martedì 28 agosto 2012

La croce all'interno della fede‏


“Patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto”: Quale posto ha propriamente la croce all’interno della fede in Gesù in quanto il Cristo, il Messia?

“La coscienza cristiana è in genere ancora largamente condizionata da una grossolana concezione propria della teologia dell’espiazione di Anselmo di Canterbury…Per molti cristiani, specialmente per quelli che conoscono la fede  solo piuttosto da lontano, sembra che la croce debba essere compresa all’interno di un meccanismo di diritto offeso e riparato. Sarebbe la forma in cui la giustizia di Dio, infinitamente lesa, verrebbe nuovamente placata da una espiazione infinita. In tal modo la croce appare agli uomini come espressione di un atteggiamento che cerca un esatto conguaglio tra dare e
avere…A partire da molti libri di devozione s’impone  alla coscienza proprio l’idea che la fede cristiana nella croce si raffiguri un Dio la cui giustizia spietata avrebbe preteso un sacrificio umano, l’immolazione del suo stesso Figlio. Per cui si voltano con terrore le spalle a una giustizia la cui oscura ira rende inattendibile il messaggio dell’amore.
Per quanto diffusa sia un’immagine del genere, essa è falsa. Nella Bibbia la croce non appare come ingranaggio di un meccanismo di diritto leso; la croce è qui invece proprio espressione della radicalità dell’amore che si dona totalmente, indica il processo in cui uno è ciò che fa e fa ciò che è espressione di una vita che è totalmente essere –per – gli altri. A ben guardare, nella teologia della croce della Scrittura si esprime veramente una rivoluzione rispetto alle idee di espiazione e di redenzione presenti nella storia delle religioni non cristiane. Non si può peraltro negare che, nella successiva coscienza cristiana, questa rivoluzione sia stata di nuovo largamente neutralizzata e ben di rado riconosciuta in tutta la sua portata. Nelle religioni mondiali espiazione significa normalmente il ripristino del rapporto perduto con la divinità, mediante azioni espiatrici da parte degli uomini. Quasi tutte le religioni ruotano attorno al problema dell’espiazione; nascono dalla consapevolezza che l’uomo ha della propria colpa di fronte a Dio e denotano il tentativo di superare questo senso di colpa, di cancellare la colpa mediante opere di espiazione che vengono presentate a Dio. L’opera espiatrice, con la quale gli uomini mirano a conciliarsi e a propiziarsi la divinità, sta al centro della storia delle religioni.
Nel Nuovo Testamento, invece, la situazione è quasi esattamente inversa. Non è l’uomo che si accosta a Dio e gli porta un dono compensatore, ma è Dio che viene all’uomo per dare a lui. Per iniziativa del suo amore egli restaura il diritto leso, giustificando l’uomo colpevole mediante la sua misericordia creatrice, ridando vita a chi era morto. La sua giustizia è grazia: è giustizia attiva, che raddrizza l’uomo incurvato, ossia lo rimette in posizione eretta, lo rende diritto. Qui ci troviamo di fronte alla svolta portata dal cristianesimo nella storia delle religioni: il Nuovo Testamento non dice che gli uomini riappacificano Dio, come dovremmo propriamente attenderci, perché sono essi che hanno sbagliato, non Dio. Ci dice invece che “è stato Dio a riconciliare a sé il mondo in Cristo” (2 Cor 5,19). Ora, ciò è veramente qualcosa di inaudito, qualcosa di nuovo: : il punto di partenza dell’esistenza cristiana e il centro della teologia neotestamentaria della croce. Dio non aspetta che i colpevoli si facciano avanti per riconciliarsi con lui, ma va loro incontro per primo e li riconcilia a sé. In questo si mostra la vera direzione del dinamismo dell’incarnazione, della croce.
Di conseguenza, nel Nuovo Testamento la croce appare primariamente come un movimento dall’alto in basso. Essa non è la prestazione propiziatrice che l’umanità offre al Dio sdegnato, bensì l’espressione di quel folle amore di Dio, che si abbandona senza riserve all’umiliazione per redimere l’uomo; è il suo modo di avvicinarsi a noi, non viceversa. Con questa svolta nell’idea di espiazione, dunque nell’asse del religioso in genere, anche il culto e l’intera esistenza prendono nel cristianesimo una nuova direzione. Nell’ambito cristiano l’adorazione avviene in primo luogo nell’accoglienza riconoscente dell’azione salvifica di Dio. La forma essenziale del culto cristiano si chiama  quindi, a ragion veduta, eucaristia, cioè rendimento di grazie. In questo culto non vengono portate davanti a Dio prestazioni umane, ma esso consiste piuttosto nell’accogliere, da parte dell’uomo, il dono che gli viene fatto; non glorifichiamo Dio offrendogli qualcosa che presumiamo nostro – quasi non fosse già da sempre suo! – bensì lasciando che egli ci doni ciò che è suo e riconoscendolo così come l’unico Signore. Lo adoriamo smettendo di fingere di poter presentarci a lui come interlocutori autonomi, mentre in realtà possiamo esistere soltanto in lui e a partire da lui. Il sacrificio cristiano non consiste in un dare a Dio ciò che egli non avrebbe senza di noi, bensì nel diventare completamente accoglienti e nel lasciarci totalmente prendere da lui. Lasciare che Dio agisca in noi: ecco il sacrificio cristiano…
Con questo, però, non abbiamo ancora detto tutto. Leggendo il Nuovo testamento dal principio alla fine, non è possibile soffocare la domanda se esso non descriva l’azione espiatrice di Gesù come offerta di un sacrificio al Padre, presentando la croce come il sacrificio che Cristo offre in obbedienza al Padre. In una serie di testi, tuttavia, essa appare come il movimento ascendente dall’umanità verso Dio, tanto che sembra riemergere tutto ciò che abbiamo appena rifiutato. In effetti con la sola linea discendente non è possibile cogliere il dato del Nuovo Testamento. E allora, come dobbiamo spiegarci il rapporto fra le due linee? Dobbiamo forse escludere l’una a beneficio dell’altra? E qualora lo volessimo fare, quale criterio ci autorizzerebbe a ciò? E’ chiaro che non possiamo procedere in questo modo: finiremmo per elevare a criterio della fede l’arbitrio della nostra opinione.
Per andare avanti dobbiamo ampliare la nostra domanda e cercare di appurare dove stia il punto di partenza dell’interpretazione neotestamentaria della croce. Occorre innanzitutto prendere coscienza che la croce di Gesù apparve ai discepoli per prima cosa come la fine, come il fallimento dell’opera da lui intrapresa. Essi avevano creduto di aver trovato in lui il re che non sarebbe stato mai rovesciato  ed erano diventati, invece, improvvisamente, i compagni di sventura di un giustiziato. La risurrezione, in realtà, aveva dato loro la certezza che Gesù era pur tuttavia re, ma a che cosa era servita la croce dovettero imparare a comprenderlo solo lentamente. Il mezzo per comprendere lo offrì loro la Sacra Scrittura, vale a dire l’Antico Testamento, ricorrendo alle cui immagini e concetti si sforzarono di interpretare ciò che era accaduto. Ricorsero anche ai testi liturgici e alle sue prescrizioni, nella convinzione che tutto quanto vi si diceva era realizzato in Gesù, anzi, che solo a partire da lui si poteva ora capire veramente quale fosse in realtà il loro senso. Ed ecco perché, nel Nuovo testamento, troviamo che la croce è spiegata, tra l’altro, anche con idee della teologia cultuale vetero – testamentaria.
L’elaborazione più coerente la incontriamo nella Lettera agli Ebrei, che pone la morte di Gesù in croce in rapporto col rito e la teologia della festa ebraica dell’espiazione, presentandola come l’autentica festa della riconciliazione cosmica. La linea di pensiero sviluppata in questa lettera si potrebbe sintetizzare press’a poco così: ogni sacrificio dell’umanità, ogni tentativo di propiziarsi Dio tramite il culto rituale, di cui il mondo rigurgita, dovevano restare inutile opera umana, perché Dio non cerca vitelli e capri o qualsiasi altra cosa gli venga offerta attraverso il rito. Si possono presentare a Dio, in ogni parte del mondo, ecatombi di animali; egli però non ne ha bisogno, perché tutto ciò gli appartiene e quindi  nulla viene dato al Signore dell’universo bruciando qualcosa in suo onore: “Non prenderò giovenchi dalla tua casa, né capri dai tuoi recinti. Sono mie tutte le bestie della foresta, animali a migliaia sui monti. Conosco tutti gli uccelli del cielo, è mio ciò che si muove nella campagna. Se avessi fame, a te non lo direi: mio è il mondo e quanto contiene. Mangerò forse la carne dei tori, berrò forse il sangue dei capri? Offri a Dio un sacrificio di lode…” così dice un’esortazione di Dio contenuta nell’Antico Testamento (Sal 50(49), 9-14). L’autore della Lettera agli Ebrei si pone nella linea spirituale di questo e di altri testi affini. In modo ancor più deciso egli ribadisce l’inutilità dello sforzo rituale. Dio non cerca vitelli e capri, bensì l’uomo; solo il libero sì dell’uomo a Dio può essere la vera adorazione. A Dio appartiene tutto, all’uomo però è data la libertà del sì e del no, dell’amore e del rifiuto; il libero sì dell’amore è l’unica cosa che Dio deve attendersi – l’adorazione e il ‘sacrificio’ che soli possono aver senso. Il sì a Dio, con cui l’uomo si riaffida a Dio, non può esser sostituito e surrogato dal sangue di giovenchi e di capri. “E che cosa potrebbe mai dare un uomo in cambio della propria anima” (Mc 8,37)? La risposta non può suonare che così: non c’è nulla che potrebbe dare in cambio di se stesso.
Siccome, però, tutto il culto pre – cristiano poggia sull’idea della sostituzione, della rappresentanza, tentando di sostituire l’insostituibile, esso doveva rimanere vano. Alla luce della fede in Cristo, la lettera agli Ebrei può osare di tracciare questo fallimentare bilancio della storia delle religioni, anche se solo il presentarlo, in un mondo saturo di sacrifici, doveva apparire un crimine mostruoso. Essa ha il coraggio di affermare senza riserve questo completo fallimento delle religioni, perché sa che in Cristo l’idea della sostituzione, della rappresentanza, ha ricevuto un senso nuovo e non rivestiva alcun ufficio nel servizio cultuale di Israele, egli – dice il testo – era l’unico vero sacerdote del mondo. La sua morte che, dal punto di vista intra storico rappresentò un evento completamente profano – l’esecuzione capitale di un uomo condannato come delinquente politico – fu invece l’unica liturgia della storia universale, una liturgia cosmica, tramite la quale Gesù è entrato non nell’ambito limitato dell’azione liturgica, nel tempio, bensì nello spazio pubblico del mondo; attraversando la barriera della morte egli è entrato nell’autentico tempio, ossia alla presenza di Dio stesso, per offrire non cose, sangue di animali o altro, bensì se stesso (Eb 9,11ss).
Facciamo attenzione a questo capovolgimento fondamentale che costituisce il pensiero centrale della lettera: ciò che, visto con occhi terreni, era un avvenimento profano è il vero culto dell’umanità, perché colui che l’ha compiuto ha aperto lo spazio chiuso dell’azione liturgica e ha fatto verità: egli ha dato se stesso. Egli ha strappato di mano agli uomini le offerte sacrificali, sostituendovi l’offerta della sua persona, il suo stesso Io. Se, tuttavia, nel nostro testo si afferma che Gesù ha operato la redenzione nel suo sangue (Eb 9,12), questo sangue non va di nuovo inteso come il dono di qualcosa di materiale, come un mezzo di espiazione misurabile quantitativamente, ma significa semplicemente la concretizzazione di un amore del quale si dice che va fino alla fine (Gv 13,1). Esso è l’espressione della totalità della sua dedizione e del suo servizio, l’essenza del fatto che egli offre né più né meno che se stesso. Il gesto dell’amore che tutto dona: questo e soltanto questo  ha costituito, secondo la lettera agli Ebrei, l’autentica redenzione del mondo; perciò l’ora della croce è il giorno della redenzione cosmica, la vera e definitiva festa della riconciliazione. Non esiste culto né altro sacerdote all’infuori di colui che l’ha compiuto: Gesù Cristo.
L’essenza del culto cristiano non sta, di conseguenza, nell’offerta di cose e nemmeno in una certa qual lorodistruzione, come dal  XVI secolo in poi si può leggere sempre più insistentemente nei trattati teorici sul sacrificio della messa, ove si afferma che in questo modo si  riconoscerebbe la suprema autorità di Dio su tutto. Tutti questi sforzi intellettuali sono decisamente superati dall’evento Cristo e dall’interpretazione che ne dà la Bibbia. Il culto cristiano consiste nell’assoluta dedizione di amore, quale poteva attuare unicamente colui nel quale l’amore stesso di Dio si è fatto amore umano; e si esplica nella nuova forma di rappresentanza inclusa in questo amore: nel fatto che egli garantì per noi e noi ci lasciamo prendere da lui. Esso comporta pure che noi mettiamo da parte i nostri tentativi di auto – giustificazione, che in fondo sono solo dei pretesti e ci pongono gli uni contro gli altri, così come il tentativo di giustificarsi da parte di Adamo è stato un pretesto e uno scaricare la colpa  sull’altro, anzi, in ultima analisi un tentativo di accusare Dio stesso: “La donna che tu mi hai posta accanto mi ha detto dell’albero…” (Gen 3,12). Esso esige che noi, al posto del deleterio scaricabarile dell’auto – giustificazione, accogliamo il dono dell’amore di Gesù Cristo che si fa garante per noi, lasciandoci così unire per divenire in lui e con lui veri adoratori. In questo modo dovrebbe essere possibile rispondere brevemente ad alcune domande che ancora si pongono.
1.        Partendo dal messaggio d’amore del Nuovo Testamento, va oggi sempre più prendendo piede una tendenza a risolvere completamente il culto cristiano nell’amor fraterno, nella ‘fraternità umana’, senza lasciar più alcun posto all’amore diretto di Dio o alla sua venerazione: si riconosce solo la dimensione orizzontale, mentre si nega la dimensione verticale del rapporto diretto con Dio.  Da quanto abbiamo detto si vede assai facilmente perché questa concezione, che a prima vista appare così simpatica, finisca invece per svuotare di contenuto, oltre che il cristianesimo, anche la vera umanità. La fraternità che pretende di bastare a se stessa si trasformerebbe proprio così nel più evidente egoismo dell’autoaffermazione. Essa rinuncia alla sua definitiva apertura, alla sua disponibilità e abnegazione, se non accetta anche di avere bisogno della redenzione di questo amore da parte di colui che solo ha saputo realmente amare a sufficienza. E nonostante tutta la buona volontà, finirebbe per fare torto a sé e agli altri, perché l’uomo non si esaurisce unicamente nei rapporti di fraternità umana, ma si realizza solo nei rapporti con quell’amore disinteressato che glorifica Dio stesso. Il disinteresse della semplice adorazione è la suprema possibilità dell’essere uomini e la sua sola vera e definitiva liberazione.
2.        Soprattutto a partire dalle tradizionali forme devozionali incentrate sulla passione viene continuamente da domandarsi quale sia il legame fra sacrificio ( e quindi adorazione) e dolore. Stando a ciò che abbiamo detto, il sacrificio cristiano non è altro che l’esodo dell’’essere – per’ che abbandona se stesso, realizzato in pieno nell’uomo che è integralmente ‘esodo’, auto superamento nell’amore. Pertanto il principio costitutivo del culto cristiano è questo movimento dell’esodo, con la sua duplice e al contempo unica direzione verso Dio e verso il prossimo. Cristo, portando l’umanità a Dio, la introduce nella sua salvezza. L’evento della croce è quindi pane di vita “per i molti” (Lc 22,19), perché il Crocifisso ha rifuso il corpo dell’umanità nel sì dell’adorazione. E’ perciò un evento totalmente ‘antropocentrico’, totalmente relativo all’uomo, proprio perché è stato un radicale teocentrismo, una consegna dell’’io’, e quindi dell’essenza ‘uomo’, a Dio. Ora, in quanto questo esodo dell’amore costituisce l’estasi dell’uomo, il suo essere fuori di sé, in cui si protende infinitamente al di sopra di se stesso, viene strappato per così dire agli altri per tendere molto oltre le sue apparenti possibilità, proprio per questo motivo l’adorazione (sacrificio) è sempre simultaneamente anche croce, dolore,il fatto di essere lacerato, morte del granello di frumento, che solo morendo è in grado di portare frutto. Ma così risulta anche chiaro come questa sofferenza sia l’elemento secondario che scaturisce da uno primario, dal quale soltanto riceve significato. Il principio costitutivo del sacrificio non è la distruzione, bensì l’amore. E solo in quanto esso apre con forza, spalanca, crocifigge, lacera, anche tutto questo fa parte del sacrificio: come la forma assunta dall’amore in un mondo caratterizzato dalla morte dall’egoismo. A questo proposito c’è un testo significativo di Jean Daniélou, che per esser esatti riguarda un problema diverso, ma può considerarsi lo stesso adattissimo a chiarire ulteriormente ciò di cui stiamo occupando: “Tra il mondo pagano e il Dio trino esiste un solo e unico legame: la croce di Cristo. Qualora volessimo egualmente prendere posto in questa terra di nessuno, proponendoci di tirare di nuovo i fili di collegamento fra il mondo dei pagani e il Dio trino, perché dovremmo meravigliarci di poterlo fare unicamente attraverso la croce di Cristo? Siamo, infatti, tenuti a renderci simili a questa croce, a portarla dentro di noi, come dice san Paolo parlando dei messaggeri della fede: “portiamo sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù” (2Cor 4,10). Questa lacerazione che per noi rappresenta una croce, questa impossibilità di amare simultaneamente la santissima Trinità e un mondo estraneo alla Trinità, da cui il nostro cuore è afflitto, costituisce proprio la sofferenza mortale del Figlio unigenito, a condividere la quale egli ci chiama. Lui, che ha portato in sé questa dissociazione per eliminarla, ma l’ha eliminata appunto perché prima l’ha portata in sé, è davvero in grado di giungere da un termine all’altro. Pur senza abbandonare il seno della Trinità, egli si protende sino al limite estremo della miseria umana, colmando così l’intero spazio intermedio. Questo protendersi di Cristo, simboleggiato dalle quattro direzioni della croce, è la misteriosa espressione della nostra intima lacerazione e ci rende simili a lui”. Il dolore è, in ultima analisi, risultato e manifestazione del dilatarsi di Gesù Cristo dal suo essere in Dio sino al baratro del “Dio mio, perché mi ha abbandonato?”. Chi ha teso la sua esistenza in modo tale da essere contemporaneamente nell’abisso della creatura da lui abbandonata, costui deve, per così dire, lacerarsi – egli realmente ‘crocifisso’. Questo essere lacerato, però, viene a identificarsi con l’amore; ne rappresenta la concretizzazione fino alla fine (Gv 13,1) la tangibile espressione dell’ampiezza che dischiude. A partire da qui è davvero possibile evidenziare il fondamento autentico di una sensata devozione alla Passione e anche mostrare come pietà incentrata sulla Passione e spiritualità apostolica si intrecciano tra loro. Dovrebbe essere evidente come lo slancio apostolico, il servizio all’uomo e al mondo, faccia un tutt’uno col centro della mistica cristiana e la devozione alla croce. Le due cose non si ostacolano a vicenda, ma vivono, nella loro vera profondità, l’una dall’altra. Con ciò dovrebbe ora essere chiaro anche che la croce non è importante in quanto somma di sofferenze fisiche, quasi che il suo valore redentivo stia nella maggior quantità possibile di tormenti. Come potrebbe Dio aver gioia delle pene sofferte da una sua creatura o persino dal suo stesso Figlio, oppure – semmai fosse possibile – vedere in esse addirittura la valuta con cui acquistare la redenzione? La Bibbia e la retta fede cristiana sono lontanissime da idee del genere. Non il dolore in quanto tale conta, bensì l’ampiezza dell’amore, che dilata l’esistenza al punto da riunire il lontano col vicino, da rimettere in relazione l’uomo abbandonato con Dio. Soltanto l’amore dà senso e orientamento al dolore. Se così non fosse, i veri sacerdoti sarebbero stati i carnefici sotto la croce: proprio essi infatti, che hanno provocato il dolore, avrebbero offerto il sacrificio. Poiché, però, l’importante non era questo, bensì quell’intimo centro che sorregge e sostanzia la sofferenza, non furono loro, ma Gesù è stato il sacerdote che ha riunito nel suo amore i due capi tranciati del mondo (Ef2,13s). Con questo abbiamo in fondo già dato una risposta anche all’interrogativo da cui siamo partiti, ossia se non sia un concetto indegno di Dio immaginarsi un Dio che esige l’uccisione di suo Figlio per placare la sua collera. A una domanda del genere si può rispondere solo così: in effetti Dio non si può pensare in questo modo. Un concetto di Dio di questo tipo, però, non ha nulla a che fare neppure con l’idea di Dio del Nuovo testamento. Questo, infatti, parla di Dio che, di sua iniziativa, ha voluto divenire in Cristo l’Omega – cioè l’ultima lettera –nell’alfabeto della creazione. Si tratta del Dio che è per se stesso l’atto di amore, il puro ‘essere – per’, e che perciò si presenta nell’incognito dell’ultimo, di un verme (Sal 22(21),7). Si tratta del Dio che si identifica con la sua creatura e in questo suo essere contenuto e coartato dal più piccolo, pone in atto quella ‘sovrabbondanza’ che lo manifesta come Dio. La croce è rivelazione. Essa non ci rivela una cosa qualsiasi bensì Dio e l’uomo. Ci svela chi Dio è e come l’uomo è. Nella  filosofia greca ne abbiamo un singolare presentimento: l’immagine del giusto crocifisso, descritto da Platone. Il grande filosofo si chiede, nella sua opera sullo Stato, come dovrebbe andare, in questo mondo, a un uomo veramente giusto. E giunge alla conclusione che la giustizia di un uomo sarebbe davvero perfetta e provata solo allorché egli assumessela sembianza dell’ingiustizia, perché soltanto allora sarebbe evidente che egli non segue l’opinione degli uomini, ma cerca la giustizia unicamente per se stessa. Sicché, secondo Platone,  il vero giusto deve essere in questo mondo un misconosciuto e perseguitato; anzi, Platone non esita a scrivere: “Direte quindi che, stando così le cose, il giusto verrà flagellato, torturato, gettato in catene, accecato col ferro rovente, e infine, dopo tutto questo scempio, finirà per essere crocifisso”(Politeia II,361-362). Questo brano, scritto ben 400 anni avanti Cristo, continuerà a commuovere un cristiano. Partendo dalla serietà del pensiero filosofico, qui si presagisce che il perfetto giusto, nel mondo, sarà il giusto crocifisso; si ha come un presentimento di quella rivelazione dell’uomo che si attua sulla croce. Il fatto che il vero Giusto, allorché apparve, sia diventato il Crocefisso, colui che dalla giustizia fu consegnato alla morte, ci dice implacabilmente chi sia l’uomo. Guardati come sei, o uomo: incapace di sopportare il giusto, al punto che colui che ama veramente viene trattato da pazzo, da fallito, da ripudiato. Ingiusto al punto da avere continuamente bisogno dell’ingiustizia altrui per sentirti scusato, al punto di non poter tollerare il giusto che sembra strapparti di mano questa scusa. Ecco quello che sei! L’evangelista Giovanni ha riassunto tutto ciò nell’Ecco l’uomo! di Pilato, che vuol dire appunto questo: ecco come è l’uomo. Questo è l’uomo. La verità dell’uomo è la sua mancanza di verità. La parola del salmo, “ogni uomo è inganno” (Sal 116(115),11), uno che vivrebbe in qualche modo contro la verità, svela già come stiano veramente le cose con l’uomo. La verità dell’uomo è di andare continuamente contro la verità; il giusto crocifisso è quindi lo specchio messo davanti all’uomo, nel quale egli si vede spietatamente riflesso. La croce, però, non rivela soltanto l’uomo, ma rivela anche Dio: ecco Dio, tale da identificarsi con l’uomo, fin nel profondo di questo abisso, tale da salvarlo nell’istante stesso in cui lo giudica. Nell’abisso del fallimento umano si rivela l’abisso ancora più insondabile dell’amore divino. La croce è quindi veramente il centro della Rivelazione, una rivelazione che non si svela qualche massima sinora a noi ignota, ma noi stessi, rivelando noi davanti a Dio e rivelando Dio in mezzo a noi” (Joseph Ratzinger, Introduzione al cristianesimo, pp.271 – 283).

Non c’è soltanto un deformato concetto di espiazione, messo in risalto dal teologo Joseph Ratzinger, ma oggi c’è chi nega la volontà di Cristo di morire sulla croce per gli uomini.  E al Convegno di Verona Benedetto XVI ha ribadito che è stato lo stesso Cristo che ha accettato e si è assunto liberamente la sua passione e morte per la salvezza dell’umanità ed è quindi errato, svuotando di contenuto ontologico la filiazione divina di Gesù, considerare che non ha vissuto la sua passione e morte come missione redentrice, ma come fallimento. “La risurrezione di Cristo è al centro della predicazione e della testimonianza cristiana – Benedetto XVI a Verona il 19 ottobre 2006 -,  dall’inizio e fino alla fine dei tempi. Si tratta di un grande mistero, certamente, il mistero della nostra salvezza, che trova nella risurrezione del Verbo incarnato il suo compimento e insieme l’anticipazione e il pegno della nostra speranza. Ma la cifra di questo mistero è l’amore e soltanto nella logica dell’amore (sacrificio) esso può essere accostato e in qualche modo compreso: Gesù Cristo risorge dai morti perché tutto il suo essere è perfetta e intima unione con Dio, che è l’amore davvero più forte della morte. Egli era una cosa sola con la Vita indistruttibile e pertanto poteva donare la propria vita lasciandosi uccidere, ma non poteva soccombere definitivamente alla morte: in concreto nell’Ultima Cena egli ha anticipato e accettato per amore la propria morte in croce, trasformandola così nel dono di sé, quel dono che ci dà la vita, ci libera  e ci salva. La sua risurrezione è stata dunque come un’esplosione di luce, un’esplosione dell’amore che scioglie le catene del peccato e della morte. Essa ha inaugurato una nuova dimensione della vita e della realtà, dalla quale emerge un mondo nuovo, che penetra continuamente nel nostro mondo, lo trasforma e lo attira a sé”. Nella liturgia, in quanto “esercizio della missione sacerdotale di Gesù Cristo”, la Chiesa celebra ciò che professa la nostra fede, affinché tutto ciò che Cristo ha vissuto, soprattutto la sua passione e morte, egli, Dio che possiede un volto umano, fa sì che noi possiamo viverlo in Lui e che egli lo viva in noi. C’è continuità tra la figura storica di Gesù Cristo, soprattutto la passione e morte, la professione di fede ecclesiale e la comunione liturgica e sacramentale nei misteri di Cristo. Ecco l’insistenza di Benedetto XVI che il crocefisso sull’altare sia al centro, non solo mensa ma soprattutto altare, non solo convenire ma adorare..
Al n. 40 della Spe salvi c’è una annotazione pastoralmente molto importante a riguardo di una particolare devozione con “cose esagerate e forse anche malsane” a causa di una coscienza cristiana largamente condizionata da una grossolana concezione propria della teologia dell’espiazione di Anselmo di Canterbory le cui linee fondamentali abbiamo riportate. Ma “  Vorrei aggiungere ancora una piccola annotazione non del tutto irrilevante per le vicende di ogni giorno. Faceva parte di una forma di devozione, oggi forse meno praticata, ma non molto tempo fa ancora assai diffusa, il pensiero di poter “offrire” le piccole fatiche del quotidiano, che ci colpiscono sempre di nuovo come punzecchiature più o meno fastidiose, conferendo così ad esse un senso. In questa devozione c’erano senz’altro cose esagerate e forse anche malsane, ma bisogna domandarsi se non vi era contenuto in qualche modo qualcosa di essenziale che potrebbe essere di aiuto. Che cosa vuol dire “offrire”? Queste persone erano convinte di poter inserire nel grande com – patire di Cristo le loro piccole fatiche, che entravano così a far parte in qualche modo del tesoro di compassione di cui il genere umano ha bisogno. In questa maniera anche le piccole seccature del quotidiano potrebbero acquistare un senso e contribuire all’economia del bene, dell’amore tra gli uomini. Forse dovremmo davvero chiederci se una tale cosa non potrebbe ridiventare una prospettiva sensata anche per noi”.
Quanto sarebbe importante riesprimere in questo orizzonte di espiazione, di riparazione, la devozione al Sacro Cuore nella nuova evangelizzazione.

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