venerdì 7 dicembre 2012

Vivere in piena comunione di pace e gioia con Dio‏


Soprattutto nell’Anno della fede è dono, da invocare nella preghiera, vivere il tempo di Avvento in un inno di lode per il progetto di Dio nei confronti  di ogni uomo, pieni di gioia, di stupore e di ringraziamento, di misericordia e di amore

“All’inizio della sua Lettera ai cristiani di Efeso (1,3-14), l’apostolo Paolo eleva una preghiera di benedizione a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci introduce a vivere il tempo di Avvento, nel contesto dell’Anno della fede. Tema di questo inno di lode è il progetto di Dio nei confronti dell’uomo, definito con termini pieni di gioia, di stupore e di ringraziamento, come un “disegno di benevolenza” (v. 9), di misericordia e di amore.
Perché l’Apostolo eleva a Dio, dal profondo del suo cuore, questa benedizione? Perché guarda al suo
agire nella storia della salvezza, culminato nell’incarnazione, morte e risurrezione di Gesù, e contempla come il Padre celeste ci abbia scelti prima ancora della creazione del mondo, per essere suoi figli adottivi, nel suo Figlio Unigenito, Gesù Cristo (Rm 8,14s; Gal 4,4s). Noi esistiamo, fin  dall’eternità nella mente di Dio, in un grande progetto che Dio ha custodito in se stesso e che ha deciso di attuare e di rivelare “nella pienezza dei tempi” (Ef1,10). San Paolo ci fa comprendere, quindi, come tutta la creazione e, in particolare, l’uomo e la donna non siano frutto del caso, ma rispondano ad un disegno di benevolenza della ragione eterna di Dio che con la potenza creatrice e redentrice della sua Parola dà origine al mondo. Questa prima affermazione ci ricorda che la nostra vocazione non è semplicemente esistere nel mondo, essere inseriti in una storia, e neppure essere soltanto creature di Dio; è qualcosa di più grande: è l’essere scelti da Dio, ancora prima della creazione del mondo, nel Figlio,  Gesù Cristo. In Lui, quindi, noi esistiamo, per così dire, già da sempre. Dio ci contempla in Cristo, come figli adottivi. Il “disegno di benevolenza” di Dio, che viene qualificato dall’Apostolo come “disegno di amore” (Ef 1,5), è definito come “il mistero” della volontà divina (v. 9), nascosto e ora manifestato nella Persona e nell’opera di Cristo. L’iniziativa divina precede ogni risposta umana: è un dono gratuito del suo amore che ci avvolge e ci trasforma.
Ma qual è lo scopo ultimo di questo disegno misterioso? Qual è il centro della volontà di Dio? E’ quello – così dice san Paolo – di “ricondurre a Cristo, unico capo, tutte le cose” (v. 10). In questa espressione troviamo una delle formulazioni centrali del Nuovo Testamento che ci fanno comprendere il disegno di Dio, il suo progetto di amore verso l’intera umanità, una formulazione che, nel secondo secolo, sant’Ireneo di Lione mise come nucleo della sua cristologia: “ricapitolare” tutta la realtà in Cristo. Forse qualcuno ricorda la formula usata dal Papa san Pio X per la consacrazione del mondo al Sacro Cuore di Gesù: “Instaurare omnia in Christo”,formula che si richiama a questa espressione paolina e che era anche il motto di quel santo Pontefice. L’Apostolo, però, parla più precisamente di ricapitolazione dell’universo in Cristo, e ciò significa che nel grande disegno della creazione e della storia, Cristo si leva come centro dell’intero cammino del mondo, asse portante di tutto, che attira a Sé l’intera realtà, per superare la dispersione e condurre tutto alla pienezza voluta da Dio (Ef 1,23).
Questo “disegno di benevolenza” non è rimasto, per così dire, nel silenzio di Dio, nell’altezza del suo Cielo, ma Egli lo ha fatto conoscere entrando in relazione con l’uomo, al quale non ha rivelato solo qualcosa, ma Se stesso. Egli non ha comunicato semplicemente un insieme di verità, ma si è auto – comunicato a noi, fino ad essere uno di noi, ad incarnarsi. Il Concilio Vaticano II nella Costituzione dogmatica Dei Verbum dice: “Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare se stesso (non solo qualcosa di sé, ma se stesso) e far conoscere il mistero della sua volontà, mediante il quale gli uomini, per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito Santo hanno accesso al Padre e sono così resi partecipi della divina natura” (n. 2). Dio non solo dice qualcosa, ma Si comunica, ci attira nella divina natura così che noi siamo coinvolti in essa, divinizzati. Dio rivela il suo grande disegno di amore entrando in relazione con l’uomo, avvicinandosi a lui fino al punto di farsi Egli stesso uomo. Il Concilio continua: “Il Dio invisibile nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici” (Es 33,11); Gv 15,14-15) e vive tra essi (Bar 3,38) per invitarli e ammetterli alla comunione con Sé” (ibidem). Con la sola intelligenza e le sue capacità l’uomo non avrebbe potuto raggiungere questa rivelazione così luminosa dell’amore di Dio; è Dio che ha aperto il suo Cielo e si è abbassato per guidare l’uomo nell’abisso del suo amore.
Ancora san Paolo scrive ai cristiani di Corinto: “Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano. E a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti conosce bene ogni cosa, anche le profondità di Dio” (2,9-10). E san GiovanniCrisostomo, in una celebre pagina a commento dell’inizio della Lettera agli Efesini, invita a gustare tutta la bellezza di questo “disegno di benevolenza” di Dio rivelato in Cristo, con queste parole: “Che cosa ti manca? Sei divenuto immortale, sei divenuto libero, sei divenuto figlio, sei divenuto giusto, sei divenuto fratello, sei divenuto coerede, con Cristo regni, con Cristo sei glorificato. Tutto ci è stato donato e – come sta scritto – “come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?” (Rm 8,32). La tua primizia (1 Cor 15,20-23) è adorata dagli angeli (…): cosa ti manca?” (PG 62,11).
Questa comunione con Cristo per opera dello Spirito Santo, offerta da Dio a tutti gli uomini con la luce della Rivelazione, non è qualcosa che viene a sovrapporsi alla nostra umanità, ma è il compimento delle aspirazioni più profonde, di quel desiderio dell’infinito e di pienezza che alberga nell’intimo dell’essere umano, e  lo apre ad una felicità non momentanea e limitata, ma eterna. San Bonaventura da Bagnoreggio, riferendosi a Dio che si rivela e ci parla attraverso le Scritture per condurci a Lui, afferma così: “La sacra Scrittura è …il libro nel quale sono descritte parole di vita eterna perché, non solo crediamo, ma anche possediamo la vita eterna, in cui vedremo, ameremo e saranno realizzati tutti i nostri desideri” (Opera omnia V, 201s). Infine, il beatoGiovanni Paolo II ricordava che “la Rivelazione immette nella storia un punto di riferimento da cui l’uomo non può prescindere, se vuole arrivare a comprendere il mistero della sua esistenza; dall’altra parte, però, questa conoscenza rinvia costantemente al mistero di Dio, che la mente non può esaurire, ma solo accogliere nella fede” (Fide set ratio14).
In questo prospettiva, che cos’è dunque l’atto della fede? E’ la risposta dell’uomo alla Rivelazione di Dio, che si fa conoscere, che manifesta il suo disegno di benevolenza; è, per usare un’espressione agostiniana, lasciarsi afferrare dalla Verità che è Dio, una Verità che è Amore. Per questo san Paolo sottolinea come a Dio, che ha rivelato il suo mistero, si debba l’”obbedienza della fede” (Rm 16,26; 2 Cor 10, 5-6), l’atteggiamento con il quale “l’uomo liberamente si abbandona tutto a Lui, prestando la piena adesione dell’intelletto e della volontà a Dio che si rivela e assentendo volontariamente alla Rivelazione che egli da” (Dei Verbum, 5). Tutto questo porta ad un cambiamento fondamentale del modo di rapportarsi con l’intera realtà; tutto appare in una nuova luce, si tratta quindi di una “vera conversione”, fede è un “cambiamento di mentalità”, perché il Dio che si è rivelato in Cristo e ha fatto conoscere il suo disegno di amore, ci afferra, ci attrae, ci attira a Sé, diventa il senso che sostiene la vita, la roccia su cui essa può trovare stabilità. Nell’Antico Testamento troviamo una densa espressione sulla fede, che Dio affida al profeta Isaia affinché la comunichi al re di Giuda, Acaz. Dio afferma: “Se non crederete – cioè se non vi manterrete fedeli a Dio – non resterete saldi” (Is 7,9b). Esiste quindi un legame tra lo stare e ilcomprendere, che si esprime bene come la fede sia un accogliere nella vita la visione di Dio sulla realtà, lasciare che sia Dio a guidarci con la sua Parola e i Sacramenti nel capire che cosa dobbiamo fare, qual è il cammino che dobbiamo percorrere, come vivere. Nello stesso tempo, però, è proprio il comprendere secondo Dio, il vedere con i suoi occhi che rende salda la vita, che ci permette di “stare in piedi”, di non cadere.
Cari amici, l’Avvento, il tempo liturgico che abbiamo appena iniziato e che ci prepara al Santo natale, ci pone di fronte al luminoso mistero della venuta del Figlio di Dio, al grande “disegno di benevolenza” con il quale Egli vuole attirarci a Sé, per farci vivere in piena comunione di gioia e di pace con Lui. L’Avvento ci invita ancora una volta, in mezzo a tante difficoltà, a rinnovare la certezza che Dio è presente: Egli è entrato nel mondo, facendosi uomo come noi, per portare a pienezza il suo piano di amore. E Dio chiede che anche noi diventiamo segno della sua azione nel mondo. Attraverso la nostra fede, la nostra speranza, la nostra carità, Egli vuole entrare nel mondo sempre di nuovo e vuole sempre di nuovo far risplendere la sua luce nella nostra notte” (Benedetto XVI, Udienza Generale, 5 dicembre 2012).

Dio che in Gesù Cristo possiede un volto umano era una cosa sola con la Vita indistruttibile e pertanto poteva donare la propria vita per ogni singolo e l’umanità nel suo insieme lasciandosi uccidere, ma non poteva soccombere definitivamente alla morte: in concreto nell’Ultima Cena egli ha anticipato e accettato per amore la propria morte in croce, trasformandola così nel dono di sé, quel dono che ci dà la vita, ci libera. La risurrezione è la più grande “mutazione” mai accaduta, il “salto” decisivo verso una dimensione di vita profondamente nuova , l’ingresso in un ordine decisamente diverso, che riguarda anzitutto Gesù di Nazareth, ma con Lui anche ciascuno di noi, tutta la famiglia umana, la storia e l’intero universo. La sua risurrezione è stata dunque come un’esplosione di luce, un’esplosione dell’amore che scioglie le catene del peccato e della morte, illumina il mistero dell’uomo e del mondo. Essa ha inaugurato una nuova dimensione della vita e della realtà, dalla quale emerge un mondo nuovo, che penetra continuamente nel nostro mondo, lo trasforma e lo attira a sé. Ma, come attraverso san Paolo Dio ci rivela, il Padre “ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci ad essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo” (Ef 1, 4-5). Siamo condotti da queste divine parole all’origine del nostro esserci, al “disegno di amore”: alla sua radice eterna, divina. “Ci ha scelti”:ciascuno di noi è stato pensato e voluto fra tante possibili persone umane che nel loro essere dono sono uniche e irripetibili. Lo sguardo del Padre si è posato su di te, a preferenza di tanti altri: sei stato scelto. Quando è accaduto? “…prima della creazione del mondo”:il mondo, questo universo entro cui ti senti come un granello di polvere, non esisteva ancora e il Padre ti ha pensato e voluto liberamente, ha scelto te, Se dunque esisti, non è per caso, senza ragione, dal nulla per finire nel nulla. Ma ci ha scelti, pensati e voluti in Cristo per vivere eternamente la stessa vita divina come figli nel Figlio. Cioè: quando il Padre ha pensato e voluto il Verbo incarnato, Dio che possiede un volto umano, ha pensato e voluto anche ciascuno di noi. Con lo stesso atto di pensiero e colla stessa decisione di volontà con cui ha pensato e voluto l’Emmanuele, ha pensato e voluto ciascuno di noi, singolarmente presi, predestinandoci ad essere non solo chiamati figli, ma vera mente figli per dono.

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