lunedì 10 dicembre 2012

Non ridurre la teologia a scienze religiose‏


Ci troviamo in un contesto culturale dove taluni sono tentati o di privare la teologia di uno statuto accademico, a causa del suo legame intrinseco con la fede, o di prescindere dalla dimensione credente e confessionale della teologia, con il rischio di confonderla e di ridurla alle scienze religiose

“La vostra Sessione Plenaria si è svolta nel contesto dell’Anno della fede, e sono profondamente lieto che laCommissione Teologica Internazionale  abbia voluto manifestare la sua adesione  a questo evento ecclesiale attraverso un pellegrinaggio alla Basilica Papale di Santa Maria Maggiore, per affidare alla Vergine Maria,praesidum fidei,i lavori della vostra Commissione e per pregare per tutti coloro che, in medio Ecclesiaesi dedicano a far fruttificare l’intelligenza della fede beneficio e gioia spirituale di tutti
i credenti. Grazie per questo gesto straordinario. Esprimo apprezzamento per il Messaggio che avete redatto in occasione di quest’Anno della fede. Esso mette bene in luce il modo specifico in cui i teologi, servendo fedelmente la verità della fede, possono partecipare allo slancio evangelizzatore della Chiesa.
Questo Messaggio riprende i temi che avete sviluppato più ampiamente nel documento “La teologia oggi.Prospettive, principi e criteri”, pubblicato all’inizio di quest’anno. Prendendo atto della vitalità e della verità della teologia dopo il Concilio Vaticano II,  questo documento intende presentare, per così dire, il codice genetico della teologia cattolica, cioè i principi che definizscono la sua stessa identità e, di conseguenza, garantiscono la sua unità nella diversità delle sue realizzazioni. A tale scopo, il testo chiarisce i criteri per una teologia autenticamente cattolica e pertanto capace di contribuire alla missione della Chiesa, all’annuncio del Vangelo a tutti gli uomini. In un contesto culturale dove taluni sono tentati o di privare la teologia di uno statuto accademico, a causa del suo legame intrinseco con la fede, o di prescindere dalla dimensione credente e confessionale della teologia, con il rischio di confonderla e di ridurla alle scienze religiose, il vostro documento ricorda opportunamente che la teologia è inscindibilmente confessionale e razionale e che la sua presenza all’interno dell’istituzione universitaria garantisce, o dovrebbe garantire, una visione ampia ed integrale della stessa ragione umana.
Tra i criteri della teologia cattolica, il documento menziona l’attenzione che i teologi devono riservare alsensus fidelium. E’ molto utile che la vostra Commissione si sia concentrata anche su questo tema che è di particolare importanza per la riflessione sulla fede e per la vita della Chiesa. Il Concilio Vaticano II, ribadendo il ruolo specifico ed insostituibile che spetta al Magistero, ha sottolineato nondimeno che l’insieme del Popolo di Dio partecipa all’ufficio profetico di Cristo, realizzando così il desiderio ispirato, espresso da Mosè: “Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo spirito!” (Num 11,29). La Costituzione dogmatica Lumen gentium insegna al riguardo: “La totalità dei fedeli, avendo l’unzione che viene dal Santo (1Gv 2,20.27), non può sbagliarsi nel credere, e manifesta questa sua proprietà mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popolo, quando dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici mostra l’universale suo consenso in cose di fede e di morale” (n.12). Questo dono, il sensus fidei, costituisce nel credente una sorta di istinto che proprio i semplici fedeli portano con sé questa certezza, questa sicurezza del senso della fede. Il sensus fidei è un criterio per discernere se una verità appartenga o no al deposito vivente della tradizione apostolica. Presenta anche un valore propositivo perché lo Spirito Santo non smette di parlare alle  Chiese e di guidarle verso la verità tutta intera. Oggi, tuttavia, è particolarmente importante precisare i criteri che permettono di distinguere il sensus fidelium autentico dalle sue contraffazioni. In realtà, esso non è una sorte di opinione pubblica ecclesiale, e non è pensabile poterlo menzionare per contestare gli insegnamenti del Magistero, poichéil sensus fidelium non può svilupparsi autenticamente nel credente se non nella misura in cui egli partecipa pienamente alla vita della Chiesa, e ciò esige l’adesione responsabile al suo Magistero, al deposito della fede.
Oggi, questo stesso senso soprannaturale della fede dei credenti porta a reagire con vigore anche contro il pregiudizio secondo cui le religioni, ed in particolare le religione monoteiste sarebbe intrinsecamente portatrici di violenza, soprattutto a causa della pretesa che esse avanzano dell’esistenza di una verità universale. Alcuni ritengono che solo il “politeismo dei valori” garantirebbe la tolleranza e la pace civile e sarebbe conforme allo spirito di una società democratica pluralista. In questa direzione, il vostro studio sul tema “Dio Trinità, unità degli uominiCristianesimo e monoteismo” è di viva attualità. Da una parte, è essenziale ricordare che la fede nel Dio unico, Creatore del cielo e della terra, incontra le esigenze razionali della riflessione metafisica, la quale non viene indebolita ma rinforzata ed approfondita dalla Rivelazione del mistero del Dio-Trinità. Dall’altra parte, bisogna sottolineare la forma che la Rivelazione definitiva del mistero dell’unico Dio prende nella vita e nella morte di Gesù Cristo, che va incontro alla Croce come “agnello condotto al macello” (Is 53,7). Il Signore attesta un rifiuto radicale di ogni forma di odio e violenza a favore del primato assoluto dell’agape. Se dunque nella storia vi sono state o vi sono forme di violenza operate nel nome di Dio, queste non sono da attribuire al monoteismo, ma a cause storiche, principalmente agli errori degli uomini. Piuttosto è proprio l’oblio di Dio ad immergere le società umane in una forma di relativismo, che genera ineluttabilmente la violenza. Quando si nega la possibilità per tutti di riferirsi ad una verità oggettiva, il dialogo viene reso impossibile e la violenza, dichiarata o nascosta, diventa la regola dei rapporti umani. Senza l’apertura al trascendente, che permette di trovare delle risposte agli interrogativi sul senso della vita e sulla maniera di vivere in modo morale, senza questa apertura l’uomo diventa incapace di agire secondo giustizia e di impegnarsi per la pace.
Se la rottura del rapporto degli uomini con Dio porta con sé uno s1quilibrio profondo nelle relazioni tra gli uomini stessi, la riconciliazione con Dio, operata dalla Croce di Cristo, “nostra ace” (Ef v2,14) è la sorgente fondamentale dell’unità e della fraternità. In questa prospettiva, si colloca anche la vostra riflessione sul terzo tema, quello della dottrina sociale della Chiesa nell’insieme della dottrina della fede. Essa conferma che la dottrina sociale non è un’aggiunta estrinseca, ma, senza trascurare l’apporto di una filosofia sociale, attinge i suoi principi di fondo alle sorgenti stesse della fede. Tale dottrina cerca di rendere effettivo, nella grande diversità delle situazioni sociali, il comandamento nuovo che il Signore Gesù ci ha lasciato:”Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13,34).  
Preghiamo la Vergine Immacolata, modello di chi ascolta e medita la Parola di Dio, che vi ottenga la grazia di servire sempre gioiosamente l’intelligenza della fede a favore di tutta la Chiesa” (Benedetto XVI, Alla Commisisone Teqologica Internazionale in occasione della Sessione Plenaria Annuale, 7 dicembre 2012).

Questo discorso del Santo Padre mi ha fatto rivivere, qui a Verona, quando l’allora Vescovo Giuseppe Carraro, mi ha voluto strumento per l’avvio della Scuola di Teologia per laici e religiosi.
Mi ha dato queste direttive:
-         che abbia lo statuto dello studio Teologico san Zeno, cioè il taglio della scienza teologica cattolica;
-         sia evidenziato il suo legame intrinseco con la fede di ognuno;
-         che non prescinda, anche nell’esegesi biblica, dalla dimensione credente e confessionale della interpretazione e della teologia cattolica;
-         non confonderla e non ridurla mai alle scienze religiose, pur attingendo anche da esse.
Sono rimasto sorpreso quando, seguendo la linea nazionale, si è addirittura chiamata anche a Verona “Istituto di scienze religiose”. Dovendo preparare chi non sacerdote insegna religione cattolica ho visto progressivamente ridurre l’insegnamento a chi sceglie liberamente nella scuola l’insegnamento della religione cattolica a scienza religiosa, a filosofia delle religioni (è filosofia non religione), a storia delle confessioni cristiane (è storia non fede cattolica), adesegesi storico – critica della Scrittura senza una ermeneutica cattolica di interpretazione (è razionalismo esegetico). E’ vero che non deve avere il taglio catechetico ma culturale alla luce però del patrimonio cattolico del Catechismo della Chiesa Cattolica e del suo Compendio.
Credo ormai giunto il tempo di rendersi conto e di dare un giudizio su come viene portato avanti questo insegnamento per lealtà verso chi liberamente ,o sceglie, verso genitori e studenti. Ogni insegnante di religione cattolica, pur rendendo ragione di tutto con taglio culturale proprio della scuola, partecipa, deve partecipare pienamente alla vita della Chiesa da cui riceve il mandato, e ciò esige l’adesione responsabile al suo Magistero, al deposito della fede e della morale cattolica, compresa la Dottrina Sociale della Chiesa.

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