domenica 17 febbraio 2013

Agli inizi del Concilio la liturgia, Dio, l'adorazione‏


Il Concilio ha parlato su Dio! Ed è stato il primo atto e quello sostanziale parlare su Dio e aprire tutta la gente, tutto il popolo santo all’adorazione su Dio, nella comune celebrazione pasquale e domenicale della liturgia del Corpo e Sangue di Cristo che lo genera in continuità 
“Dopo la Prima Guerra Mondiale, era cresciuto, proprio nell’Europa centrale e occidentale, il movimento liturgico, una riscoperta della ricchezza e della profondità della liturgia, che era finora quasi chiusa nel Messale Romano del sacerdote mentre la gente pregava con propri libri di preghiera, i quali erano fatti secondo il cuore della gente, così che si cercava di tradurre i contenuti alti, il linguaggio alto, della liturgia classica in parole più emozionali, più vicine al cuore del popolo. Ma erano quasi due
liturgie parallele: il sacerdote con i chierichetti, che celebrava la Messa secondo i Messale, ed i laici, che pregavano, nella Messa, con i loro libri di preghiera, insieme, sapendo sostanzialmente che cosa si realizzava sull’altare.  Ma ora era stata riscoperta proprio la bellezza, la profondità, la ricchezza storica, umana, spirituale del Messale e la necessità che non solo un rappresentante del popolo, un piccolo chierichetto, dicesse Et cum spiritu tuo” eccetera, ma che fosse realmente un dialogo tra sacerdote e popolo, che realmente la liturgia dell’altare e la liturgia del popolo fosse un’unica liturgia, una partecipazione attiva, che le ricchezze arrivassero al popolo; e così si è riscoperta, rinnovata la liturgia.
Io trovo adesso, retrospettivamente, che è stato molto buono cominciare con la liturgia, così appare il primato di Dio, il primato dell’adorazione. “Operi Dei nihil praeponatur”: questa parola della Regola di san Benedetto (43,3) appare così la suprema regola del Concilio. Qualcuno aveva criticato che il Concilio ha parlato su tante cose, ma non su Dio. Ha parlato di Dio! Ed è stato il primo atto e quello sostanziale parlare su Dio e aprire tutta la gente, tutto il popolo santo, all’adorazione di Dio, nella comune celebrazione della liturgia del Corpo e Sangue di Cristo. In questo senso, al di là dei fattori pratici che sconsigliavano di cominciare subito con temi controversi, è stato, diciamo, realmente un atto di Provvidenza che agli inizi del Concilio stia la liturgia, stia Dio, stia l’adorazione. Adesso non vorrei entrare nei dettagli della discussione, ma vale la pena sempre tornare, oltre le attuazioni pratiche, al Concilio stesso, alla sua profondità e alle sue idee essenziali.
Ve n’erano, direi diverse: soprattutto il Mistero pasquale come centro dell’essere cristiano, e quindi della vita cristiana, dell’anno, del tempo cristiano, espresso nel tempo pasquale e nella domenica che è sempre il giorno della Risurrezione. Sempre di nuovo cominciamo il nostro tempo con la Risurrezione, con l’incontro con il Risorto, e dall’incontro con il risorto andiamo al mondo. In questo senso, è un peccato che oggi si sia trasformata la domenica in fine settimana, mentre è la prima giornata, è l’inizio; interiormente dobbiamo tenere presente questo: che è l’inizio, l’inizio della Creazione, è l’inizio della ricreazione nella Chiesa, incontro con il Creatore e con Cristo Risorto. Anche questo duplice contenuto della domenica è importante: è il primo giorno, cioè festa della Creazione, noi stiamo sul fondamento della Creazione, crediamo nel Dio Creatore; e incontro con il Risorto, che rinnova la Creazione, il suo vero scopo è creare un mondo che è risposta all’amore di Dio.
Poi c’erano dei principi: l’intelligibilità, invece di essere rinchiusi in una lingua non conosciuta, non parlata, ed anche partecipazione attiva. Purtroppo, questi principi sono stati anche male intesi. Intelligibilità non vuol dire banalità, perché i grandi testi della liturgia – anche se parlati, grazie a Dio, in lingua materna – non sono facilmente intelligibili, hanno bisogno di una formazione permanente del cristiano perché cresca ed entri sempre più in profondità nel mistero e così possa comprendere. Ed anche la Parola di Dio – se penso giorno per giorno alla lettura dell’Antico Testamento, anche alla lettura delle Epistole paoline, dei Vangeli: chi potrebbe dire che capisce subito perché è nella propria lingua? Solo una formazione permanente del cuore e della mente può realmente creare intelligibilità ed una partecipazione che è più di una attività esteriore, che è un entrare della persona, del mio essere, nella comunione della Chiesa e così nella comunione con Cristo” (Benedetto XVI, Incontro con i Parroci e il Clero della Diocesi di Roma, 14 febbraio 2013).

 “Senza la Liturgia (fonte e culmine è la celebrazione eucaristica dove Lui parla attraverso la Scrittura e si fa dono in persona nel Santissimo sacramento quotidianamente a livello di Chiesa locale, parrocchiale, comunitaria) e i Sacramenti (della Chiesa attraverso i quali Lui agisce), la professione di fede non avrebbe efficacia, perché mancherebbe della grazia che sostiene la testimonianza dei cristiani” (Porta fidei1). All’inizio dell’essere cristiano – e quindi all’origine della nostra testimonianza di credenti – non c’è una decisione etica o una grande idea, ma l’incontro con la Persona viva attuale, di Gesù Cristo, “che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva”.  E’ questa una delle centrali affermazioni che ripropongono il Concilio che è partito dalla Liturgia aprendo a tutto il popolo santo la possibilità dell’adorazione di Dio nella comune celebrazione annuale e domenicale della liturgia del Corpo e Sangue di Cristo che genera la comunità, il popolo di Dio, la Chiesa.
Anche il passaggio dal latino al volgare che avvenne non al Vaticano II ma dopo il Concilio, voleva promuovere il principio dell’intelligibilità della Messa, Ma “l’intelligibilità non significa ‘banalità’, perché i grandi testi della liturgia – anche in lingue parlate – non sono facilmente intelligibili, “hanno bisogno di una formazione permanente del cristiano, perché cresca ed entri sempre più nella profondità del mistero e così possa comprendere” Non c’è garanzia che un testo sia capito “solo perché è nella propria lingua” “solo un formazione permanente del cuore e della mente può realmente creare intelligibilità”, e la vera partecipazione attiva “è più di una attività esteriore, è entrare della persona, del mio essere nella comunione della Chiesa e così nella comunione con Cristo”. Anche nella celebrazione in latino, con la ricchezza della catechesi,”sapevano sostanzialmente che cosa si realizzava sull’altare”, mentre “chi potrebbe dire che capisce perché è nella propria lingua? Solo una formazione permanente del cuore e della mente può creare intelligibilità ed una partecipazione che è più di una attività esteriore, che è un entrare della persona, del mio essere, nella comunione della Chiesa e così nella comunione con Cristo”.
Il Concilio mediatico – da non confondere con il Concilio reale, ha presentato erroneamente tutto questo come un abbandono della sacralità.”La sacralità, dicevano, è pagana, Cristo è morto fuori dalle porte del Sacro, va esaltata la profanità del culto come partecipazione comune. Concetti nati in una visione del Concilio fuori dalla sua propriachiave della fede”, e neppure veramente biblici perché basati su una errata concezione della Sacra Scrittura come se fosse solo “un libro storico da trattare storicamente e nient’altro”.
Il Vaticano II con la Costituzione sulla Liturgia si è poi concentrato come anima di tutti gli altri documenti su due idee essenziali: il mistero pasquale e la sacramentalità della Chiesa. Il mistero della Redenzione “è espresso nel tempo pasquale e nella domenica che è sempre il giorno della Risurrezione”, dell’incontro nel “noi” della Chiesa con il Risorto, qualche cosa che oggi stiamo perdendo, interpretando la domenica solo come l’ultimo giorno della settimana, mentre è invece il primo girono della creazione e della ricreazione. Anche nelle più piccole parrocchie dove si celebra la Messa alla Domenica si fa presente la Chiesa Cattolica, il corpo di Cristo, i fedeli si incontrano con Lui e in Lui fraternamente tra loro. Il virgolettato è tratto dall’intervento a braccio con i parroci e il clero di Roma.

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