lunedì 19 novembre 2012

Gesù non descrive la fine del mondo‏


Gesù non descrive da “veggente” la fine del mondo: usando immagini apocalittiche per richiamare la relatività del temporale rivela che Lui, morto e risorto, è il vero avvenimento storico, la più grande “mutazione” mai accaduta, il “salto decisivo” verso una dimensione di vita profondamente nuova, l’ingresso in un ordine decisamente  diverso da questa vita e da questo mondo pur in continuità con essi, il vero centro che, in mezzo agli sconvolgimenti del mondo, rimane il punto fermo e stabile

“In questa domenica dell’anno liturgico, viene proclamata, nella redazione di San Marco, una parte del discorso di Gesù sugli ultimi tempi (Mc 13,24-32). Questo discorso si trova, con alcune varianti, anche in Matteo e Luca, ed è probabilmente il testo più difficile dei Vangeli. Tale difficoltà deriva sia dal contenuto sia dal linguaggio: si parla infatti di un avvenire che supera le nostre categorie, e per questo Gesù utilizza immagini e parole riprese dall’Antico Testamento, ma soprattutto inserisce un
nuovo centro, che è Lui stesso, il mistero della sua persona e della sua morte e risurrezione. Anche il brano odierno si apre con alcune immagini cosmiche di genere apocalittico: “Il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli verranno sconvolte” (v.24-25); ma questo elemento viene relativizzato da ciò che segue: “Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi del cielo con grande potenza e gloria” (v. 26). Il “Figlio dell’uomo” è Gesù stesso, che collega il presente e il futuro; le antiche parole dei profeti hanno trovato finalmente un centro nella persona del Messia nazareno: è Lui il vero avvenimento che,in mezzo agli sconvolgimenti del mondo, rimane il punto fermo e stabile.
A conferma di questo sta un’altra espressione del Vangelo di oggi. Gesù afferma: “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (v. 31). In effetti, sappiamo che nella Bibbia la Parola di Dio è all’origine della creazione: tutte le creature, a partire dagli elementi cosmici – sole, luna, firmamento – obbediscono alla Parola di Dio, esistono in quanto “chiamati” da essa. Questa potenza creatrice della Parola divina si è concentrata in Gesù Cristo, Verbo fatto carne, e passa anche attraverso le sue parole umane, che sono il vero “firmamento” che orienta il pensiero e il cammino dell’uomo sulla terra. Per questo Gesù non descrive la fine del mondo, e quando usa immagini apocalittiche, non si comporta come un “veggente”. Al contrario, Egli vuole sottrarre i suoi discepoli di ogni epoca alla curiosità per le date, le previsioni, e vuole invece dare loro una chiave di lettura profonda, essenziale, per entrare nella vita eterna. Tutto passa – ci ricorda il Signore -, ma la Parola di Dio non muta, e di fronte ad essa, ciascuno di noi è responsabile del proprio comportamento. In base a questo saremo giudicati.
Cari amici, anche nei nostri tempi non mancano calamità naturali, e purtroppo nemmeno guerre e violenze.Anche oggi abbiamo bisogno di un fondamento stabile per la nostra vita e la nostra speranza, tanto più a causa del relativismo in cui siamo immersi. La Vergine Maria ci aiuti ad accogliere questo centro nella persona di Cristo e nella sua Parola” (Benedetto XVI, Angelus, 18 novembre 2012).

L’ultimo articolo del Simbolo riguarda  la risurrezione della carne e la vita eterna. Si tratta del compimento dell’intera opera salvifica di Dio, senza il quale tale opera rimarrebbe monca e priva di senso. Se infatti la vicenda umana e cosmica precipitasse nel baratro del buio, della morte, della fine del mondo, che senso avrebbero le altre verità di fede, ossia la libera creazione dal nulla, l’incarnazione del Verbo, la sua morte e risurrezione, il dono dello Spirito Santo che procede dal Padre attraverso il Risorto, la Chiesa e i Sacramenti o farsi dono di Cristo in persona dopo averci parlato attraverso la Scrittura?Dunque, si tratta di comprendere la profonda unitarietà del Simbolo di fede, che rivela a sua volta l’unitarietà del disegno di Dio, che ha voluto nella sua bontà e sapienza render l’umanità partecipe della sua divina natura (DV2). Sta qui il fondamento della risurrezione di ogni carne. Prima di pensare alle modalità con cui ciò può avvenire, è essenziale comprendere che ogni essere umano, in quanto creato e amato da Dio, non è più prigioniero della morte eterna, ma è destinato a una vita nuova iniziata con la risurrezione di Gesù, vi è destinato ogni uomo, tutta la famiglia umana,la storia, il cosmo. E tale vita nuova non può essere che un dono di Dio. Un dono che però trova una struttura di attesa e di accoglienza progressiva in ogni uomo, non solo nel cristiano che con la rinascita battesimale esplicitamente professa la sua fede in Dio e nella vita eterna, ma in ogni uomo che protesta contro la finitudine terrena, perché “si accorge di essere senza confini nelle sue aspirazioni e chiamato ad una vita superiore” (GS 10).
Le affermazioni bibliche sull’al di là e sul futuro dell’uomo, del cosmo sono molteplici: ma hanno bisogno di una corretta ermeneutica ecclesiale per evitare di interpretare tali affermazioni apocalittiche come descrizioni anticipatrici di un futuro ancora assente. L’Antico testamento matura progressivamente la fede nella risurrezione dei morti. Sarà soprattutto all’epoca dei Maccabei (II secolo a.C.) che si consolida l’idea di una retribuzione dopo morte per coloro che hanno offerto al vita per difendere Dio che storicamente interviene e dona  le sue leggi  e per difendere il popolo giudaico dal pericolo di una ellenizzazione della Giudea con la cultura di un Essere non persona che si disinteressa della storia, con una concezione dualistica dell’uomo con la sua anima che esiste dall’eternità nella prigione di un corpo che finisce nel nulla. Non c’era ancora un’idea molto precisa di risurrezione; però si affermava semplicemente che, coloro che sono stati fedeli a Dio vicino ad ogni uomo che ama, quando Dio prenderà definitivamente in mano le sorti del mondo, verranno risuscitati come persone responsabili e meritorie o non meritorie. Quando, però si trattava di spiegare il modo con cui risorgeranno i morti, le persone in anima e corpo, le opinioni si diversificavano. I modelli con cui si pensava la risurrezione delle persone erano fondamentalmente tre:
-         i corpi risorgono mentre ogni anima creata da Dio non muore;
-         i morti sono rapiti in cielo cioè nella zona divina;
-         le anime dei defunti sono nella beatitudine.
In fondo l’elemento sostanziale di fede era questo: Dio non può dimenticare coloro che gli sono stati fedeli nel combattimento, i martiri e non può trattare gli infedeli alla pari dei fedeli. In seguito, l’idea si estese a tutti coloro che sono stati fedeli a Dio nelle prove della vita. Dio, che è il Signore e datore di vita, non abbandona i suoi fedeli nella morte, li risuscita, li risveglia, li rimette in piedi in cieli nuovi e terra nuova (è il modello della risurrezione dei morti, delle persone, modello fatto proprio dal cristianesimo), li chiama a Sé (è il modello del rapimento), li riempie di ogni conoscenza e gioia (è il modello dell’anima beata).

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