mercoledì 19 giugno 2013

Del tutto cristocentrica la spiritualità di Lutero‏?


Qual è la posizione di Dio nei  miei confronti, come mi trovo io davanti a Dio? “Come posso avere un Dio misericordioso?” – questa scottante domanda di Lutero deve diventare ecumenicamente di nuovo, e certamente in forma nuova, anche la nostra domanda, non accademica, ma concreta. Questo il primo appello per Luterani e Cattolici per la celebrazione, nel 2017, del 500° anniversario della Riforma protestante
“Per me, come Vescovo di Roma, è un momento di profonda commozione incontrarvi qui, nell’antico convento agostiniano diErfurt. Abbiamo appena sentito che qui Lutero ha studiato teologia. Qui ha celebrato la sua prima Messa. Contro il desiderio del padre, egli non continuò gli studi giurisprudenza, ma studiò teologia e si incamminò verso il sacerdozio nell’Ordine di sant’Agostino. E in questo cammino non gli interessava questo o quello.  Ciò che non gli dava pace era la questione su Dio, che
fu la passione profonda e la molla della sua vita e dell’intero suo cammino. “come posso avere un Dio misericordioso?”: questa domanda gli penetrava nel cuore e stava dietro ogni sua ricerca teologica e ogni lotta interiore. Per Lutero la teologia non era una questione accademica, ma la lotta interiore con se stesso, e questo, poi, era una lotta riguardo a Dio e con Dio.
“Come posso avere un Dio misericordioso?”. Che questa domanda sia stata la forza interiore di tutto il suo cammino mi colpisce sempre nuovamente nel cuore. Chi, infatti,oggi si preoccupa ancora di questo, anche tra i cristiani? Che cosa significa la questione su Dio nella nostra vita? Nel nostro annuncio? La maggior parte della gente, anche dei cristiani, oggi dà per scontato che Dio, in ultima analisi, non si interessa dei nostri peccati e delle nostre virtù. Egli sa, appunto, che tutti siamo soltanto carne. Se si crede ancora in un al di là e in un giudizio di Dio, allora quasi tutti presupponiamo in pratica che Dio debba essere generoso e, alla fine, nella sua misericordia, ignorerà le nostre piccole mancanze. La questione non ci preoccupa più. Ma sono veramente così piccole le nostre mancanze? Non viene forse devastato il mondo a causa della corruzione dei grandi, ma anche dei piccoli, che pensano soltanto al proprio tornaconto? Non viene forse devastato a causa del potere della droga, che vive, da una parte, dalla brama di vita e di denaro e, dall’altra, dell’avidità di piacere delle persone dedite ad essa? Non è forse minacciato dalla crescente disposizione alla violenza che, non di rado, si maschera con l’apparenza della religiosità? La fame e la povertà potrebbero devastare a tal punto intere parti del mondo se in noi l’amore di Dio e, a partire da Lui, l’amore per il prossimo, per le creature di Dio,  gli uomini, fosse più vivo? E le domande in questo senso potrebbero continuare. No, il male non è una inezia. Esso non potrebbe essere così potente se noi mettessimo Dio veramente al centro della nostra vita. La domanda: Qual è la posizione di Dio nei miei confronti, come mi trovo io davanti a Dio? – questa scottante domanda di Lutero deve diventare di nuovo, e certamente in forma nuova, anche la nostra domanda, non accademica, ma concreta. Penso che questo sia il primo appello che dovremmo sentire nell’incontro con Martin Lutero.
E poi è importante: Dio, l’unico Dio, il Creatore del cielo e della terra, è qualcosa di diverso da un’ipotesi filosofica sull’origine del cosmo. Questo Dio ha un volto e ci ha parlato. Nell’uomo Gesù Cristo è divenuto uno di noi – insieme vero Dio e vero uomo. Il pensiero di Lutero, l’intera sua spiritualità era del tutto cristocentrica: “Ciò che promuove la causa di Cristo” era per Lutero il criterio ermeneutico decisivo nell’interpretazione della Sacra Scrittura. Questo, però, presuppone che Cristo sia il centro della nostra spiritualità e che l’amore per Lui, il vivere insieme con Lui orienti tutta la nostra vita.
Ora forse si potrebbe dire: va bene, ma cosa ha a che fare tutto questo con la nostra situazione ecumenica? Tutto ciò è forse soltanto un tentativo di eludere tante parole e problemi urgenti, nei quali aspettiamo progressi pratici, risultati concreti? A questo riguardo rispondo: la cosa più necessaria per l’ecumenismo è innanzitutto che, sotto la pressione della secolarizzazione, non perdiamo quasi inavvertitamente le grandi cose che abbiamo in comune, che di per sé ci rendono cristiani e che ci sono restate come dono e compito. E’ stato l’errore dell’età confessionale aver visto per lo più soltanto ciò che separa, e non aver percepito in modo esistenziale ciò che abbiamo in comune nelle grandi direttive della Sacra Scrittura e nelle professioni di fede del cristianesimo antico. E’ questo per me il grande progresso ecumenico degli ultimi decenni: che ci siamo resi conto di questa comunione e, nel pregare e cantare insieme, nell’impegno comune per l’ethos cristiano di fronte al mondo nella comune testimonianza del Dio di Gesù Cristo in questo mondo, riconosciamo tale comunione come il nostro comune fondamento imperituro.
Certo, il pericolo di perderla non è irreale. Vorrei far brevemente notare due aspetti.
-         Negli ultimi tempi, la geografia del cristianesimo è profondamente cambiata e sta cambiando ulteriormente. Davanti ad una forma nuova di cristianesimo, che si diffonde con un immenso dinamismo missionario, a volte preoccupante nelle sue forme, le Chiese confessionali storiche restano spesso perplesse. E’ un cristianesimo di scarsa densità istituzionale, con poco bagaglio razionale e ancora meno bagaglio dogmatico e anche con poca stabilità. Questo fenomeno mondiale – che mi viene continuamente descritto dai vescovi di tutto il mondo – ci pone tutti davanti alla domanda: che cosa a da dire a noi di positivo e di negativo questa nuova forma di cristianesimo? In ogni caso, ci mette nuovamente di fronte alla domanda su che cosa sia ciò che resta sempre valido e che cosa possa e debba essere cambiato, di fronte alla questione circa la nostra scelta fondamentale di fede.
-         Più profonda e nel nostro Paese più scottante è la seconda sfida per l’intera cristianità; di essa vorrei parlare: si tratta del contesto del mondo secolarizzato, nel quale dobbiamo vivere e testimoniare oggi la nostra fede. L’assenza di Dio nella nostra società si fa più pesante, la storia della sua rivelazione, di cui ci parla la Scrittura, sembra collocata in un passato che si allontana sempre di più. Occorre forse cedere alla pressione della secolarizzazione, diventare moderni mediante un annacquamento della fede? Naturalmente, la fede deve essere ripensata e soprattutto rivissuta oggi in modo nuovo per diventare una cosa che appartiene al presente. Ma non è l’annacquamento della fede che aiuta, bensì il viverla interamente nel nostro oggi. Questo è un compito ecumenico centrale nel quale dobbiamo aiutarci a vicenda: a credere in modo più profondo e più vivo. Non saranno le tattiche a salvarci, a salvare il cristianesimo, ma una fede ripensata e rivissuta in modo nuovo mediante la qualeCristo, e con Lui il Dio vivente, entri in questo mondo. Come i martiri dell’epoca nazista ci hanno condotti gli uni verso gli altri e hanno suscitato la prima grande apertura ecumenica, così anche la fede, vissuta a partire dall’intimo di se stessi, in un mondo secolarizzato, è la forza ecumenica più forte che ricongiunge, guidandoci verso l’unità nell’unico Signore. E per questo lo preghiamo di imparare di nuovo a vivere la fede per poter diventare così una cosa sola” (Benedetto XVIIncontro con i Rappresentanti del Consiglio della Chiesa Evangelica in Germania, 23 settembre 2011).
Lunedì 18 giugno 2013 a Ginevra è stato presentato il documento congiunto di Cattolici e Luterani con “Cinque imperativi ecumenici” per caratterizzare la celebrazione, nel 2017, del 500° anniversario della Riforma protestante puntando a passare “Dal Conflitto alla Comunione”.
1.        Occorre partire dalla consapevolezza che cattolici e luterani condividono il battesimo nel Corpo di Cristo e quindi devono rafforzare ciò che essi hanno in comune anche quando “le differenze sono più facilmente visibili e vissute
2.        Cattolici e luterani “necessitano di reciproche esperienze di incoraggiamento e di critica” che aiuteranno entrambe le comunità a trasformarsi e a giungere a una comprensione più profonda di Cristo
3.        Cattolici e luterani “dovrebbero impegnarsi ancora per cercare l’unità, per elaborare assieme cosa significhi nel concreto e per raggiungere questo obiettivo”.
4.        La testimonianza cristiana alla luce delle profonde trasformazioni del mondo. I fedeli “dovrebbero ritrovare insieme la forza del Vangelo di Gesù Cristo per il nostro tempo” e condividere con gli altri in modo che non aumentino le divisioni e la competizione tra le comunità”.
5.        Cattolici e luterani “dovrebbero essere insieme testimoni della misericordia di Dio nella proclamazione e nel servizio al mondo”.
E’ un anniversario particolarmente significativo e c’è bisogno sia di un lavoro teologico profondo e sia soprattutto della serietà della fede in Dio nel vivere la sua parola e la sua presenza sacramentale. Viviamo in un tempo in cui i criteri dell’essere uomini sono divenuti incerti. L’etica cristiana viene sostituita con il calcolo delle conseguenze. Di fronte a ciò noi, Cattolici e Luterani, dobbiamo difendere la dignità inviolabile di ogni uomo, dal concepimento fino alla morte – nelle questioni della diagnosi pre - impiantatoria fino all’eutanasia. Solo chi conosce, esperimenta l’amore di Dio facendo accadere la fede, conosce l’uomo. Senza la conoscenza e le’esperienza continua dell’amore di Dio l’uomo diventa manipolabile. Fanno parte di tale impegno per l’uomo non soltanto questi criteri fondamentali di umanità, ma soprattutto e molto concretamente nella carità pastorale ecumenica l’amore che Cristo ci dona nella descrizione del Giudizio finale (Mt 25): Il Dio giudice ci giudicherà come ci siamo comportati, Cattolici e Luterani, nei confronti di coloro che ci sono prossimi, nei confronti dei più piccoli dei suoi fratelli.

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