domenica 11 novembre 2012

Preghiera 36


Martedì 13 novembre 2012
La risposta cristiana alla questione della morte illumina
la preghiera di liberazione, di guarigione, soprattutto di consolazione.
Il desiderio di Dio è inscritto nel cuore di ogni uomo per cui anche la salute biologica, pur dono da chiedere con fiducia senza pretendere, non è tutto perché l’inquietudine ci accompagna in tutto il cammino del vissuto temporale fino all’al di là dell’anima e del corpo cioè di ogni persona creata per l’Infinito.

Nei nostri cuori è ancora presente e vivo il clima della comunione dei Santi e dellacommemorazione dei fedeli defunti, che la liturgia del primo e due novembre con l’ottavario ci ha fatto vivere in modo intenso nelle celebrazioni dei giorni scorsi ravvivando quella speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il
nostro presente: il presente, anche un presente faticoso può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta  e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta di felicità che il nostro cuore desidera è così grande da giustificare la fatica del cammino. Per la preghiera di liberazione, di guarigione  e di consolazione l’intercessione dei santi è estremamente efficace. Ed efficace è anche l’intercessione la preghiera delle anime sante del purgatorio. La visita ai cimiteri ci ha permesso di rinnovare il legame con le persone care che ci hanno lasciato; la morte, paradossalmente, conserva ciò che la vita non può trattenere. E riviviamo con loro come i nostri defunti hanno vissuto, che cosa hanno amato, temuto e sperato, che cosa hanno rifiutato, lo scopriamo, infatti, in modo singolare proprio alle tombe, che sono rimaste quasi uno specchio della loro esistenza, del loro mondo: esse ci interpellano e ci inducono a riannodare un dialogo che la morte ha messo in crisi. Così, i luoghi di sepoltura, anche delle ceneri nella cremazione, costituiscono come una sorte di assemblea, nella quale i vivi incontrano i propri defunti e con loro rinsaldano i vincoli di una comunione che la morte non ha potuto interrompere. Come sono riconoscente ai miei genitori che, bambino, dopo le funzioni ogni domenica mi conducevano al cimitero E adolescente, giovane abbiamo continuato chiedendo il loro aiuto per la scuola, per gli esami, per il lavoro, per tanti desideri, primo fra tutti il progetto di Dio o vocazione coniugale o verginale. In nessun altro luogo i legami profondi con tutta la cristianità del passato le cui anime continuano a vivere, a intendere, volere, amare, le sentiamo vicine anche per la liberazione, la guarigione, la consolazione. Quando ci incontriamo nei cimiteri della nostra città e dei nostri paesi, è come se noi varcassimo una soglia immateriale (loro non sentono fino alla risurrezione di tutte le persone ma intendono, vogliono, amano e si sentono amati e soffrono per l’eventuale nostra indifferenza nei loro confronti, tutti presi anzi travolti per questa vita biologica e temporale) ed entrassimo in comunicazione con coloro che lì custodiscono il loro passato, fatto di gioie e di dolori, di sconfitte e di speranza. Spesso nei loro confronti abbiamo anche doveri di giustizia. Ciò avviene, perché la morte riguarda l’uomo di oggi esattamente come quello di allora, come quello del futuro, il nostro; e anche se tante cose dei tempi passati ci sono diventate estranee, la morte è rimasta e rimarrà la stessa anche nel presente e nel futuro. E anche se la scienza ci illudesse di poter vincere anche la morte, sostituendo al regno di Dio nella vita ultraterrena anche con la risurrezione delle persone, il regno dell’uomo in questa vita, la realtà non cambia. L’ignoranza o la trascuratezza della speranza della vita ultraterrena ci rende schiavi,  disperati di fronte a malattie inguaribili e quindi non liberi nel saper apprezzare doni, anche limitati di guarigione, di liberazione, di vita fino all’ultimo minuto. San Luigi stava giocando e un compagno gli chiede: se ti dicessero che fra un’ora morirai, cosa faresti? Pregherei, lavorerei, giocherei con gioia, con riconoscenza a Dio fino all’ultimo minuto.
Di fronte alla realtà della morte, l’essere umano di ogni epoca cerca uno spiraglio di luce che faccia sperare, che parli ancora di vita, e anche la visita alle tombe esprime questo desiderio. Ma come rispondiamo noi cristiani alla questione della morte? E’ possibile quella beatitudine che l’Apocalissi ci annuncia “beati quelli che muoiono nel Signore”, che non disperano anche di fronte a malattie terminali? Rispondiamo con la fede in Dio da cui veniamo e verso cui siamo destinati nell’al di là di questa vita, con uno sguardo di solida speranza che si fonda sulla Morte e Risurrezione di Gesù Cristo. Segno di consolazione e di sicura speranza è anche Maria, assunta nella zona di Dio in anima e corpo, come saremo noi e tutte le persone. Allora la morte apre alla vita, a quella eterna, che non è un infinito doppione del tempo presente, ma qualcosa di completamente nuovo. La fede ci dice che la vera immortalità alla quale tutti aspiriamo non è un’idea, un concetto, ma una relazione di comunione piena con il Dio vivente che già possiamo realizzare: è lo stare nelle sue mani, nel suo amore e diventare in Lui una cosa sola con tutti i fratelli e le sorelle che Egli ha creato e redento, con l’intera creazione verso cieli nuovi e terra nuova e in questo siamo già in cammino. Dio è il fondamento della speranza – non un qualsiasidio, ma quel Dio che possiede un volto umano e che ci ha amati sino alla fine: ogni singolo e l’umanità nel suo insieme. Il suo regno non è un al di là immaginario, posto in un futuro che non arriva mai. Il suo regno è già presente là dove Egli è amato e dove il suo amore ci raggiunge nella reciprocità fraterna, gratuita. Solo il suo amore ci dà la possibilità, anche disturbati dal maligno, ammalati, provati, di perseverare con ogni sobrietà giorno per giorno, senza perdere lo slancio della speranza, in un mondo che, per sua natura, è imperfetto e tormentato anche da satana. Anche le medicine sono più efficaci con questo atteggiamento di fede (preghiera e medicina) e di reciprocità fraterna. E il suo amore, più forte della morte, allo stesso tempo, è per noi la garanzia che esiste ciò che solo vagamente intuiamo e, tuttavia, nell’intimo aspettiamo: la vita che è “veramente” vita. L’icona di questo amore divino risplende nella Croce di Cristo, che fa risuonare nel cuore in ogni momento, le parole di Gesù al buon ladrone: “Oggi con me sarai in paradiso” (Lc 23,43). Questa è la vita giunta alla sua pienezza: quella in Dio; una vita che noi possiamo soltanto intravvedere nelle vessazioni, nelle malattie neurologiche, psichiche, fisiche, come si scorge il cielo sereno attraverso la nebbia. Vi canto una composizione polacca che ho fatto tradurre, ho cantato la prima volta a  san Fermo facendo arrabbiare alcuni per i quali perfino parlare della morte  era tabù da mai neppure nominare. Prego che per voi non sia così per prepararci a quella beatitudine: “Beati quelli che muoiono nel Signore”. “Laudato sì mi Signore per nostra sorella morte corporale dalla quale nullo homo po’ scappare” (San Francesco). Saremmo meno angosciati, anche tormentati da malefici, nella preghiera non pretenderemo la guarigione pur chiedendola, questa sera, nel tocco sacramentale del Risorto con l’olio benedetto.

R) Signor, qual mattino per me hai promesso! Signor, quando in morte tu verrai incontro a me!
1. Non più di morte, ma di gioia i canti sian per me: il Signor m’apre il ciel: Egli viene incontro a me. R) Signor…
2. Tra volti amici per sempre felice io vivrò: nella casa del Signor c’è un posto anche per me. R) Signor…

Mi sto rendendo sempre più conto che per l’efficacia della preghiera di liberazione, di guarigione, di consolazione occorre promuovere una sorta di pedagogia del desiderio – lo ha ricordato il Papa mercoledì scorso – sia per il cammino di chi ancora non crede (tra noi c’è anche chi non crede eppure sente il bisogno di venire o di accompagnare a questo appuntamento di preghiera il secondo martedì di ogni mese), sia per chi ha già ricevuto il dono della fede ma non sa pregare perché chiede la guarigione biologica, psichica come se questa vita fossa la vita veramente vita, quando la vita veramente vita è quella da risorti ricevuta germinalmente fin dal Battesimo, senza più terremoti, malattie, vessazioni, con ogni bene senza più alcun male. Dio non potrebbe, nella preghiera di liberazione, di guarigione, di consolazione, accordare anche   il miracolo perché illuderebbe. Quanto è urgente, per noi che partecipiamo ogni mese alla preghiera di liberazione, di guarigione di consolazione, la pedagogia del desiderio, sia per il cammino di chi ancora non crede, sia per chi ha già ricevuto il dono della fede e in quest’Anno della fede vuole giungere a una fede matura, a una fede pregata bene e far crescere, comunicare. Una pedagogia che comprende due aspetti:
-         In primo luogo, imparare o re – imparare il gusto delle piccole gioie della vita. Non tutte le soddisfazioni producono in noi lo stesso effetto: alcune lasciano una traccia positiva, sono capaci di pacificare, consolare l’animo, ci rendono più attivi e generosi, più entusiasti della preghiera, frutto delle preghiere, cioè dell’innalzare mente e cuore tutto il giorno e nelle veglie notturne a Lui. Altre, invece, dopo la luce iniziale, sembrano deludere le attese che avevano inizialmente suscitato e talora lasciano dietro di sé amarezza, insoddisfazione, sfiducia anche nella preghiera o un senso di vuoto. Educare sin dalla tenera età ad assaporare con la preghiera le gioie vere, in tutti gli ambiti dell’esistenza –la famiglia, l’amicizia, le relazioni, la solidarietà con chi soffre, la rinuncia al proprio io per donare e realizzare il proprio e altrui essere dono, l’amore per la conoscenza, per l’arte, per la musica, per le bellezze della natura, tutto ciò significa esercitare il gusto interiore e produrre anticorpi efficaci contro la banalizzazione e l’appiattimento oggi diffusi che provocano depressione e sfiducia,  rischio dell’azione del maligno. Anche adulti abbiamo bisogno di scoprire queste gioie, di desiderare realtà autentiche, purificandoci dalla mediocrità nella quale possiamo trovarci invischiati, senza più possibilità di stupore e meraviglia nella preghiera, né caldi e néfreddi verso tutti e verso tutto ma tiepidi sottoposti a tutte le tentazioni, le negatività, le depressioni. Diventerà allora più facile lasciar cadere o respingere tutto ciò che pur apparentemente attrattivo, si rivela precario, insipido, fonte di assuefazione e non libertà, esposti al maligno che punta a  dividere, odiare, distruggere. E ciò fa emergere quel desiderio di Dio, quel cercarlo a passi piccoli e incerti perché ogni uomo è, nel profondo e comunque ridotto, un uomo religioso, “un mendicante di Dio”, bisognoso di liberazione, di guarigione e soprattutto di affidarsi a quella vita veramente vita da risorti, con ogni bene senza alcun male.
-         Un secondo aspetto, che va di pari passo con il precedente, è il non accontentarsi mai di quanto si è raggiunto. Proprio le gioie più vere, più buone, più belle sono capaci di liberare in noi quella sana inquietudine per tutta la vita che porta ad essere più esigenti – volere un bene più alto, più profondo – e insieme a percepire con sempre maggiore chiarezza chenulla di finito può colmare il nostro cuore. Impareremo così a tendere, disarmati, verso quel bene che non possiamo costruire noi o procurarci con le nostre forze; a non lasciarci scoraggiare dalla fatica o dagli ostacoli che vengono perfino dal nostro peccato, anzi dai nostri peccati. A questo proposito, non dobbiamo dimenticare che, comunque ridotti, il dinamismo del desiderio è sempre aperto alla redenzione fino al momento terminale. Anche quando esso si inoltra su cammini sviati, quando insegue paradisi artificiali e quindi sembra perdere la capacità di anelare al vero bene, alla realtà in tutti gli ambiti cioè alla verità, al bello cioè a Dio. Anche  nell’abisso del peccato non si spegne in ogni uomo quella scintilla che gli permette fino al momento terminale di questa vita di riconoscere il vero bene, di assaporarlo, e di avviare così, con l’aiuto di una amicizia, il percorso di risalita, al quale Dio, con il dono della sua grazia, non fa mancare mai il suo aiuto. Tutti, del resto, abbiamo bisogno, in questa vita e oltre in purgatorio, di percorrere un cammino di purificazione e di guarigione del desiderio. Siamo tutti pellegrini verso la patria celeste, verso quel bene pieno, eterno, che nulla ci potrà più strappare. Non si tratta, dunque, di soffocare il desiderio di felicità che è nel cuore di ogni uomo, ma di liberarlo, affinché possa raggiungere la sua vera altezza, la felicità piena. Quando nel desiderio si apre la finestra verso la paternità di Dio che perdona, che rende giusti in Cristo con il dono dello Spirito, questo è il segno della presenza, della fede nell’animo, fede che è la più grande grazia di Dio, il nuovo orizzonte per tutte le scelte morali ed etiche e per la disponibilità continua al bene. Con l’attesa, Dio allarga il nostro desiderio, col desiderio allarga l’animo e dilatandolo lo rende sempre più capace della vita veramente vita che dura sempre. E’ infernale non desiderare più l’amore di Dio che perdona, non essere più disponibili al bene, al perdono, e quindi non avere più nulla di rimediabile.
In questo pellegrinaggio verso la vita veramente vita sentiamoci fratelli di tutti gli uomini, compagni di viaggio anche di coloro, forse della nostra famiglia, che non credono, di chi è in ricerca, di chi, nelle tribolazioni, si lascia interrogare con sincerità dal dinamismo del proprio desiderio di verità e di bene. Nel secondo martedì in quest’Anno della fede preghiamo perché anche in questo secolarismo il “desiderio di Dio” non è del tutto scomparso e si affaccia ancora oggi, in molti modi, al cuore di ogni uomo. Nella preghiera di liberazione, di guarigione, di consolazione, soprattutto al culmine sacramentale con l’unzione dell’olio benedetto, per essere esauditi sentiamoci fratelli di tutti gli uomini sani o ammalati, disturbati, compagni di viaggio di coloro che non credono, nella sofferenza bestemmiano, soprattutto di chi è in ricerca, di chi si lascia interrogare con sincerità dal dinamismo del proprio desiderio di verità cioè sapere chi siamo, da dove veniamo, a cosa siamo destinati con il morire, chi ci libera dal Male – maligno, dalle malattie e  viviamo nell’attesa operosa della Sua venuta: nell’attesa della tua venuta, cantiamo dopo la consacrazione.

(310) 1. Quanta sete nel mio cuore: solo in Dio si spegnerà. Quanta attesa di salvezza: solo in Dio si sazierà. L’acqua viva che egli dà sempre fresca sgorgherà. R) Il Signore è la mia vita, il Signore è la mia gioia.
2. Se la strada si fa oscura spero in lui: mi guiderà. Se l’angoscia mi tormenta, spero in lui: mi salverà. Non si scorda mai di me, presto a me riapparirà. R) Il Signore…
3. Nel mattino io t’invoco: tu, mio Dio, risponderai. Nella sera rendo grazie: tu, mio Dio, ascolterai. Al tuo monte salirò e vicino ti vedrò. R) Il Signore…

Venire processionalmente, incominciando da quelli in fondo alla Chiesa, per l’unzione con l’olio benedetto è il sacramentale cioè l’essere toccati dal Risorto mentre abbiamo presente quella grazia o quelle grazie particolari per cui siamo qui convenuti questa sera in preghiera. Attendendo seduti possiamo tornare, attraverso i fogli, su qualche punto che lo Spirito Santo ci ha fatto particolarmente gustare in rapporto al nostro vissuto personale, familiare, comunitario e quindi cantare o ascoltare il canto proposto.

Per la benedizione eucaristica:
(270°) Adoriamo il sacramento che Dio Padre ci donò.
Nuovo patto, nuovo rito nella fede si compì.
Al mistero è fondamento la parola di Gesù.
Gloria al Padre onnipotente, gloria al Figlio Redentor,
lode grande, sommo onore all’eterna Carità.
Gloria immensa, eterno amore alla Santa Trinità. Amen.

Hai dato loro un pane disceso dal cielo
Che porta in sé ogni dolcezza

Preghiamo. Signore Gesù Cristo, che nel mirabile Sacramento dell’Eucaristia ci hai lasciato il memoriale della tua Pasqua, fa che adoriamo con viva fede il santo mistero del tuo corpo e del tuo sangue, per sentire sempre in noi, soprattutto in quest’Anno della fede, i benefici della redenzione. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli.

Amen.

Dio sia benedetto,
Benedetto il suo santo Nome. Benedetto Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo.
Benedetto il nome di Gesù. Benedetto il suo sacratissimo Cuore.
Benedetto il suo preziosissimo Sangue. Benedetto Gesù nel santissimo Sacramento dell’altare.
Benedetto lo Spirito santo Paraclito. Benedetta la gran Madre di Dio, Maria Santissima.
Benedetta la sua santa e immacolata concezione. Benedetta la sua gloriosa Assunzione.
Benedetto il nome di Maria, vergine e Madre. Benedetto san Giuseppe, suo castissimo sposo. Benedetto Dio nei suoi angeli e nei suoi santi.

Ed ora il sacramentale dell’acqua esorcizzata:

Preghiamo. O Dio, per salvare tutti gli uomini hai racchiuso nell’acqua i segni più grandi della tua grazia. Ascolta la nostra preghiera e infondi in quest’acqua la tua + benedizione perché assunta a servizio dei tuoi misteri, sia portatrice dell’efficacia della tua grazia per mettere in fuga i demoni e debellare le malattie. Tutto ciò che con essa verrà asperso sia liberato da ogni influsso del Maligno; nelle dimore dei tuoi fedeli non abiti più lo spirito del Male e sia allontanata ogni insidia: Grazie all’invocazione del tuo santo nome, possano i tuoi fedeli uscire illesi da ogni assalto del nemico. Per Cristo nostro Signore.

Amen

Prossimo incontro martedì 11 dicembre. Non chiedete a me perché non faccio più la catechesi del venerdì, chiedetelo a Radio Pace. Ogni settimana la faccio a Radio Kolbe

(224) C’è una terra silenziosa dove ognuno vuol tornare…una terra e un dolce volto con due segni di violenza; sguardo intenso e premuroso, che ti chiede di affidare la tua vita e il tuo mondo  in mano a lei. R) Madonna, Madonna Nera, è dolce esser tuo figlio! Oh, lascia,Madonna Nera ch’io viva vicino a te!

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