mercoledì 23 ottobre 2013

È un prete aperto secondo Papa Francesco

“Vi scrivo questa lettera animato dal desiderio di esortarvi, come pastore e come fratello, a spalancare le porte al Signore: la porta del cuore, della mente, delle nostre chiese, tutte quelle della nostra vita. È un gesto cristiano, nonché un compito sacerdotale” (Papa Francesco)


“Il Vangelo ci racconta che Gesù ha compiuto spesso questo gesto. All’inizio della sua missione, a Nazareth, presentandosi in sinagoga aprì il rotolo del profeta Isaia (Lc 4,17); e in un modo simile si conclude il libro dell’Apocalisse: come l’agnello immolato, come il leone della tribù di Giuda, egli è l’unico “degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli” (Ap 5,2). Gesù risorto è colui che “aprì…la mente” dei discepoli di Emmaus“per comprendere le Scritture” (Lc 24,45), e di cui loro dicono: “Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le
Scritture?” (ivi, 32). L’apertura alla Parola è inoltre accompagnata da alcuni miracoli: “Due ciechi lo seguirono….Allora toccò loro gli occhi e disse: “Avvenga per voi secondo la vostra fede”. E si aprirono loro gli occhi” (Mt 9,27-30); “Gli portarono un sordomuto …e gli disse: Effatà”,cioè: “Apriti!”. E subito gli si aprirono gli orecchi” (Mc 7,32-35). Nelle parabole, quando Gesù “apre la bocca”, si spalanca il Regno dei cieli: “Si mise a parlare e insegnava loro” (Mt 5,2); “Aprirò la mia bocca con parabole” (Mt 13,35). Quando Gesù si umilia e si fa battezzare, quando i dispone in preghiera (Lc 3,21), si apre il cielo e risuona la voce affettuosa del Padre: “Questi è il Figlio mio, l’amato” (Mt 3,17). Il Signore stesso ci esorta: “Bussate e vi sarà aperto” (Lc 11,9), e la Chiesasupplica “perché Dio ci apra la porta della Parola” (Col 4,3), dal momento che “quando egli apre nessuno chiude” (Ap 3,7). L’invito chiaro e definitivo, che concentra in sé tutti i gesti di apertura personale del Signore, è espressa nella lettera alla Chiesa di Laodicea: “Se qualcuno…mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (ivi, 20).
Al giorno d’oggi, l’apertura è considerata un valore, sebbene talvolta venga mal interpretata. “E’ un prete aperto” dice legente, in opposizione a “un prete chiuso”. Come ogni valutazione, dipende da chi la fa. A uno sguardo superficiale, una persona aperta potrebbe sembrare una che lascia correre o che sa fare, che non è “rigida”. Ma dietro gli atteggiamenti puramente esteriori si cela sempre un’essenza profonda, e la gente la percepisce. Un sacerdote aperto, in quest’ottica, è un sacerdote capace di ascoltare gli altri, pur rimanendo saldo nelle proprie convinzioni. Una volta un uomo semplice, che viveva in campagna, descrisse il suo sacerdote con una frase incisiva: “E’ un prete che parla con tutti”. Intendeva dire che non prendeva mai le parti di nessuno. Lo colpiva il fatto che fosse in grado di relazionarsi con chiunque, perciò lo distingueva  sia da chi discute volentieri solo con alcune persone, sia da coloro che sembrano andare d’accordo con tutti perché danno sempre ragione a chi hanno di fronte.
Questo accade perché l’apertura è strettamente legata alla fedeltà. Ed è proprio quest’ultima l’unico valore attraverso cui, da una parte si spalanca la porta del cuore alla persona amata e, dall’altra, la si chiude davanti a tutto ciò che potrebbe minacciare il proprio amore. Di conseguenza, aprire la porta al Signore significa aprirla a coloro che Egli ama: i poveri, gli emarginati, i peccatori, tutti coloro che camminano sulla cattiva strada. In definitiva, ogni essere umano. E chiuderla agli “idoli”: alla lusinga facile, la gloria mondana, la concupiscenza, il potere la ricchezza, la maldicenza e, nella misura in cui incarnano tutti questi disvalori, le persone che vogliono entrare nel nostro cuore o nelle nostre comunità per imporli.
L’atteggiamento di apertura o chiusura, oltre che animato dalla fedeltà, lo deve essere anche dalla testimonianza. E’ nostro compito infatti annunciare che l’ultimo giorno la porta si aprirà solo per alcuni: i benedetti dal Padre, coloro che hanno dato da mangiare agli affamati e da bere agli assetati, che hanno atteso il Signore con speranza e fiducia e tradotto in opere la Parola di Dio. Al contrario, si chiuderà per quelli che non hanno offerto il loro aiuto a chi ne aveva bisogno, che non si soni disposti con animo accogliente alla venuta di Dio, che hanno invocato il Signore ma non l’hanno amato con le loro opere.
L’apertura, dunque, non si professa con le parole, bensì con i gesti. Di solito la gente, riferendosi ai sacerdoti, traduce questo concetto distinguendo il prete che “c’è sempre” da quello che “non c’è mai” (spesso smorzando i toni con preambolo comprensivo: “So che lei è sempre molto impegnato, padre…”). L’apertura evangelica si manifesta nei luoghi di ingresso: sulla porta delle chiese, ad esempio, che non dovrebbero rimanere chiuse troppo a lungo, per invitare i fedeli ad entrare. Oppure tenendo aperta la “porta” del telefono, talvolta considerato un mezzo obsoleto nel nostro mondo dominato dalle più avanzate tecnologie, ma che comunque possiede ancora un grande valore comunicativo.
Queste porte, tuttavia, sono sostanzialmente esterne e “mediatiche”, semplici propaggini dell’autentica porta: il nostro viso, i nostri cocchi, il nostro sorriso, il coraggio di andare incontro al prossimo. All’interno del confessionale, l’apertura si rivela attraverso il saluto, o il modo di ricevere il penitente, soprattutto colui che ci rivolge uno sguardo timido e si affaccia alla soglia titubante. Dobbiamo riservare ai fedeli un’accoglienza cordiale e calorosa, in grado di far schiudere l’anima che il Signore, da parte sua, ha già spinto ad accostarsi alla confessione. Al contrario, un’accoglienza fredda e sbrigativa agisce da disincentivo.
Per approfondire la riflessione sulla nostra capacità di apertura possiamo ricorrere alla bellissima immagine della casa. Alcune sono aperte, ospitali perché “sono in pace” ed emanano il calore del focolare domestico. Non sono né così ordinate da metterci in soggezione anche solo quando ci si deve accomodare a sedere (per non parlare di accendersi una sigaretta o mangiare qualcosa), né tanto caotiche da farci sentire in imbarazzo per i padroni di casa. Con il cuore accade la stessa cosa: un cuore che ha spazio per il Signore, lo ha anche per gli altri. In caso contrario, esso si riduce alla misura del proprio nervosismo, del proprio entusiasmo o della propria stanchezza. Il Signore è come i postulanti: si avvicina senza essere chiamato e insiste un po’,ma se non lo tratteniamo se ne va. E’ facile allontanarlo ad noi: basta affrettare il passo, come facciamo con i mendicanti, oppure rivolgere lo sguardo in un’altra direzione, come ci capita spesso in metropolitana quando i bambini ci si accostano per darci un santino.
L’apertura verso gli altri, quindi, va di pari passo con la nostra apertura al Signore. E’ Lui l’unico che, se lo accogliamo, è in grado di creare nel nostro cuore uno spazio per l’amore che ci rende ospitali nei confronti del prossimo. E’ proprio questo il compito di Gesù risorto, presente: entrare nel cenacolo chiuso, che, in quanto casa, è uno specchio del cuore, e aprirlo spazzando via ogni timore e donandoci la pace. Nella Pentecoste lo Spirito riempie di calore i cuori degli apostoli, trasformandoli in spazi aperti a tutti, in Chiesa che si configura come l’accogliente dimora del Padre misericordioso. La nostra condotta, dunque, deve rispecchiare quella del Signore, e non quella messa in atto dai figli protagonisti della parabola del figliol prodigo: non del minore, che approfitta dell’apertura per fuggire, né del maggiore, convinto, con il suo atteggiamento di chiusura, di tutelare l’eredità familiare persino meglio di quanto potrebbe fare suo padre.
Aprite le porte al Signore! E’ questo l’invito che oggi rivolgo a tutti i sacerdoti dell’arcidiocesi. Non abbiate timore di spalancare le porte del vostro cuore e quelle delle vostre chiese. Fatelo al mattino, con la preghiera, per ricevere lo Spirito che vi riempirà della pace e della gioia necessarie a svolgere al meglio il vostro impegno di pastori del popolo di Dio; durante il corso della giornata, affinché il figli prodighi si sentano attesi e accolti; e quando scende la sera, di modo che il Signore vi si avvicini, pervada il vostro spirito e non vi lasci mai soli.
Rivolgete inoltre un pensiero costante a colei che “è” la porta del cielo, il cui cuore è stato aperto con una lama affilata e si fa carico di tutte le pene; l’umile serva del Padre che sa aprirsi completamente nella gloria; colei che accorre prontamente a visitare e consolare i bisognosi; che, con la sua tenerezza, è in grado di trasformare la più infima capanna nella casa di Dio; che vigila sempre affinché non manchi mai il vino sulla nostra tavola; che sa aspettare in disparte per consentire al Signore di istruire il suo popolo; che è sempre presente là dove gli uomini ergono croci e condannano a morte i suoi figli. La nostra Signore è Madre, e in quanto tale, spalanca i cuori dei propri figli: grazie alla sua benevola intercessione Dio perdona ogni peccato nascosto, basta una sua parola per aprire tutti i chiavistelli, i timori per la nostra missione si disispannano se lei ci accompagna lungo il cammino.
A lei rivolgo la preghiera di benedire tutti noi, sacerdoti di questa arcidiocesi, e di insegnarci, di giorno in giorno, con la sua tenerezza di madre, ad aprire le porte del Redentore.
Con affetto fraterno” (Jorge Mario Bergoglio Papa Francesco, E’ l’Amore che apre gli occhi, pp.236 – 241).

Il Rettore della Pontificia Università Cattolica d’Argentina (PUCA), Victor Fernandez, teologo molto vicino al Santo Padre, in un’intervista al quotidiano Repubblica del 22 ottobre 2013 indica alcune prospettive dell’azione pastorale di papa Francesco, prima fra tutte “Presentare i precetti di dottrina morale della Chiesa fuori dell’orizzonte di fede significa togliere il cuore del messaggio di Cristo”. “Francesco pensa che una Chiesa che vuole uscire da se stessa e raggiungere tutti deve adattare il modo di predicare”. Per questo applica un criterio proposto dal Concilio Vaticano II: “La ‘gerarchia delle verità’”.”Molte volte, i precetti di dottrina morale della Chiesa vengono proposti fuori dall’orizzonte di fede che dà loro significato e quindi non manifestano per intero il cuore del messaggio di Gesù Cristo”.
L’arcivescovo precisa: “Per esempio, se un parroco lungo l’anno liturgico parla dieci volte di morale sessuale e soltanto due o tre volte dell’amore fraterno o della giustizia, vi è una sproporzione”. Stesso discorso aggiunge: “Se parla spesso contro il matrimonio fra omosessuali e poco della bellezza del matrimonio sacramento”. Infatti, se l’invito “non brilla con forza e appeal, la morale della Chiesa rischia di diventare come un castello di cartaE qui risiede il nostro più grande pericolo”.
In merito alle caratteristiche di papa Francesco, il direttore della PUCA, spiega: “Senza dubbio egli rimane al di fuori delle discussioni teoriche sul Concilio perché semplicemente interessato a continuare lo spirito di rinnovamento e riforma che vien dal ConcilioIn questo senso si pone fuori da ogni ossessione ideologica, senza pause o giravolte, con l’intenzione di portare la Chiesa fuori da se stessa così da raggiungere tutti”Cita spesso dell’Evangelii nuntiandi: “La ragione d’essere e di operare della Chiesa è annuncio-memoria della presenza viva di Gesù Cristo per tutti e per tutto”.
Quanto alle relazioni, a volte difficili, tra Bergoglio e la presidente argentina Cristina de Kirchner, l’arcivescovo ridimensiona, spiegando che le sue omelie sono state spesso interpretate in chiave politica quando in realtà nessun politico può affermare “di aver avuto Bergoglio come proprio alleato politico, sia di sinistra sia di destra”. Il presule ampia poi l’orizzonte della problematica: “Penso infatti che chiunque ha una qualche forma di potere, anche di potere ecclesiastico, non può non sentire su di sé lo “sperone” di Bergoglio, come una spina nel fianco, perché egli è e sarà sempre l’interprete di coloro che non hanno potere”.
Mons. Fernandeza poi ricorda: “Nel 2000 Bergoglio ha espresso un suo grande auspicio: “Che il potere non sia un privilegio inespugnabile”E ciò vale per un presidente, un governatore, un uomo d’affari, un cardinale, e anche per i membri della Curia Romana”.
Il teologo vicino al Papa ha parlato anche della predicazione del Pontefice sulla povertà: “Il suo non è un amore del sacrificio fine a se stesso né un’ossessione per l’austerità ma una “spoliazione interiore” in modo da “mettere Dio e gli altri al centro della propria vita e non se stessi” Fernandez precisa poi che “aBergoglio non piacciono i sacerdoti principi o i vescovi “daaereoporto”, o gli eccelsiastici che amano le vacanze troppo costose, le cene nei migliori ristoranti, i preziosi d’oro e d’argento ostentati sui capi di abbigliamento, le continue visite a persone potenti”.
In merito alla riforma della Curia Romana, il teologo afferma che il punto più importante non è tanto la semplificazione della struttura, “ma lo sviluppo di altre forme di partecipazione (sinodi, conferenze episcopali, consultazione dei laici, ecc.) che negli ultimi tempi sono state più formali che reali”.

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