mercoledì 21 novembre 2012

Per pensare, per credere non si può partire da zero‏


“Imparate a rileggere la vostra storia personale, prendete coscienza ( attraverso Yucat, il Catechismo per giovani) anche della   meravigliosa eredità delle generazioni che vi hanno preceduto: tanti credenti ci hanno trasmesso la verità della fede con coraggio, affrontando prove e incomprensioni. Non dimentichiamolo mai: facciamo parte di una catena immensa di uomini e donne che ci hanno trasmesso la verità della fede (Tradizione) e contano su di noi affinché altri la ricevano.

“2. Diventate discepoli di Cristo
Questa chiamata missionaria vi viene rivolta anche per un’altra ragione: è necessaria per il nostro cammino personale. Il Beato Giovanni Paolo II scriveva: “La fede si rafforza donandola” (Redemptoris missio2). Annunciando il vangelo voi stessi crescete nel radicarvi sempre più profondamente in Cristo, diventate cristiani maturi. L’impegno missionario è una dimensione essenziale
della fede: non si è veri credenti senza evangelizzare. E l’annuncio del Vangelo non può che essere la conseguenza della gioia di ave incontrato  Cristo e di aver trovato in Lui la roccia su cui costruire la propria esistenza. Impegnandovi a servire gli altri e ad annunciare loro il Vangelo, la vostra vita, spesso frammentata tra diverse attività, troverà la sua unità nel Signore, costruirete anche voi stessi, crescerete e maturerete in umanità.
Ma cosa vuol dire essere missionari? Significa  anzitutto essere discepoli di Cristo, ascoltare sempre di nuovo l’invito a seguirlo, l’invito a guardare a Lui: “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29). Un discepolo, in effetti, è una persona che si pone all’ascolto della Parola di Gesù (Lc 10,39), riconosciamo come il Maestro che ci ha amati fino al dono della vita. Si tratta dunque, per ciascuno di voi, di lasciarsi plasmare ogni giorno dalla Parola di Dio: essa vi renderà amici del Signore Gesù e capaci di far entrare altri giovani in questa amicizia.
Vi consiglio di far memoria dei doni ricevuti per trasmetterli a vostra volta. Imparate a rileggere la vostra storia personale, prendete coscienza anche della meravigliosa eredità delle generazioni che vi hanno preceduto: tanti credenti ci hanno trasmesso la fede con coraggio, affrontando prove e incomprensioni. Non dimentichiamolo mai: facciamo parte di una catena immensa di uomini e donne che ci hanno trasmesso la verità della fede e contano su di noi affinché altri la ricevano. L’essere missionari presuppone la conoscenza di questo patrimonio ricevuto, che è la fede della Chiesa: è necessario conoscere ciò in cui si crede, per poterlo annunciare. Come ho scritto nell’introduzione di YuCat, il Catechismo per giovani che vi ho donato all’Incontro Mondiale di Madrid,   “dovete conoscere la vostra fede con la stessa precisione con cui uno specialista di informatica conosce il sistema operativo di un computer, dove conoscerla come un musicista conosce il suo pezzo; sì, dovete essere più profondamente radicati nella fede della generazione dei vostri genitori, per poter resistere con forza e decisione alle sfide e alle tentazioni di questo tempo” (Benedetto XVI, Messaggio per la XXVIII Giornata Mondiale della Gioventù).

Benedetto XVI dà ai giovani alcune direttive per credere ed evangelizzare:
-         far memoria dei doni ricevuti per trasmetterli a vostra volta
-         imparate a rileggere la vostra storia personale cioè il fondo esperienziale personale della fede
-         prendete coscienza anche della meravigliosa eredità delle generazioni  che vi hanno preceduto: tanti credenti ci hanno trasmesso la fede con coraggio affrontando prove e incomprensioni. Non dimentichiamolo mai: facciamo parte di una catena immensa di uomini e donne che ci hanno trasmesso la verità della fede e contano su di noi affinché altri la ricevano. L’essere missionari presuppone la conoscenza di questo patrimonio ricevuto, che è la fede della Chiesa: è necessario conoscere ciò in cui si crede, per poterlo annunciare.
Il fondo esperienziale personale di fede e il fondo storico di una ragione alla ricerca del vero, del bene, di Dio e, su questo cammino, scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana e così percepire Gesù Cristo come la Luce che illumina la storia  aiuta a trovare la via verso il futuro e a ravvivare la speranza. Il riconoscimento che l’esperienza e la dimostrazione nel corso di generazioni, il fondo storico dell’umana sapienza, sono anche un segno della sua ragionevolezza e del suo perdurante significato. E questo oggi è particolarmente urgente di fronte alla tendenza di una ragione a- storica che cerca di auto costruirsi soltanto in una razionalità a – storca. La sapienza dell’umanità come tale – la sapienza delle grandi tradizioni religiose – è da valorizzare come realtà che non si può impunemente gettare nel cestino della storia delle idee.
Per noi cattolici, poi, lo strumento più grande della comunicazione del vero nella vita della Chiesa è la sua stessa continuità. Si chiama Tradizione. La Tradizione è la coscienza della comunità che vive ora, ricca della memoria di tutta la sua vicenda storica.
La comunità cristiana, come Chiesa, è come una persona che crescendo prende coscienza, animata dalla Scrittura, della verità che Dio le ha messo dentro e intorno. La memoria è un elemento fondamentale della sua personalità, come per il singolo uomo; la mancanza di memoria al contrario costituirebbe un grave sintomo di irrigidimento mentale, di sclerosi. Ecco perché l’unità del cristiano con la tradizione è una delle grandi controprove della sua autenticità religiosa. Egli dovrebbe essere appassionato di quella vita e quell’insegnamento che percorre i secoli da due mila anni, e fiero di essere l’erede di una tale tradizione. YuCat, il catechismo dei giovani, è un grande aiuto.
L’importanza della Tradizione è decisiva, perché se la Tradizione ci viene attraverso la vita della comunità, essendo quest’ultima il progredire della presenza di Cristo che parla continuamente attraverso la Scrittura e si fa dono in persona nell’eucaristia e agisce attraverso tutti i sacramenti, quanto adesso insegna non può essere in contrasto rispetto a quanto insegnava da duemila anni, non può essere, come annuncio di verità, come significati ultimi – non necessariamente formulazioni o usi rituali – una decadenza del suo primitivo messaggio. Ascoltiamo la parole del Beato Newman: “Se consideriamo la serie dei secoli lungo i quali il cattolicesimo si è conservato, la severità delle prove che ha affrontato, i mutamenti improvvisi e prodigiosi che lo hanno colpito sia dall’esterno che nel suo interno, l’incessante attività mentale e i doni di intelligenza dei suoi membri, l’entusiasmo che ha acceso, il furore delle lotte che sono insorte, la violenza degli assalti di cui ha subito l’urto, le responsabilità che ha dovuto assumersi…, è del tutto inconcepibile che non sia andato a pezzi e in rovina, se fosse una corruzione del cristianesimo… Se la lunga serie dei suoi sviluppi fosse una sequela di corruzioni, avremmo l’esempio di un errore continuato così nuovo, così inspiegabile, così preternaturale da parere quasi un miracolo e da rivaleggiare con quelle manifestazioni della Potenza divina che costituiscono la prova del cristianesimo. Talvolta guardiamo con stupore e sbigottimento al grado di dolore che il corpo umano riesce a sopportare senza soccombere. Le febbri hanno il loro punto critico, dopo il quale viene la morte o la salute. Ma questa corruzione, se è una corruzione, che avrebbe ormai duemila anni, non ha mai cessato di svilupparsi, andando vicino alla morte, ma senza mai essere colpita e i suoi eccessi, invece di indebolirla, l’hanno resa più forte” (John Newman, Lo sviluppo della dottrina, pp. 461-462).

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