mercoledì 23 ottobre 2013

Dignità trascendente dei figli di Dio‏


Questi i contenuti della fede teologico –apostolica, ben di più della moderna fede religiosa teorizzata da Kant nei puri limiti della ragione umana. L’azione di Dio, inaugurata con la creazione al cui vertice si trova l’uomo plasmato a sua immagine e somiglianza – con cui stabilisce un rapporto di amore e che ha raggiunto il suo punto più alto con l’incarnazione del Figlio -, deve culminare in una piena realizzazione di questa unione a livello universale. L’intero creato deve essere partecipe della comunione definitiva di Dio, iniziata con Cristo risorto. Ci dirigiamo dunque verso una fine che è conclusione positiva dell’opera amorosa di Dio, la quale non è il risultato diretto dell’azione umana, bensì un’azione salvifica del Signore, il compimento dell’opera d’arte che Lui stesso ha cominciato e alla quale ha voluto che noi contribuissimo. Il senso ultimo della nostra esistenza si risolve quindi nell’incontro personale e comunitario con il Dio – Amore, che va persino oltre la morte.

“E quale potrebbe essere il principio cardine di questa nuova antropologia cristiana (nell’orizzonte della fede teologica e non semplicemente nella moderna fede religiosa) ? La consapevolezza dei cittadini, diranno alcuni. La solidarietà. La coscienza del popolo. Io propongo invece di ricondurlo alla sua origine, per quanto possa essere debole e romantica: l’amore, che è proprio delle chiavi della dignità trascendente dell’individuo.
Eccoci dunque alla dimensione ultima della trascendenza umana. Non basta realizzare e vivere una nuova coscienza ecologica che superi qualsiasi riduzione determinista della
natura e alla biologia da un lato e una nuova coscienza umanistica e solidale, che si opponga all’aridità dell’egoismo individualista edeconomicista, dall’altro. Noi uomini e donne che viviamo sulla terra auspichiamo un mondo nuovo, che con ogni probabilità non vedremo realizzarsi sotto i nostri occhi nella sua pienezza; eppure dobbiamo desiderarlo, cercarlo, immaginarlo. Secondo uno scrittore latinoamericano, noi abbiamo due occhi: uno di carne e l’altro di vetro. Con quello di carne guardiamo ciò che vediamo, mentre con quello di vetro guardiamo ciò che sogniamo. Povero l’uomo che si preclude la possibilità di sognare, che si arrocacontro le utopie! L’apertura alla speranza è parte integrante della dignità trascendente dell’individuo.
Dobbiamo considerare la speranza non come una mera “consolazione spirituale”, una distrazione dai compiti di responsabilità che richiedono la nostra attenzione, bensì come una dinamica che ci slega da ogni determinismo e da ogni ostacolo affinché possiamo costruire un mondo fatto di libertà e affrancare a nostra volta la storia dalle catene dell’egoismo, dell’inerzia e   dell’ingiustizia dalle quali ci lasciamo imprigionare con tanta facilità. Si tratta di una fiduciosa apertura al futuro, grazie alla quale possiamo comprendere che le sconfitte di oggi non sono definitive, né lo sono i successi, evitando così di cedere, in un caso, allo sconforto e, nell’altro, alla sclerosi del conformismo. La libertà ci rivela la nostra condizione di esseri incompiuti, sempre aperti al futuro, costantemente in cammino. Inoltre ci dona la coscienza credente, la certezza di un Dio che entra nella nostra vita e ci accompagna passo passo lungo la strada.
La consapevolezza della  trascendenza come apertura è imprescindibile per gli educatori. Educare infattisignifica scommettere sul futuro. E il futuro si basa sulla speranza.
Ma l’antropologia cristiana va oltre. Per il credente l’apertura non consiste solo in una sorta di indeterminatezza riguardo le finalità della nostra storia personale e collettiva. Esiste infatti il rischio, pericolosissimo, di superare lo sconforto e il conformismo cadendo in un relativismo che ci priva di qualsiasi capacità di valutare, giudicare o scegliere. Non si tratta quindi di costruire un mondo nuovo senza garanzie per il futuro né memoria del nostro passato, ma di edificarlo su basi solide, che non siano lasciate alla mercé del caso, delle ispirazioni del momento o dei risultati, né in balìa delle coincidenze o di coloro che hanno la forza di imporsi sugli altri.
La trascendenza rivelataci dalla fede ci svela inoltre che la storia possiede un senso ultimo e procede verso una fine. L’azione di Dio, inaugurata con la creazione al cui vertice si trova l’uomo plasmato a sua immagine e somiglianza – con cui stabilisce un rapporto di amore e che ha raggiunto il suo punto più alto con l’incarnazione del Figlio -, deve culminare in una piena realizzazione di questa unione a livello universale. L’intero creato deve essere partecipe della comunione definitiva con Dio, iniziata con Cristo risorto. Ci dirigiamo dunque verso una fine che è conclusione positiva dell’opera amorosa di Dio, la quale non è il risultato diretto dell’azione umana, bensì un’azione salvifica del Signore, il compimento dell’opera d’arte che Lui stesso ha cominciato e alla quale ha voluto che noi contribuissimo. Il senso ultimo della nostra esistenza si risolve quindi nell’incontro personale e comunitario con il Dio – Amore, che va persino oltre la morte.
Noi cristiani sappiamo che non siamo tutti uguali. Non siamo soli nell’universo. Questo concetto, all’appartenenza così “spirituale”, può però avere dei risvolti concreti e dare luogo a un cambiamento radicale nel nostro modo di vivere, nei nostri progetti, nei valori in cui crediamo.
Certo, non tutti concordano con le nostre convinzioni riguardo il senso teologico della storia umana,tuttavia questo non è un buon motivo per mutare il significato che esse danno alla nostra azione. Anche se molti dei nostri fratelli non partecipano al nostro credo, non vuol dire che la nostra professione di fede sia meno importante. Al contrario, è fondamentale, sia per noi sia per loro, che pure ne sono ignari, perché grazie al nostro cammino stiamo collaborando alla venuta del Regno per tutti, anche per coloro che non sono in grado di riconoscerlo nei segni ecclesiali.
La fiducia nell’azione escatologica di Dio, che instaurerà il suo Regno alla fine dei secoli, ha un effetto diretto sul nostro modo di vivere e di agire all’interno della società. Essa ci impedisce di cadere in qualunque genere di conformismo, ci priva di giustificazioni a ogni possibile accomodamento o “ripiegamento”. Ci svela che ci sarà un “giudizio” e che esso comporterà il trionfo della giustizia, dell’amore, della fratellanza e della dignità di ogni essere umano, a partire dai più deboli e indifesi. Per questo non possiamo fingerci distratti. Sappiamo da che parte dobbiamo stare tra le alternative che ci vengono proposte, tra l’osservare le leggi o eluderle con indifferenza, tra dire la verità o manipolarla secondo la nostra convenienza, tra aiutare il bisognoso che incontriamo lungo il cammino o lasciarlo al suo destino, tra occupare il posto che ci spetta nella lotta per la giustizia e il bene comune, secondo le possibilità e le competenze di ciascuno, oppure “ritirarci olimpicamente” isolandoci dalla realtà. In ogni dilemma quotidiano, tra l’una e l’altra opzione, sappiamo quale scegliere. E visti i tempi  in cui viviamo, non è cosa da poco” (Jorge Mario Bergoglio Papa Francesco, E’ l’amore che apre gli occhi, Rizzoli Corriere della Sera, pp 78-81).

Qui troviamo, come nelle catechesi del mercoledì da Papa, una trattazione teologica essenziale, precisa, completa della fede  della Chiesa sull’antropologia cristiana. Nell’incertezza di questo periodo storico e di questa società la chiarezza e la bellezza della fede cattolica sono ciò che rendono luminosa la vita dell’uomo anche oggi in cui la questione uomo diventa il problema principale. Tanto più se presentata da un testimone entusiasta ed entusiasmante.
Diverso lo stile delle omelie, degli interventi pastorali, delle interviste, delle lettere.  Al direttore di Civiltà Cattolica che gli ha chiesto “Quale punto della spiritualità ignaziana lo aiuta meglio a vivere il suo ministero?” Papa Francesco ha risposto: “Il discernimento. Il discernimento è una delle cose che più ha lavorato interiormente sant’Ignazio. Per lui è uno strumento di lotta per conoscere meglio il Signore e seguirlo più da vicino. Mi ha sempre colpito una massima con la quale viene descritta la visione di sant’Ignazio: Non coerceria maximo, sed continere  a minimo divinum est. Ho molto riflettuto su questa frase in ordine al governo, ad essere superiore: non essere ristretti nello spazio più grande, ma essere in grado di stare nello spazio più ristretto. Questa virtù del grande e del piccolo è la magnanimità, che dalla posizione in cui siamo ci fa guardare sempre l’orizzonte. E’ fare le cose piccole di ogni giorno con un cuore grande e aperto a Dio e agli altri. E’ valorizzare le cose piccole all’interno di grandi orizzonti, quelli del Regno di Dio. Questa massima offre i parametri per assumere una posizione corretta per il discernimento, per sentire le cose di Dio a partire ‘dal suo punto di vista’.  Per sant’Ignazio i grandi principi devono essere incarnati nelle circostanze di luogo, di tempo e di persone. A suo modo Giovanni XXIII si mise in questa posizione di governo quando ripeté la massima Omnia videre, multa dissimulare, pauca corrigere, perché pur vedendo omnia, la dimensione massima, riteneva di agire su pauca, su una dimensione minima. Si possono avere grandi progetti e realizzarli agendo su poche minime cose. O si possono usare mezzi deboli che risultano più efficaci di quelli forti…questo discernimento richiede tempo..”.
Quello che Papa Francesco, anche nella scelta dei collaboratori, ritiene non adatti sono coloro che si trincerano nel loro piccolo mondo emettendo giudizi amari sulle condizioni in cui versa la società, scettici a priori e si complimentano con se stessi per la loro chiarezza dottrinale assolutizzando il logos senza la tensione del connubio con l’agape, sono battaglieri per la loro incorruttibile difesa della verità che alla fine conduce solo alla loro soddisfazione personale. Attende uomini che lasciano messaggi positivi vivendo in pienezza e facendosi testimoni di un nuovo modo di essere uomini e donne nell’orizzonte della fede cattolica. Questo allargamento allo stile pastorale, senza omettere quello magisteriale come la Lumen fideila catechesi del mercoledì, gli interventi a gruppi particolari, lo avvicina alla gente semplice e dispiace che ci siano certe reazioni di intellettuali anche ortodossi. Bisognerebbe non dimenticare l’elemento sacramentale cioè Cristo che agisce attraverso di lui per tutta la Chiesa.

Nessun commento:

Posta un commento