lunedì 18 novembre 2013

Il compito evangelizzatore esige molta pazienza

Il compito evangelizzatore esige molta pazienza, molta pazienza; cura il grano e non perde la pace per la presenza della zizzania. Sa presentare il messaggio cristiano in maniera serena e graduale, con il profumo del Vangelo, come faceva il Signore. Sa privilegiare, in primo luogo, l’essenziale e più necessario, cioè la bellezza dell’amore di Dio che ci parla anche oggi in Cristo morto e risorto, sacramentalmente, ecclesialmente presente per tutti e per tutto.

“Cari fratelli e sorelle,
Saluto molto cordialmente Voi che partecipate a questo pellegrinaggio – incontro, organizzato dalla Pontificia Commissione per l’America Latina, sotto la protezione di Nostra Signora di Guadalupe. Oltre a trasmettervi il mio affetto, la mia vicinanza e il mio desiderio di essere con Voi, voglio condividere brevemente alcune riflessioni, come contributo a questi giorni di incontro.
Aparecida, propone di mettere la Chiesa in stato permanente di missione, di realizzare  atti di indole missionaria, ma nel contesto più ampio di una missionarietà generalizzata: che tutta l’attività abituale delle Chiese
particolari abbia un carattere missionario. E questo nella certezza che l’uscita missionaria, più che un’attività tra le altre è un paradigma di tutta l’azione pastorale. L’intimità della Chiesa con Gesù è un’intimità itinerante, suppone un uscire da se stessi, un camminare e seminare sempre di nuovo, sempre più in là. “Andiamo altrove a predicare ai villaggi vicini, perché per questo sono venuto”, diceva il Signore. E’ vitale per la Chiesa non chiudersi, non sentirsi già soddisfatta e sicura con quello che ha raggiunto. Se succede questo, la Chiesa si ammala, si ammala di abbondanza immaginaria, di abbondanza superflua, in certo modo “fa indigestione” e si debilita. Bisogna uscire dalla propria comunità e avere l’audacia di arrivare alle periferie esistenziali che hanno bisogno di sentire la vicinanza di Dio. Lui non abbandona nessuno e mostra sempre la Sua tenerezza e la Sua misericordia inesauribile, quindi, questo è ciò che bisogna portare a tutta la gente.
Un secondo punto: l’obiettivo di tutta l’attività pastorale è sempre orientato dall’impulso missionario di arrivare a tutti, senza escludere nessuno e tenendo in gran considerazione le circostanze di ognuno. Si deve arrivare a tutti e si condividerà la gioia di essersi incontrati  con Cristo. Non si tratta di andare come chi impone un nuovo obbligo, come chi si limita al rimprovero o al lamento dinnanzi a quel che si considera imperfetto o insufficiente. Il compito evangelizzatore esige molta pazienza, molta pazienza; cura il grano e non perde la pace per la presenza della zizzania. E sa anche presentare il messaggio cristiano in maniera serena e graduale, con il profumo del Vangelo, come faceva il Signore. Sa privilegiare, in primo luogo, l’essenziale e più necessario, cioè la bellezza dell’amore di Dio che ci parla in Cristo morto e risorto. Dall’altra parte, deve sforzarsi di essere creativo nei suoi metodi, non possiamo rimanere rinchiusi nel luogo comune del “si è sempre fatto così”.
Terzo: chi conduce la pastorale nella Chiesa particolare è il vescovo e fa come il pastore che conosce per nome le sue pecore, le guida con vicinanza, con tenerezza, con pazienza, manifestando effettivamente la maternità della Chiesa e la misericordia di Dio. L’atteggiamento del vero pastore non è quello del principe o del mero funzionario attento principalmente alla disciplina, alle regole, ai meccanismi organizzativi. Questo porta sempre ad una pastorale distante dalla gente, incapace di favorire ed ottenere l’incontro con Cristo e l’incontro con i fratelli. Il popolo di Dio a lui affidato ha bisogno che il Vescovo vegli per lui, prendendosi cura soprattutto di quello che lo mantiene unito e promuove la speranza nei cuori. Ha bisogno che il Vescovo sappia discernere, senza spegnerlo, il soffio dello Spirito Santo che viene da dove vuole, per il bene della Chiesa e la sua missione nel mondo.
Quarto: questi atteggiamenti del Vescovo, devono anche essere partecipati molto profondamente da altri agenti di pastorale, soprattutto dai presbiteri. La tentazione del clericalismo, che tanto danno fa alla Chiesa in America Latina, è un ostacolo per lo sviluppo della maturità e della responsabilità cristiana di buona parte del laicato. Il clericalismo implica un atteggiamento autoreferenziale, un atteggiamento di gruppo, che impoverisce la proiezione verso l’incontro con il Signore, che ci fa discepoli, e verso gli uomini che aspettano l’annuncio. Perciò, credo che sia importante, urgente, formare ministri capaci di prossimità, di incontro, che sappiano infiammare il cuore della gente, camminare con loro, entrare in dialogo con le sue speranze ed i suoi timori. Questo lavoro, i vescovi non lo possono delegare. Lo devono assumere come qualcosa di fondamentale per la vita della Chiesa, senza risparmiare sforzi, attenzioni e accompagnamento. Inoltre, una formazione di qualità richiede strutture solide e durature che preparino ad affrontare le sfide dei nostri gironi e a portare la luce del Vangelo alle diverse situazioni che i presbiteri, i consacrati ed  i laici incontreranno nella loro azione pastorale.
La cultura di oggi esige una formazione seria, bene organizzata. Ed io mi chiedo se abbiamo la capacità autocritica sufficiente per valutare i risultati di seminari molto piccoli, con carenza di personale formativo sufficiente.
Voglio dedicare alcune parole alla vita consacrata. La vita consacrata nella Chiesa è un fermento. Un fermento di quello che vuole il Signore, un fermento che fa crescere la Chiesa verso l’ultima manifestazione di Cristo Gesù. Chiedo ai consacrati e alle consacrate di essere fedeli al carisma ricevuto. Che nel loro servizio alla Santa Madre Chiesa gerarchica, non lascino svanire quella grazia che lo Spirito Santo diede ai loro fondatori e che devono trasmettere in tutta la sua integrità. E questa è la grande profezia dei consacrati, quel carisma dato per il bene della ChiesaAndate avanti con questa fedeltà creativa al carisma ricevuto per servire la Chiesa.
Cari fratelli e sorelle, molte grazie per ciò che fate per questa missione continentale. Ricordate che avete ricevuto il Battesimo, che vi ha trasformato in discepoli del Signore. Ma ogni discepolo è, a sua volta, missionario. Benedetto XVI diceva che sono le due facce della stessa medaglia. Vi prego, come padre e fratello, in Gesù Cristo, che vi facciate carico della fede che avete ricevuto nel Battesimo. E, come fecero la mamma e la nonna di Timoteo, trasmettete la fede ai vostri figli e nipoti, e non solo a loro. Questo tesoro della fede non è dato per uso personale. E’ per donarlo, per trasmetterlo, e così crescerà. Fate conoscere il nome di Gesù. E se fate questo, non vi meravigliate che in pieno inverno fioriscano le rose di CastillaPerché sapete, sia Gesù sia noi abbiamo la stessa Madre” (Papa Francesco, Messaggio ai Partecipanti al pellegrinaggio – incontro presso il Santuario Signora di Guadalupe, 16 -19 novembre 2013).

Ma chi sono io per giudicare?”. Da Papa Francesco applicato all’omosessuale, ma secondo la morale cristiana applicabile a tutti coloro  che cercano il Signore e hanno buona volontà” di tentare e ritentare anche senza riuscire con la fede che affidandosi a Cristo, Lui porterà a compimento. E’ l’applicazione di Papa Francesco  del principio di non giudicare le persone ma le azioni. E a conferma di questo è stata pubblicata in www.chiesa una lettera del 2010 al presidente della Commissione per i laici della Conferenza episcopale argentina alla vigilia della discussione nel parlamento della legge che avrebbe autorizzato il matrimonio dello stesso sesso e la loro facoltà di adottare bambini.
Caro Justo
La Commissione episcopale per i laici della Conferenza episcopale argentina, nell’esercizio della libertà propria di tutti i cittadini, ha preso l’iniziativa di organizzare una manifestazione contro la possibile approvazione di una legge sul matrimonio fra persone dello stesso sesso, riaffermando al contempo la necessità che ai bambini sia riconosciuto il diritto di avere un padre e una madre, necessari per la loro crescita ed educazione. Con questa lettera desidero dare il mio appoggio a questa espressione di responsabilità del laicato.
So, perché me lo avete detto, che non sarà un evento contro nessuno, perché non vogliamo giudicare quanti pensano e sentono in modo diverso. Senza dubbio, più che mai, di fronte al bicentenario (dell’Argentina) e con la certezza di costruire una nazione che deve includere la pluralità e la diversità dei suoi cittadini, sosteniamo chiaramente che non si può considerare uguale quello che è diverso e che in una convivenza sociale è necessario accettare le differenze.
Non si tratta di una questione di semplice terminologia o di convenzioni formali relative a una relazione privata, ma di un vincolo di natura antropologica. L’essenza dell’essere umano tende all’unione dell’uomo e della donna come realizzazione reciproca, come attenzione e cura, come cammino naturale verso la procreazione. Questo conferisce al matrimonio la sua elevatezza sociale e il suo carattere pubblico. Il matrimonio precede lo stato ed è in base alla famiglia, che è cellula della società precedente ad ogni legislazione e precedente perfino alla Chiesa. Da questo deriva che l’approvazione del progetto di legge in discussione significherebbe un reale e grave regresso antropologico.
No, il matrimonio di un uomo e di una donna non è la stessa cosa dell’unione di due persone delle stesso sesso. Distinguere non è discriminare, al contrario è rispettare. Differenziare per discernere è valutare in modo proprio, non è discriminare. In un’epoca in cui si insiste tanto sulla ricchezza del pluralismo e della diversità culturale e sociale, è davvero contraddittorio minimizzare le differenze umane fondamentali. Un padre e una madre non sono la stessa cosa. Non possiamo insegnare alle future generazioni che è la stessa cosa prepararsi a un progetto di famiglia assumendo l’impegno di una relazione stabile tra uomo e donna e convivere con una persona dello stesso sesso.
Stiamo attenti a che, cercando, di mettere davanti un preteso diritto degli adulti che lo nasconde, non ci capiti di lasciare da parte il diritto prioritario dei bambini – gli unici che devono essere privilegiati – a fruire di modelli di padre e di madre, ad avere un papà e una mamma”.
Credo che una chiarezza dottrinale e sociale simile lo pone al riparo di qualsiasi relativismo. Però, ed è il significato di “chi sono io per giudicare chi cerca il Signore e ha buona volontà,: “Ti affido un incarico: da parte vostra,nel linguaggio ma anche nel cuore, non ci siano aggressività e violenza contro nessun fratello. I cristiani si comportano come servitori di una verità, non come suoi padroni. Prego il Signore che con la sua mansuetudine – quella mansuetudine che chiedo a tutti voi – vi accompagni nell’evento”.
Questa è l’anima del messaggio e della direttiva  e di una conversione pastorale urgente da parte di tutta la Chiesa.

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