sabato 18 gennaio 2014

Il Catechismo della Chiesa Cattolica e il suo Compendio ci offre quelle verità, la cui consistenza persisterà anche nel cielo

“Che cosa possiamo imparare noi da san Girolamo? Mi sembra soprattutto questo: amare la Parola di Dio nella Sacra Scrittura. Dice san Girolamo: “Ignorare le Scritture è ignorare Cristo” (Commento ad Isaia). Perciò è importante che ogni cristiano viva in contatto e in dialogo personale con la Parola di Dio, donataci nella Sacra Scrittura. Questo nostro dialogo con essa deve avere sempre due dimensioni: da una parte, deve essere un dialogo realmente personale,
perché Dio parla con ognuno di noi tramite la Sacra Scrittura e ha un messaggio per ciascuno. Dobbiamo leggere la Sacra Scrittura non come parola del passato, ma come Parola di Dio, (del Verbo) che si rivolge anche a noi, e cercare di capire che cosa il Signore voglia dire a noi. Ma per non cadere nell’individualismo dobbiamo tenere presente che la Parola di Dio ci è data proprio per costruire comunione, per unirci nella verità nel nostro cammino verso Dio. Quindi essa, pur essendo sempre una Parola personale, è anche una Parola che costruisce comunità, che costruisce la Chiesa. Perciò dobbiamo leggerla in comunione con la Chiesa viva. Il luogo privilegiato della lettura e dell’ascolto della Parola di Dio è la Liturgia, nella quale, celebrando la Parola e rendendo presente nelSacramento il Corpo di Cristo, attualizziamo la Parola nella nostra vita e la rendiamo presente tra noi. Non dobbiamo mai dimenticare che la Parola trascende i tempi. Le opinioni umane vengono e vanno. Quanto oggi è modernissimo, domani sarà vecchissimo. La Parola di Dio, invece, è Parola di vita eterna, porta in sé l’eternità, ciò che vale per sempre. Portando in noi la Parola di Dio, portiamo dunque in noi l’eterno, la vita eterna.
E così concludo con una parola di san Girolamo a san Paolino di Nola. In essa il grande Esegeta esprime  proprio questa realtà, che cioè nella Parola di Dio riceviamo l’eternità, la vita eterna. Dice san Girolamo: “Cerchiamo di imparare sulla terra quelle verità, la cui consistenza persisterà in cielo” ( Ep. 53,10)” (Benedetto XVI, Udienza Generale, 7 novembre 2007).

Nella Chiesa, la Sacra Scrittura, la cui comprensione cresce sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, e il ministero dell’interpretazione autentica, conferito agli apostoli, appartengono l’uno all’altra in modo indissolubile. Dove la SacraScrittura viene staccata dalla voce vivente, continua cioè della Tradizione della Chiesa, cade in preda alle dispute degli esperti. Certamente, tutto ciò che essi hanno da dirci è importante e prezioso; il lavoro dei sapienti ci è di notevole aiuto per comprendere quel processo vivente con cui in continuità o Tradizione è cresciuta la Scrittura e capire così la sua ricchezza storica. Ma la scienza da sola non può fornirci una interpretazione definitiva e vincolante; non è in grado di darci, nell’interpretazione quella certezza con cui possiamo vivere e per cui possiamo anche morire. Per questo occorre un mandato più grande, che non può scaturire dalle sole capacità umane. Per questo occorre la voce della Chiesa, di quella affidata a Pietro, in continuità a tutti i suoi successori e al collegio degli apostoli fino alla fine dei tempi.
Il potere conferito da Cristo a Pietro e in continuità a tutti i suoi successori è, in senso assoluto, un mandato per servire. Il Papa non è un sovrano assoluto, il cui pensare e volere personale sono legge. Al contrario: il ministero del Papa è garanzia dell’obbedienza verso Cristo e verso la Parola. Egli, quando intende ed esercita  il magistero, non deve proclamare come magistero le proprie idee opinabili, contestabili come per tutti i fedeli, bensì vincolare costantemente se stesso e la Chiesa in obbedienza verso la Parola di Dio, di fronte a tutti i tentativi di adattamento e di annacquamento operato oggi soprattutto dalla persecuzione dei mezzi di comunicazione sociale,, come di fronte ad ogni opportunismo. Lo fecero sia Giovanni Paolo II e sia Benedetto XVI, quando davanti a tutti i tentativi di vedere l’uomo solo  naturalmente senza alcun riferimento a Dio e quindi trattabile come un animale, senza libertà, richiamarono in modo inequivocabile l’inviolabilità di ogni essere umano, l’inviolabilità di ogni vita umana concepita da un uomo e una donna, educata da un papà e una mamma, e questo dal concepimento fino alla morte naturale. La libertà dragoniana di dissolvere la grammatica dell’essere creaturale di maschio – femmina, la non accettabilità di ogni fecondazione artificiale, l’orrore di legittimare l’uccisione di un innocente, l’egoismo del potere finanziario con drammi sociali, non è una vera libertà, ma è una tirannia che riduce l’essere umano in schiavitù. Papa Francesco  più volte si dichiara figlio della Chiesa quindi consapevole di essere, nelle sue grandi decisioni, legato alla grande comunità della fede di tutti i tempi o Tradizione, alle interpretazioni magisteri ali vincolanti, cresciute lungo il cammino pellegrinante di tutti i successori di Pietro e in comunione degli apostoli, della Chiesa. Così il suo potere non sta al di sopra, ma è al servizio della Parola di Dio, e su di lui incombe la responsabilità di far sì che questa Parola continui a rimanere presente nella sua grandezza e a risuonare nella sua purezza. Così che non venga fatta a pezzi dai continui cambiamenti delle mode. E in questo orizzonte di comunione e di fede tutti possono offrire il proprio contributo, concretamente in prospettiva del Sinodo straordinario sulla Famiglia.
La Cattedra di Pietro è simbolo della potestà di insegnamento in continuità dinamica di tutti i papi fino a Papa Francesco: è una potestà di obbedienza e di servizio affinché la Parola di Dio – la sua verità! – possa risplendere tra di noi, indicandoci la strada.

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