lunedì 25 novembre 2013

Un vero e proprio scritto apolegetico

Benedetto XVI ha letto il libro del matematico  Piergiorgio Odifreddi, una lettera con cui l’ateo militante  contrappone la visionelogico – scientifica a quella metafisico – teologica della religione, e gli risponde con una lettera di undici pagine, pubblicata in italiano dal sito Raffaella il 23 novembre 2013, che può essere considerata un vero e proprio scritto apologetico

Il mio giudizio circa il Suo libro (in rapporto al mio Introduzione al Cristianesimo) nel suo insieme è, però, in se stesso piuttosto contrastante. Ne ho letto alcune parti con godimento e profitto. In altre parti, invece, mi sono meravigliato di una certa aggressività e dell’avventatezza dell’argomentazione.

1.
Mi meraviglio anzitutto che Lei nelle pagine 25s interpreti la mia scelta di andare oltre la percezione dei sensi per scorgere la realtà nella sua grandezza come “un’esplicita negazione del principio di realtà” o come “psicosi mistica”, mentre io intendevo proprio ciò che Lei poi, a pagine 29s
espone sul metodo delle scienze naturali: il “trascendere le limitazioni della sensorialità umana”. Così sono pienamente d’accordo con ciò che Lei scrive a pagina 40: “…la matematica presenta una profonda affinità con la religione”. In questo punto non vedo, dunque, alcun vero contrasto con il Suo approccio e il mio. Se a pagina 49 Lei spiega poi che la “vera religiosità…oggi si ritrova più nella scienza che nella filosofia”, fa una affermazione su cui si può certamente discutere; sono però contento che Lei qui intenda presentare il Suo lavoro come “vera religiosità”. Qui, come nuovamente a pagina 65, e poi ancora una volta nel capitolo “Il suo e il mio Credo”, Lei sottolinea che la rinuncia all’”antropomorfismo” di un Dio inteso come persona e la venerazione della razionalità costituirebbero la vera religiosità. Coerentemente, a pagine 182 del Suo libro, dice in modo molto drastico “che la matematica e la scienza sono l’unica vera religione, il resto è superstizione”.
Ora, posso certamente comprendere che si consideri antropomorfismo la concezione della Ragione primordiale e creatrice come Persona con un proprio “Io”; ciò sembra essere una riduzione della grandezza, per noi inconcepibile, del Logos. La fede trinitaria della Chiesa, la cui presentazione nel mio libro Lei riporta in modo molto oggettivo, esprime infatti in qualche misura anche l’aspetto totalmente diverso, misterioso, di Dio, ciò che possiamo sempre intuire solo da lontano. A questo punto vorrei ricordare l’affermazione del cosi detto Pseudo Dionigi Areopagita, il quale una volta dice che, certamente, le menti filosofiche provano una specie di rigetto di fronte agli antropomorfismi biblici, considerandoli inadeguati.
Ma il rischio di queste persone illuminate è di valutare più adeguata la loro concezione filosofica di Dio e di dimenticare che anche le loro idee filosofiche restano infinitamente lontane dalla realtà del “totalmente Altro”. Così questi antropomorfismi sono necessari per superare l’arroganza del pensiero; anzi, bisogna dire che, sotto un certo aspetto, gli antropomorfismi si avvicinano più alla realtà di Dio che non i meri concetti. Del resto, rimane sempre valido ciò che nel 1215 disse il Concilio Lateranense IV e cioè che ogni concetto di Dio può essere soltanto analogico e la dissomiglianza con il vero Dio è sempre infinitamente più grande della somiglianza.
Premesso questo, bisogna dire tuttavia che un Logos divino deve essere anche coscienza e, in questo senso, Soggetto e Persona. Una ragione oggettiva presuppone sempre un soggetto, una ragione cosciente di sé.
A pagina 53 del Suo libro Lei dice che questa distinzione, che nel 1968 poteva ancora sembrare giustificata, di fronte alle intelligenze artificiali che oggi esistono non sarebbe più sostenibile. In questo Lei non mi convince per niente. L’intelligenza artificiale, infatti, è evidentemente un’intelligenza trasmessa da soggetti coscienti, un’intelligenza deposta in apparecchiature. Ha un’origine chiara, appunto, nell’intelligenza dei creatori umani di tali apparati.
Infine, non posso affatto seguirLa, se al principio mette non il Logos con la maiuscola, ma il logos  matematico con la minuscola (pagina 85). Il Logos degli inizi è effettivamente un Logos al di sopra di tutti logoi.
Certamente, il passaggio dai logoi al Logos, compiuto dalla fede cristiana insieme con i grandi filosofi greci, è un salto che non può essere semplicemente dimostrato: esso conduce dall’empiria alla metafisica e con ciò a un altro livello del pensiero e della realtà. Ma questo stato è almeno tanto logico quanto la sua contestazione. Penso che anche chi non può compierlo dovrebbe, tuttavia, considerarlo almeno come una questione seria. Questo è il punto decisivo nel mio dialogo con Lei, un punto al quale ritornerò ancora alla fine: mi aspetterei che uno che si interroga seriamente riconosca comunque quel “forse” di cui, seguendo Martin Buber, ho parlato all’inizio del mio libro. Ambedue gli interlocutori devono rimanere in ricerca. A me sembra, però, che Lei invece interrompa la ricerca in un mododogmatistico e non domandi più, ma solo intenda ammaestrarmi.

Il 19 ottobre del 2006, al IV Convegno Ecclesiale Nazionale a Verona, Benedetto XVI ha così argomentato  circa il rapporto tra una ragione che necessita della fede per rispondere ad alcuni suoi interrogativi in rapporto ad un altro livello di conoscenza e realtà e di una fede che necessita della ragione che propone un cammino di salvezza e necessita di comprendere quanto crede per essere responsabile: “Come ho scritto nell’Enciclica Deus caritas es, all’inizio dell’essere cristiano( per la nuova vita da risorti) – e quindi all’origine della nostra testimonianza da credenti – non c’è una decisione etica o una grande idea, ma l’incontro con la Persona di Gesù Cristo, “che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva” (n. 1). La fecondità di questo incontro si manifesta, in maniera peculiare e creativa, anche nell’attuale contesto umano e culturale, anzitutto in rapporto alla ragione che ha dato vita alle scienze moderne e alle relative tecnologie. La matematica come tale è una creazione della  nostra intelligenza: la corrispondenza tra le sue strutture e le strutture reali dell’universo – che è il presupposto di tutti i moderni sviluppi scientifici e tecnologici, già espressamente formulato da Galileo Galilei con la celebra affermazione che il libro della natura è scritto in linguaggio matematico – suscita la nostra a ammirazione e pone una grande domanda. Implica infatti che l’universo stesso sia strutturato in maniera intelligente, in modo che esista una corrispondenza profonda tra la nostra ragione soggettiva e la ragione oggettivata nella natura. Diventa allora inevitabile chiedersi se non debba esservi un’unica intelligenza originaria, che sia la comune fonte dell’una e dell’altra. Così proprio la riflessione sullo sviluppo delle scienze ci riporta (ad un altro livello del pensiero e della realtà) cioè verso il Logos creatore. Diventa allora inevitabile chiedersi se non debba esservi un’unica intelligenza originaria, che sia la comune fonte dell’una e dell’altra. Così proprio la riflessione sullo sviluppo delle scienze ci riporta verso il Logos creatore. Viene capovolta la tendenza a dare il primato all’irrazionale, al caso e alla necessità, a ricondurre ad esso anche la nostra intelligenza e libertà. Su queste basi diventa di nuovo possibile allargare gli spazi della nostra razionalità, riaprirla alle grandi questioni del vero e del bene, coniugare tra loro la teologia, la filosofia e le scienze, nel pieno rispetto dei loro metodi propri e della loro reciproca autonomia, ma anche nella consapevolezza dell’intrinseca unità che le tiene insieme. E’ questo un compito che sta davanti a noi, un’avventura affascinante nella quale spendersi, per dare nuovo slancio alla cultura del nostro tempo e per restituire in essa alla fede cristiana piena cittadinanza”.

II. 
“Il pensiero appena esposto costituisce per me il punto centrale di un vero dialogo tra la Sua fede “scientifica” e la fede dei cristiani. Tutto il resto, al confronto, è secondario. Così Lei mi consentirà di essere più conciso per quanto riguarda l’evoluzione. Anzitutto vorrei far notare che nessun teologo serio contesterà che l’intero “albero della vita” stia in un vivo rapporto interno, per il quale la parola evoluzione è adeguata. Così pure nessun teologo serio sarà dell’opinione che Dio, il creatore, ripetutamente a livelli intermedi abbia dovuto intervenire quasi manualmente nel processo dello sviluppo. In questo senso, molti attacchi alla teologia riguardanti l’evoluzione sono infondati. Dall’altra parte, sarebbe utile al progresso della conoscenza se anche i rappresentanti delle scienze naturali si mostrassero più apertamente  consapevoli dei problemi e se venisse detto con più chiarezza quante domande a questo proposito restano aperte.
Al riguardo ho sempre considerato esemplare l’opera di Jacques Monodil quale riconosce chiaramente che, in ultima analisi, non conosciamo le vie per cui si formano volta per volta nuovi DNA pieni di senso. Contesto dunque la Sua tesi di pagina 129 secondo cui le quattro tipologie sviluppate da Darwin spiegherebbero perfettamente tutto ciò che riguarda l’evoluzione delle piante e degli animali, compreso l’uomo. D’altra parte, non vorrei tralasciare il fatto che in questo campo esiste molta fantascienza; ne parlerò altrove. Inoltre, nel suo libro “Prinzip Menschlichkeit” (Amburgo 2007) lo scienziato medico Joachim Bauer di Friburgo ha illustrato in modo impressionante i problemi del Darwinismo sociale; anche su questo non si dovrebbe tacere.
Il risultato del “Longterm – evolution experiment” di cui Lei parla a pagina 121 non è affatto di ampia portata. La tentata contrazione del tempo rimane, in ultima analisi, fittizia e le mutazioni raggiunte sono di modesta portata. Ma soprattutto l’uomo, come demiurgo, deve sempre di nuovo intervenire col suo apporto – ciò che nell’evoluzione vogliamo proprio escludere. Trovo, inoltre, molto importante che Lei, tuttavia, anche nella Sua “religione” riconosca tre “misteri”: la questione circa l’origine dell’universo, quella circa l’insorgere della vita e quella circa l’origine della conoscenza degli esseri viventi più sviluppati. Ovviamente anche qui vede l’uomo una delle specie di scimmie e con ciò mette sostanzialmente in dubbio la dignità dell’uomo; comunque il sorgere della conoscenza rimane una questione aperta per Lei (pagina 182).

III.
Più volte, Ella mi fa notare che la teologia sarebbe fantascienza. A tale riguardo, mi meraviglio che Lei, tuttavia, ritenga il mio libro degno di una discussione così dettagliata. Mi permetta di proporre in merito a tale questione quattro punti:
1.              E’ corretto affermare che “scienza” nel senso più stretto della parola lo è solo la matematica, mentre ho imparato da Lei che anche qui occorrerebbe distinguere ancora tra l’aritmetica e la geometria. In tutte le materie specifiche la scientificità ha ogni volta la propria forma, secondo la particolarità del suo oggetto. L’essenziale è che applichi un metodo verificabile, escluda l’arbitrio e garantisca la razionalità nelle rispettive diverse modalità.
2.              Ella dovrebbe per lo meno riconoscere nell’ambito storico e in quello del pensiero filosofico, la teologia ha prodotto risultati notevoli.
3.              Una funzione importante della teologia è quella di mantenere la religione legata alla ragione e la ragione alla religione. Ambedue le funzioni sono di essenziale importanza per l’umanità. Nel mio dialogo con Habermas ho mostrato che esistono patologie della religione e – non meno pericolose – patologie della ragione. Entrambe hanno bisogno l’una dell’altra, e tenerle continuamente connesse è un importante compito della teologia.
4.              La fantascienza esiste, d’altronde, nell’ambito di molte scienze. Ciò che Lai espone sulle teorie circa l’inizio e la fine del mondo in HeisenbergSchrodinger ecc., lo designerei come fantascienza nel senso buono: sono visioni e anticipazioni, per giungere ad una vera conoscenza, ma sono, appunto, soltanto immaginazioni con cui cerchiamo di avvicinarci alla realtà. Esiste, del resto, la fantascienza in grande stile proprio anche all’interno della teoria della evoluzione. Il gene egoista di Richard Dawkins è un esempio classico di fantascienza. Il grande Jacques Monod ha scritto delle frasi che egli stesso avrà inserito nella sua opera sicuramente solo di fantascienza. Cito: “La comparsa dei Vertebrati tetrapodi…trae proprio origine dal fatto che un pesce primitivo ‘scelse’ di andare ad esplorare la terra, sulla quale era però incapace di spostarsi se non saltellando in modo maldestro e creando cosìcome conseguenza di una modificazione di comportamento, la pressione selettiva grazie alla quale si sarebbero sviluppati gli arti robusti dei tetrapodi. Tra i discendenti di questo audace esploratore, di questo Magellano dell’evoluzione, alcuni possono correre a una velocità superiore ai 70 Km orari…” (citato secondo l’edizione italiana Il Caso e la necessità, Milano 2001, pag. 117s).

IV.
In tutte le tematiche discusse finora si tratta di un dialogo serio, per il quale io – come ho già detto ripetutamente – sono grato. Le cose stanno diversamente nel capitolo sul sacerdote e sulla morale cattolica, e ancora diversamente sui capitoli su Gesù. Quanto a ciò che Lei dice dell’abuso morale di minorenni da parte di sacerdoti, posso – come Lei sa – prenderne atto solo con profonda costernazione. Mai ho cercato di mascherare queste cose. Che il potere del male penetri fino a tal punto nel mondo interiore della fede è per noi una sofferenza che, da una parte, dobbiamo sopportare, mentre, dall’altra, dobbiamo al tempo stesso, fare tutto il possibile affinché casi del genere non si ripetano. Non è neppure motivo di conforto sapere, secondo le ricerche dei sociologi, la percentuale dei sacerdoti rei di questi crimini non è più alta di quella presente in altre categorie professionali assimilabili. In ogni caso, non si dovrebbe presentare ostentatamente questa deviazione come se si trattasse di un sudiciume specifico del cattolicesimo.
Se non è lecito tacere sul male nella Chiesa, non si deve, però, tacere neppure della grande scia luminosa di bontà e di purezza, che la fede cristiana ha tracciato lungo i secoli. Bisogna ricordare le figure grandi e pure che la fede ha prodotto – da Benedetto di Norcia e sua sorella Scolastica, a Francesco e Chiara d’Assisi, a Teresa d’Avila e Giovanni della Croce, ai grandi santi della carità come Vincenzo de’ Paoli e Camillo de Lellis fino a Madre Teresa di Calcutta  e alle grandi e nobili figure della Torino dell’Ottocento.E’ vero anche oggi che la fede spinge molte persone all’amore disinteressato, al servizio per gli altri, alla sincerità e alla giustizia. Anche Lei non può non sapere quante forme di aiuto disinteressato ai sofferenti si realizzino attraverso il servizio della Chiesa e dei suoi fedeli. Se si togliesse tutto ciò che viene fatto per questi motivi, si verificherebbe un crollo sociale ad ampio raggio. Infine, non si deve neppure tacere della bellezza artistica che la fede ha donato al mondo: da nessuna parte lo si vede meglio che in Italia. Pensi anche alla musica ispirata dalla fede, a cominciare dal canto gregoriano fino a Palestrina, Bach, Mozart, Haydn, Beethoven, BrucknerBrahmsecc.

V.
Ciò che Lei dice sulla figura di Gesù non è degno del Suo rango scientifico. Se Lei pone la questione come se di Gesù, in fondo, non i conoscesse niente e di Lui, come figura storica, nulla fosse accertabile, allora posso soltanto invitarLa in modo deciso a rendersi un po’ più competente da un punto di vista storico. Le raccomando per questo soprattutto i quattro volumi che MartinHengel (esegesi della Facoltà teologica protestante di Tubingen) ha pubblicato insieme con Maria Schwemer: un esempio eccellente di precisione storica e di amplissima informazione storica. Di fronte a questo, ciò che Lei dice su Gesù è un parlare avventato che non dovrebbe ripetere.
Che nell’esegesi siano state scritte anche molte cose di scarsa serietà è, purtroppo, un fatto incontestabile. Il seminario americano su Gesù che Lei cita alle pagine 105s conferma soltanto un’altra volta ciò che Albert Schweitzer aveva notato riguardo alla “Leben-Jesu-Forschung” (Ricerca sulla vita di Gesù) e cioè che il cosi detto “Gesù storico” è per lo più lo specchio delle idee degli autori. Tali forme mal riuscite di lavoro storico, però, non compromettono affatto l’importanza della ricerca storica seria, che ci ha portato a conoscenze vere e sicure circa l’annuncio e la figura di Gesù.
A pagine 104 Lei si spinge fino al punto di porre la domanda se Gesù non sia stato magari uno dei tanti ciarlatani che, con magie e trucchi, hanno sedotto il popolo sprovveduto. E anche se questo è espresso nella forma di una domanda e, grazie a Dio, non appare come tesi, il rispetto di fronte a ciò che per altri è una realtà sacra dovrebbe trattenerLa da ingiurie del genere (cfr. anche l’espressione “sciocca ciarlataneria” a pagina 104).
Inoltre devo respingere con forza la Sua affermazione (pag. 126) secondo cui avrei presentato l’esegesi storico – critica come uno strumento dell’anticristo. Trattando il racconto delle tentazioni di Gesù, ho soltanto ripeso la tesi di Soloviev, secondo cui l’esegesi storico – critica può essere usata anche dall’anticristo – il che è un fatto incontestabile. Al tempo stesso, però, sempre – e in particolare nella premessa del primo volume del mio libro su Gesù di Nazareth – ho chiarito in modo evidente che l’esegesi storico – critica è necessaria per una fede che non propone miti con immagini  storiche, ma reclama una storicità vera e perciò deve presentare la realtà storica delle sue affermazioni anche in modo scientifico. Per questo non è neppure corretto che Lei dica che io mi sarei interessato solo della metastoria: tutt’al contrario, tutti i miei sforzi hanno l’obiettivo di mostrare che il Gesù descritto nei Vangeli è anche il fedele Gesù storico; che si tratta di storia realmente avvenuta.
A questo proposito vorrei far notare anche che la Sua esposizione del “crede ut intellegas” non concorda con la modalità agostiniana del pensare, che mi orienta: per Agostino il “crede ut intellegas” e “l’intellege ut credas”, in un loro modo specifico, vanno inscindibilmente insieme. Al riguardo, vorrei rinviare all’articolo “crede ut intellegas” di Eugene TeSelle nel “Augustinus-Lexicon” (ed. Mayer), vol. 2, Basel 1996 -2002, coll. 116-119. Mi permetto poi di osservare che, in materia di scientificità della teologia e delle sue fonti, Lei dovrebbe muoversi più cautamente con le affermazioni. Menziono un solo esempio. A pagina 109 Lei dice che nella storia dell’acqua del Nilo in sangue (Es 7,17s) corrisponderebbe nel Vangelo di Giovanni la trasformazione dell’acqua in vino durante le Nozze di Cana. Questo, naturalmente, è un nonsenso. La trasformazione dell’acqua del Nilo in sangue è un flagello che, per qualche tempo, sottrasse agli uomini l’elemento vitale dell’acqua per ammorbidire il cuore del faraone. La trasformazione dell’acqua in vino a Cana, invece, è il dono della gioia nuziale che Dio offre in abbondanza agli uomini – è un accenno alla trasformazione dell’acqua della Torah nel vino squisito del Vangelo. Nel Vangelo di Giovanni esiste, sì, la tipologia di Mosè, ma non in questo brano.

Ma cosa dicono “tali forme mal riuscite di lavoro storico” ? “Che nell’esegesi siano state scritte anche molte cose di scarsa serietà è, purtroppo, un fatto incontestabile”. Ma quali?
“Tutta la vita di Cristo è evento di rivelazioneCiò che è visibile nella vita terrena di Gesù conduce al suo mistero invisibile” (CCC 101). Le parole, i miracoli, le azioni, l’intera vita di Gesù Cristo è rivelazione della sua filiazione divina e della sua missione redentrice. Gli evangelisti, avendo conosciuto mediante la fede chi è Gesù, hanno indicato in tutta la sua vita terrena i tratti caratteristici del suo mistero. La rivelazione dei misteri della vita di Cristo, accolta nella fede, ci apre alla conoscenza di Dio e alla partecipazione alla sua stessa vita. Nella liturgia in quanto “esercizio della missione sacerdotale di Gesù Cristo” (SC 7), la Chiesa celebra ciò che professa la nostra fede, affinché possiamo entrare in comunione vera con i misteri di Cristo, con la sua presenza di risorto. Tutto ciò che Cristo ha vissuto, egli fa sì che noi possiamo viverlo in Lui e che egli lo viva in noi” (CCC 521). Una cristologia profonda dimostrerà la continuità fra la figura storica di Gesù Cristo, la professione di fede ecclesiale e la comunione liturgica e sacramentale nei misteri di Cristo.
Ma “forme mal riuscite di lavoro storico” non dimostrano yitale continuità, dando luogo a presentazioni incomplete, quando non deformate, del mistero di Cristo. In alcune opere cristologiche si avvertono le seguenti mancanze:
1.              una metodologia teologica errata, in quanto si pretende  di leggere la Sacra Scrittura a margine della tradizione ecclesiale e con criteri unicamente storico – critici, senza spiegare i presupposti secolaristici di tali criteri né indicarne i limiti;
2.              il sospetto che l’umanità di Gesù Cristo sia minacciata se si afferma la sua divinità
3.              la rottura tra il “Gesù storico” e il “Cristo della fede”, come se quest’ultimo fosse il risultato di differenti esperienze della figura di Gesù, dagli apostoli fino ai nostri giorni;
4.              la negazione del carattere reale, storico e trascendente della risurrezione di Cristo, ridotta a una mera esperienza soggettiva degli apostoli:
5.              l’oscuramento di nozioni fondamentali della professione di fede nel mistero di Cristo quali, tra le altre, la sua preesistenza, la filiazione divina, la coscienza di sé, della sua morte e della sua missione redentrice, della risurrezione, dell’ascensione e della glorificazione.
Alla radice di queste teorie si trova spesso una rottura tra la storicità di Gesù e la professione della fede della Chiesa: si considerano scarsi i dati storici degli evangelisti su Gesù Cristo. Da questa prospettiva, i vangeli sono studiati esclusivamente come testimonianza di fede in Gesù. che non direbbero nulla o molto poco su Gesù stesso e che necessitano pertanto di essere reinterpretati. Inoltre, questa impostazione prescinde dalla tradizione della Chiesa e la emargina. Questo modo di procedere porta a conseguenze difficilmente compatibili con la fede, quali:
  1. svuotare di contenuto ontologico la filiazione divina di Gesù;
  2. negare che nei Vangeli si affermi la preesistenza del Figlio;
  3. considerare che Gesù non ha vissuto la sua passione e morte come missione redentrice, ma come fallimento.
La comprensione errata dell’umanità di Cristo, accompagnata da una metodologia teologica discutibile, procede in parallelo con gli errori sulla Vergine Maria, l’abbandono della dimensione mariana, propria di un’autentica spiritualità cattolica, e della rottura tra la fede celebrata e la fede confessata.
La Lev pubblica come sesto volume dell’Opera omnia Ratzinger, la trilogia del Gesù di Nazareth, una forma riuscita anche di lavoro storico di inesausta ricerca che ha guidato Joseph Ratzinger nella stesura del suo manoscritto. Da sessant’anni i vari temi della cristologia stanno al centro della sua attività e del suo insegnamento come professore universitario, come vescovo e come Papa.

VI.

Con il 19° capitolo del Suo libro torniamo agli aspetti positivi del Suo dialogo con il mio pensiero. Prima, però, mi permetto di correggere ancora un piccolo errore da parte Sua. Nel mio libro non mi sono basato sul “Symbolum Nicaeno-Costantinopolitanum”, il cui testo, Lei, meritevolmente, comunica al lettore, ma sul cosi detto “Symbolum Apostolicum”. Esso si fonda nel suo nucleo sulla professione di fede della città di Roma che poi, a partire dal III secolo, si è diffusa sempre più in Occidente, con diverse piccole varianti. A partire dal IV secolo venne considerato come redatto dagli Apostoli stessi. Nell’Oriente, però, è rimasto sconosciuto.
Ma ora andiamo al Suo 19° capitolo: anche se la sua interpretazione di Giovanni 1,1 è molto lontana da ciò che l’evangelista intendeva dire, esiste tuttavia una convergenza importante. Se Lei, però, vuole sostituire Dio con la “Natura”, resta la domanda, chi o che cosa sia questa natura. In nessun luogo Lei la definisce e appare quindi come una divinità irrazionale che non spiega nulla. Vorrei, però, soprattutto far ancora notare che nella Sua religione della matematica tre temi fondamentali dell’esistenza umana restano non considerati:
-         l’amore
-         la libertà
-         e il male.
Mi meraviglio che Lei con un solo cenno liquidi la libertà che pur è stata ed è il valore portante dell’epoca moderna. L’amore, nel Suo libro, non compare e anche sul male non c’è alcuna informazione. Qualunque cosa la neurobiologia dica o non dica sulla libertà, nel dramma reale della nostra storia essa è presente come realtà determinante e deve essere presa in considerazione. Ma la Suareligione matematica non consoce alcuna risposta alla questione della libertà, ignora l’amore e non ci dà alcuna informazione sul male. Una religione che tralascia queste domande fondamentali resta vuota.
Ill.mo Signor Professore, la mia critica al Suo libro in parte è dura. Ma nel dialogo fa parte della franchezza; solo così può crescere la conoscenza. Lei è stato molto franco e così accetterà che anch’io lo sia. In ogni caso, però, valuto molto positivamente il fatto che Lei, attraverso il Suo confrontarsi con la mia “Introduzione al cristianesimo”, abbia cercato un dialogo così aperto con la fede della Chiesa cattolica e che, nonostante tutti i contrasti, nell’ambito centrale non manchino del tutto le convergenze.
Con cordiali saluti e ogni buon auspicio per il Suo lavoro
Benedetto XVI

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