mercoledì 12 giugno 2013

Fede adulta


Fede adulta” negli ultimi decenni è  diventata, soprattutto a livello di  cattolici politicamente impegnati, l’atteggiamento di chi non dà più ascolto alla Chiesa e ai suoi Pastori ma sceglie autonomamente senza tener conto dei valori non negoziabili richiesti dal magistero sociale 
“Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove” (Ef5,17). (Per Paolo) era tanto sconvolgente per lui questo incontro con Cristo che dice al riguardo: “Sono morto” (Gal 2,19; Rm 6). Egli è diventato nuovo, un altro, perché non vive più per se stesso e in virtù di se stesso, ma per Cristo ed in Lui. Nel corso degli anni, però, ha anche visto che questo processo di rinnovamento e di trasformazione continua per tutta la vita. Diventiamo nuovi, se ci
lasciamo afferrare e plasmare dall’Uomo nuovo Gesù Cristo. Egli è l’Uomo nuovo per eccellenza. In Lui la nuova esistenza umana è diventata  realtà, e noi possiamo veramente diventare nuovi se ci consegniamo alle sue mani e da Lui ci lasciamo plasmare.
Paolo rende ancora più chiaro questo processo di “rifusione” dicendo che diventiamo nuovi se trasformiamo il nostro modo di pensare. Ciò che qui è stato tradotto con “modo di pensare”, è il termine greco “nous”. E’ una parola complessa. Può essere tradotta con “spirito”, “sentimenti”, “ragione” e, appunto, anche con “modo di pensare”. Quindi la nostra ragione deve diventare nuova. Questo ci sorprende. Avremmo aspettato che riguardasse piuttosto qualche atteggiamento: ciò che nel nostro agire dobbiamo cambiare. Ma no: il rinnovamento deve andare fino in fondo. Il nostro modo di vedere il mondo. dicomprendere la realtà – tutto il nostro essere deve mutarsi a partire dal suo fondamento. Il pensiero dell’uomovecchio, il modo di pensare comune è rivolto in genere verso il possesso, il benessere, l’influenza, il successo, la fama e così via. Ma in questo modo ha una portata troppo limitata. Così, in ultima analisi, resta il proprio “io” il centro del mondo. Dobbiamo imparare a pensare in maniera più profonda. Che cosa ciò significhi, lo dice san Paolo nella seconda parte della frase: bisogna imparare a comprendere la volontà di Dio, così che questa plasmi la nostra volontà. Affinché noi stessi vogliamo ciò che vuole Dio, perché riconosciamo che ciò che Dio vuole è il bello e il buono. Si tratta dunque di una svolta nel nostro spirituale orientamento di fondo. Dio deve entrare nell’orizzonte del nostro pensiero: ciò che Egli vuole e il modo secondo cui Egli ha ideato il mondo e me. Dobbiamo imparare a prendere parte al pensare e volere di Gesù Cristo. E allora saremo uomini nuovi nei quali emerge un mondo nuovo.
Lo stesso pensiero di un necessario rinnovamento del nostro essere persona umana, Paolo lo ha illustrato ulteriormente in due brani della Lettera agli Efesinisui quali pertanto vogliamo ancora riflettere brevemente. Nel quarto capitolo della Lettera l’Apostolo ci dice che con Cristo dobbiamo raggiungere l’età adulta, una fede matura. Non possiamo più rimanere “fanciulli in balia delle onde, trasportati qua e là da qualsiasi vento di dottrina…” (4,14). Paolo desidera che i cristiani abbiano una fede “matura”, una “fede adulta”.
La parola “fede adulta” negli ultimi decenni è diventata uno slogan diffuso. Ma lo si intende spesso nel senso dell’atteggiamento di chi non dà più ascolto alla Chiesa e ai suoi Pastori, ma sceglie autonomamente ciò che vuol credere e non credere -  una fede “fai da te”, quindi. E lo si presenta come “coraggio” di esprimersi contro il Magistero della Chiesa. In realtà tuttavia, non ci vuole per questo del coraggio, perché si può sempre essere sicuri del pubblico applauso. Coraggio ci vuole piuttosto per aderire alla fede della Chiesa, anche se questa contraddice lo “schema” del mondo contemporaneo. E’ questo non – conformismo della fede che Paolo chiama una “fede adulta”. E’ la fede che egli vuole. Qualifica invece come infantile il correre dietro ai venti e alle correnti del tempo. Così fa parte della fede adulta, ad esempio, impegnarsi per l’inviolabilità della vita umana fin dal primo momento, opponendosi con ciò radicalmente al principio della violenza, proprio anche nella difesa delle creature umane più inermi. Fa parte della fede adulta riconoscere il matrimonio tra un uomo e una donna per tutta la vita come ordinamento del Creatore, ristabilito nuovamente da Cristo. La fede adulta non si lascia trasportare qua e là da qualsiasi corrente. Essa si oppone ai venti della moda. Sa che questi venti non sono il soffio dello Spirito Santo; sa che lo Spirito di Dio s’esprime e si manifesta nella comunione con Gesù Cristo. Tuttavia, anche qui Paolo non si ferma alla negazione, ma ci conduce al grande “sì”. Descrive la fede matura, veramente adulta in maniera positiva con l’espressione: “agire secondo verità nella carità” (Ef4,15). Il nuovo modo di pensare, donatoci dalla fede, si volge prima di tutto verso la verità. La verità sul mondo e su noi stessi si rende visibile quando guardiamo a Dio. E Dio si rende visibile a noi nel volto di Gesù Cristo. Guardando a Cristo riconosciamo un’ulteriore cosa: verità e carità sono inseparabili. In Dio, ambedue sono inscindibilmente una cosa sola: è proprio questa l’essenza di Dio. Per questo, per i cristiani verità e caritàvanno insieme. La carità è la prova della verità. Sempre di nuovo dovremo essere misurati secondo questo criterio, che la verità diventi carità e la carità ci renda veritieri” (Benedetto XVI, Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, 28 giugno 2009).

La dottrina sociale della Chiesa argomenta a partire da fede – ragione e quindi dal diritto naturale, cioè a partire da ciò che  è, alla luce di fede – ragione, conforme alla natura di ogni essere umano cui è finalizzata eticamente la politica. E sa che non è compito della Chiesa far essa stessa valere politicamente questa dottrina: essa vuole servire la formazione della coscienza nella politica soprattutto dei fedeli cattolici politicamente impegnati come tali e contribuire affinché la percezione delle vere esigenze della giustizia e, insieme, la disponibilità ad agire in base ad esse, anche quando ciò contrastasse con mentalità e situazioni particolari, personali. Questo significa puntare al consenso per un giusto ordinamento sociale e statale, mediante il quale a ciascuno venga dato ciò che gli spetta: è un compito fondamentale, una delle forme di carità, che ogni generazione deve continuamente affrontare. Trattandosi di un compito di carità politica, non può avvenire immediatamente come soggetto ecclesiale, ma mediatamente attraverso fedeli laici. Essendo però, anche la carità a livello politico un compito umano primario, la Chiesa ha il dovere di offrire attraverso la purificazione della ragione da parte della fede e attraverso la formazione etica per il bene comune il suo contributo specifico, affinché le esigenze della giustizia diventino comprensibili e politicamente realizzabili.
La Chiesa non può e non deve per la libertà religiosa prendere nelle sue mani la battaglia politica per realizzare la società più giusta possibile. Non può e non deve mettersi al posto dello Stato. Ma non può accettare come uno dei soggetti sociali  a livello anche pubblico, che la fede venga posta ai margini nella lotta per la giustizia. Deve inserirsi in essa per la via dell’argomentazione razionale e deve risvegliare le forze spirituali, senza le quali la giustizia, che sempre richiede anche rinunce, non può affermarsi e prosperare. La società giusta non può essere opera della Chiesa, ma ad essa deve puntare la politica con l’apporto della Chiesa attraverso fedeli laici impegnati. Tuttavia deve adoperarsi per la giustizia lavorando per l’apertura dell’intelligenza e della volontà alle esigenze del bene comune.
Il compito immediato di operare per un giusto ordine nella società è invece proprio dei fedeli laici in collaborazione con tutti. Come cittadini dello Stato, essi sono chiamati a partecipare in prima persona alla vita pubblica. Missione dei fedeli laici è pertanto configurare  secondo la dottrina sociale della Chiesa la vita sociale, rispettandone la legittima autonomia e cooperando con gli altri cittadini secondo le rispettive competenze e sotto la propria responsabilità.
Le organizzazioni caritative della Chiesa costituiscono invece un suo opus propriumun compito a lei congeniale, nel quale essa non collabora collateralmente, ma agisce come soggetto direttamente responsabile, facendo quello che corrisponde alla sua natura. La Chiesa non può mai essere dispensata dall’esercizio della carità anche come attività organizzata dei credenti, come ricorda continuamente Papa Francesco, e, ‘altra parte, non ci sarà mai una situazione nella quale non occorra la carità di ciascun singolo cristiano, perché l’uomo, al di là della giustizia, ha sempre e avrà sempre bisogno dell’amore.

Nessun commento:

Posta un commento