sabato 19 gennaio 2013

Eucaristia almeno domenicale e volto di Dio


L’Eucaristia, almeno domenicale, è la grande scuola in cui impariamo a vedere il volto di Dio, entriamo in rapporto intimo con Lui; e impariamo, allo stesso tempo a vederlo presente nel volto dei fratelli e a rivolgere lo sguardo verso il momento finale della storia, quando Egli ci sazierà con la luce del suo volto. Sulla terra camminiamo verso questa pienezza, nell’attesa gioiosa e impegnata nella carità che si compia realmente il Regno di Dio, quando Lui, glorioso nella sua divinità e umanità, in morte verrà incontro a me, al compimento della storia a noi

“Il Concilio Vaticano II, nella Costituzione sulla divina Rivelazione Dei Verbum, afferma che l’intima verità di tutta la Rivelazione di Dio risplende per noi “in Cristo, che è insieme il mediatore e la pienezza di tutta la Rivelazione” (n. 2). L’Antico testamento ci narra come Dio, dopo la creazione, nonostante il peccato originale, nonostante l’arroganza dell’uomo di volersi mettere al posto del suo Creatore, offre di nuovo la possibilità della sua amicizia, soprattutto attraverso l’Alleanza con Abramo e il cammino di un
piccolo popolo, quello di Israele, che Egli sceglie non con criteri di potenza terrena, ma semplicemente per amore. E’una scelta che rimane un mistero e rivela lo stile di Dio che chiama alcuni non per escludere altri, ma perché facciano da ponte nel condurre a Lui: elezione è sempre elezione per l’altro. Nella storia del popolo di Israele possiamo ripercorrere le tappe di un lungo cammino in cui Dio si fa conoscere, si rivela, entra nella storia con parole e azioni. Per questa storia Egli si serve di mediatori, come Mosè, i Profeti, i Giudici, che comunicano al popolo la sua volontà, ricordano l’esigenza di fedeltà all’alleanza e tengono desta l’attesa della realizzazione piena e definitiva delle promesse divine.
Ed è proprio la realizzazione di queste promesse che abbiamo contemplato nel Santo Natale: la Rivelazione di Dio giunge al suo culmine, alla sua pienezza. In Gesù di Nazareth, Dio visita realmente il suo popolo, visita l’umanità in un modo che va oltre ogni attesa: manda il suo Figlio Unigenito; si fa uomo Dio stesso. Gesù non ci dice qualcosa di Dio, non parla semplicemente del Padre, ma è rivelazione di Dio, perché è Dio, e ci rivela così il volto di Dio. Nel Prologo del suo vangelo, san Giovanni scrive: “Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato” (Gv 1,18).
Vorrei soffermarmi su questo “rivelare il volto di Dio”. A tale riguardo, san Giovanni, nel suo Vangelo, ci riporta un fatto significativo che abbiamo ascoltato ora. Avvicinandosi la Passione, Gesù rassicura i suoi discepoli invitandoli a non avere timore e ad avere fede; poi instaura un dialogo con loro nel quale parla di Dio Padre (Gv 14,2-9). Ad un certo punto, l’apostolo Filippo chiede a Gesù: “Signore, mostraci il Padre e ci basta” (Gv 14,8). Filippo è molto pratico e concreto, dice anche quanto noi vogliamo dire: “vogliamovedere, mostraci il Padre”, chiede di “vedere” il Padre, di vedere il suo volto. La risposta di Gesù è risposta non solo a Filippo, ma anche a noi e ci introduce nel cuore della fede cristologica; il Signore afferma: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv 14,9). Il questa espressione si racchiude sinteticamente la novità del Nuovo testamento, quella novità che è apparsa nella grotta di Betlemme:  Dio si può vedere, Dio ha manifestato il suo volto, è visibile in Gesù Cristo. In tutto l’Antico Testamento è ben presente il tema della “ricerca del volto di Dio”, il desiderio di conoscere questo volto, il desiderio di vedere Dio come è,tanto che il termine ebraico pànin,che significa “volto”, vi ricorre 400 volte, e 100 di queste sono riferite a Dio: 100 volte ci si riferisce a Dio, si vuol vedere il volto di Dio. Eppure la religione ebraica proibisce del tutto le immagini, perché Dio non si può rappresentare, come invece facevano i popoli vicini con l’adorazione degli idoli; quindi, con questa proibizione di immagini l’Antico testamento sembra escludere totalmente il “vedere” dal culto e dalla pietà, Che cosa significa allora, per il pio israelita, tuttavia cercare il volto di Dio, nella consapevolezza che non può esserci alcuna immagine? La domanda è importante: da una parte si vuole dire che Dio non si può ridurre ad un oggetto, come un’immagine che si prende in mano, ma neppure si può mettere qualcosa al posto di Dio; dall’altra parte, però, si afferma che Dio ha un volto, cioè un “Tu” che può entrare in relazione, che non è chiuso nel suo Cielo a guardare dall’alto l’umanità. Dio è certamente sopra ogni cosa, ma si rivolge a noi,ci ascolta, ci vede, parla, stringe alleanza, è capace di amare. La storia della salvezza è la storia di Dio con l’umanità, è la storia di questo rapporto di Dio che si rivela progressivamente all’uomo, che fa conoscere se stesso, il suo volto.
Proprio all’inizio dell’anno, il 1° gennaio, abbiamo ascoltato, nella liturgia, la bellissima preghiera di benedizione sul popolo: “Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace” (Nm 6,24-26). Lo splendore del volto divino è la fonte della vita, è ciò che permette di vedere la realtà; la luce del suo volto è la guida della vita. Nell’Antico testamento c’è una figura a cui è collegato in modo speciale il tema del “volto di Dio”; si tratta di Mosè, colui che Dio sceglie per liberare il popolo dalla schiavitù d’Egitto, donargli la Legge dell’alleanza e guidarlo alla Terra promessa. Ebbene, nel capitolo 33 del Libro dell’Esodo, si dice che Mosè aveva un rapporto stretto e confidenziale con Dio: “Il Signore parlava a Mosè faccia a faccia, come uno parla con il proprio amico” 8v. 11). In forza di questa confidenza, Mosè chiede a Dio: “Mostrami la tua gloria!”, e la risposta di Dio è chiara: “Farò passare davanti a te tutta la mia bontà e proclamerò il mio nome…Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo…Ecco un luogo vicino a me…Tu vedrai le mie spalle, ma il mio volto non si può vedere” (vv. 18-23). Da un lato, allora, c’è il dialogo faccia a faccia come tra amici, ma dall’altro c’è l’impossibilità, in questa vita, di vedere il volto di Dio, che rimane nascosto; la visione è limitata. I Padri dicono che queste parole, “tu puoi vedere le mie spalle”, vogliono dire: tu puoi solo seguire Cristo e seguendo vedi dalle spalle il mistero d i Dio; Dio si può seguire vedendo le sue spalle.
Qualcosa di completamente nuovo avviene, però, con l’Incarnazione. La ricerca del volto di Dio riceve una svolta inimmaginabile, perché questo volto si può ora vedere: è quello di Gesù, del Figlio di Dio che si fa uomo. In Lui trova compimento il cammino di rivelazione di Dio iniziato con la chiamata di Abramo, Lui è la pienezza di questa rivelazione perché è il Figlio di Dio,è insieme “mediatore e pienezza di tutta la Rivelazione” (Dei Verbum, 2), in Lui il contenuto della Rivelazione e il Rivelatore coincidono. Gesù ci mostra il volto di Dio e ci fa conoscere il nome di Dio. Nella Preghiera sacerdotale, nell’Ultima Cena, Egli dice al padre: “Ho manifestato il tuo nome agli uomini…Io ho fatto conoscere loro il tuo nome” (Gv 17,6.26). L’espressione “nome di Dio” significa Dio come colui che è presente tra gli uomini. A Mosè, presso il roveto ardente, Dio aveva rivelato il suo nome, cioè si era reso invocabile, aveva dato un segno concreto del suo “esserci” tra gli uomini. Tutto questo in Gesù trova compimento e pienezza: Egli inaugura in un nuovo modo la presenza di Dio nella storia, perché chi vede Lui, vede il Padre, come dice a Filippo (Gv 14,9). Il Cristianesimo – afferma san Bernardo è la “religione della Parola di Dio”; non, però, di “una parola scritta e muta, ma del Verbo incarnato e vivente (PL 183,86B). Nella tradizione patristica e medioevale si usa una formula particolare per esprimere questa realtà: si dice che Gesù è il Verbum abbreviatum (Rm 9,28, riferito a Isaia 10,23), il verbo abbreviato, la Parola breve, abbreviata e sostanziale del Padre, che ci ha dato tutto in Lui. In Gesù tutta la Parola è presente.
In Gesù anche la mediazione tra Dio e l’uomo trova la sua pienezza. Nell’Antico testamento vi è una schiera di figure che hanno questa funzione, in particolare Mosè, il liberatore, la guida, il “mediatore” dell’alleanza, come lo definisce anche il Nuovo testamento (Gal 3,19; At 7,35; Gv 1,17). Gesù, vero Dio e vero uomo, non è semplicemente uno dei mediatori tra Dio e l’uomo, ma è il “mediatore” della nuova ed eterna alleanza (Eb 8,6; 9,15; 12,24); “uno solo, infatti è Dio – dice Paolo – e uno solo il mediatore far Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù” (1 Tm 2,5; Gal 3,19-20). In Lui noi vediamo e incontriamo il padre; in Lui possiamo invocare Dio con il nome di “Abbà, Padre”; in Lui ci viene donata la salvezza.
Il desiderio di conoscere Dio realmente, cioè di vedere il volto di Dio è insito in ogni uomo, anche negli atei. E noi abbiamo forse inconsapevolmente questo desiderio di vedere semplicemente chi Egli è, che cosa è, chi è per noi. Ma questo desiderio si realizza seguendo Cristo, così vediamo le spalle e vediamo infine anche Dio come amico, il suo volto nel volto di Cristo. L’importante è che seguiamo non solo nel momento nel quale abbiamo bisogno e quando troviamo uno spazio nelle nostre occupazioni quotidiane, ma con la nostra vita in quanto tale. L’intera esistenza nostra deve essere orientata all’incontro con Gesù Cristo all’amore verso di Lui; e, in essa, un posto centrale lo deve avere l’amore  al prossimo, quell’amore che, alla luce del Crocifisso, ci fa conoscere il volto di Gesù nel povero, nel debole, nel sofferente. Ciò è possibile solo se il vero volto di Gesù né diventato familiare nell’ascolto della sua Parola, nel parlare interiormente, nell’entrare in questa Parola così che realmente lo incontriamo, e naturalmente nel Mistero dell’Eucaristia. Nel Vangelo di san Luca è significativo il brano dei due discepoli di Emmaus, preparati dall’invito che hanno fatto a Lui di rimanere con  loro, preparati dal dialogo che ha fatto ardere il loro cuore; così, alla fine, vedono Gesù. Anche per noi l’Eucaristia è la grande scuola in cui impariamo a vedere il volto di Dio, entriamo in rapporto intimo con  Lui; impariamo, allo stesso tempo e rivolgere lo sguardo verso il momento finale della storia, quando Egli ci sazierà con la luce del suo volto. Sulla terra noi camminiamo verso questa pienezza, nell’attesa gioiosa che si compia realmente il regno di Dio” (Benedetto XVI, Udienza Generale, 16 gennaio 2013).

 L’uomo, pur essendo fatto per l’infinito, non può conoscere Dio solo attraverso le proprie forze o capacità. La fede cristiana è soprattutto dono di Dio. Per credere, l’uomo ha bisogno non soltanto di ricevere in dono la rivelazione sovrannaturale, ma necessita della grazia di Dio che lo aiuta ad incontrare in Gesù Cristo Dio che ha assunto un volto umano ed è divenuto nostro amico e fratello. Già l’amore umano può essere solo ricevuto. Nessuno, infatti, può darsi l’amore da solo. L’altro è sempre un enigma. L’amore che una persona ci dona è sempre una scoperta che supera e sorprende. Ciò vale molto di più per Dio. Per quanto l’uomo lo cerchi, per quanto tenti di vedere il suo volto e per quanto si sforzi di conoscere il suo mistero, non può farlo con le proprie forze. L’uomo cerca Dio con il pensiero, con la filosofia, con la scienza, con la poesia. In ogni caso cerca Dio. Tutto lo sforzo che l’uomo mette in queste cose è bello e santo. Per questo la Chiesa ha sempre benedetto la ricerca umana, sia quella umanistica che quella scientifica. Ma l’uomo da solo non riesce a raggiungere Dio.  In Gesù Cristo Dio stesso è venuto al mondo; egli è la parola definitiva di Dio, la rivelazione del suo volto,, e ascoltandolo attraverso la Scrittura tutti gli uomini di tutti i tempi possono sapere chi è Dio e cosa è necessario per la loro salvezza.

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