lunedì 5 novembre 2012

Il significato di Credo la Chiesa‏


Che cosa significa “credo la Chiesa”? Significa: credo che il mistero di Dio si è manifestato nel mondo mediante quella storia di rapporti che, iniziata con la creazione all’alba dei tempi, si è poi storicamente manifestata con la vocazione di Abramo e del popolo di Israele; si è compiuta nella persona e nella vicenda di Gesù, Verbo incarnato; è presente mediante lo Spirito della presenza continua del Crocefisso risorto in un popolo particolare, la Chiesa, come nel suo sacramento visibile; e avrà la sua pienezza alla fine dei tempi. Dio è entrato nella nostra storia attraverso una vicenda particolare, ma per significare e donare a tutti la buona notizia del suo amore gratuito e misericordioso

La Scrittura è Parola di Dio attraverso la Fede di chi attraverso i 46 testi ispirati dell’Antico Testamento, i 27 del Nuovo cioè la Bibbia o libro per eccellenza crede che Dio come ha parlato allora mi parla qui e ora, con il dono dello stesso Spirito con cui venne ispirata, nella comunione del suo
popolo, la Chiesa. Non solo mi parla qui e ora ma  Risorto si fa dono in persona, in tutti Sacramenti della Chiesa, l’Eucaristia in particolare che fa la Chiesa, suo corpo mistico.
Il Concilio Vaticano II ha espresso la modalità con cui Dio è entrato in rapporto con l’umanità: “Piacque a Dio di santificare e salvare gli uomini, non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire un popolo che lo riconoscesse nella verità e santamente lo servisse” (LG 9). E’ nella logica di Dio che ha parlato nella creazione e nei fatti dell’Antico Testamento, e nel Nuovo Testamento definitivamente nell’Incarnazione, che si ha una intelligenza profonda del Mistero della Chiesa, senza la quale la presenza del Signore risorto si ridurrebbe o alla memoria di un personaggio meraviglioso del passato da imitare moralisticamente o ad un essere ideale e non reale, impossibile da incontrare oggi e quindi senza la possibilità della fede, del nuovo orizzonte che salva. Che rapporto c’è tra il mistero dell’Incarnazione e il mistero della Chiesa? Il Vaticano II risponde al n.8 della Lumen gentium: “come la natura assunta serve al Verbo divino da vivo organo di salvezza, a Lui indissolubilmente unito, così in modo non dissimile, l’organismo sociale della Chiesa serve allo Spirito di Cristo che la vivifica, per la crescita del Corpo (LG 8,1).
Questa visione ci difende da un duplice errore e ci mostra la verità della Chiesa. Non si può divinizzare la Chiesa, non si può dire “credo nella Chiesa” perché il nostro atto di fede non è la Chiesa, ma bensì Dio attraverso la Chiesa: ma non un dio qualsiasi, bensì quel Dio che possiede  un volto umano a cui “è piaciuto nella sua bontà e sapienza, rivelare se stesso e far conoscere il mistero della sua volontà, mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo nello Spirito santo hanno accesso al Padre e sono partecipi della vita divina” (DV 2). La Chiesa non deve essere né identificata ma nemmeno separata dal Signore risorto, ma unita a Lui che, in essa, è presente e operante e attraverso di essa porta ogni uomo alla salvezza: né identica, né separata ma unita nella distinzione. Proprio come lo sono due sposi (Ef 5,25-31) cioè complementari nella loro diversità. E’ l’incontro con Gesù risorto presente nella Chiesa, tra i suoi comunque ridotti, che fa accadere la fede e il nuovo orizzonte di vita. Dobbiamo ora vedere in che modo il Risorto è presente “qui e ora” nella Chiesa e quindi come attraverso di lei incontra ogni uomo che a Lui si converte. E quando parliamo di Chiesa, popolo – sposa, di Cristo, non pensiamo a chissà quale realtà. Stiamo parlando della Chiesa che è a Verona, come in tutte le Chiese particolari e locali, unita visibilmente nella persona del suo Vescovo attuale, che è membro del Collegio episcopale presieduto dalla autorità del Vescovo di Roma, stiamo parlando della Chiesa  che si incontra nell’ultima localizzazione della parrocchia, retta dal Parroco che visibilizza il Vescovo, con i carismi particolari di rettorie, di movimenti, di associazioni e nuove comunità. Stiamo parlando di una realtà territoriale di cui facciamo quotidianamente esperienza.
In che modo il Risorto, che soprattutto nella liturgia rende attuali i fatti e detti della sua esistenza storica che il vangelo memorizza per assimilarci a Lui, è sacramentalmente presente ed operante in questa che è la sua Chiesa?
Centrale è quella modalità di presenza nella quale la struttura sacramentale della Chiesa raggiunge la sua sintesi e la logica dell’Incarnazione il suo vertice: la presenza eucaristica cui almeno la Domenica partecipare, la “meraviglia delle meraviglie” la chiama san Tommaso, “il compendio del Cattolicesimo” (Paul Claudel), il punto infinitamente sottile e pesante, nel quale si riassume come Parola di Dio e presenza eucaristica. Non a caso il Beato Giovanni Paolo II, in Tertio Millennio 55, ha scritto: “Il duemila sarà un anno eucaristico: nel sacramento dell’Eucaristia il Salvatore, incarnandosi nel grembo di Maria venti secoli fa, continua ad offrirsi come sorgente di vita divina”.
Questi sono gli elementi fondamentali della fede professata, celebrata, vissuta e pregate, da approfondire attraverso il Catechismo della Chiesa Cattolica e il suo Compendio in questo Anno della fede. Questi elementi fondamentali della fede –per essere compresi nella loro profondità – devono essere pensati in rapporto al progetto di grazia Che il Padre ha pensato fin dall’eternità a riguardo di ogni uomo, al mio riguardo (Ef 1,3-10).
 Questo divino progetto del Padre, che è Dio, del Redentore del mondo, che è Dio, dello Spirito santo, che è Dio, della Trinità, unico Dio, si regge, come si evidenzia nella Lettera agli Efesini, come su due colonne: Gesù Cristo, Dio che possiede un volto umano che si è dato fino a lasciarsi uccidere e risorgere, per amore di ogni singolo e dell’umanità nel suo insieme; e ogni persona umana realizza interamente se stessa quando vive in Cristo. Cristo è il vero uomo: L’uomo è il vivente in Cristo. La congiunzione fra le due affermazioni è data dall’Eucaristia almeno della Domenica, culmine e fonte di tutta la religiosità cristiana.
In Cristo il Padre “ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi ed immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci ad essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo (Ef 1,4-5). Siamo condotti da queste divine parole all’origine del nostro esserci: alla radice eterna. “Ci ha scelti”: ciascuno di noi è stato pensato e voluto fra tanti possibili persone umane, fra tanti esseri dono del Donatore divino. L sguardo si è posato su di te, a preferenza di tanti altri: sei stato scelto: E’ il fondamento della preghiera mattutina e serale: Ti ringrazio di avermi creato. Quando è accaduto questo? “…prima della creazione del mondo”: il mondo, questo universo immenso entro cui ti senti come un granello di polvere, non esisteva ancora e il Padre ti ha pensato e voluto liberamente, per amore, ha scelto te. Se dunque esisti, non è per caso cioè senza ragione e non guarda quante volte cadi, ma quante volte, con il suo perdono ti rialzi, Non ti ama perché sei buono, ma per farti diventarlo, anzi per farti diventare addirittura suo amico. Ci ha scelti, pensati e voluti in Cristo. Cioè, quando il Padre ha pensato e voluto il Cristo, ha pensato e voluto anche ciascuno di noi, ha pensato e voluto me, come essere dono unico e irripetibile, cioè persona. Con lo stesso atto di pensiero e colla stessa decisione di volontà con cui ha voluto e pensato il Dio che possiede un volto umano cioè Cristo, via umana alla Verità e alla Vita cioè al Dio vivente, Padre, Figlio, Spirito santo, ha pensato e voluto ciascuno di noi creati a loro immagine, singolarmente presi nella relazione uomo – donna – figlio, predestinandoci a figli nel Figlio.
Nella sua bontà impensabile il Padre ha voluto che l’Unigenito generato nell’identica natura divina fosse il Primogenito di molti fratelli nella natura umana. Il primo dunque che è stato scelto prima della creazione del mondo è il Verbo Incarnato, il Dio che possiede un volto umano che ci ha amato sino alla fine, singolarmente e come umanità, presente crocefisso e risorto nella sua Chiesa, ed in Lui ciascuno di noi è stato pensato ed a loro immagine creato: ha assunto una forma uguale alla tua” scrive un Padre della Chiesa “ e ti ha adattato di nuovo alla bellezza originaria”. E’ quanto ci annuncia Dio attraverso Paolo: “Egli ci ha salvato e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la sua grazia: grazia che ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità” (2 Tm 1.9). Dio attraverso Paolo ci fa comprendere che quel Gesù, crocifisso e risorto, presente sacramentalmente nella sua Chiesa, che anch’eglicarismaticamente ha incontrato sulla via di Damasco, è colui nel quale e conformemente al quale la sua persona è stata “graziata”: pensata e voluta per amore., fin dall’eternità.
Possiamo comprendere meglio il significato della seconda affermazione: la persona umana realizza se stessa solamente in Cristo. Se siamo stati pensati e voluti nel Verbo incarnato, questi è la nostra intelligibilità, la nostra verità, il significato ultimo del nostro esserci, il tutto in rapporto al quale valutiamo e scegliamo ogni azione o moralità, eticità. Cercare una spiegazione ed una comprensione del significato, della verità, che ci rende liberidalal schiavitù dell’ignoranza sul da dove veniamo e a che cosa siamo destinati, del nostro esserci fuori da questa intrinseca ed originaria destinazione nell’orizzonte prodotto dal nostro incontro con Gesù Cristo nel suo Corpo che è la Chiesa, equivale a porci fuori dalla realtà globale, dalla verità, equivale negare se stessi, rimanere schiavi dell’ignoranza sul senso della vita. Quindi l’incontro con Gesù Cristo le suo Corpo che è la Chiesa non è un “optional” nei confronti del quale la nostra persona può essere neutrale: una specie di “dopolavoro” che inizia quando “il lavoro dell’esistere biologico, temporale” si interrompe. Ma, come scrive un grande teologo della Chiesa orientale, N. Cabasilas, “mente e desiderio sono stati forgiati in funzione di Lui: per conoscere il Cristo abbiamo ricevuto il pensiero; per correre verso di Lui il desiderio, e la memoria per portarlo in noi”.
La parola “incontro” nell’Anno della fede, costitutiva sia della nuova evangelizzazione nei paesi scristianizzati e sia dell’evangelizzazione alle genti, nell’educare alla fede, nel promuoverla, nel trasmettere umanità, dal momento, come ha scritto nell’Enciclica Benedetto XVI Deus caritas est , all’inizio dell’essere cristiano – e quindi all’origine di ogni testimonianza umana di credenti – non c’è una decisione etica o una grande idea, ma l’incontro con la Persona di Gesù Cristo, “che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva” (n.1). Dalla pagina paolina della Lettera agli Efesini, cui ci siamo rifatti, la parola incontro rivela il suo pieno significato cioè significa un ingresso di Cristo in noi, per cui siamo trasformati in Lui, viviamo e amiamo in Lui e di Lui: egli configura a Sé totalmente la persona e la rende in atto, pienamente umana. La Sacra Scrittura usa tante immagini per descrivere l’effetto dell’incontro: la vite e i tralci, la comunione coniugale, la mutua inabitazione ed altre ancora.
Perché un incontro del genere possa accadere, Cristo infonde nell’uomo ciò che di più intimo, di più proprio c’è in Lui, il suo stesso Spirito. E’ Lui, lo Spirito, che realizza l’incontro dell’uomo col Verbo incarnato, presente nella Sua Chiesa.
Mentre riflettevo sulla fede personale nel “noi” della Chiesa, che è stato lo scopo del Concilio Vaticano II, soprattutto nelle Costituzioni dogmatiche Lumen gentium, Dei VerbumSacrosanctum ConciliumGaudium etspesmi è venuto sott’occhio un incontro sul messaggio del Concilio, nella basilica di Sant’Anastasia con più di mille partecipanti della Vicaria del Centro città di Verona. Alle cronache giornalistiche occorre dare un rilievo relativo. Ma pensando a chi le legge ho provato tanta tristezza. “Pochi tradizionalisti fuori della porta, a tentare (inutilmente) di coinvolgere le persone che entravano che dopo il Concilio Vaticano II la Chiesa non è più stata la stessa, ma è cambiata in peggio snaturandosi”. E dall’altra parte “perché il sogno del Concilio si avveri bisogna sognarlo insieme”. E l’augurio dell’autore della “Piece teatrale del Concilio Vaticano II”, don Marco Campedelli che “il bisogno di un nuovo Concilio si faccia sentire ‘forte come il bisogno di ossigeno per poter tornare a respirare aria di Vangelo”. È il presente con la fede nella ininterrotta presenza di Gesù Cristo, crocifisso risorto, che dà valore a tutta la Tradizione e speranza al futuro, non l’attesa di un nuovo Concilio. E qui si inserisce il discorso del magistero straordinario dei 21 Concili, dopo quello di Gerusalemme, e del magistero ordinario che li prepara, come ha fatto Giovanni XXIII per il Vaticano II, e che li interpreta, come hanno fatto Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni paolo II e lo sta facendo Benedetto XVI. Nel suo discorso alla Curia romana del 22 dicembre 2005, ha dichiarato che all’ermeneutica della discontinuità non si oppone un’ermeneutica della continuità tout court ma un’”ermeneutica della riforma” la cui vera natura consiste in un “insieme di continuità e discontinuità a livelli diversi”. Il Magistero della Chiesa, cui spetta l’interpretazione dei testi, accetta l’esistenza a livelli diversi di continuità e di discontinuità del Concilio Vaticano II nei confronti del magistero precedente. Benedetto XVI ne dà l’esempio. L’espressione “libertà religiosa” era rifiutata da Gregorio XVI e da Pio IX, quindi da S. Pio X perché nell’ideologia liberale significava la relativizzazione di tutte le religioni, non così nellaDignitatis humanae votata anche da Lefebvre. Sempre dalla cronaca sembra che a Verona si punti a rifarsi all’interpretazione del cardinal Carlo Maria Martini: può essere un’opinione ma non l’interpretazione autentica del Magistero.

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