mercoledì 12 settembre 2012

Ciò che conta è la vicinana interiore!‏


Nell’Eucaristia Dio è così vicino a noi: qualcuno, però, può stare vicino al tabernacolo e, allo stesso tempo essere lontano dal Dio vivente. Ciò che conta è la vicinanza interiore, la consapevolezza che la verità è qualcosa di vivente, la Persona di Gesù Cristo da incontrare nella Chiesa

“Secondo la nostra fede la Chiesa è l’Israele che è diventato universale, nel quale tutti diventano, attraverso il Signore, figli di Abramo; l’Israele diventato universale, nel quale persiste il nucleo essenziale della legge, privo delle contingenze del tempo e del popolo. Questo nucleo semplicemente Cristo stesso, l’amore di Dio per noi e il nostro amore per Lui e per gli uomini. Egli è la Torah vivente, è il dono di Dio per noi, nel quale, ora, riceviamo tutti la saggezza di Dio. Nell’essere uniti con Cristo,
nel “con - camminare” e “con - vivere”con Lui, impariamo noi stessi come essere uomini in modo giusto, riceviamo la saggezza che è verità, sappiamo vivere e morire, perché Lui stesso è la via e la verità.
Conviene quindi, alla Chiesa, come per Israele, essere piena di gratitudine e di gioia. “Quale popolo può dire che Dio gli sia così vicinoQuale popolo ha ricevuto questo dono?”. Non lo abbiamo fatto noi, ci è stato donato. Gioia e gratitudine per il fatto che lo possiamo conoscere, che abbiamo ricevuto la saggezza del vivere bene, che è ciò che dovrebbe caratterizzare il cristiano. Infatti, nel Cristianesimo delle origini era così: l’essere liberato dalle tenebre dell’andare tastoni, dell’ignoranza – che cosa sono? Perché sono? Come devo andare avanti? -, l’essere diventato libero, l’essere nella luce, nell’ampiezza della verità. Questa era la consapevolezza fondamentale. Una gratitudine che si irradiava intorno e che così univa gli uomini nella Chiesa di Gesù Cristo.
Ma anche nella Chiesa c’è lo stesso fenomeno: elementi umani si aggiungono e conducono o alla presunzione, al così detto trionfalismo che vanta se stesso invece di dare lode a Dio, o al vincolo, che bisogna togliere, spezzare e schiacciare. Che dobbiamo fare? Che dobbiamo dire? Penso che ci troviamo proprio in questa fase, in cui vediamo nella Chiesa solo ciò che è fatto da se stessi, e ci viene guastata la gioia della fede; che non crediamo più e non osiamo più dire: Egli ci ha indicato chi è la verità, che cos’è la verità, ci ha mostrato che cos’è l’uomo, ci ha donato la giustizia della vita retta. Noi siamo preoccupati di lodare solo noi stessi, e temiamo di farci legare da regolamenti che ci ostacolano nella libertà e nella novità della vita.
Se leggiamo oggi, ad esempio, nella Lettera di Giacomo: “Siete generati per mezzo di una parola di verità”, chi di noi oserebbe gioire della verità che ci è stata donata? Ci vien subito la domanda: ma come si può avere la verità? Questo è intolleranza! L’idea di verità e di intolleranza oggi sono quasi completamente fuse tra di loro, e così non osiamo più credere affatto alla verità o parlare della verità. Sembra essere lontana, sembra qualcosa a cui è meglio non fare ricorso. Nessuno può dire: ho la verità. – questa è l’obiezione che si muove – e, giustamente, nessuno può avere la verità. E’ la verità che ci possiede, è qualcosa di vivente! Non siamo noi suoi possessori, bensì siamo afferrati da lui. Solo se ci lasciamo  guidare e muovere da lei, rimaniamo in lei, solo se siamo, con lei e in lei, pellegrini della verità, allora è in noi e per noi. Penso che dobbiamo imparare di nuovo questo “non – avere – la –verità”. Come nessuno può dire: ho dei figli – non sono un nostro possesso, sono un dono, e come dono di Dio ci sono dati per un compito – così non possiamo dire: ho la verità, ma la verità è venuta verso di noi e ci spinge. Dobbiamo imparare a farci muovere da lei, a farci condurre da lui. E allora brillerà di nuovo; se essa stessa ci conduce e ci compenetra.
Cari amici, vogliamo chiedere al Signore che ci faccia questo dono. San Giacomo ci dice oggi nella Lettura: non dovete limitarvi ad ascoltare la Parola, la dovete mettere in pratica. Questo è un avvertimento circa  l’intellettualizzazione della fede e della teologia. E’ un mio timore in questo tempo, quando leggo tante cose intelligenti: che diventi un gioco dell’intelletto nel quale “ci passiamo la palla”, nel quale tutto è solo un mondo intellettuale che non compenetra e forma la nostra vita, e che quindi non ci introduce nella verità. Credo che queste parole di san Giacomo si dirigano proprio a noi come teologi: non solo ascoltare, non solo intelletto – fare, lasciarsi formare dalla verità, lasciarsi guidare da lei! Preghiamo il Signore che ci accada questo, e che così la verità diventi potente sopra di noi, e che conquisti forza nel mondo attraverso di noi.
La Chiesa ha posto la parola del Deuteronomio – “Dov’è un popolo al quale Dio è così vicino come il nostro Dio è vicino a noi, ogni volta che lo invochiamo?” – nel centro dell’Officio divino del Corpus Domini, e gli ha dato così un nuovo significato: dov’è un popolo al quale il suo Dio è così vicino come lo è il nostro Dio lo è a noi? Nell’Eucaristia questo è diventato piena realtà. Certo, non è solo un aspetto esteriore: qualcuno può stare vicino al tabernacolo e, allo stesso tempo, essere lontano dal Dio vivente. Ciò che conta è la vicinanza interiore! Dio ci è diventato così vicino che Egli stesso è un uomo: questo ci deve sconcertare e sorprendere sempre di nuovo! Egli è così vicino che è uno di noi. Conosce l’essere umano, il “sapere” dell’essere umano, lo conosce dal di dentro, lo ha provato con le sue gioie e le sue sofferenze. Come uomo, mi è vicino, vicino “a portata di voce” – così vicino che mi ascolta e che posso sapere: Lui mi sente e mi esaudisce, anche se forse non come io me lo immagino.
Lasciamoci riempire di nuovo di questa gioia: dov’è un popolo al quale Dio è così vicino come il nostro Dio lo è a noi? Così vicino da essere uno di noi, da toccarmi dal di dentro. Sì, da entrare dentro di me nella santa Eucaristia. Un pensiero perfino sconcertante. Su questo processo, San Bonaventura ha utilizzato, una volta, nelle sue preghiere di Comunione, una formulazione che scuote, quasi spaventa. Egli dice: mio Signore, come ha potuto venirti in mente di entrare nella sporca latrina del mio corpo? Sì, Lui entra dentro la nostra miseria, lo fa con consapevolezza e lo fa per compenetrarci, per pulirci e per rinnovarci, affinché attraverso di noi, in noi, la verità sia nel mondo e si realizzi la salvezza. Chiediamo al Signore perdono per la nostra indifferenza, per la nostra miseria che ci fa pensare solo a noi stessi, per il nostro egoismo che non cerca la verità, ma che segue la propria abitudine, e che forse spesso fa sembrare il Cristianesimo solo un sistema di abitudini. Chiediamogli che Egli entri, con potenza, nelle nostre anime, che si faccia presente in noi e attraverso di noi – e che così la gioia nasca anche in noi: Dio è qui, e mi ama, è la nostra salvezza!” (Benedetto XVI,Omelia, 2 settembre 2012).

In un’intervista al Corriere della Sera di mercoledì 5 settembre 2012 Il card. Ruini si è così espresso a riguardo della situazione della Chiesa: “Il Vaticano II è stato, come ha detto Giovanni Paolo II, la massima grazia ricevuta dalla Chiesa nel XX secolo. Proprio per questo è stato una sfida enorme, a volte mal compresa. Da ciò sono nati danni molto grandi. Attorno a questa valutazione di fondo cresce il consenso”Quali danni? “La crisi del clero, della vita consacrata. Molti hanno smesso la pratica religiosa. La crisi della forma cattolica della Chiesa. Il Concilio si dedicò molto al rapporto tra i vescovi e il Papa, dando per acquisita la “tranquilla adesione” all’intero corpo dottrinale della Chiesa, come la definì Giovanni XXIII. Invece il magistero della Chiesa è stato messo in discussione e spesso disatteso anche all’interno della Chiesa stessa”.
Ma andando più in profondità occorre rendersi conto che al terzo millennio il cristianesimo si trova, proprio nel luogo della sua originaria diffusione, in Europa, una crisi della sua pretesa verità. Culturalmente c’è la sfiducia riguardo alla possibilità, per l’uomo, di conoscere la verità su Dio e sulle cose divine e i dubbi che le scienze moderne, naturali e storiche, hanno sollevato riguardo ai contenuti e alle origini del cristianesimo.
C’è poi una intellettualizzazione della fede e della teologia per un mondo intellettuale che non compenetra la vita e che quindi non ci introduce nella verità. Pastoralmente, con la nuova evangelizzazione, occorre ravvivare la consapevolezza che nessuno può avere la verità. E’ la Verità che ci possiede, la Verità è qualcosa di vivente attraverso Dio che possiede un volto umano, che ci ama singolarmente e collettivamente, che ci insegna a vivere e a morire. Nell’Eucaristia, crocifisso e risorto, presente, che parla e  si fa dono in persona soprattutto nella preghiera liturgica. Certo, non è solo un aspetto esteriore: qualcuno può stare vicino al tabernacolo e, allo steso tempo essere lontano dal Dio vivente, dalla Verità. Ciò che conta è la vicinanza interiore! Dio, attraverso il suo corpo che è la Chiesa, ci è diventato così vicino che è uno di noi, da toccarmi dal di dentro, da entrare in me, in noi comunque ridotti. Lui entra nella nostra miseria per assimilarci a Lui per cui il male non definisce mai chi lo fa, se non al momento terminale, viene per pulirci e per rinnovarci, affinché attraverso di noi,in noi, la verità che libera da ogni schiavitù sia nel mondo e si realizzi la salvezza. Per questa ontologia sacramentale della sua presenza la Chiesa non è mai arretrata.

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