martedì 9 luglio 2013

La fede come ascolto e visione nella Lumen fidei‏


La conoscenza della fede è legata all’alleanza di un Dio fedele, che intreccia un rapporto di amore con l’uomo e gli rivolge la Parola, essa è presentata nella Bibbia come un ascolto di chi può riconoscere la voce soprannaturale per il sapere naturale, originario in ogni uomo riguardo a Dio, si apre ad essa in libertà e la segue in obbedienza d’amore 
“28. Questa scoperta dell’amore come fonte di conoscenza, che appartiene all’esperienza originaria di ogni uomo, trova espressione autorevole nella concezione biblica della fede. Gustando l’amore con cui Dio lo ha scelto e lo ha generato come popolo, Israele arriva a comprendere l’unità del disegno divino, dall’origine al compimento. La conoscenza della fede,
per il fatto di nascere dall’amore di Dio che stabilisce l’Alleanza, è conoscenza che illumina un cammino nella storia. E’ per questo, inoltre, che, nella Bibbia, verità e fedeltà vanno insieme: il Dio vero è il Dio fedele, Colui che mantiene le sue promesse e permette, nel tempo di comprendere il suo disegno. Attraverso l’esperienza dei profeti, nel dolore dell’esilio e nella speranza di un ritorno definitivo alla città santa, Israele ha intuito che questa verità di Dio si estendeva oltre la propria storia, per abbracciare la storia intera del mondo, a cominciare dalla creazione. La conoscenza della fede illumina non solo il percorso particolare di un popolo, ma il corso intero del mondo creato, dalla sua origine alla sua consumazione.
29. Proprio perché la conoscenza della fede è legata all’alleanza di un Dio fedele, che intreccia un rapporto di amore con l’uomo e gli rivolge la Parola, essa è presentata dalla Bibbia come un ascolto, è associata al senso dell’udito. Perciò san Paolo ha parlato dell’”obbedienza della fede” (Rm 1,5; 16,26). La fede è, inoltre, conoscenza legata al trascorrere del tempo, di cui la parola ha bisogno per pronunciarsi: è conoscenza che s’impara solo in un cammino di sequela. L’ascolto aiuta a raffigurare bene il nesso tra conoscenza e amore.
Per quanto concerne la conoscenza della verità, l’ascolto è stato a volte contrapposto alla visione, che sarebbe propria della cultura greca. La luce, se da una parte offre la contemplazione del tutto, cui l’uomo ha sempre aspirato, dall’altra non sembra lasciar spazio alla libertà, perché discende dal cielo e arriva direttamente all’occhio, senza chiedere che l’occhio risponda. Essa, inoltre, sembrerebbe invitare a una contemplazione statica, separata dal tempo concreto in cui l’uomo gode e soffre. Secondo questa concezione, l’approccio biblico alla conoscenza si opporrebbe a quello greco, che, nella ricerca di una comprensione completa del reale, ha collegato la conoscenza alla visione.
E’ invece chiaro che questa pretesa opposizione non corrisponde al dato biblico. L’Antico Testamento ha combinato ambedue i tipi di conoscenza, perché all’ascolto della Parola di Dio si unisce il desiderio di vedere il suo volto. In questo modo si è potuto sviluppare un dialogo con la cultura ellenistica, dialogo che appartiene al cuore della Scrittura. L’udito attesta la chiamata personale e l’obbedienza, e anche il fatto che la verità si rivela nel tempo; La vista offre la visione dell’intero percorso e permette di situarsi nel grande progetto di Dio; senza tale visione disporremmo solo di frammenti isolati di un tutto sconosciuto” (Francesco, Lumen fidei).

La questione di Dio è inevitabile, è un’esigenza, una capacità, un desiderio naturale, originario basta ascoltare il messaggio che proviene dalla nostra esistenza e dal mondo nella sua totalità, nella globalità dei suoi fattori cioè dalla verità; dall’attenzione rispetto alla conoscenza ed esperienza religiosa dell’umanità; dall’impegno deciso e costante del nostro tempo e della nostra forza interiore per una questione che concerne ognuno di noi personalmente.
Ma c’è una risposta  alla possibilità del sapere naturale, originario in ogni uomo a riguardo di Dio? Se sì, quale genere di certezza possiamo aspettarci? L’apostolo Paolo nella sua Lettera ai Romani si confrontò esattamente con questa problematica. Egli vi risponde con una riflessione filosofica, che si appoggia sulle vicende della storia delle religioni. Nella megalopoli di Roma, la Babilonia di quell’epoca, egli si incontra con quel tipo di decadenza morale che si fonda sulla totale perdita della tradizione, sulla recisione di quell’intima evidenza che una volta giungeva all’uomo dalle usanze e dai costumi. Non si capisce più niente di sé, tutto è possibile, tutto è lecito, niente è impossibile. Nessun valore resiste più, nessuna norma è intangibile. Ormai contano solo l’io e il momento. Le religioni tradizionali sono solo facciate di comodo senza interiorità, senza verità; ciò che resta è il nudo cinismo.
La risposta dell’apostolo a questo cinismo morale e metafisico di una società decadente dominata unicamente dalla legge del dominio, realtà che constata prima dell’annuncio della Parola, del Vangelo, è stupefacente. Egli afferma che essa, nonostante le apparenze, in realtà sapeva molto bene di Dio: “Ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato” (Rm 1,19). E fonda così quest’asserzione: “Dalla creazione del mondo in poi le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità” (1,20) Paolo di qui trae la conclusione: “essi sono dunque inescusabili” (1,20). La verità sarebbe loro accessibile, ma essi non la vogliono, rifiutano le esigenze che rivendicherebbe su di loro. L’apostolo parla di un “soffocamento nella verità nell’ingiustizia” (1,18). L’uomo, aperto originariamente alla realtà in tutti i fattori cioè alla verità che lo rende libero si oppone alla verità che esige da lui sottomissione nella forma dell’onore a Dio e della gratitudine per il proprio e altrui essere dono come di tutto il mondo che lo circonda (1,21). La decadenza morale della società è per Paolo solo la conseguenza logica e l’esatto riflesso di questa fondamentale contraffazione; dove l’uomo mette la sua volontà, la sua superbia e la sua comodità al di sopra della pretesa della verità, tutto alla fine viene  rovesciato. Non viene più adorato Dio cui solo spetta l’adorazione; vengono adorate le immagini, l’apparenza, il potere, il successo, l’opinione che si impone, cheacquista dominio sull’uomo. Questa generale inversione si estende a tutti i campi della vita. L’antinaturale diventa il normale; l’uomo che vive contro la verità cioè la sua apertura originaria alla globalità dei fattori cioè il senso religioso naturale vive anche contro la natura. La sua forza di invenzione non serve più al bene, diventa genialità e raffinatezza del male. Il rapporto tra uomo e donna, tra genitori e figli si spezza, e vengono così chiuse le sorgenti della vita. Non domina più la vita, ma la morte, si stabilisce una civiltà della morte (Rm 1,21-32).
Paolo ha delineato qui un’immagine della decadenza, cui annunciare la Parola di Dio, la cui attualità ci colpisce. Ma egli non si accontenta di descrivere, come è di moda in simili tempi: vi è un perverso genere di moralismo, cui piace soffermarsi sul negativo, proprio mentre lo condanna. L’analisi dell’apostolo porta invece alla diagnosi e diventa così un appello morale: all’inizio di tutto c’è la negazione della verità a favore della comodità o diciamo noi dell’utilità. Il punto di partenza è l’opposizione all’evidenza del creatore posta in ogni uomo, del creatore che gli si presenta senza costringerlo e gli parla. L’ateismo o anche l’agnosticismoateisticamente vissuto non è per Paolo una posizione senza colpa. Si fonda per lui sempre su una resistenza contro una conoscenza, di per sé accessibile ad ogni uomo, il quale però si rifiuta di accettarne le condizioni. Ogni uomo non è condannato all’ignoranza di fronte a Dio e scusarlo non è volergli bene, data la necessità di conversione per credere al Vangelo. Egli lo può “vedere” se ascolta la voce della propria natura, la voce della creazione e si fa guidare da questa voce. Paolo non conosce l’ateismo puramente idealistico.
Che cosa dobbiamo dire? L’apostolo qui allude evidentemente alla contraddizione tra filosofia illuminista e religione nel mondo antico. La filosofia greca era avanzata fino alla cognizione dell’unico spirituale fondamento del mondo cioè  all’Essere tutto in atto, che solo merita il nome di Dio, anche se in forme contraddittorie e, nei particolari, insufficienti. Ma la sua spinta illuminista critico- religiosa si era presto bloccata e si era sempre di più abbandonata, nonostante questo carattere fondamentale, alla giustificazione del culto popolare degli dei e soprattutto all’adorazione dello Stato, della politica sopra l’individuo. Il “soffocamento della verità” era un fatto manifesto. Per la situazione storica data, da cui Paolo si distanzia, la sua diagnosi è molto fondata, utile per una conversione al Dio vivo che parla e salva, libera dalla schiavitù. Ma le sue affermazioni hanno valore pastorale per l’ascolto della Parola anche al di là della determinata situazione storica? I particolari dovranno essere adattati, ma in nuce Paolo descrive non soltanto un settore qualunque della storia, bensì la perenne situazione dell’umanità ferita dal peccato originale, dell’uomo davanti a Dio che lo ama fino al perdono. La storia delle religioni ècoestensiva con la storia dell’umanità. A quanto possiamo vedere, non è esistito un tempo in cui la domanda sul Donatore divino di ogni essere dono, sul Divino sia rimasta estranea  all’uomo. E’ sempre esistito un sapere circa Dio. E dappertutto nella storia delle religioni incontriamo, in figure diverse, la strana frattura tra la conoscenza dell’unico Dio e la dedizione ad altre potenze, che vengono considerate come più pericolose, più vicini all’esistenza e quindi psicologicamente più importanti del misterioso Dio lontano. Tutta la storia è segnata da questo dilemma tra la pretesa calma non violenta della verità e la pressione dell’utilità, del bisogno di venire a patti con le potenze che caratterizzano la vita quotidiana. E sempre c’è stata questa vittoria dell’utile sulla verità, benché neppure la traccia della verità e della sua propria potenza non si perda mai del tutto e anzi continui a vivere in forme spesso sorprendenti, aperte all’ascolto della Parola come in una giungla piena di piante velenose.
Ciò vale anche oggi, in una civiltà secolarizzata bisognosa di una nuova evangelizzazione, nella cultura della razionalità e della sua gestione tecnica? Penso di sì. Giacché anche oggi la domanda dell’uomo va al di là della nuova ondata di illuminismo e di laicismo, per la quale sarebbe razionalmente valido soltanto ciò che è sperimentabile e calcolabile escludendo Dio dalla cultura e dalla vita pubblica. Anche oggi in ogni uomo restano le domande: chi sono? Da dove vengo e dove vado? Chi mi libera dal male e dalla morte? C’è una al di là del mio corpo? Esistono certo sistemi evoluzionistici che puntano ad elevare ad evidenza razionale la non esistenza di Dio e vogliono dimostrare che la verità è proprio che non c’è nessun Dio che abbia parlato, che parli e ami. Ma il carattere mitologico di simili progetti totalizzanti della comprensione è manifesto in punti essenziali. Le smisurate lacune del nostro sapere vengono scavalcate da pezze d’appoggio mitologiche, la cui razionalità apparente non può seriamente abbagliare nessuno. E’ evidente che la razionalità del mondo non può essere spiegata dando il primato all’irrazionalità, al caso e alla necessità, riconducendo ad esso la nostra intelligenza e la nostra libertà. E così il Logos al principio di tutte le cose resta, ora come prima, la migliore ipotesi, la quale è vero esige da noi di rinunciare ai gesti di dominio e di osare quelli dell’ascolto umile del Dio vivente che ha parlato e parla. La tranquilla evidenza di Dio, l’originario, il naturale bisogno di Lui non sono eliminati neanche ai nostri giorni, è però ben più che mai contraffatta dall’influenza che il potere e i mezzi di comunicazione esercitano su di noi. Così la situazione è oggi fondamentalmente caratterizzata dalla stessa attenzione tra due opposte tendenze che attraversano tutta la storia: l’intima apertura dell’anima umana per Dio da una parte, l’attrazione più forte delle necessità e delle esperienze immediate dall’altra. L’uomo è teso tra queste due forze. Egli non si libera di Dio, ma non ha neppure la forza di aprirsi una strada verso di lui;non può crearsi da sé un ponte che divenga un rapporto concreto con questo Dio. Sdi può continuare a dire con Tommaso che l’incredulità è innaturale, ma occorre aggiungere nello stesso tempo che l’uomo non può completamente illuminare lo strano crepuscolo circa la questione dell’Eterno, così che Dio deve prendere l’iniziativa di venirgli incontro come storicamente è avvenuto e avviene, deve parlargli, essergli vicino, perdonargli, se deve aver luogo una vera relazione con Lui. Ma questo la Lumen fidei ce lo documenta e anche pochi sono per i molti in cammino, in ricerca, in tentativi.
Anche per queste riflessioni mi sono rifatto agli esercizi su fede, speranza, carità predicati dal card. Ratzinger nel 1986 a Collevalenza .

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