mercoledì 18 settembre 2013

Un discorso profetico di Benedetto XVI


Il mondo con tutte le sue nuove speranze e possibilità è, al tempo stesso, angustiato dall’impressione che il consenso morale si stia dissolvendo, un consenso senza il quale le strutture giuridiche e politiche non funzionano; di conseguenza, le forze mobilitate per la difesa di tali strutture sembrano essere destinate all’insuccesso.

ExcitaDominepotentiam tuamet veni” –con queste e simili parole la liturgia dellaChiesa
 prega ripetutamente nei giorni dell’Avvento. Sono invocazioni formulate probabilmente nel periodo del tramonto dell’Impero Romano. Il disfacimento degli ordinamenti portanti del diritto e degli atteggiamenti morali di fondo, che ad essi davano forza, causavano la rottura degli argini che fino a quel
momento avevano protetto la convivenza pacifica tra gli uomini. Un mondo stava tramontando. Frequenti cataclismi naturali aumentavano ancora questa esperienza di insicurezza. Non si vedeva alcuna forza che potesse porre un freno a tale declino. Tanto più insistente era l’invocazione della potenza propria di Dio: che Egli venisse a proteggere gli uomini da tutte queste minacce.
ExcitaDominepotentiam tuamet veni”:Anche oggi abbiamo motivi molteplici per associarci a questa preghiera di Avvento della Chiesa. Il mondo con tutte le sue nuove speranze e possibilità è, al tempo stesso, angustiato dall’impressione che il consenso morale si stia dissolvendo, un consenso senza il quale le strutture giuridiche e politiche non funzionano; di conseguenza, le forze mobilitate per la difesa di tali strutture sembrano essere destinate all’insuccesso.
Excita – la preghiera ricorda il grido rivolto al Signore, che stava dormendo nella barca dei discepoli sbattuta dalla tempesta e vicina ad affondare. Quando la sua parola potente ebbe placato la tempesta, Egli rimproverò i discepoli per la loro poca fede (Mt 8,26).Voleva dire: in voi stessi la fede ha dormito. La stessa cosa vuol dire anche a noi. Anche in noi tanto spesso la fede dorme.PreghiamoLo dunque di svegliarci dal sonno di una fede divenuta stanca e di ridare alla fede il potere di postare i mondi – cioè di dare l’ordine giusto alle cose del mondo.
ExcitaDominepotentiam tuamet veni”:nelle grandi angustie, alle quali siamo stati esposti…Solo la verità salva. Dobbiamo interrogarci su che cosa possiamo fare per riparare il più  possibile l’ingiustizia (della pedofilia commessa dai  sacerdoti) avvenuta. Dobbiamo chiederci che cosa era sbagliato nel nostro annuncio, nell’intero nostro modo di configurare l’essere cristiano, così che una tale cosa potesse accadere. Dobbiamo trovare una nuova risolutezza nella fede e nel bene. Dobbiamo essere capaci di penitenza…Siamo consapevoli della particolare gravità di questo peccato commesso da sacerdoti e della nostra corrispondente responsabilità. Ma non possiamo neppure tacere circa il contesto del nostro tempo in cui è dato vedere questi avvenimenti. Esiste un mercato della pornografia concernente i bambini, che in qualche modo sembra essere considerato sempre più dalla società come una cosa normale. La devastazione psicologica di bambini, in cui persone umane sono ridotte ad articolo di mercato, è uno spaventoso segno dei tempi. Da Vescovi di Paesi del Terzo Mondo sento sempre di nuovo come il turismo sessuale minacci un’intera generazione e la danneggi nella sua libertà e nella sua dignità umana. L’Apocalisse di san Giovanni annovera tra i grandi peccati di Babilonia – simbolo delle grandi città irreligiose del mondo – il fatto di esercitare il commercio dei corpi e delle anime e di farne una merce (Ap 18,13). In questo contesto, si pone anche il problema della droga, che con forza crescente stende i suoi tentacoli di polipo all’intero globo terrestre – espressione eloquente della dittatura di mammona che perverte l’uomo . Ogni piacere diventa insufficiente e l’eccesso nell’inganno dell’ebbrezza diventa una violenza che dilania intere regioni, e questo in nome di un fatale fraintendimento della libertà, in cui proprio la libertà dell’uomo viene minata e alla fine annullata del tutto.
Per opporci a queste forze dobbiamo gettare uno sguardo sui loro fondamenti ideologici. Negli anni Settanta, la pedofilia venne teorizzata come una cosa del tutto conforme all’uomo e anche al bambino. Questo, però, fa parte di una perversione di fondo del concetto di ethos. Si asseriva – persino nell’ambito della teologia cattolica – che non esisterebbero né il male in sé, il bene in sé. Esisterebbe soltanto un “meglio di” e un “peggio di”. Niente sarebbe in se stesso bene o male. Tutto dipenderebbe dalle circostanze e dal fine inteso. A seconda degli scopi e delle circostanze, tutto potrebbe essere bene o anche male. La morale viene sostituita da un calcolo delle conseguenze e con ciò cessa di esistere. Gli effetti di tali teorie sono oggi evidenti. Contro di esse Papa Giovanni Paolo II, nella su Enciclica Veritatis splendor del 1993, indicò con forza profetica nella grande tradizione razionale dell’ethos cristiano le basi essenziali e permanenti dell’agire morale. Questo testo oggi deve essere nuovamente al centro comecammino nella formazione della coscienza. E’ nostra responsabilità rendere nuovamente udibili e comprensibili tra gli uomini questi criteri come vie della vera umanità, nel contesto della preoccupazione per l’uomo, nella quale siamo immersi…
Infine, vorrei ancora ricordare labeatificazione del Cardinale John Henry Newman.  Perché è stato beatificato?Cher cosa ha da dirci? A queste domande si possono dare molte risposte, che nel contesto della beatificazione sono state sviluppate. Vorrei rilevare soltanto due aspetti che vanno insieme e, in fin dei conti, esprimono la stessa cosa. Il primo è che dobbiamo imparare dalle tre conversioni di Newman, perché sono passi di un cammino spirituale che ci interessa tutti. Vorrei qui mettere in risalto solo la prima conversione: quella alla fede nel Dio vivente. Fino a quel momento, Newman pensava come la media degli uomini del suo tempo e come la media degli uomini anche di oggi, che non escludono semplicemente l’esistenza di Dio, ma la considerano comunque come qualcosa di insicuro, che non ha alcun ruolo essenziale nella propria vita. Veramente reale appariva a lui, come agli uomini del suo  e del nostro tempo, l’empirico, ciò che è materialmente afferrabile. E’ questa la “realtà” secondo cui ci si orienta. Il “reale” è ciò che è afferrabile, sono le cose che si possono calcolare e prendere in mano. Nella sua conversione Newman riconosce che le cose stanno proprio al contrario: che Dio e l’anima, l’essere se stesso dell’uomo a livello spirituale, costituiscono ciò che è veramente reale, ciò che conta. Sono molto più reali degli oggetti afferrabili. Questa conversione significa una svolta copernicana. Ciò che fino ad allora era apparso irreale e secondario si rivela come la cosa veramente decisiva. Dove avviene una tale conversione, non cambia semplicemente una teoria, cambia la forma fondamentale della vita.. Di tale conversione noi tutti abbiamo sempre di nuovo bisogno: allora siamo sulla via retta.
La forza motrice che spingeva sul cammino della conversione era in Newman la coscienza.
Ma che cosa si intende con ciò? Nel pensiero moderno, la parola “coscienza” significa che in materia di morale e di religione, la dimensione soggettiva, l’individuo, costituisce l’ultima istanza della decisione. Il mondo diviso negli ambiti dell’oggettivo e del soggettivo. All’oggettivo appartengono le cose che si possono calcolare e verificare mediante l’esperimento. La religione e la morale sono sottratte a questi metodi e perciò sono considerate come ambito del soggettivo. Qui non esisterebbero, in ultima analisi, dei criteri oggettivi. L’ultima istanza che qui può decidere sarebbe pertanto solo il soggetto, e con la parola “coscienza” si esprime, appunto, questo: in questo ambito può decidere solo il singolo, l’individuo con le sue intenzioni ed esperienze. La concezione che Newman ha della coscienza è diametralmente opposta. Per lui “coscienza” significa la capacità di verità dell’uomo: la capacità di riconoscere proprio negli ambiti decisivi della sua esistenza – religione e morale –una verità, la verità. La coscienza, la capacità dell’uomo di riconoscere la verità, gli impone con ciò, al tempo stesso, il dovere di incamminarsi verso la verità, di cercarla e di sottomettersi ad essa laddove la incontra. Coscienza è capacità di verità e obbedienza nei confronti della verità, che si mostra all’uomo che cerca con cuore aperto. Il cammino delle conversioni di Newman è un cammino della coscienza – un cammino non della soggettività che si afferma, ma, proprio al contrario, dell’obbedienza verso la verità che passo passo si apriva a lui. La sua terza conversione, quella al Cattolicesimo, esigeva da lui di abbandonare quasi tutto ciò che gli era caro e prezioso: i suoi averi e la sua professione, il suo grado accademico, i legami familiari e molti amici. Newman era sempre stato consapevole di avere una missione per l’Inghilterra. Ma nella teologia cattolica del suo tempo, la sua voce a stento poteva essere udita. Nel gennaio 1863 scrisse nel suo diario queste frasi sconvolgenti: “Come protestante, la mia religione mi sembrava misera, non però la mia vitaE ora, da cattolico, la mia vita è misera, non la mia religione”. Non era ancora arrivata l’ora della sua efficacia. Nell’umiltà e nel buio dell’obbedienza, egli dovette aspettare fino a che il suo messaggio fosse utilizzato e compreso. Per poter asserire l’identità tra il concetto che Newman aveva della coscienza e la moderna comprensione soggettiva della coscienza, si ama far riferimento alla sua parola secondo cui egli – nel caso avesse dovuto fare un brindisi – avrebbe brindato prima alla coscienza e poi al Papa. Ma in questa affermazione, “coscienza” non significa l’ultima obbligatorietà dell’intuizione soggettiva. E’ espressione dell’accessibilità e della forza vincolante della verità: in ciò si fonda il suo primato. Al Papa può essere dedicato il secondo brindisi, perché è compito suo esigere l’obbedienza nei confronti della verità” (Benedetto XVI, In occasione della Presentazione degli Auguri Natalizi, 20 dicembre 2010).

Nella Lettera a chi non crede di Papa Francesco, a Eugenio Scalfari sintetizza la luce della fede della sua Enciclica ricordando che “Per chi vive la fede cristiana, ciò non significa fuga dal mondo o ricerca di qualsivogliaegemonia, ma servizio all’uomo, a tutto l’uomo e a tutti gli uomini, a partire dalle periferie della storia e tenendo desto il senso della speranza che spinge a operare il bene nonostante tutto e guardando sempre al di là”.
Nel primo articolo Scalfari chiede:
-         che cosa dire ai fratelli ebrei circa la promessa fatta loro da Dio: E’ essa del tutto andata vuoto?
-         L’atteggiamento della Chiesa verso chi non condivide la fede in Gesù
-         Se il pensiero secondo il quale non esiste alcun assoluto e quindi neppure una verità assoluta, ma solo una serie di verità relative e soggettive, sia un errore o un peccato
-         La grandezza dell’uomo sta nel poter pensare Dio, vivere un rapporto consapevole e responsabile con Lui. Ma con la scomparsa dell’uomo sulla terra, scomparirà anche il pensiero capace di pensare Dio?
Massimo Introvigne, su La nuova Bussola Quotidiana  del 12/IX/2013 valuta criticamente il commento di Eugenio Scalfari, e non solo il suo, alla lettera pubblicata l’11 settembre. “L’aspetto dell’arcivescovo di Milano (Martini) che qui interessa, e che Scalfari chiama in causa a proposito di Papa Francesco, è la sua idea che fosse necessaria una svolta radicale e un cambio di rotta sostanziale rispetto ai pontificati del beato Giovanni Paolo II (1920-2005) e di Benedetto XVI. Ecco qui la svolta, scrive ora Scalfari: nella lettera di Papa Francesco egli avrebbe scritto cose inaudite, mai sostenute da alcun Pontefice, sul dialogo con la cultura erede dell’illuminismo, sugli Ebrei e sulla coscienza.
1)        Sempre Massimo Introvigne: “Benedetto XVI non è un nipotino di Voltaire (1694-1778). Non lo è neanche Papa Francesco. Entrambi propongono, alla luce del Concilio Vaticano II, un dialogo con l’illuminismo che distingue momentiesigenziali – domande – accettabili da risposte che invece sono a vario titolo sbagliate”. Benedetto XVI pur ricordando che la fede non è anzitutto una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva ,è altrettanto vero che l’opzione per il logos, e non per il mito, ha caratterizzato fin dall’inizio lo stesso cristianesimo. J.Ratzinger argomenta ampiamente questa affermazione, anzitutto sul piano storico, già a partire dalla sua prima prolusione accademica, nel 1959 all’Università di Bonn, intitolata “Il Dio della fede e il Dio dei filosofi”, e poi nel discorso all’Università di Regensburg. Già prima della nascita di Cristo la critica ai miti religiosi compiuta dalla filosofia greca – critica che Ratzinger qualifica come l’illuminismo filosofico dell’antichità – ha trovato un corrispettivo nella critica agli dei falsi condotta dai profeti di Israele (in particolare il Deutero Isaia) in nome del monoteismo jahvistico, e poi l’incontro tra fede giudaica e greca dell’Antico Testamento dei “Settanta”, che “è più di una semplice traduzione” e rappresenta “uno specifico importante passo della storia della Rivelazione” (Discorso di Regensburg). Pertanto l’affermazione “In principio era il Logos”, con cui inizia il prologo del Vangelo di Giovanni, costituisce “la parola conclusiva sul concetto biblico di Dio, la parola in cui tutte le vie spesso faticose e tortuose della fede biblica raggiungono la loro meta, trovano la loro sintesi” (idem). Nella stessa linea si è mossa la patristica, come emerge dalla farse audace e incisiva diTertulliano”Cristo ha affermato di essere la verità, non la consuetudine” e della netta scelta di Agostino che, rifacendosi alle tre forme di religione individuate dall’autore pagano Terenzio Marrone, colloca risolutamente il cristianesimo nell’ambito della “teologia fisica”, cioè della razionalità filosofica, e non in quello della “teologia mitica” dei poeti, o della “teologia civile” degli stati e dei politici. Il cristianesimo si qualifica pertanto come “religione vera”, a differenza dalle religioni pagane, ormai prive di verità agli occhi della stessa razionalità precristiana, e realizza rispetto ad esse una grande opera illuministica di “demitizzazione”. Un cammino di questo genere era già iniziato nel giudaismo, ma rimaneva la difficoltà del legame speciale tra l’unico Dio creatore universale e il solo popolo giudaico, legame superato dal cristianesimo con il risorto, nel quale l’unico Dio si pone come salvatore, senza discriminazioni, di tutti i popoli. In questo senso, l’incontro tra il messaggio biblico e il pensiero filosofico greco non è stato un semplice caso, ma la concretizzazione storica del rapporto intrinseco tra rivelazione e la razionalità. E proprio questo è anche uno dei motivi fondamentali della forza di penetrazione del cristianesimo nel mondo ellenistico – romano. Questa la parte positiva del dialogo con l’illuminismo. Ma il Dio della Rivelazione pur accogliendo questo cammino filosofico, lo supera: Dio è nettamente distinto dalla natura, dal mondo, è  Persona che ha liberamente creato: solo così la “fisica” e la “metafisica” giungono a una chiara distinzione. E questo Dio, l’Essere tutto in atto, non è una realtà a noi inaccessibile, che noi non possiamo incontrare e a cui sarebbe inutile rivolgersi nella preghiera come ritenevano i filosofi. Il Dio biblico ama ogni uomo del suo amore, entra nella nostra storia, dà vita ad una autentica storia di amore con Israele, suo popolo per illuminare tutte le genti e poi, in Gesù Cristo, Dio che possiede un volto umano come via alla Verità e alla Vita, rivela   il suo amore sino alla fine, alla Croce per salvare ogni uomo fino a quell’unione di amore con Lui che culmina nell’Eucarestia. Nel quarto Convegno Ecclesiale a Verona  il 19 ottobre del 2006 Benedetto XVI: “La matematica come tale è una creazione della nostra intelligenza: la corrispondenza tra le sue strutture e le strutture reali dell’universo – che è il presupposto di tutti i moderni sviluppi scientifici e tecnologici, già espressamente formulato da Galileo Galilei con la celebra affermazione che il libro della natura è scritto in linguaggio matematico – suscita la nostra ammirazione e pone una  grande domanda. Implica infatti che l’universo stesso sia strutturato in maniera intelligente in modo che esista una corrispondenza profonda tra la nostra ragione soggettiva e la ragione oggettivata dalla natura. Diventa allora inevitabile chiedersi se non debba esservi un’unica intelligenza originaria, che sia la comune fonte dell’una e dell’altra. Così proprio la riflessione sullo sviluppo delle scienze ci riporta verso ilLogos creatore. Viene capovolta la tendenza a dare il primato all’irrazionale, al caso e alla necessità, a ricondurre ad esso anche la nostra intelligenza e razionalità. Su queste basi diventa anche di nuovo possibile allargare la nostra intelligenza e la nostra libertà. Su queste basi diventa anche di nuovo possibile allargare gli spazi della nostra razionalità, riaprirla alle grandi questioni del vero e del bene, coniugare tra loro la teologia, la filosofia e le scienze, nel pieno rispetto dei loro metodi propri e della loro reciproca autonomia, ma anche nella consapevolezza dell’intrinseca unità che le tiene insieme”. Certo nel dialogo con l’illuminismo oggi occorre affrontare il capovolgimento del punto di partenza di questa cultura illuministica, che era una rivendicazione della centralità dell’uomo e della sua libertà. Chi compie una radicale riduzione dell’uomo, considerato un semplice prodotto della natura, quindi non realmente libero e di per sé suscettibile di essere trattato come ogni altro animale interpella e cristiani e illuministi sulla questione antropologica. Senza la centralità di ogni uomo, della sua libertà, della sua fraternità cuore dell’illuminismo, letica viene ricondotta entro i confini del relativismo e dell’utilitarismo, con l’esclusione di ogni principio morale che sia valido e vincolante per se stesso. Il mondo con tutte le sue nuove speranze e possibilità è angustiato dall’impressione che il consenso morale si stia dissolvendo, un consenso senzza il quale le strutture giuridiche e politiche non funzionano; di conseguenza il dialogo dei cattolici con gli illuministi non credenti è umanisticamentela strada da percorrere.E qui c’è la continuità tra il beato Giovanni paolo II, Benedetto XVI e Papa Francesco .
2)        Ci sono sei discorsi del beato Giovanni Paolo II e cinque di Benedetto XVI sulla continuità e novità fra Vecchio e Nuovo Testamento, tra Ebrei e Cristiani.
3)        Anche sulla coscienza Papa Francesco è in continuità con quanto affermato da Benedetto XVI   

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