lunedì 17 settembre 2012

Sana laicità


Occorre promuovere una “sana laicità” per “liberare la religione dal peso della politica” in modo che ci sia “chiara distanza e indispensabile collaborazione tra le due” influendo culturalmente sull’opinione politica e sui politici


“Posso dire che nessuno mi hai mai consigliato di rinunciare a questo viaggio e, da parte mia, non ho mai contemplato questa ipotesi, perché so che se la situazione si fa più complicata, è più necessario offrire questo segno di fraternità, di incoraggiamento e di solidarietàE’ il significato del mio viaggio: invitare al dialogo, invitare alla pace contro la violenza, procedere insieme per trovare la soluzione dei problemi…
Il fondamentalismo è sempre una falsificazione della religione. Va contro l’essenza della religione, che vuole riconciliare e creare la pace di Dio nel mondo. Dunque, il compito della Chiesa
e delle religioni è quello di purificarsi; un’alta purificazione della religione da queste tentazioni è sempre necessaria. E’ nostro compito illuminare e purificare le coscienze e rendere chiaro che ogni uomo è un’immagine di Dio; e noi dobbiamo rispettare nell’altro non soltanto la sua alterità, ma, nell’alterità la reale essenza comune di essere immagine di Dio, e trattare l’altro come un’immagine di Dio. Quindi, il messaggio fondamentale della religione deve essere contro la violenza, che ne è una falsificazione, come il fondamentalismo, e deve essere l’educazione e la purificazione delle coscienze, per renderle capaci di dialogo, di riconciliazione e di pace.
La primavera araba è una cosa positiva: è un desiderio di maggiore democrazia, di maggiore libertà, di maggiore cooperazione, di una rinnovata identità araba. E questo grido della libertà, che viene da una gioventù più formata culturalmente e professionalmente, che desidera maggiore partecipazione nella vita politica, nella vita sociale, è un progresso, una cosa molto positiva e salutata proprio anche da noi cristiani. Naturalmente, dalla storia delle rivoluzioni, sappiamo che il grido della libertà, così importante e positivo, è sempre in pericolo di dimenticare un aspetto, una dimensione fondamentale della libertà, cioè la tolleranza dell’altro; il fatto che la libertà umana è sempre una libertà condivisa, che solo nella condivisione, nella solidarietà, nel vivere insieme, con determinate regole, può crescere. Questo è sempre il pericolo, così è anche il pericolo in questo caso. Dobbiamo fare tutti il possibile perché il concetto di libertà, il desiderio di libertà vada nella giusta direzione, non dimentichi la tolleranza, l’insieme, la riconciliazione, come parte fondamentale della libertà. Così anche la rinnovata identità araba implica – penso – pure il rinnovamento dell’insieme secolare e millenario dei cristiani e arabi, che proprio insieme, nella tolleranza di maggioranza e minoranza, hanno costruito queste terre e non possono non vivere insieme. Perciò penso sia importante vedere l’elemento positivo in questi movimenti e fare la nostra parte perché la libertà sia concepita in modo giusto e risponda a maggior dialogo e non al dominio di uno contro gli altri.
Devo dire innanzi tutto che non solo i cristiani fuggono (soprattutto Siria, Iraq), ma anche i musulmani. Naturalmente il pericolo che i cristiani si allontanino e perdano la loro presenza in queste terre è grande e noi dobbiamo fare il possibile per aiutarli a rimanere. L’aiuto essenziale sarebbe la cessazione della guerra, della violenza: questa crea la fuga. Quindi, il primo atto è fare tutto il possibile perché finisca la violenza e sia realmente creata una possibilità di rimanere insieme anche in futuro. Che cosa possiamo fare contro la guerra? Diciamo, naturalmente, sempre diffondere il messaggio della pace, chiarire che la violenza non risolve mai un problema e rafforzare le forze della pace. Importante qui è il lavoro dei giornalisti, che possono aiutare molto per mostrare come la violenza distrugge, non costruisce, non è utile per nessuno. Poi direi forse gesti della cristianità, giornata di preghiera per il Medio Oriente, per i cristiani e i musulmani, mostrare possibilità di dialogo e di soluzioni. Direi anche che deve finalmente cessare l’importazione di armi: perché senza l’importazione di armi la guerra non potrebbe continuare. Invece di importare le armi, che è un peccato grave, dovremmo importare idee di pace, creatività, trovare soluzioni per accettare ognuno nella sua alterità; dobbiamo quindi rendere visibile nel mondo il rispetto delle religioni, le une delle altre, il rispetto di ogni uomo come creatura di Dio, l’amore del prossimo come fondamentale per tutte le religioni. In questo senso, con tutti i gesti possibili, con aiuti anche materiali, aiutare perché cessi la guerra, la violenza, e tutti possano ricostruire il Paese.
Dobbiamo influire sull’opinione politica e sui politici per impegnarsi realmente, con tutte le forze, con tutte le possibilità, con vera creatività, per la pace, contro la violenza. Nessuno dovrebbe sperare vantaggi dalla violenza, tutti devono contribuire. In questo senso, un lavoro di ammonizione, di educazione è molto necessario da parte nostra. Inoltre, le nostre organizzazioni come i Cavalieri del Santo Sepolcro, di per sé solo per la Terra Santa, ma simili organizzazioni potrebbero aiutare materialmente, politicamente, umanamente anche in questi Paesi. Direi, ancora una volta, gesti visibili di solidarietà, giornate di preghiera pubblica, simili cose possono richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica, essere fattori reali. Siamo convinti che la preghiera ha un effetto; se fatta con tanta fiducia e fede, avrà il suo effetto” (Benedetto XVI, Intervista del Santo Padre ai Giornalisti durante il volo verso il Libano, 14 settembre 2012).

Nel discorso col quale ha accompagnato la firma dell’Esortazione post- sinodale per il medio Oriente, nella basilica di San Paolo a Harissa, Benedetto XVI ha richiamato Costantino il Grande, che gli orientali venerano come santo. “Fra un mese si celebrerà il 1700° anniversario dell’apparizione che gli fece vedere, nella notte simbolica della sua incredulità, il monogramma di Cristo sfavillante, mentre una voce gli diceva: “In questo segno, vincerai!”. Più tardi, Costantino firmò l’editto di Milano, e diede il proprio nome a Costantinopoli. Mi sembra che l’Esortazione post- sinodale possa essere letta ed interpretata alla luce dell’Esaltazione della Santa Croce, e più particolarmente alla luce del monogramma di Cristo, il X (chi) e il P (ro), le due prime lettere della parola  Xristòs. Una tale lettura conduce ad una autentica riscoperta dell’identità del battezzato e della Chiesa, e costituisce al tempo stesso come un appello alla testimonianza nella e mediante la comunione. La comunione e la testimonianza cristiane non sono infatti fondate sul Mistero pasquale, sulla crocifissione, la morte e la risurrezione di Cristo? Non trovano in esso il suo pieno compimento? Esiste un legame inseparabile tra la Croce e la Risurrezione che non può essere dimenticato dal Cristiano. Senza questo legame, esaltare la Croce significherebbe giustificare la sofferenza e la morte non vedendo in esse che una fine fatale. Per un cristiano esaltare la Croce vuol dire comunicare alla totalità dell’amore incondizionato di Dio per ogni uomo. E’ porre un atto di fede | Esaltare la Croce, nella prospettiva della Risurrezione, è desiderare di vivere e manifestare la totalità di questo amore. E’ porre un atto di amore! Esaltare la Croce porta ad impegnarsi ad essere araldi della comunione fraterna ed ecclesiale, fonte  della vera testimonianza cristiana. E’ porre un atto di speranza!”. Costantino come imperatore romano puntava ad imporre il diritto romano con la forza, con la costrizione militare, ponendo l’impero romano al di sopra di tutto e di tutti. La rivoluzione cristiana pone al centro non la polis ma ogni persona umana, creata ad immagine e somiglianza di Dio e quindi non la costrizione ma la libertà condivisa, ad immagine di quel Dio che possiede un volto umano, che non costringe  e che tutti attira nell’altezza, nella profondità, nella larghezza, nella lunghezza di quell’amore di cui la Croce è l’icona. E questa è anche la vera civiltà umana, la vera democrazia con al centro ogni uomo. L’editto do Costantino non impone la fede, ma le dà spazio con tutte le altre religioni. E Sant’Ambrogio non accetta Teodosio quando impone la fede. Ma questo non è l’Editto di Costantino che può essere una “sana laicità” e non, come spesso è interpretato un “regime di cristianità”.
La specificità del Medio Oriente consiste nella mescolanza secolare di componenti diverse, nel Libano 18 religioni. Certo, ahimé, esse si sono combattute! Una società plurale esiste soltanto per effetto del rispetto reciproco come è la sana laicità, del desiderio di conoscere l’altro e del dialogo continuo. Questo dialogo tra gli uomini è possibile solamente nella consapevolezza, come è emerso nel 1948 a fondamento dell’ONU, che esistono valori comuni a tutte le grandi culture, perché sono radicate nella natura, nella centralità non della polis ma di ogni persona umana, come ha sempre testimoniato il vero cristianesimo. Questi valori anteriori ad ogni scelta positiva, che sono un substrato, esprimono i tratti autentici e caratteristici dell’umanità come l’Editto di Costantino propone. Non dimentichiamo che la libertà religiosa è il diritto fondamentale da cui molti altri dipendono. Professare e vivere liberamente la propria religione senza mettere in pericolo la propria vita e la propria libertà deve esse possibile  a chiunque nel rispetto di credi diversi: ecco la vera laicità positiva. La perdita o l’indebolimento di questa libertà priva la persona del sacro diritto ad una vita integra sul piano spirituale. La sedicente tolleranza non elimina le discriminazioni, talvolta invece le rinforza. E senza l’apertura al trascendente – quante volte il Papa lo richiama -, che permette di trovare risposte agli interrogativi di ogni cuore, di ogni anima, di ogni io  umano sul senso della vita e sulla maniera di vivere e morire in modo morale e a livello sociale con un’etica del bene di ogni uomo, l’uomo diventa incapace di agire secondo giustizia e impegnarsi per la pace. La libertà religiosa, tipica della rivoluzione cristiana testimoniata nelle persecuzioni da Nerone, ha una dimensione sociale e politica indispensabile alla pace! Essa promuove una coesistenza ed una vita armoniose attraverso l’impegno comune al servizio di nobili cause e la ricerca della verità, che mai si impone con la violenza ma con “la forza della verità” (Dignitatis humanae, 1),  quella verità, quel bene che è in Dio. La fede vissuta conduce all’amore.
Il Libano, con le sue diciotto religioni, ora è chiamato più che mai ad essere un esempio di laicità positivaPolitici, diplomatici, religiosi, uomini e donne del mondo della cultura”vi invito – Benedetto XVI – dunque a testimoniare intorno a voi, a tempo opportuno e inopportuno, che Dio vuole la pace, che Dio vi affida la pace.
In Occidente, in Europa, in Italia dove predomina quella cultura anti – costantiniana che vorrebbe porsi come universale e autosufficiente, generando un nuovo costume di vita con una riduzione radicale dell’uomo, considerato un semplice prodotto della natura, come tale non realmente libero e di per sé suscettibile di essere trattato come ogni altro animale, cresce un relativismo e un utilitarismo che esclude ogni principio morale  che sia valido e vincolante per se stesso. Si ha così un autentico capovolgimento della cultura moderna che era una rivendicazione della centralità di ogni uomo e della sua libertà, valori autenticamente cristiani e fondamento di ogni vera democrazia. Non è difficile vedere come questo tipo di cultura post moderna rappresenta non solo un taglio radicale e profondo con il cristianesimo ma più in generale con le tradizioni religiose e morali dell’umanità: non sia in grado quindi di instaurare un vero dialogo con le altre culture, nelle quali la dimensione religiosa è fortemente presente come in Libano, oltre a non poter rispondere alle domande fondamentali sul senso e sulla direzione della nostro vivere e morire.  Vista dal Libano questa cultura laicista è contrassegnata da una profonda carenza, ma anche da un grande e inutilmente nascosto bisogno di speranza. Ecco perché, rischiando molto, Benedetto XVI non poteva rinunciare a questo viaggio pastorale di nuova evangelizzazione dando alla Chiesa e al mondo una grande prospettiva di laicità positiva.

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