mercoledì 17 luglio 2013

La Lumen fidei oppone alla fede l'idolatria‏


Nella mentalità dominante si oppone di solito alla fede l’ateismo, soprattutto l’agnosticismo. Invece la “Lumen fidei”, in base al dato biblico, oppone alla fede l’”idolatria”. Di fatto l’ateismo non esiste, la soluzione agnostica non regge. Nessun uomo può vivere anche un solo istante, senza affermare qualcosa o qualcuno o se stesso come il tutto. E’ ciò che la Sacra Scrittura chiama “idolo”: la fede ci libera

A livello culturale l’onestà del pensiero e l’umiltà davanti all’ignoto sembrano raccomandare l’agnosticismo, mentre l’ateismo dichiarato pretende nuovamente di sapere troppo e porta in sé chiaramente solo una posizione ideologica. Nessuno può affermare di “sapere” in senso proprio che Dio non esiste. Si può lavorare con l’ipotesi che Dio non esiste. Si può lavorare con l’ipotesi che Dio non esista e cercare di
partire di qui di spiegarsi l’universo. La moderna scienza della natura sta fondamentalmente sotto questo presupposto. Dove, però, il metodo rispetta i suoi limiti del constatabile e del verificabile, è chiaro che nel caso non può venir superato il campo dell’ipotetico cioè dell’agnostico e che perfino una spiegazione ateistica in apparenza coerente dell’universo non conduce a una certezza scientifica della non esistenza di Dio. Nessuno può constatare e verificare la totalità dell’essere e delle sue condizioni. Sono i limiti della “condizione umana”, della possibilità conoscitiva umana in quanto tale, e ciò non solo in rapporto alle sue condizioni presenti, ma essenzialmente,insuperabilmente. Per sua natura la questione di Dio, pur essendo un desiderio naturale, un bisogno, non può venir costretta entro i confini della ricerca scientifica, entro i limiti del constatabile e del verificabile empiricamente, nel senso stretto della parola. In questo senso la dichiarazione di “ateismo scientifico è una pretesa insensata, ieri come oggi e domani. Tanto più però si impone il problema di sapere se la questione di Dio non superi i limiti delle possibilità umane e in questo senso l’agnosticismo sembra oggi l’unico giusto atteggiamento dell’uomo: realistico, leale, anzi “pio” nel senso più profondo della parola; riconoscimento di dove finiscono la nostra presa e il nostro campo visivo, rispetto di ciò che non ci è empiricamente accessibile cioè verificabile e constatabile. La nuova religiosità del pensiero non dovrebbe forse consistere nel lasciare l’imperscrutabile e accontentarsi di ciò che è dato a noi?
Chi intende rispondere a questa domanda da autentico credente deve guardarsi dalla fretta. In effetti, di fronte a questa forma di umiltà e di religiosità, si impone subito l’obiezione: la sete di infinito, di assolutizzare cose o persone o se stessi, ideologicamente una parte come fosse tutto non appartiene alla stessa natura dell’uomo, anziè addirittura la sua essenza: la prima domanda che ci poniamo: che cos’è questo particolare cioè l’universale nel particolare. Il suo limite può essere unicamente l’illimitato, e i confini della scienza positiva cioè solo l’empiricamente verificabile e constatabile non possono venire scambiati con i confini della nostra esistenza. Questo sarebbe un’incoerenza alla luce del metodo scientifico e un’incomprensione dell’uomo aperto, desideroso, bisognoso del tutto. Là dove la scienza innalza la pretesa di esaurire nel verificabile e constatabile empirico i limiti della conoscenza e del vissuto umano sconfinerebbe nel non scientifico.
Allora sarebbe valida l’ipotesi dell’agnosticismo nella sua portata per verificare se essa possa avere consistenza non solo nella scienza, ma anche nella vita umana? Anche chi non argomenta, però è travolto da un modo comune di pensare, cioè da una cultura agnostica. La domanda giustamente posta all’agnosticismo suona così: il suo proposito è veramente realizzabile? Come uomini possiamo semplicemente lasciar da parte la domanda su Dio, cioè la questione della nostra origine, del nostro destino finale, di chi può liberarci dal male, dalla morte e darci la speranza di un futuro anche per il corpo? Possiamo vivere in modo ipotetico, affrontare la pesantezza di questa vita, ciò che richiede ogni relazione moralmente ed eticamente accettabile “come se Dio non esistesse”, anche se forse esiste, rischiare una situazione infernale eterna di odio? La questione di Dio, ricorda la Lumen fidei, non è per ogni uomo un problema teoretico, la domanda di Dio è una questione eminentemente pratica, con conseguenze in tutti i campi della nostra vita, anche a livello economico, sociale, politico. Se io dunque in teoria faccio valere l’agnosticismo, nella pratica devo decidermi tra due possibilità: vivere come se Dio non ci fosse, oppure vivere come se Dio ci fosse e come se egli fosse la realtà normativa per la mia vita.
Se scelgo la prima, ho praticamente adottato una posizione che esclude Dio  dalla cultura e dalla vita pubblica, e la fede in Lui diventa più difficile, perché viviamo in un mondo che si presenta quasi sempre come opera nostra, nel quale, per così dire, Dio non compare più direttamente, sembra divenuto superfluo  ed estraneo. In stretto rapporto con tutto questo, ha luogo una radicale riduzione dell’uomo, considerato un semplice prodotto della natura, come tale non realmente libero e di per sé suscettibile di essere trattato come ogni altro animale e quindi occorre eliminare dallo spazio pubblico ogni religione, ogni partito. Si ha così un autentico capovolgimento del punto stesso di partenza della cultura moderna democratica, che era una rivendicazione della centralità di ogni uomo e della sua libertà. Nella medesima linea, l’etica viene ricondotta entro i limiti del relativismo e dell’utilitarismo, con l’esclusione di ogni principio morale che sia valido e vincolante per se stesso. Diventa impossibile il vivere sociale. Ecco la documentazione che la questione di Dio non è un problema teoretico ma una domanda eminentemente pratica.
Se mi decido per la seconda possibilità, rimango anche qui in una fede puramente soggettiva, e viene subito in mente Pascal, la cui battaglia filosofica all’inizio dell’età moderna si muoveva intorno a questa costellazione speculativa. Ma poiché alla fine capì che la questione non si poteva sciogliere di fatto nel puro pensiero, egli raccomandò agli agnostici di osare con la seconda scelta e di vivere come se Dio ci fosse. Nel corso dell’esperimento e solo in questo sarebbe arrivato alla conclusione di aver scelto giustamente e come cammino la Lumen fidei, dal momento del connubio verità e libertà, ne riconosce la tappa. Comunque sia, la luce della soluzione agnostica a un esame più attento non regge. Come pura teoria sembra molto brillante, ma l’agnosticismo è per sua natura più che una teoria: è in gioco la pratica della vita. E quando si tenta di “praticarlo” nella sua vera portata, esso sfugge come una bolla di sapone; si scioglie, perché non si può sfuggire alla scelta che esso vorrebbe evitare. Davanti alla questione di Dio non si dà neutralità per l’uomo. Questi può solo dire sì o no, e questo inoltre con tutte le conseguenze fin nelle vicende più piccole della vita,
Ma la Lumen fidei di Papa Francesco propone più che un’argomentazione, forse un po’, astratta, la lezione biblica per cui nessun uomo può vivere, anche un solo istante, senza affermare qualcosa o qualcuno come assoluto. E ciò la Sacra Scrittura chiama “idolo”. Pensiamo alla storia raccontata da Gesù e riportata in Luca 12,16-21: “La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondanteEgli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse -: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e divertiti”.Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?Così è  di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio”.
L’uomo ricco di questa parabola è senza dubbio intelligente; se ne intende dei suoi affari. Sa calcolare le possibilità di mercato; tiene in considerazione i fattori di insicurezza nella natura come nel comportamento umano. Le sue riflessioni sono ben pensate, il successo gli dà ragione. Se è consentito ampliare un po’ la parabola, posiamo dire che quest’uomo era di sicuro troppo intelligente per essere un ateo. Ma ha vissuto come un agnostico: “come se Dio non ci fosse”, come se non si fosse incarnato, non avesse assunto un volto umano, unendosi in qualche modo ad ogni uomo, carne di Dio. Di cose così incerte come l’esistenza, l’incarnazione di un Dio, un uomo simile non si occupa. Egli tratta di cose sicure, calcolabili. Perciò anche il fine della sua vita è moltointra mondano, tangibile: il benessere e la felicità del benessere. Ma ecco che gli succede precisamente ciò che non aveva calcolato; Dio gli parla come ad Abramo, e gli manifesta un evento che egli aveva escluso dal suo calcolo, in quanto troppo incerto e poco importante: di ciò che succederà alla sua anima quando si troverà nuda davanti a Dio, di là da possedimenti e da successi. “Questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita” L’uomo, che tutti conoscevano molto intelligente e fortunato, è un idiota agli occhi di Dio: “Stolto” gli dice e di fronte all’autentico egli appare con tutti i suoi calcoli stranamente sciocco e corto di veduta, poiché nei suoi calcoli aveva dimenticato l’autentico: che la sua anima desiderava non soltanto averi e gioie, ma che si sarebbe trovata un giorno davanti a Dio. “Questo intelligente stolto mi sembra un’immagine molto esatta – è il giudizio del predicatore degli Esercizi a Collevalenza nel 1986 cioè del card. Ratzinger da cui ho colto con i miei appunti –del comportamento medio della gente moderna. Le nostre capacità tecniche ed economiche sono cresciute in modo prima inimmaginabile. La precisione dei nostri calcoli è meravigliosa. A dispetto di tutti gli errori del nostro tempo si consolida in molti l’opinione che siamo vicini a realizzare la felicità più grande possibile del numero più grande possibile di uomini, e a dare inizio infine a una nuova fase della storia, una civilizzazione dell’umanità in cui tuttipotranno mangiare, bere e godersela come vuole il cuore. Ma proprio in questo apparente avvicinamento all’autoredenzione dell’umanità erompono le sinistre esplosioni dal profondo dell’insaziata e oppressa anima umana e ci dicono: stolto, hai dimenticato te stesso, la tua anima e la sua sete incolmabile, il suo desiderio di Dio. L’agnosticismo del nostro tempo, in apparenza così ragionevole, il quale lascia che Dio sia Dio per fare dell’uomo semplicemente un uomo, si dimostra una idiozia dalla vista corta. Perciò questa cultura come se Dio non esistesse è contrassegnata oggi sia da una profonda carenza e da una crisi globale, ma anche da un grande e inutilmente nascosto bisogno di speranza cioè della luce della fede”.
L’enciclica viene incontro anche alla pretesa dell’esperimentabile e verificabile nel rapporto con Dio. Poiché viene da fuori di me, la fede è intrinsecamente legata da un rapporto, perché è in un rapporto che avviene un dono tra persone. Il Tu di Dio – e questo è il genio del cristianesimo – ci raggiunge attraverso dei tu umani. L’esempio di Papa Francecso è calzante perché dimostra che tutti abbiamo bisogno di un testimone, uno che vivendo in prima persona la fede ha reso possibile per noi esperimentare e verificare l’amore di Dio e quindi far accadere l’adesione personale al dono di Dio perché “riconosciamo che un grande Amore ci è stato offerto”. L’enciclica usa l’espressione giussaniana “incontro che accade nella storia” e sottolinea che il Salvatore ci ha raggiunto attraverso una “catena umana” che ha attraversato i millenni, cioè la continuità, la Tradizione, la Chiesa. Questa trama di rapporti che costituiscono il mondo constatabile e verificabile della vita è l’alveo attraverso cui ci arrivano tanti beni, tante conoscenze, tanti benefici per la nostra vita, e Dio si è voluto piegare, incarnare a quello stesso metodo per comunicarsi, attraverso i testimoni, che moralmente possono avere anche dei limiti. Con grande scandalo di tanti; eppure è il metodo di Dio che con l’Incarnazione possiede i limiti di un volto umano come via a Lui. La fede è un dono che ha “bisogno” degli uomini”. La fede viene sempre da un altro: l’iniziativa è di Dio, ma anche la nostra risposta è resa possibile da quel dono, dalla sua reale presenza in noi, che suscita la nostra risposta. Per cui la sovrabbondanza del dono rende possibile e più facile la risposta libera. Si potrebbe documentare per analogia anche sul piano dell’esperienza elementare di ogni uomo: quanto più un amore è intenso, inatteso, commovente, tanto più siamo capaci di mobilitare la risposta e la conoscenza. La Sua iniziativa ci precede sempre e rende possibile la nostra! Non a caso l’enciclica accosta molto la fese sia alla verità che all’amore.
Nell’enciclica ricorre 23 volte la parola “cuore” in senso biblico, che non ha nulla a che fare con una riduzione sentimentale: Cuore è l’io umano nella sua integralità e nell’unità di tutti i suoi dinamismi affettivi, volitivi e cognitivi. Ogni cuore è la vera sede del dono di Dio, che tocca il profondo dell’uomo interessando tutta la sua persona.
Purtroppo nell’introduzione si legge che la cultura contemporanea ha relegato la fede nel “buio”, opposto alla luce della ragione. “La nostra cultura ha perso la percezione di questa presenza concreta di Dio, della sua continua azione nel mondo” E quindi la strada  per riscoprire la fede è imbattersi in un incontro gratuito con una Persona, in un avvenimento. La fede non è un prodotto di fattori antecedenti, ma è dono di Dio in senso “puro”: l’uomo non può, per così dire, costruire una scala che pian piano lo porti fino al possesso del Dio vivo  e vero, sacramentalmente presenza come  umanità risorta. Finché Cristo non si dona e non lo si esperimenta e verifica nella comunità cristiana, non c’è strada alternativa che renda possibile la fede cristiana. C’è in ogni uomo il desiderio originale, naturale di incontrare Dio, la capacità di riconoscerlo ma occorre imbattersi nell’incontro con Gesù Cristo con la semplicità di cui parla il Vangelo, con un cuore di bambino.
Nella Veglia di Pentecoste (18 maggio) a chi chiedeva a Papa Francesco come aveva potuto raggiungere nella sua vita la “certezza della fede”, ha risposto: “è stata soprattutto mia nonna…che ha segnato il mio cammino di fede”. Certo altri che l’hanno ricevuta in questo modo, possono averla perduta, ma mai completamente.
Il 58 e 59 dell’Enciclica vede Maria come “icona perfetta della fede” perché in Maria si realizzano in pienezza tutte le dimensioni della fede. Per esempio, la dimensione storica: è figlia di Sion, cioè si inserisce nella tradizione dei “giusti di Israele”, coloro che attendono il compiersi della promessa di Dio; oppure la dimensione esistenziale, perché ha accolto il dono dell’Altissimo nella pienezza della sua umanità, come nessun altro può fare. E’ stata a tal punto graziata dal dono divino, che in lei la libertà come adesione è stata pura. In lei il dono e la libertà si compiono reciprocamente. La Madonna è colei che ha ricevuto un dono superiore a chiunque altro, il Dono più alto che si possa avere. Per questo è colei che è stata in grado di dare la risposta è più personale e più integralmente umana a Dio che si possa immaginare nel mondo.
L’enciclica è una bellissima sintesi sulla fede, che fa tesoro di quanto proposto nei documenti di fede del Concilio Vaticano II, nelle encicliche di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. E’ la prima volta che abbiamo un insegnamento sistematico del magistero sulla fede. Si privilegia la dimensione di accesso alla verità propria della fede, più che sottolineare il non vedere, che pure c’è. La fede è soprattutto un vedere perché ci sente amati, è essa stessa una luce che illumina la ragione e rende possibile conoscere la realtà in tutti gli ambiti cioè la verità che libera dall’ignoranza sulle domande fondamentali della vita. E questo si dispiega nella scramentalità ecclesiale, con delle conseguenze decisive non solo per la vita personale ma anche sociale restituendo alla fede cristiana piena cittadinanza.

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