lunedì 10 giugno 2013

Dalla fede il dono della vita eterna‏


La fede è anche oggi una speranza che trasforma e sorregge la nostra vita?
E’ essa un messaggio che plasma in modo nuovo la vita stessa o è ormai soltanto “informazione” che, nel frattempo, abbiamo accantonata e che ci sembra superata da informazioni recenti?
“Nella ricerca di una risposta vorrei partire dalla forma classica del dialogo con cui il rito del Battesimo esprimeva l’accoglienza del neonato nella comunità dei credenti e la sua rinascita in Cristo. Il sacerdote chiedeva innanzitutto quale nome i genitori avevano scelto per il bambino, e
continuava poi con la domanda: “Che cosa chiedi alla Chiesa?”. Risposta: “La fede”. “E che cosa ti dona la fede?”. “La vita eterna”.
Stando a questo dialogo, i genitori cercavano per il bambino l’accesso alla fede, la comunione con i credenti, perché vedevano nella fede la chiave per “la vita eterna”. Di fatto, oggi come ieri, di questo si tratta nel Battesimo, quando si diventa cristiani: non soltanto di un atto di socializzazione entro la comunità, non semplicemente di accoglienza nella Chiesa. I genitori si aspettano di più per il battezzando:si aspettano che la fede, di cui è parte la corporeità della Chiesa e dei suoi sacramenti, gli doni la vita – la vita eterna. Fede è sostanza della speranza. Ma allora sorge la domanda: vogliamo noi davvero questo – vivere eternamente?
Forse oggi molte persone rifiutano la fede semplicemente perché la vita eterna non sembra loro una cosa desiderabile. Non vogliono affatto la vita eterna, ma quella presente, e la fede nella vita eterna non sembra loro una cosa desiderabile. Non vogliono affatto la vita eterna, ma quella presente, e la fede nella vita eterna sembra, per questo scopo, piuttosto un ostacolo. Continuare a vivere in eterno – senza fine  - appare più una condanna che un dono. La morte, certamente, si vorrebbe rimandare il più possibile. Ma vivere sempre, senza un termine – questo, tutto sommato, può essere solo noioso e alla fine insopportabile.
E’ precisamente questo che, per esempio, dice il padre della Chiesa Ambrogio nel discorso funebre per il fratello defunto Satiro: “E’ vero che la morte non faceva parte della natura, ma fu resa realtà di natura;infatti Dio da principio non stabilì la morte, ma la diede quale rimedio. (…) A causa della trasgressione, la vita degli uomini cominciò ad essere miserevole nella fatica quotidiana e nel pianto insopportabile. Doveva essere posto un termine al male, affinché la morte restituisse ciò che la vita aveva perduto. L’immortalità è un peso piuttosto che un vantaggio, se non la illumina la grazia”. Già prima Ambrogio aveva detto: “Non deve essere pianta la morte, perché è causa di salvezza…”.
Qualunque cosa sant’Ambrogio intendesse dire precisamente con queste parole, è vero che l’eliminazione della morte o anche il suo rimando quasi illimitato metterebbe la terra e l’umanità in una condizione impossibile e non renderebbe neanche al singolo stesso un beneficio. Ovviamente c’è una contraddizione nel nostro atteggiamento, che rimanda ad una contraddittorietà interiore della nostra stessa esistenza. Da una parte, non vogliamo morire; soprattutto chi ci ama non vuole che moriamo. Dall’altra, tuttavia, non desideriamo neppure di continuare ad esistere illimitatamente e anche la terra non è stata creata con questa prospettiva. Allora, che cosa vogliamo veramente? Questo paradosso del nostro stesso atteggiamento suscita una domanda più profonda: che cosa è, in realtà la vita? E che cosa significa veramente “eternità”? Ci sono dei momenti in cui percepiamo all’improvviso: sì, sarebbe propriamente questo – la “vita” vera – così essa dovrebbe essere. A confronto, ciò che nella quotidianità chiamiamo “vita”, in verità non lo è. Agostino, nella sua ampia lettera sulla preghiera indirizzava a Proba, una vedova romana benestante e madre di tre consoli, scrisse una volta: in fondo vogliamo una  cosa sola – “la vita beata” – la vita che è semplicemente vita, semplicemente “felicità”. Non c’è, in fin dei conti, altro che chiediamo nella preghiera. Verso nient’altro ci siamo incamminati – di questo solo si tratta. Ma poi Agostino dice anche: guardando meglio, non sappiamo affatto che cosa in fondo desideriamo, che cosa vorremmo propriamente. Non conosciamo per nulla questa realtà; anche in quei momenti in cui pensiamo di toccarla non la raggiungiamo veramente, “non sappiamo che cosa sia conveniente domandare”, egli confessa con una parola di san Paolo (Rm 8,26). Ciò che sappiamo è solo che non è questo. Tuttavia, nel non sapere sappiamo che questa realtà deve esistere. “C’è dunque in noi una, per così dire, dotta ignoranza” (docta ignorantia), egli scrive. Non sappiamo che cosa vorremmo veramente, non consideriamo questa “vera vita”; e tuttavia sappiamo che deve esistere un qualcosa che noi non conosciamo e verso il quale si sentiamo spinti.
Penso che Agostino descriva lì in modo molto preciso e sempre valido la situazione essenziale dell’uomo, la situazione da cui provengono tutte le sue contraddizioni e le sue speranze. Desideriamo in qualche modo la vita stessa, quella vera, che non venga poi toccata neppure dalla morte; ma allo stesso tempo non conosciamo ciò verso cui ci sentiamo spinti. Non possiamo cessare di protenderci verso di esso e tuttavia sappiamo che tutto ciò che possiamo sperimentare o realizzare non è ciò che bramiamo. Questa “cosa” ignota è la vera “speranza” che ci spinge e il suo essere ignota è, al contempo, la causa di tutte le disperazioni come pure di tutti gli slanci positivi o distruttivi verso il mondo autentico e l’autentico uomo. La parola “vita eterna” cerca di dare un nome a questa sconosciuta realtà conosciuta. Necessariamente è una parola insufficiente che crea confusione. “Eterno”, infatti, suscita in noi l’idea dell’indeterminabile, e questo ci fa paura; “vita” ci fa pensare alla vita da noi conosciuta, che amiamo e non vogliamo perdere e che, tuttavia, è spesso allo stesso tempo più fatica che appagamento, cosicché mentre per un verso la desideriamo, per l’altro non la vogliamo. Possiamo soltanto cercare di uscire con il nostro pensiero dalla temporalità della quale siamo prigionieri e in qualche modo presagire che l’eternità non sia un continuo susseguirsi di giorni del calendario, ma qualcosa come il momento colmo di appagamento in cui la totalità ci abbraccia e noi abbracciamo la totalità. Sarebbe il momento dell’immergersi nell’oceano dell‘infinito amore, nel quale il tempo – il prima e il dopo – non esiste più. Possiamo soltanto cercare di pensare che questo momento è la vita in senso pieno, un sempre nuovo immergersi nella vastità dell’essere, mentre siamo semplicemente sopraffatti dalla gioia. Così lo esprime Gesù nel Vangelo di Giovanni: “Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la gioia” (16,22). Dobbiamo pensare in questa direzione, se vogliamo capire a che cosa mira la speranza cristiana, che cosa aspettiamo dalla fede, dal nostro essere con Cristo” (Benedetto XVI, La gioia della fede, San Paolo, pp.163-168).

Nella Nuova evangelizzazione quanto è importante annunciare dove arriva Cristo e dove dobbiamo arrivare anche noi: in alto, alla destra del Padre. Sequela di Cristo non è soltanto imitazione delle sue virtù, non è solo vivere in questo mondo lasciandoci assimilare a Lui, per quanto è possibile, ma è un cammino con la fede che Lui porti a compimento la tensione morale non riuscita: il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino.
In questo senso la meta di questo cammino, di questo tentare ritentare anche senza riuscire è la vita eterna alla destra del Padre in comunione con Cristo. Noi oggi abbiamo spesso un po’ paura di parlare della vita eterna. Parliamo delle cose, anche degli atteggiamenti morali ed etici utili per il mondo, mostriamo che il cristianesimo aiuta anche a migliorare il mondo, ma non osiamo dire che la sua meta è la vita eterna e che da tale meta vengono poi i criteri della vita. Cogliere che il cristianesimo aiuta anche a migliorare il mondo ci mantiene in cammino ma nell’orizzonte che il Cristianesimo rimane un “frammento” se non pensiamo a questa meta nella casa del Padre, alla gloria del Figlio che ci fa figli nel Figlio portando a compimento quello che abbiamo tentato e ritentato di assimilarci a Lui anche senza riuscire totalmente: solo nella prospettiva della vita eterna il Cristianesimo rivela tutto il senso. Urge avere il coraggio, la gioia, la grande speranza affidabile che la vita eterna c’è,è la vera vita e da questa vita viene la luce che illumina anche questo mondo. Il suo regno non è un al di là immaginario, posto in un futuro che  non arriva mai; il suo regno è presente là dove Egli è amato e dove il suo amore ci raggiunge e quando si ama il prima e il poi non c’è: c’è solo il presente. Solo il suo amore è già vita eterna e ci dà la possibilità di perseverare con ogni sobrietà giorno per giorno, senza perdere lo slancio della speranza, in un mondo che, per sua natura, è imperfetto: la morte non faceva parte della natura creata, ma dal peccato fu resa realtà di natura; infatti Dio da principio non stabilì la morte, ma la diede quale rimedio. A causa della trasgressione, la vita degli uomini cominciò ad essere miserevole nella fatica quotidiana. Sant’Ambrogio dice che doveva essere posto un termine al male, affinché la morte restituisse ciò che la vita aveva perduto . E il suo amore cioè la sua grazia, allo stesso tempo, è per noi la garanzia che esiste ciò che solo vagamente intuiamo e, tuttavia, nell’intimo aspettiamo: la vita che è “veramente” vita. I luoghi di pratico apprendimento ed esercizio della speranza sono la preghiera, l’agire e il soffrire, il Giudizio. Certo occorre far fronte oggi a questi interrogativi: la fede cristiana è anche per gli uomini di oggi una speranza che trasforma e sorregge la vita? E più radicalmente: gli uomini e le donne di questa nostra epoca desiderano ancora la vita eterna? O forse l’esistenza terrena è diventata l’unico orizzonte riducendo anche Gesù Cristo a un personaggio del passato da imitare anziché una presenza sacramentale, ecclesiale che anticipa la meta cui arrivare? 

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