dalla situazione storica e possono quindi essere sottoposte   a mutamenti. Così le decisioni di fondo possono restare valide, mentre le forme della loro applicazione a contesti nuovi possono cambiare. Così, ad esempio, se la libertà di religione viene considerata come espressione della incapacità dell’uomo di trovare la verità e di conseguenza diventa canonizzazione del relativismo, allora essa da necessità sociale e storica è elevata in modo improprio a livello metafisico ed è così privata del suo vero senso, con la conseguenza di non poter essere accettata da colui che crede che l’uomo è capace di conoscere la verità di Dio e, in base alla dignità interiore della verità è legato a tale conoscenza. Una cosa completamente diversa è invece il considerare la libertà di religione come una necessità derivante dalla convivenza umana, anzi come una conseguenza intrinseca della verità che non può essere imposta dall’esterno, ma deve essere fatta propria dall’uomo soltanto mediante il processo del convincimento. Il Concilio Vaticano II, riconoscendo e facendo suo con il Decreto sulla libertà religiosa un principio essenziale dello Stato moderno, ha ripreso nuovamente il patrimonio più profondo della Chiesa. Essa può essere consapevole di trovarsi con ciò in piena sintonia con l’insegnamento di Gesù stesso (Mt 22,21), come anche della Chiesa dei martiri, con i martiri di tutti i tempi. La Chiesa antica, con naturalezza, ha pregato per gli imperatori e per i responsabili politici considerando questo un suo dovere (1 Tm 2,2); ma, mentre pregava per gli imperatori, ha invece rifiutato di adorarli, e con ciò ha respinto chiaramente la religione di Stato. I martiri della Chiesa primitiva sono morti per la loro fede in quel Dio che si era rivelato in Gesù Cristo, e proprio così sono morti anche per la libertà di coscienza e per la libertà della propria fede – una professione che da nessun Stato può essere imposta, ma invece può essere fatta propria solo con la grazia di Dio, nella libertà della coscienza. Una Chiesa missionaria, che si sa tenuta ad annunciare il suo messaggio a tutti, deve impegnarsi per la libertà della fede. Essa vuole trasmettere il dono della verità che esiste per tutti ed assicura al contempo i popoli e i loro governi di non voler distruggere con ciò la loro identità e le loro culture, ma invece porta loro una risposta che, nel loro intimo, aspettano – una risposta con cui la molteplicità delle culture non si perde, ma cresce invece l’unità tra gli uomini e così anche la pace tra i popoli”.

Secondo Benedetto XVI è stato “certamente provvidenziale” che, dopo il Concilio,vi sia stato un Papa come Giovanni Paolo II, arrivato dalla Polonia comunista, cioè “da una situazione che assomigliava a quella della Chiesa antica, sicché divenne nuovamente visibile l’intimo ordinamento della fede al tema della libertà”.

Quanto alla “Nostra aetate”, Benedetto XVI scrive che “ha inaugurato un tema la  cui importanza all’epoca non era ancora prevedibile”. Ma ne evidenzia anche il limite: “Quale compito esso implichi, quanta fatica occorre ancora compiere per distinguere, chiarire e comprendere, appaiono sempre più evidentiNel processo di recezione attiva è via via emersa anche una debolezza di questo testo di per sé straordinario: esso parla della religione solo in modo positivo e ignora le forme malate e disturbate di religione, che dal punto di vista storico e teologico hanno un’ampia portata; per questo sin dall’inizio la fede cristiana è stata molto critica, sia verso l’interno sia verso l’esterno, nei confronti della religione”. In modo molto critico si è mossa invece la patristica e in continuità tutta la Tradizione, come emerge dalla frase audace e incisiva di Tertulliano “Cristo ha affermato di essere la verità, non la consuetudine” e così Sant’Agostino che, rifacendosi alle tre forme di religione individuate dall’autore pagano Terenzio Marrone, colloca risolutamente il cristianesimo nell’ambito della “teologia fisica”, cioè della razionalità filosofica metafisica, e non in quella della “teologia mitica”, a differenza delle religioni pagane, ormai prive di verità agli occhi della stessa razionalità precristiana, e realizza rispetto ad esse una grande opera di “demitizzazione”. Un cammino di questo genere era già iniziato nel giudaismo, ma rimaneva la difficoltà del legame speciale tra l’unico Dio creatore universale e il solo popolo giudaico, legame superato dal cristianesimo, nel quale l’unico Dio che possiede un volto umano, morto e risorto per tutti, senza discriminazioni, di tutti i singoli e di tutti i popoli. In questo senso,l’incontro tra il messaggio biblico e il pensiero filosofico greco non è stato un semplice caso, ma la concretizzazione storica del rapporto intrinseco, come la Lumen fidei nel capitolo secondo ricorda, tra “Fede e verità, tra conoscenza della verità e amore, tra fede come ascolto e visione, come dialogo tra fede e ragione, tra fede e teologia cioè la fede all’interno dell’esperienza umana, oggi nella Nuova Evangelizzazione percorrendo  le vie  dell’uomo contemporaneo”. Il parlare conciliare  “solo in modo positivo” delle religioni ha senz’altro aspetti positivi, ma anche limiti. 

5.      L’Omelia di giovedì 11 ottobre

Nella Messa d’inizio dell’Anno della fede il Papa ha ribadito che la volontà dei Padri conciliari era “ripresentare la fede in modo efficace; e se si  aprirono con fiducia al dialogo con il mondo moderno è proprio perché erano sicuri della loro fede, della salda roccia su cui poggiavano”.

Ma poi accadde che “invece, negli anni seguenti, molti hanno accolto senza discernimento la mentalità dominante, mettendo in discussione le basi stesse del ‘depositum fidei’, che purtroppo non sentivano più come proprie nella loro verità”

“Se oggi la Chiesa propone un nuovo Anno della fede e la nuova evangelizzazione, non è per onorare una ricorrenza, ma perché ce n’è bisogno, ancor più che 50 anni fa!”

“In questi decenni è avanzata una “desertificazione “ spirituale. Che cosa significasse una vita, un mondo senza Dio a livello pubblico, al tempo del Concilio lo si poteva già sapere da alcune pagine tragiche della storia, ma ora purtroppo lo vediamo ogni giorno intorno a noi. E’ il vuoto che si è diffuso. Ma è proprio a partire dall’esperienza di questo deserto, da questo vuoto che possiamo nuovamente scoprire la gioia di credere, la sua importanza vitale per noi uomini e donne. Nel deserto si riscopre il valore di ciò che è essenziale per vivere; così nel mondo contemporaneo sono innumerevoli i segni, spesso espressi in forma implicita e negativa, della sete di Dio, del senso ultimo della vita. E nel deserto c’è bisogno soprattutto di persone di fede che, con la loro stessa vita, indicano la via verso la Terra promessa e così tengono desta la speranza. La fede vissuta apre il cuore alla Grazia di Dio che libera dal pessimismo. Oggi più che mai evangelizzare vuol dire testimoniare una vita nuova, trasformata da Dio, e così indicare la strada”.

Quanto alle contrapposizioni, nell’interpretazione del Concilio, tra spirito e lettera, tra continuità e rottura, il papa così si è espresso:

“Ho più volte insistito sulla necessità di ritornare, per così dire, alla ‘lettera del concilio – cioè ai suoi testi – per trovarne anche l’autentico spirito, e ho ripetuto che la vera eredità del Vaticano II si trova in essi. Il riferimento ai documenti mette al riparo dagli estremi di nostalgie anacronistiche e di corse in avanti, e consente di cogliere la novità nella continuità”.

6.      La benedizione della sera dell’11 ottobre

Infine la sera di giovedì 11 ottobre. Benedetto XVI si è affacciato alla finestra del suo studio, su una piazza San Pietro affollata e con miriadi di piccole luci, come la sera dell’11 ottobre 1962, giorno d’inizio del Concilio e ha parlato ha braccio così:

“Cinquant’anni fa, in questo giorno, anche io sono stato qui in piazza, con lo sguardo verso questa finestra, dove si è affacciato il buon Papa, il beato papa Giovanni e ha parlato a noi con parole indimenticabili, parole piene di poesia, di bontà, parole del cuore.

“Eravamo felici – direi – e pieni di entusiasmo. Il grande Concilio ecumenico era inaugurato, eravamo sicuri che doveva venire una nuova primavera della Chiesa, una nuova Pentecoste, con una nuova presenza forte della grazia liberatrice del Vangelo.

“Anche oggi siamo felici, portiamo gioia nel nostro cuore. Ma direi una gioia forse più sobria, una gioia umile. In questi cinquant’anni abbiamo imparato ed esperito che il peccato originale esiste e si traduce, sempre di nuovo, in peccati personali, che possono anche divenire strutture del peccato. Abbiamo visto che nel campo del Signore c’è sempre anche la zizzania. Abbiamo visto che nella rete di Pietro si trovano anche pesci cattivi. Abbiamo visto che la fragilità umana è presente anche nella Chiesa, che la nave della Chiesa sta navigando con vento contrario, con tempeste che minacciano la nave e qualche volta abbiamo pensato: ‘Il Signore dorme e ci ha dimenticato’.

“Questa sera è una parte delle esperienze fatte in questi cinquant’anni, ma abbiamo anche avuto una nuova esperienza della presenza del Signore, della sua bontà, della sua forza. Il fuoco dello Spirito santo, il fuoco di Cristo non è fuoco divoratore, distruttivo; è un fuoco silenzioso, è una piccola fiamma di bontà e di verità, che trasforma, dà luce e calore. Abbiamo visto che il signore non ci dimentica. Anche oggi, a suo modo, umile, il Signore è presente e dà calore ai cuori, mostra vita, crea carismi di bontà e carità che illuminano il mondo e sono per noi garanzia della bontà di Dio. Sì, Cristo vive, è con noi anche oggi, e possiamo essere felici anche oggi perché la sua bontà non si spegne; è forte anche oggi!

Alla fine, oso fare mie le parole indimenticabili di papa Giovanni: ‘Andate a casa, date un bacio ai bambini e dite che è del papa.

“In questo senso, di tutto cuore vi imparto la mia benedizione”.

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