giovedì 6 marzo 2014

L'eredità cristiana dell'Europa

L’eredità cristiana dell’Europa offre preziosi orientamenti etici alla ricerca di un modello sociale che soddisfi adeguatamente le esigenze di un’economia già globalizzata e risponda ai mutamenti demografici, assicurando crescita e sviluppo, tutela della famiglia, pari opportunità nell’istruzione dei giovani e sollecitudine per i poveri. La nuova evangelizzazione o incarnazione continua di Dio può accadere solo all’interno dell’esperienza umana, percorrendo
le vie dell’uomo contemporaneo dal momento che il cristianesimo si collega originariamente con la ragione che non aveva tacitato la domanda su Dio e non con le religioni del mito: l’età moderna con la drammatica frattura tra fede e cultura ha prodotto una separazione tra fede e ragione che ha indebolito e quasi annientato anche la stessa ragione. E il fideismo dissolve la fede stessa

Benedetto XVI ai Partecipanti al Convegno promosso dal Partito Popolare Europeo il 30 marzo 2006

“Sono lieto di ricevervi in occasione delle Giornata di Studio sull’Europa organizzata dal vostro gruppo parlamentare. I Pontefici Romani hanno sempre prestato una particolare attenzione a questo continente. L’udienza di oggi è dunque opportuna e si inserisce in una lunga serie di incontri fra i miei predecessori e i movimenti politici di ispirazione cristiana…

Attualmente, l’Europa deve affrontare questioni complesse di grande importanza come la crescita e lo sviluppo dell’integrazione europea, la definizione sempre più precisa della politica di prossimità in seno all’Unione e il dibattito sul suo modello sociale. Per raggiungere questi obiettivi, sarà importante trarre ispirazione, con fedeltà creativa, dall’eredità cristiana che ha contribuito in modo particolare a forgiare l’identità di questo continente. Apprezzando le sue radici cristiane, l’Europa sarà in grado di offrire un orientamento sicuro alle scelte dei suoi cittadini e delle sue popolazioni, rafforzerà la consapevolezza di appartenere a una civiltà comune, e alimenterà l’impegno di tutti ad affrontare le sfide del presente per il bene di un futuro migliore. Quindi apprezzo il riconoscimento da parte del vostro gruppo dell’eredità cristiana dell’Europa che offre preziosi orientamenti etici alla ricerca di un modello sociale che soddisfi adeguatamente le esigenze di un’economia  già globalizzata e risponda ai mutamenti demografici, assicurando crescita e sviluppo, tutela della famiglia, pari opportunità nell’istruzione dei giovani e sollecitudine per i poveri.  

Inoltre, il vostro sostegno all’eredità cristiana può contribuire in maniera significativa a sconfiggere quella cultura tanto ampiamente diffusa in Europa che relega alla sfera privata e soggettiva la manifestazione delle proprie convinzioni religiose. Le politiche elaborate partendo da questa base non solo implicano il ripudio del ruolo pubblico del cristianesimo, ma, più in generale, escludono l’impegno con la tradizione religiosa dell’Europa che è tanto chiara nonostante le sue variazioni confessionali, minacciando in tal modo la democrazia stessa, la cui forza dipende dai valori che promuove (Evangelium vitae, n. 70).Dal momento che questa tradizione, proprio in ciò che possiamo definire la sua unione polifonica, trasmette valori che sono fondamentali per il bene della società, l’Unione Europea può solo ricevere un arricchimento dall’impegno con essa. Sarebbe un segno di immaturità, se non addirittura di debolezza, scegliere di opporvisi o di ignorarla, piuttosto che di dialogare con essa. In questo contesto bisogna riconoscere che una certa intransigenza secolare dimostra di essere nemica della tolleranza e di una sana visione secolare dello Stato e della società. Sono lieto, dunque, del fatto che il trattato costituzionale dell’Unione Europea preveda un rapporto strutturato e permanente con le comunità religiose, riconoscendo la loro identità e il loro contributo specifico. Soprattutto confido nel fatto che la realizzazione efficace e corretta di questo rapporto cominci ora, con la cooperazione di tutti i movimenti politici indipendentemente dai loro orientamenti. Non bisogna dimenticare che, quando le Chiese o le comunità ecclesiali intervengono nel dibattito pubblico, esprimendo riserve o richiamando certi principi, ciò non costituisce una forma di intolleranza o un’interferenza poiché tali interventi sono volti solamente a illuminare le coscienze, permettendo loro di agire liberamente e responsabilmente secondo le esigenze autentiche di giustizia, anche quando ciò potrebbe configgere con situazioni di potere e interessi personali.

Per quanto riguarda la Chiesa cattolica, l’interesse principale dei suoi interventi nell’arena pubblica è la tutela e la promozione della dignità della persona e quindi essa richiama consapevolmente una particolare attenzione su principi che non sono negoziabili. Fra questi ultimi, oggi emergono particolarmente i seguenti:

-         tutela della vita in tutte le sue fasi, dal primo momento del concepimento fino alla morte naturale;
-         riconoscimento e promozione della struttura naturale della famiglia, quale unione fra un uomo e una donna basata sul matrimonio, e sua difesa dai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione, oscurando il suo carattere particolare e il suo insostituibile ruolo sociale;
-         tutela del diritto dei genitori di educare i propri figli.

Questi principi non sono verità di fede anche se ricevono ulteriore luce e conferma dalla fede. Essi sono iscritti nella natura umana stessa e quindi sono comuni a tutta l’umanità. L’azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa. Al contrario, tale azione è tanto più necessaria quanto più questi principi vengono negati o mal compresi perché ciò costituisce un’offesa contro la verità della persona umana, una ferita grave inflitta alla giustizia stessa.

Cari amici, nell’esortarvi a essere credibili e coerenti testimoni di queste verità fondamentali attraverso la vostra attività politica e più basilarmente attraverso il vostro impegno a condurre una vita autentica e coerente, invoco su di voi e sulla vostra opera la permanente assistenza di Dio, nel cui nome imparto la mia Benedizione Apostolica su di voi e su quanti vi accompagnano”.

E’ vero che all’inizio dell’essere cristiano essenziale nel Kerigma, nell’Annuncio è “l’incontro con la Persona di Gesù Cristo”, ma la fede avviene dando “alla vita un uovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva” destando “la sensibilità per la verità; invitando sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio e, su questo cammino, sollecitarla a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana e a percepire così Gesù Cristo come la Luce che illumina la storia  ed aiuta a trovare la via verso il futuro” (Benedetto XVI, Allocuzione alla “Sapienza”,17 gennaio 2008). Nella nuova evangelizzazione essenziale il Kerigma, il primo annuncio, ma non sufficiente.
Un’intervista non è magistero ma opinione anche per il Papa, opinione valutabile criticamente pur con religioso rispetto per l’orizzonte sacramentale che la fede ci garantisce nel successore di Pietro : “Non ho mai compreso l’espressione valori non negoziabili. I valori sono valori e basta, non posso dire che tra le dita di una mano ve ne sia una meno utile di un’altra. Per cui non capisco in che senso vi possano essere valori negoziabili. Quello che dovevo dire sul tema della vita, l’ho scritto nell’esortazione Evangelii Gaudium”, n. 213: “Tra questi deboli, di cui la Chiesa vuole prendersi cura con predilezione, ci sono anche i bambini nascituri, che sono i più indifesi e innocenti di tutti, ai quali oggi si vuole negare la dignità umana al fine di poterne fare quello che si vuole, togliendo loro la vita e promovendo legislazioni in modo che nessuno possa impedirlo. Frequentemente, per ridicolizzare allegramente la difesa che la Chiesa fa delle vite dei nascituri, si fa in modo di presentare la sua posizione come qualcosa di ideologico, oscurantista e conservatore. Eppure questa difesa della vita nascente è intimamente legata alla difesa di qualsiasi diritto umano. Suppone la convinzione che un essere umano è sempre sacro e inviolabile, in qualunque situazione e in ogni fase del suo sviluppo. E’ un fine in se stesso e mai un mezzo per risolvere altre difficoltà. Se cade questa convinzione, non rimangono slide e permanenti per la difesa dei diritti umani, che sarebbero sempre soggetti alle convenienze contingenti dei potenti di turno. La sola ragione è sufficiente per riconoscere il valore inviolabile di ogni vita umana, ma se la guardiamo a partire dalla fede, “ogni violazione della dignità personale dell’essere umano grida vendetta al cospetto di Dio e si configura come offesa al Creatore di ogni uomo” (Christifideles laici 37).  E lì, nel suo magistero non c’è alcuna negoziabilità sul valore di ogni vita umana, di ogni persona.. Comunque Papa Francesco in questa intervista al Corriere della Sera di mercoledì 5 marzo ha detto: “Il papa emerito non è una statua in un museo. E’ una istituzione” e quindi il valore suo magistero, come di tutti i papi, continua. E allora anche “la grande architettura del rapporto tra religione cristiana e costruzione della società umana” è un magistero perenne proprio perché la fede, anche con la nuova evangelizzazione, avviene all’interno dell’esperienza umana, percorrendo oggi le vie dell’uomo contemporaneo. Il dott. Stefano Fontana su La nuova Bussola. Quotidiana del 03-03-2014 ne ha motivato le ragioni. “La grande lezione di Regensburg del 12 settembre 2006, pur essendo formalmente dedicata ad altro, contiene già tutto l’impianto del rapporto tra verità e fede cattolica e verità e politica: esiste una coesione del cosmo della ragione, non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio, il cristianesimo si collega originariamente con la ragione che non aveva tacitato la domanda su Dio e non con le religioni del mito, l’età moderna ha prodotto una separazione tra fede e ragione che ha indebolito e quasi annientato anche la stessa ragione”.

“Questo grandioso quadro –sempre Fontana -, che Joseph Ratzinger nella sua vita di teologo e di Pontefice ha approfondito e analizzato in tutte le possibili dimensioni, è applicabile anche al rapporto tra la ragione pubblica e la fede cristianaQuando la ragione pubblica rifiuta Dio è perché ha tacitato la propria domanda sulla verità, cessando di essere pienamente ragione. Così facendo, però, la ragione pubblica non si rende neutra e autonoma da Dio, ma, dato questo peccato di superbia, diventa essa stessa Dio. Ecco la dittatura del relativismo.

“L’unico tema sociale che stava veramente a cuore a Ratzinger era quello del posto di Dio nel mondo. Come riaprire un posto di Dio nel mondo dopo che il mondo aveva espulso Dio dalla pubblica piazza? Da qui la strenua rivendicazione del ruolo pubblico della fede cattolica, soprattutto nella difesa del creato, dell’ecologia umana e dei principi non negoziabili. Questo poteva avvenire se la fede si fosse incontrata con quanti pensavano ancora che la ragione fosse capace di verità pubblica e che lo spazio pubblico fosse ancora lo spazio della verità e non solo delle opinioni. Il dialogo tra cattolici e laici egli lo pensava così. L’estenuazione della ragione produce mostri perché gli uomini si trovano davanti a scelte drammatiche guidati solo dalla dittatura del relativismo. La fede nel Logos poteva ridare fiato alla ragione e con essa restaurare il dialogo perduto.

Ecco perché – sempre Fontana -, secondo Benedetto XVI, il terreno decisivo sarebbe stata l’Europa o, se vogliamo, l’Occidente. E’ stato proprio qui che per la prima volta si è sviluppata una cultura che non nasce dalla religione ma dalla negazione di Dio. Qui, per la prima ed unica volta, la ragione non solo si è staccata dalla religione ma lo ha fatto assolutizzando dapprima se stessa e poi, alla fine, distruggendosi. Senza la fede in Dio, la ragione rimane priva di fede in se stessa e allora la vita politica è solo per gli interessi o per lo scorazzare dell’”io e  delle sue voglie”. Proprio perché tutto è avvenuto qui e da qui si è esteso alle periferie continentali, da qui si doveva ricominciare. Solo se la fede, come Risposta, avesse nuovamente suscitato nella ragione la meraviglia per le domande essenziali, ontologiche e metafisiche, la relazione tra ragione e fede nella pubblica piazza si sarebbe potuta ricucire. Il problema di fondo non è tanto pastorale o esistenziale, quanto teologico, culturale, dottrinale.

Non esiste un ambito delle questioni terrene sottratto a Dio creatore e al suo potere” – sempre Fontana – aveva detto Benedetto XVI ai vescovi americani il 19 gennaio 2012, facendo dipendere da questa convinzione la natura e la modalità della stessa nuova evangelizzazione .Tale centralità di Dio non ha smesso di essere vera anche nel contesto della democrazia e del pluralismo. La religione vera interpella tutta la verità umana e le chiede di essere fino in fondo se stessa in tutte le sue dimensioni, compresa la dimensione della ragione pubblica. La religione vera non accetterà mai di essere trasformata in mito, (in fideismo), soggettivo e consolatorio, e privata della sua propria missione di proclamare la signoria di Dio creatore e redentore anche nella costruzione della casa degli uomini. Il superamento storico di forme confessionali di organizzazione politica nulla toglie che le persone e le società hanno un dovere verso l’unica religione di Cristo, dal quale dipende anche la stessa felicità umana.

“Ratzinger ha molto amato Agostino, anche se ci sono molti indizi di un amore non meno forte per Tommaso. E Agostino non solamente distingue tra città di Dio e città dell’uomo, che molti interpretano come la negazione della centralità di Dio anche per la città dell’uomo, ma, come ebbe a scrivere Eienne Gilson, “Quel che resta vero nel modo più rigido e assoluto è che nessun caso la città terrena, e meno ancora la città di Dio, possono essere confuse con una forma di Stato qualsiasi, ma che lo Stato possa e debba perfino essere eventualmente utilizzato per i fini propri della Chiesa  e, mediante essa, per la città di Dio, è una questione totalmente diversa ed era un punto sul quale Agostino non avrebbe nulla do obiettare”. E io credo nemmeno Joseph Ratzinger – Benedetto XVI”.

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