mercoledì 13 febbraio 2013

Il successore di Pietro, Apostolo di Cristo‏


“Anche in futuro vorrò servire di tutto cuore,con una vita dedicata alla preghiera, la santa Chiesa”.  La Chiesa è di Cristo, è il corpo di Cristo. A Lui, dunque tocca dirigerla e, se necessario come in questo momento, salvarla

Nella “Lectio divina” al Pontificio Seminario Romano Maggiore sui tre versetti della Prima Lettera di san Pietro (cfr 1,3-5) l’8 febbraio 2013 prima di entrare nel testo ha voluto far comprendere che è Pietro che parla non come successore di Cristo ma come sua voce per tutta la Chiesa di allora e in continuità di tutti i tempi. Le prime due parole della Lettera sono “Petrus apostolos” (v. 1): lui parla, e parla alle Chiese in Asia e chiama i fedeli “eletti e stranieri dispersi”. Pietro parla, e parla – come si sente alla fine della Lettera – da Roma, che ha chiamato “Babilonia” (5,13). Pietro Parla: quasi una prima enciclica, con la quale il primo apostolo, vicario di Cristo, parla alla Chiesa di tutti i tempi. I Papi non sono successori di Cristo perché essa è di Cristo e con il suo farsi presente in continuità
nell’Eucaristia, la forma come suo corpo, la dirige attraverso i successori di Pietro e degli apostoli uniti al Papa, e se necessario la salva.
La decisione di ritirarsi, dopo un breve soggiorno a Castel Gandolfo durante la sede vacante, in quello che è stato un monastero di clausura, all’interno delle Mura Vaticane testimonia anche con la vicinanza fisica alla tomba di Pietro, quanto voglia restare accanto a quella Chiesa cui vuole donarsi fino all’ultimo, attendendo la chiamata alla Casa definitiva.
La discrezione di Joseph Ratzinger che anche da Papa ha distinto il magistero che varrà anche dopo di lui, dagli scritti opinabili come il Gesù di Nazareth, non vi sarà alcuna interferenza con il governo del successore.

“Pietro, apostolo. Parla quindi colui che ha trovato in Cristo Gesù il Messia di Dio, che ha parlato come primo in nome della Chiesa futura: “Tu sei Cristo, il Figlio del Dio vivo” (Mt 16,16). Parla colui che ci ha introdotto in questa fede. Parla colui al quale il Signore ha detto: “Ti trasmetto le chiavi del regno dei cieli” (Mt 16,19), al quale ha affidato il suo gregge dopo la risurrezione, dicendogli tre volte: “Pascola il mio gregge, le mie pecore” (Gv 21,15-17). Parla anche l’uomo che è caduto, che ha negato Gesù e che ha avuto la grazia di vedere lo sguardo di Gesù, di essere toccato nel suo cuore e di aver trovato il perdono e un rinnovamento della sua missione. Ma è soprattutto importante che questo uomo, pieno di passione, di desiderio di Dio, di desiderio del regno di Dio, del Messia, che quest’uomo che ha trovato Gesù, il Signore e il Messia, è anche l’uomo che ha peccato, che è caduto, e tuttavia è rimasto sotto gli occhi del Signore e così rimane responsabile per la Chiesa di Dio, rimane incaricato da Cristo, rimane portatore del suo amore.
Parla Pietro, l’apostolo, ma gli esegeti ci dicono: non è possibile che questa Lettera sia di Pietro, perché il greco è talmente buono che non può essere il greco di un pescatore del Lago di Galilea. E non solo il linguaggio, la struttura della lingua è ottima, ma anche il pensiero è già abbastanza maturo, ci sono già formule concrete nelle quali si condensa la fede e la riflessione della Chiesa. Quindi essi dicono: è già uno stato di sviluppo che non può essere quello di Pietro. Come rispondere? Vi sono due posizioni importanti: primo, Pietro stesso – cioè la Lettera – ci dà una chiave perché alla fine dello Scritto dice: “Vi scrivo tramite Silvano – dia Silvano”. Questo tramite (dia) può significare diverse cose: può significare che lui (Silvano) trasporta, trasmette; può voler dire che lui ha aiutato nella redazione; può dire che lui realmente era lo scrittore pratico. In ogni caso, possiamo concludere che la Lettera stessa ci indica che Pietro non è stato solo nello scrivere questa Lettera, ma esprime la fede di una Chiesa che è già in cammino di fede, in una fede sempre più matura. Non scrive da solo, individuom isolato, scrive con l’aiuto della Chiesa, delle persone che aiutano ad approfondire la fede, ad entrare nella profondità del suo pensiero, della sua ragionevolezza, della sua profondità. E questo è molto importante: non parla Pietro come individuo, parla ex persona Ecclesiaeparla come uomo della Chiesa, certamente come persona, con la sua responsabilità personale, ma anche come persona che parla in nome della Chiesa: non solo idee private, non come un genio del secolo XIX che voleva esprimere solo idee personali, originali, che nessuno avrebbe potuto dire prima. No. Non parla come genio individualistico, ma parla proprio nella comunione della Chiesa. Nell’Apocalisse, nella visione iniziale di Cristo è detto che la voce di Cristo riunisce tutte le acque del mondo, porta in sé tutte le acque vive che danno vita al mondo; è Persona, ma proprio questo è la grandezza del Signore, che porta in sé tutto il fiume dell’Antico Testamento, anzi la saggezza dei popoli. E quanto qui è detto sul Signore vale, in altro modo, anche per l’apostolo, che non vuole dire un parola solo sua, ma porta in sé realmente le acque della fede, le acque di tutta la Chiesa, e proprio così dà fertilità, dà fecondità e proprio così è un testimone personale che si apre al Signore, e così diventa aperto e largo. Quindi, questo è importante.
Poi mi sembra anche importante che in questa conclusione della Lettera vengono nominati Silvano e Marco, due persone che appartengono anche alle amicizie di san Paolo. Così, tramite questa conclusione, i mondi di san Pietro e di san Paolo vanno insieme: non è una teologia esclusivamente petrina contro una teologia paolina, ma è una teologia della Chiesa, della fede della Chiesa, nella quale c’è diversità – certamente – di temperamento, di pensiero, di stile nel parlare tra Paolo e Pietro. E’ bene che ci siano queste diversità, anche oggi, di diversi carismi, di diversi temperamenti, ma tuttavia non sono contrastanti e si uniscono nella comune fede.
Vorrei dire ancora una cosa: san Pietro scrive da Roma. E’ importante: qui abbiamo giù il vescovo di Roma, abbiamo l’inizio della successione, abbiamo già l’inizio del primato concreto collocato a Roma, non solo consegnato dal Signore, ma collocato qui, in questa città, in questa capitale del mondo. Come è venuto Pietro a Roma? Questa è una domanda seria. Gli Atti degli Apostoli ci raccontano che, dopo la sua fuga dal carcere di Erode, è andato in un altro luogo (12,17) – eis eterontopon -, non si sa in quale altro luogo; alcuni dicono Antiochia, alcuni dicono Roma. In ogni caso,in questo capitolo, va detto anche che, prima di fuggire, ha affidato la Chiesa giudeo – cristiana, la Chiesa di Gerusalemme, a Giacomo e, affidandola a Giacomo, egli tuttavia rimane Primate della Chiesa universale, della Chiesa dei pagani, ma anche della Chiesa giudeo – cristiana. E qui a Roma ha trovato una grande comunità – giudeo cristiana. I liturgisti ci dicono che nel Canone romano ci sono tracce di un linguaggio tipicamente giudeo – cristiano; così vediamo che in Roma si trovano ambedue le parti della Chiesa: quella giudeo cristiana e quella pagano cristiana, unite, espressione della Chiesa universale. E per Pietro certamente il passaggio da Gerusalemme a Roma è il passaggio all’universalità della Chiesa, il passaggio alla Chiesa dei pagani e di tutti i tempi, alla Chiesa anche sempre degli ebrei. E penso che, andando a Roma, san Pietro non solo ha pensato a questo passaggio: Gerusalemme/Roma, Chiesa giudeo- cristiana/Chiesa universale. Certamente si è ricordato anche delle ultime parole di Gesù a lui rivolte, riportate da san Giovanni: !Alla fine, tu andrai dove non vuoi andare. Ti cingeranno, estenderanno le tue mani” (Gv 21,18). E’ una profezia della crocifissione. I filologi ci mostrano che è un’espressione precisa, tecnica, questo “stendere le mani”, per la crocifissione. San Pietro sapeva che la sua fine sarebbe stato il martirio, sarebbe stata la croce. E così, sarà nella sequela di Cristo. Quindi andando a Roma certamente è andato al martirio: in Babilonia lo aspettava il martirio. Quindi, il primato ha questo contenuto della universalità, ma anche un contenuto martiriologico. Dall’inizio, Roma è anche il luogo del martirio. Andando a Roma, Pietro accetta di nuovo questa parola del Signore: va verso la Croce, e ci invita ad accettare anche noi l’aspetto martirio logico del cristianesimo, che può avere forme molto diverse. E la croce può avere forme molto diverse, ma nessuno può essere cristiano senza seguire il Crocifisso, senza accettare anche il momento martirio logico” (Benedetto XVI, Visita al Pontificio Seminario Romano Maggiore, 8 febbraio 2013).

Sono parole significative per Benedetto XVI in questo momento: Pietro andando a Roma va verso la Croce e ci invita ad accettare anche noi l’aspetto martirio logico del cristianesimo, che può avere forme diverse. Quanto in questi quasi otto anni deve aver sofferto Benedetto XVI  vedendo disprezzato o non sufficientemente valorizzato il suo magistero, oppure quando anche cattolici si sono allineati con le critiche di quella cultura che predomina in Occidente e che punta a porsi come universale e autosufficiente, generando un nuovo costume di vita, riducendo l’uomo a un semplice prodotto della natura, come tale non realmente libero e di per sé suscettibile di essere trattato come ogni altro animale riducendo l’etica entro i confini del relativismo e dell’utilitarismo, con l’esclusione di ogni principio morale che sia valido e vincolante per se stesso, rifiutando quindi a livello politico che ci siano principi non negoziabili. E i Poteri forti che vogliono dominare il mondo sviluppano una nuova ondata di illuminismo e di laicismo, perla quale sarebbe razionalmente valido soltanto ciò che è sperimentabile e calcolabile, mentre sul piano della prassi la libertà individuale viene eretta a valore fondamentale al quale tutti gli altri dovrebbero sottostare, soprattutto la Chiesa cattolica. Così Dio rimane escluso dalla cultura e dalla vita pubblica, e la fede in Lui diventa sempre più difficile. E chi si oppone a questo, come Benedetto XVI e con Lui la Chiesa cattolica, deve prepararsi al martirio. E  i cattolici che non sono disponibili all’ondata che considera Dio superfluo od estraneo invece di essere figli obbedienti e contenti del loro Padre si sono schierati dall’altra parte, danneggiando la Chiesa, Chiesa che è, però, guidata da Cristo e, come è necessario oggi, da Lui salvata.

Nessun commento:

Posta un commento