martedì 18 dicembre 2012

Verità di fede nella natura umana‏


Rispetto della vita umana dal concepimento alla sua fine naturale, struttura naturale del matrimonio quale unione fra un uomo e una donna, l’obiezione di coscienza, la libertà religiosa, l’ideologia del liberismo selvaggioil diritto al lavoro, non sono verità di fede ma sono principi iscritti nella natura umana stessa, riconoscibili con la ragione, e quindi sono comuni a tutta l’umanità. L’azione della Chiesa e quindi di ogni cattolico nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa. Ecco perché per ogni cattolico non sono valori politicamente negoziabili.

"Via di realizzazione del bene comune e della pace è anzitutto il rispetto per la vita umana, considerata nella molteplicità dei suoi aspetti, a cominciare dal suo concepimento, nel suo svilupparsi, e sino alla sua fine naturale. Veri operatori di pace sono, allora, coloro che amano la vita, difendono e promuovono la vita umana in tutte le sue dimensioni: personale, comunitaria e trascendente. La vita in pienezza è il vertice della pace. Chi vuole la pace non può tollerare attentati e delitti contro la vita.
Coloro che non apprezzano a sufficienza il valore della vita umana e, per conseguenza, sostengono
per esempio la liberalizzazione dell’aborto, forse non si rendono conto che in tal modo propongono l’inseguimento di una pace illusoria. La fuga dalle responsabilità, che svilisce la persona umana, e tanto più l’uccisione di un essere inerme e innocente, non potranno mai produrre felicità o pace. Come si può, infatti, pensare di realizzare la pace, lo sviluppo integrale dei popoli o la stessa salvaguardia dell’ambiente, senza che sia tutelato il diritto alla vita dei più deboli, a cominciare dai nascituri? Ogni lesione alla vita, specie nella sua origine, provoca inevitabilmente danni irreparabili allo sviluppo, alla pace, all’ambiente. Nemmeno è giusto codificare in maniera subdola falsi diritti o arbitrii, che, basati su una visione riduttiva e relativistica dell’essere umano e sull’abile utilizzo di espressioni ambigue, volte a favorire un preteso diritto all’aborto e all’eutanasia, minacciano il diritto fondamentale alla vita.
Anche la struttura naturale del matrimonio va riconosciuta e promossa, quale unione fra un uomo e una donna, rispetto ai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione, oscurando il suo carattere particolare e il suo insostituibile ruolo sociale. Questi principi non sono verità di fede, né sono solo una derivazione del diritto alla libertà religiosa. Essi sono iscritti nella natura umana stessa, riconoscibili con la ragione, e quindi sono comuni a tutta l’umanità. L’azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa. Tale azione è tanto più necessaria quanto più questi principi vengono negati o mal compresi, perché ciò costituisce un’offesa contro la verità della persona umana, una ferita grave inflitta alla giustizia e alla pace.
Perciò, è anche un’importante cooperazione alla pace che gli ordinamenti giuridici e l’amministrazione della giustizia riconoscano il diritto all’uso del principio dell’obiezione di coscienza nei confronti di leggi e misure governative che attentano contro la dignità umana, come l’aborto e l’eutanasia.
Tra i diritti umani basilari, anche per la vita pacifica dei popoli, vi è quello dei singoli e delle comunità alla libertà religiosa. In questo momento storico, diventa sempre più importante che tale diritto sia promosso non solo dal punto di vista negativo, come libertà da – ad esempio, da obblighi e costrizioni circa la libertà di scegliere la propria religione -, ma anche dal punto di vista positivo, nelle sue varie articolazioni, come libertà di: ad  esempio, di testimoniare la propria religione, di annunciare e comunicare il suo insegnamento; di compiere attività educative, di beneficenza e di assistenza che permettono di applicare i precetti religiosi; di esistere e agire come organismi sociali, strutturati secondo i principi dottrinali e i fini istituzionali che sono loro propri. Purtroppo, anche in paesi di antica tradizione cristiana si stanno moltiplicando gli episodi di intolleranza religiosa, specie nei confronti del cristianesimo e di coloro che semplicemente indossano i segniidentitari della propria religione.
L’operatore di pace deve anche tener presente che, presso porzioni crescenti dell’opinione pubblica, le ideologie del liberismo radicale e della tecnocrazia insinuano il convincimento che la crescita economica sia da conseguire anche a prezzo dell’erosione della funzione sociale dello Stato e delle reti di solidarietà della società civile, nonché dei diritti e doveri sociali. Ora, va considerato che questi diritti e doveri fondamentali per la piena realizzazione di altri, a cominciare da quelli civili e politici.
Tra i diritti e i doveri sociali oggi maggiormente minacciati vi è il diritto al lavoro. Ciò è dovuto al fatto che sempre più il lavoro e il giusto riconoscimento dello statuto giuridico dei lavoratori non vengono adeguatamente valorizzati, perché lo sviluppo economico dipenderebbe soprattutto dalla piena libertà dei mercati. Il lavoro viene  considerato una variabile dipendente dei meccanismi economici e finanziari. A tale proposito, ribadisco che la dignità dell’uomo, nonché le ragioni economiche, sociali e politiche, esigono che si continui “a perseguire quale priorità l’obiettivo dell’accesso al lavoro o del suo mantenimento, per tutti”(Caritas inveritate, 32). In vista della realizzazione di questo ambizioso obiettivo è precondizione una rinnovata considerazione del lavoro, basata su principi etici e valori spirituali, che ne irrobustisca la concezione come bene fondamentale per la persona, la famiglia, la società. A un tale bene corrispondono un dovere e un diritto che esigono coraggiose e nuove politiche del lavoro per tutti” (Benedetto XVI, Messaggio per la celebrazione della XLVI Giornata Mondiale della Pace, 8 dicembre 2012).

La modernità illuminista, pur negando il peccato originale cioè la tendenza originale al male e quindi la necessità dell’incontro con Cristo per liberarsene caricando tutto il perché del male sulle istituzioni e la prospettiva ideologica della rivoluzione o borghese liberista o proletaria collettivista, rivendicava la centralità di ogni uomo nella finalità democratica della fraternità, la sua libertà, oggi ha luogo una radicale riduzione dell’uomo, considerato un semplice prodotto della natura, come tale non realmente libero e di per sé suscettibile  di essere trattato come ogni animale. L’etica viene ricondotta nel liberismo selvaggio entro i confini del relativismo e dell’utilitarismo, con l’esclusione di ogni principio morale che sia valido e vincolante per se stesso. Il Concilio Vaticano II ha puntato tutto sul dialogo e l’inculturazione con la modernità illuminista e non poteva aver  presente l’attuale cultura che predomina in Occidente e che vorrebbe porsi con la potenza finanziaria e mediatica come universale e autosufficiente, generando un nuovo costume di vita. Non è difficile vedere come questo tipo di cultura rappresenta un taglio radicale e profondo non solo con il cattolicesimo e le varie confessioni cristiane,  ma più in generale con le tradizioni religiose  e morali dell’umanità. Di fronte a questa novità postconciliare  anche l’ecumenismo  deve prioritariamente far fronte all’attuale impossibilità del dialogo con le altre culture non occidentali, nelle quali la dimensione religiosa è ancora fortemente presente, oltre a non poter rispondere alle domande fondamentali sul senso e la direzione della vita. La nostra cultura occidentale postcristiana, secolarizzata, una potenza del Dragone che punta a dissolvere la grammatica della creazione, è però contrassegnata, e l’attrattiva sulle attuali presunte apparizioni ne è una conferma, da una profonda carenza, ma anche da un grande e inutilmente nascosto bisogno di speranza. Urge, però, che non sia riempito da religioni fai da te o da attrattive orientali.

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